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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Post con #politica categoria

FORTETO: ANCORA UN DIETROFRONT SUL COMMISSARIAMENTO DELLA COOPERATIVA INFERNALE

Pubblicato su 24 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

Imola Oggi ci informa del nuovo dietro front sul commissariamento del Forteto che coincide – guarda caso – con l’ingresso al Governo del presidente di Legacoop, Giuliano Poletti.

Il Forteto e il sistema dei ‘non sapevo’ di Legacoop su Mafia Capitale; Mugnai (FI): «Quella consuetudine del prosciutto sugli occhi…»

L’ex Presidente della Commissione regionale d’inchiesta sugli affidi ripensa al dietrofront sul commissariamento della Cooperativa: «Gli ultimi eventi legati all’inchiesta Mafia Capitale fanno pensare che per l’attuale ministro del lavoro Giuliano Poletti e per Legacoop quella del prosciutto sugli occhi sia una comoda consuetudine. Ebbene, tale condotta qui pare essersi manifestata anche sulla vicenda legata al Forteto quando, immediatamente dopo l’ingresso nella compagine di governo dell’ex presidente nazionale di Legacoop, venne inaspettatamente deciso il dietrofront sul commissariamento della cooperativa richiesto proprio da ispettori ministeriali ma, evidentemente, prima della ‘svolta cooperativa’. Già allora, in tempi non sospetti rispetto alla maxi inchiesta che ha travolto il Comune di Roma, sottolineammo politicamente la singolare coincidenza temporale. Oggi le cronache avvalorano quella nostra lettura».

La riflessione è avanzata dall’ex presidente della Commissione regionale d’inchiesta sugli affidi dei minori alla luce della vicenda Forteto, Stefano Mugnai (FI). «Leggendo oggi i quotidiani che danno conto di tutti i ‘non sapevo’ e delle contraddizioni esistenti nel mondo della cooperazione – osserva Mugnai – tornano alla mente i pregiudizi favorevoli con cui per decenni i vertici del mondo delle cooperative hanno sempre sostenuto Il Forteto, anche a prescindere dalle sentenze passate in giudicato e dalle inchieste giudiziarie che ancora in questi giorni occupano le aule dei tribunali. Possibile che qui come a Roma non ci si sia mai resi conto di nulla o non si sia stati almeno tentati, sulla scorta delle cronache, di vederci un po’ chiaro?»

«Del resto – ricorda l’ex presidente della Commissione d’inchiesta – gli ultimi dubbi di una saldatura culturale inossidabile e con risvolti nella pratica politica li abbiamo sollevati appena nel giugno scorso. E’ stato allora che il ministero del lavoro, contraddicendo la relazione dei propri ispettori che, in era Letta, consigliavano il commissariamento della coop Il Forteto e sottovalutando sia gli esiti del lavoro della Commissione regionale d’inchiesta, sia il processo in corso ai vertici della comunità per maltrattamenti e abusi a danni dei minori lì ospitati in affido, ha ‘cambiato verso’ negando il commissario e disponendo un’ispezione supplementare che ha mandato tutto a tarallucci e vino. Una coincidenza? Ci sta, vista la catena ininterrotta di coincidenze che consentono ormai da trent’anni al Forteto di esercitare le proprie pratiche in totale impunità. Ne prendiamo atto, ma non certo in silenzio».

Imola Oggi

Tratto da:http://www.notizieprovita.it

FORTETO: ANCORA UN DIETROFRONT SUL COMMISSARIAMENTO DELLA COOPERATIVA INFERNALE
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Imprenditore fallisce per colpa dello Stato che gli deve 142mila euro

Pubblicato su 23 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

Fallisce per colpa dello Stato: Maurizio Avanzi, imprenditore edile di Gavardo, affida ad un appello disperato la sua denuncia. Il 60enne è stato dichiarato fallito dal Tribunale di Brescia dopo l’istanza mossa dai suoi ex dipendenti licenziati lo scorso febbraio e ancora in attesa del saldo del Tfr.
Un debito di circa 80 mila euro che l’imprenditore 60enne avrebbe potuto saldare se solo fosse riuscito ad incassare i crediti vantati con lo Stato e che ammontano a 142 mila euro.
La cifra si riferisce ai lavori di ristrutturazione eseguiti in tre caserme e mai pagati.

Nello specifico le cifre dovute riguardano: 46 mila euro per lavori realizzati in subappalto nel 1997 presso la caserma dei carabinieri di Gavardo, 40 mila euro circa per i lavori eseguiti alla caserma della Guardia di Finanza di Desenzano e 62 mila per il cantiere nella caserma della Forestale di Gavardo (quest’ultimo credito peraltro ad un passo dall’essere liquidato qualche giorno fa, quando la ditta di Maurizio Avanzi risulta già dichiarata fallita).

Doppia beffa per questo imprenditore gavardese che ha perso la ditta fondata nel 1963 e non solo.
Nel suo sfogo alla stampa si legge la sua disperazione: “Perdere tutto senza un vero motivo è un’umiliazione terribile. Insopportabile. Stamattina la banca mi ha portato via anche il bancomat”.

Difficile pensare di ripartire alla sua età: “Come si fa a ricominciare a sessant’anni? Vorrei almeno non perdere la mia onorabilità, che la gente sapesse che non sono fallito perché ho rubato”.
Al giornalista che lo ha intervistato fa una richiesta che riassume tutta la tragicità della sua storia: “E per favore la “s” di stato la metta minuscola” (e da qui potete comprendere l’apparente refuso nel titolo dell’articolo).

Fonte vallesabbianews

Tratto da:http://www.imolaoggi.it/

Imprenditore fallisce per colpa dello Stato che gli deve 142mila euro
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Napolitano, l’antipolitica di regime che ha ucciso la politica

Pubblicato su 23 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

Giorgio Napolitano è un anziano signore che tuona contro l’antipolitica, non rendendosi minimamente conto del paradosso che incarna: il suo modo di concepire la politica è pura essenza antipolitica. Del resto tutto questo non è poi così strano, visto che la biografia dell’anziano signore è quella di chi ha smarrito la Fede (il Comunismo) già negli anni giovanili, riversando la propria passione (fredda) sul ruolo di controllo sociale esercitato da una minoranza, a mezzo politica fattasi istituzione. Pier Paolo Pasolini coniò la metafora “Palazzo” per questa mutazione genetica, che allontanava la collettività dalle scelte riguardanti il suo stesso futuro; dirottandole in un ultramondo inavvicinabile e imperscrutabile, dove manipoli di eletti – facendo finta di accudire l’araba fenice dell’Interesse Generale – coltivavano con inesausta passione i propri privilegi corporativi; badando bene che il mondo esterno non penetrasse mai nelle loro stanze dorate rovinandone la festa. Un incantesimo durato per decenni (e alimentato con illusionismi verbali, di cui l’ultima trovata è la demonizzazione del cosiddetto “populismo”, ossia l’intromissione indebita delle persone negli affari che “li riguardano”).

E mentre i distinti signori diventavano sempre più anziani, senza mai avvertire quanto gli stava capitando attorno, gli occupanti del Palazzo dei privilegi incanaglivano e incarognivano. Tanto che ogni nuova leva di questi inquilini finiva per Napolitano con Renzirivelarsi peggiore della precedente. Anche qui perché stupirsi: è legge della natura che l’acqua stagnante imputridisce. O forse questi signori, sempre molto distinti ma un po’ meno distratti di quanto vorrebbero farci credere, anche loro contraevano qualche abitudine propria della corporazione trasversale del potere. Magari entrando in contatto con qualche grande elemosiniere interessato al lucroso business del monopolio in materia della vendita di spazi pubblicitari sulle televisioni dell’allora Unione Sovietica. Un tipo che si chiamava Silvio Berlusconi, ma da cui la bella gente della politica iperuranica teneva le distanze, preferendo delegare il contatto rischioso a qualche maldestro migliorista milanese (che incassò dalle aziende del suddetto Berlusconi ricchi finanziamenti sotto forma di pagine pubblicitarie per iniziative editoriali consegnate alla clandestinità).

In seguito il distinto signore, quale presidente della Repubblica, quel grande elemosiniere dovette incontrarlo sistematicamente per ragioni istituzionali. Ma – nel frattempo – costui era diventato un pezzo di ceto politico, anzi il suo primario puntello sotto i cieli della Seconda Repubblica. Sicché andava supportato, perfino regalandogli il tempo necessario per comprarsi pezzi di Parlamento; e – così – restare sempre in sella. Gli anni passavano e dalle cloache del Palazzo la melma usciva a fiotti. Tanto Pellizzettiche il disgusto dei cittadini elettori superava la soglia del tollerabile, riversandosi verso due uscite dall’impasse: il rifiuto di farsi coinvolgere emigrando nel non voto, dare credito a imprenditori politici che promettevano pulizie nel Palazzo.

Purtroppo entrambe le uscite di sicurezza non hanno funzionato: il non-voto va traducendosi in regalo per chi presidia organigrammi pubblici ripartendo in poltrone le percentuali residue (ormai le elezioni sono vinte per assenza di alternative); i salvatori della Patria si sono rivelati vuoi degli inconsistenti parolai, vuoi dei cinici strumentalizzatori di stati emotivi di massa. Un panorama di mediocri ovunque si giri lo sguardo. Del resto cosa aspettarci da un sistema democratico svuotato e incaprettato da decenni? Fa specie che l’anziano signore, osannato dai suoi pari come emblema del ceto di professional che hanno svilito la politica, si indigni se la pubblica opinione trova inguardabile gli effetti di questa lunga opera di devastazione civile. Perché l’antipolitica è il bel risultato che ci hanno regalato i suoi stupefacenti critici odierni.

(Pierfranco Pellizzetti, “Napolitano-antipolitica: surreale!”, da “Micromega” dell’11 dicembre 2014).

Tratto da: libreidee.org

Napolitano, l’antipolitica di regime che ha ucciso la politica
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FARAGE ATTACCA JUNCKER: “COLPO DI STATO CONTRO LE DEMOCRAZIE NAZIONALI”

Pubblicato su 23 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

Il leader dell’Ukip, Farage,  attacca pesantemente il neo Presidente della Commissione europea Juncker e tutto il sistema scelto per le votazioni.

Tratto da:http://www.euroscettico.com
FARAGE ATTACCA JUNCKER: “COLPO DI STATO CONTRO LE DEMOCRAZIE NAZIONALI”
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I risultati ottenuti dalla Troika grazie al semestre europeo di Renzi

Pubblicato su 23 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

"Un anno fa tutto il dibattito ruotava attorno all'austerità e ora... pure."

 

Si sta concludendo il semestre europeo di presidenza italiana ed è periodo di bilanci. Un semestre che dalle premesse avrebbe dovuto “cambiare il verso” di Bruxelles e che come sempre, Hollande docet, non ha scalfito nulla dei dikat di Angela Merkel e Wolfgang Schauble. Se fosse, del resto, esistita tra i paesi membri della zona euro la volontà di affrontare con solidarietà la crisi, questa, banalente, non ci sarebbe stata, perché la Germania avrebbe alzato i salari, rilanciando la domanda interna dei paesi dell'Europa del sud; perché Draghi avrebbe detto le tre parole magiche da subito e non dopo aver facilitato il cambio di regime in diversi paesi; e perché la triade del male, Berlino Francoforte e Bruxelles, avrebbe salvato un paese, la Grecia, che rappresentava un'inezia del Pil europeo, mentre hanno deciso di raderla al suolo al punto che oggi tre cittadini su cinque nel paese hanno varcato la soglia di povertà. Questa solidarietà non c'è mai stata e i piani dell'Europa, come ci hanno spiegato molto bene i vari Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Juncker, sono altri: imporre attraverso le crisi economiche cessioni di sovranità e perdite di diritti che le popolazioni in tempi normali non accetterebbero mai.

Ma il bilancio va fatto e il ministro Gentiloni, colui che riesce a intravedere ulteriore sovranità da cedere rispetto a quella che il suo partito ha già regalato, ha lasciato il compito ingrato a Sandro Gozi. In una lettera al Corriere, il sottosegretario arriva a generare in chi legge tenerezza e compassione per il nulla che rappresenta e che tenta invano di trasformare in parole. Gozi parla di “passi avanti graduali e chiari” in questo gioco dell'oca chiamato zona euro. “Un anno fa, tutto il dibattito europeo ruotava attorno all'austerità, mentre adesso si lavora finalmente su una nuova politica di crescita, applicando in modo più intelligente le regole in tempi di crisi. È poco? Certo, per chi vuole tutto e subito è poco. Ma chi osserva senza pregiudizi le questioni europee sa bene che i risultati della nostra Presidenza sono stati molto positivi, come ci viene riconosciuto dalle stesse istituzioni dell'Unione”. Un anno fa tutto il dibattito ruotava attorno all'austerità e ora... pure. L'euro è sostenibile solo con tre cambiamenti: fine dell'austerità nell'Europa del sud, reflazione in Germania – aumento dei salari – e politica anti-deflazione della BCE (dovrebbe violare il Trattato comprando titoli di stato). Non sono nessuno oggettivamente raggiungibili e chi afferma oggi il contrario, mente sapendo di mentire.

Non potendo più utilizzare la leva del cambio e non potendo gli Stati portare avanti piani di investimenti pubblici, i gap di competitività tra i paesi vengono aggiustati solo con la svalutazione interna: vale a dire minori salari nei paesi meno produttivi come l'Italia. Il Jobs Act di Renzi, che ricalca tre anni di imposizioni della Troika in Grecia e la formazione della cosiddetta generazione a 300 euro, è l'inevitabile conseguenza. Chi parla di Jobs Act, il primo importante risultato ottenuto dalla Troika attraverso il semestre europeo di Renzi, in termini di crescita, ricchezza e sviluppo mente sapendo di mentire.

In un contesto drammatico di povertà diffusa, disoccupazione di massa e perdita progressiva dei diritti sociali, Gozi prosegue a raccontare come l'Europa abbia cambiato verso nel suo semestre. Ma si deve presto interrompere perché i risultati non si possono inventare e quindi utilizza la frase delle frase, lo specchio riflesso di tutti i responsabili di questo progetto criminale chiamato zona euro: “i 60 anni di pace”. E quindi, in perfetto stile propaganda Goebbels (tipo pubblicità regresso recenti della Rai), il buon Gozi sale in cattedra: “L'Europa è nata sulle macerie di Auschwitz e si fonda sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, e dei diritti umani”. L'Europa garantiva i diritti, le libertà e la pace prima di Maastricht e soprattutto prima del Patto di Stabilità, prima dell'imposizione della moneta unica, prima del Mes, del Two Packs, del Fiscal Compact. E potremmo continuare per ore. Ora tutte queste conquiste sono a rischio perché si è pianificato di distruggere il tessuto sociale e produttivo dei vari paesi.

E sono a rischio perché hanno deciso, come Europa unita, di seguire la folle politica estera statunitense che, pur di portare la Nato ai confini della Russia, pur di sostituire le esportazioni del gas russo in Europa con il suo più costoso gas di scisto e pur di creare le premesse perché il TTIP si trasformi in una tappa forzata d'integrazione europea, ha deciso di soffocare la Russia attraverso la crisi ucraina. Da allora, abbiamo avuto il danno, le sanzioni contro Mosca che per l'Italia significa eutanasia economica; la beffa, il salvataggio finanziario dell'Ucraina - dove governa un mostro giuridico di neo-nazisti, brocratici internazionali e ormai cittadini americani ma per Gozi questo significa democrazia, diritti e libertà - con altri 15 miliardi da dare al più presto a Kiev; e, infine, le conseguenze inimmaginabili in caso di gravi ritorsioni di Mosca. Ecco, dopo il Jobs Act, il secondo risultato che la Troika ha raggiunto attraverso il semestre europeo italiano e attraverso la nuova “responsabile” della politca estera dell'Ue Federica Mogherini.

Ma Gozi non ha finito la sua lettera, perché a scavare scavare alla fine un risultato per il semestre europeo riesce a trovarlo. Leggetelo e meditate in silenzio: “Grazie alla nostra proposta, già approvata, di organizzare almeno una volta all'anno e ogni qual volta ne emerga la necessità un dibattito in Consiglio su legalità e diritti fondamentali all'interno dell'Unione”. Almeno una volta all'anno questi signori, quindi, si riuniranno e parleranno di legalità. Immaginate la scena: funzionari tedeschi, il paese più corrotto d'Europa, che vedranno una volta all'anno dirigenti del Pd, Ncd e Forza Italia e commentranno chi è stato più bravo se loro o noi con i vari Exxpo, Mose, Mafia Capitale...

“Il nostro semestre ha avviato un nuovo ciclo, all'insegna del primato della politica e dei diritti fondamentali”, conclude Gozi. E queste parole, ironia della sorte, le scrive quando Poletti, l'uomo di Buzzi nelle istituzioni e padre della riforma liberticida del jobs act, insulta per l'ennesima volta milioni di lavoratori italiani parlando di “Dialogo, ma nessuna trattativa”. Il Pd di Renzi parla con Juncker - e per Pittella questo è un grande risultato - ma non con i lavoratori del suo paese: questo è il risultato più importante che la Troika ha ottenuto attraverso il semestre europeo di Renzi ed è, al contempo, il fallimento definitivo di una classe dirigente che ha ormai abiurato dal suo compito primordiale, salvaguardare e proteggere la propria popolazione.

Tratto da: http://www.lantidiplomatico.it

 

I risultati ottenuti dalla Troika grazie al semestre europeo di Renzi
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Falce e carrello, le coop rosse tra buchi e sfruttamento dei clandestini

Pubblicato su 22 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

“Falce e carrello” si intitolava un libro che non era piaciuto alla sinistra giudiziaria italiana. L’aveva scritto un concorrente delle Coop che operano nel settore della grande distribuzione organizzata (Gdo). 

Poteva essere di parte, ma denunciava comunque malaffare e favoritismi di cui godevano le cooperative rosse. Ovviamente il libro venne condannato al rogo dalla dis informazione di questo regime. Menzogne, accuse immotivate, attacchi inaccettabili. 

Come si è visto nella vicenda di mafia capitale. O come si vede nelle vicende delle coop di Friuli e Venezia Giulia. Buchi da milioni e milioni di euro, risparmi di lavoratori e pensionati a rischio. Perché? Perché – come ha raccontato l’ottimo Porro – alle coop e’ stato concesso ciò che è vietato a tutti gli altri: il diritto di raccogliere soldi come se la coop fosse una banca, senza alcun permesso e, soprattutto, senza alcuna garanzia per i risparmiatori.

Persino la Banca d’Italia aveva, timidamente, protestato contro questa raccolta. Ma il governo dei burattini poteva intervenire quando un suo ministro arriva proprio dai vertici del mondo delle coop? Certo che no. 

E infatti non è intervenuto. E la compagna presidente della Regione Friuli Venezia Giulia? Lei come Marino: non si accorgevano di nulla, quando si trattava di cooperative. Non vedo, non sento e, soprattutto, non intervengo. Si arrangino i risparmiatori che si son fidati. O magari, se si scopre che han votato per la presidente, ci sarà un bel provvedimento per far pagare a tutti i cittadini-sudditi i buchi delle cooperative. Falce e carrello? Forse non più. Ma solo perché la falce e’ stata sostituita dalla speculazione finanziaria.

 

Fonte: Girano

Tratto da: informarexresistere.fr

 

 

 
 
Falce e carrello, le coop rosse tra buchi e sfruttamento dei clandestini
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ILVA: i costi della chiusura e le ragioni per nazionalizzarla

Pubblicato su 22 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

Di: Roberto Polidori e Nadia Garbellini *

La vicenda di ILVA deve essere l’occasione per discutere le conseguenze economiche e sociali delle politiche Europee. A chi afferma che ILVA non si può nazionalizzare perché i trattati non lo consentono, è possibile opporre numerosi argomenti, tanto politici quanto economici. Come riportato da Luigi Pandolfi, dal 2008 al 2013, mentre ingenti patrimoni privati venivano salvati con centinaia di miliardi di euro pubblici, i PIIGS operavano tagli strutturali a welfare e sanità per 230 miliardi di Euro, un’enorme redistribuzione di ricchezza diretta da Commissione Europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale. Questa Europa, come dice Colin Crouch,[1] è il trionfo del liberismo reale, che “produce un’economia politicizzata molto distante da ciò che gli economisti intendono per economia liberale”. Gruppi di interesse privati accentrano capitale attraverso l’attività di lobbying, concentrando la produzione nel centro e distruggendo capacità produttiva “in eccesso” nelle aree periferiche, depredandone le risorse ambientali e creando disoccupazione. Emiliano Brancaccio ha spiegato il processo di germanizzazione dei capitali (o mezzogiornificazione dell’Europa) sottolineando come anche aziende competitive possano essere spazzate via in questo processo di desertificazione industriale. Un esempio attualissimo nel settore degli acciai è la AST: unico sito italiano di acciai speciali, uno dei più produttivi al mondo, stava chiudendo non per mancanza di commesse ma perché la finlandese Outokumpu è stata costretta a vendere gli impianti alla tedesca Thyssen, avendo l’Antitrust deciso che in caso contrario avrebbe ottenuto una posizione dominante. Prima dell’intervento del governo, che ha mediato l’accordo con i sindacati, Thyssen aveva deciso di concentrare la produzione in Germania, licenziando 2600 lavoratori in Italia. Si sarebbe dovuto permettere che AST fallisse? La Germania non ha lasciato fallire Commerzbank, stanziando 14 miliardi di euro pubblici a fondo perduto, così come non ha lasciato fallire Opel. La KFW tedesca – la nostra Cassa Depositi e Prestiti – detiene il 31% di Deutsche Telekom. Nel silenzio assoluto è passato anche il salvataggio di Peugeot, nazionalizzata dallo stato francese con l’importante contributo di quello cinese e la benedizione della Commissione Europea. Il concetto di “libera concorrenza” gradita agli oligopoli europei è dunque molto lontano dal laissez faire. Dal rapporto SVIMEZ (2014) emerge uno scenario desolante. Una la ricetta: investimenti pubblici, gli unici possibili quando i privati non mettono sul piatto un solo euro di investimenti anche se i tassi di interesse sono a zero. In Germania,a Duisburg, è stato possibile bonificare i territori e riconvertire un impianto siderurgico da 9 milioni di tonnellate. Perché in Italia non si può? Chi scrive è consapevole che a Taranto il problema non è solo economico: è centrale la tutela dell’ambiente e, soprattutto, della salute. Tuttavia, come già sottolineato, la produzione di acciaio non comporta necessariamente le esternalità negative prodotte dalla gestione Riva, conseguenza della carenza di investimenti. Ciò impone un’ulteriore osservazione: le stime che stiamo per fornire si basano su una proiezione della situazione attuale. In presenza di investimenti, e relativi effetti moltiplicativi, salvare ILVA porterebbe benefici ben maggiori di quelli qui stimati. Alla luce delle cifre in gioco, eventuali sanzioni per aiuti di Stato appaiono ridicole. L’Italia ha 102 procedure di infrazione aperte nel 2014, contro una sessantina di Germania e Francia. Nel solo mese di settembre sono apparsi 39 pareri motivati e 4 deferimenti alla Corte di Giustizia, mentre le decisioni totali della Commissione sono state 147, a dimostrare la facilità con cui i paesi europei spesso decidano di non rispettare le regole: si tratta di una scelta, e di una scelta politica. Prima di entrare nel dettaglio, è utile fare alcune premesse. In primo luogo, l’analisi che segue si basa sulle tavole Input-Output relative al 2010 – le più recenti pubblicate dall’Istat – e su dati aggiuntivi tra cui il bilancio di ILVA dello stesso anno. Da questi ultimi si evince che ILVA rappresenta circa l’8% dell’intero settore metallurgico nazionale; poiché il Pil di quest’ultimo ammonta allo 0.59% del totale – oltre 9,5 miliardi di euro – si può stimare che ILVA partecipa alla produzione del reddito nazionale nella misura dello 0.05% circa – oltre 750 milioni di euro. Questi numeri – già rilevanti, considerando le stime di crescita per il 2015 – non bastano però a misurare l’effetto sul sistema produttivo italiano di un’eventuale chiusura di ILVA, che non solo produce acciaio utilizzato come input da altre industrie manifatturiere, ma è a sua volta a capo di un indotto che inevitabilmente si contrarrebbe. Se è impossibile quantificare esattamente i due effetti, se ne può stimare l’ordine di grandezza sulla base della struttura produttiva esistente. Considerando il peso di ILVA nel comparto e il fatto che il 16% della sua produzione è destinato all’esportazione (contro una media del 37%), si stima che ILVA contribuisce per il 4.67% alla produzione della domanda finale del comparto. In termini di occupazione (Istat, occupazione per branca) lo stabilimento di Taranto occupa circa 9000 unità full time equivalent. Per misurare gli effetti indiretti, si deve però considerare l’intero subsistema; alle 9000 unità impiegate direttamente si devono aggiungere altre 16000 circa, di cui 2200 nel comparto Commercio all’ingrosso; oltre 1600 nel settore Trasporto terrestre; quasi 1300 in Attività legali e contabilità; quasi 1200 in Servizi di investigazione, vigilanza, amministrativi; oltre 1000 nella Fabbricazione di prodotti in metallo. Per avere un’idea più precisa degli effetti di lungo periodo, è poi possibile stimare (sebbene in modo approssimativo) le tavole Input-Output che potrebbero emergere a seguito della chiusura di ILVA: ciò condurrebbe a una perdita di Pil nell’ordine dello 0.24%, cioè quasi 4 miliardi di euro al 2013. La perdita di posti di lavoro ammonterebbe invece a circa 50.000 unità full time equivalent, oltre 5 volte l’occupazione diretta dello stabilimento di Taranto. Veniamo infine alla bilancia commerciale. In base alla stima sopra riportata, le importazioni intermedie aumenterebbero di circa 2 miliardi e 385 mila euro. Le esportazioni, per contro, diminuirebbero di poco più di un miliardo di euro. Immaginando che l’acciaio importato abbia lo stesso prezzo di quello prodotto da ILVA, la chiusura condurrebbe ad un deterioramento della bilancia commerciale per circa 3,5 miliardi di euro. Il Governo, e in particolare il Ministero dello Sviluppo Economico, ha recentemente ventilato l’ipotesi di applicare anche a Taranto il “modello Alitalia”: nazionalizzare l’impresa, risanarla, e rivenderla presumibilmente a un gruppo straniero. Chi scrive ritiene invece che sarebbe opportuno mantenere ILVA sotto controllo pubblico. Per farlo, naturalmente, occorrerebbe un progetto di politica industriale che punti al rilancio del sistema produttivo italiano partendo, perché no, proprio da Taranto. Purtroppo, sembra chiaro come un progetto del genere sia ben lontano dalle priorità del Governo. * Università di Bergamo [1] Colin Crouch, Quanto capitalismo può sopportare la società, Laterza 2014, p. 28 - See more at: http://www.economiaepolitica.it/industria-ed-energia/ilva-i-costi-della-chiusura-e-le-ragioni-per-nazionalizzarla/#.VJbRefoHAA

ILVA: i costi della chiusura e le ragioni per nazionalizzarla
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L'IMPERO DEL CONSUMO

Pubblicato su 22 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

DI EDUARDO GALEANO

apor​rea​.org

Società dei consumi. La bocca è una delle porte dell’anima, dicevano gli antichi. Ma se da lì passa solo cibo spazzatura, la vita è ridotta a un insieme infinito di acquisti di merci usa e getta. E lo struscio domenicale nel centro delle città è sostituito dal pellegrinaggio negli shopping mall che accerchiano le periferie.

L’esplosione del con­sumo nel mondo di oggi fa più rumore della guerra e più bac­cano del car­ne­vale. Come dice un antico pro­ver­bio turco, chi beve a cre­dito si ubriaca due volte.


 

La bisboc­cia ottunde e obnu­bila lo sguardo; e quest’enorme sbronza uni­ver­sale sem­bra non cono­scere limiti di spa­zio e di tempo. Ma la cul­tura del con­sumo risuona molto, come il tam­buro, per­ché è vuota; all’ora della verità, quando gli stre­piti si cal­mano e la festa fini­sce, l’ubriaco di sve­glia solo, con l’unica com­pa­gnia della sua ombra e dei piatti rotti che dovrà pagare. L’espandersi della domanda cozza con i limiti impo­sti dallo stesso sistema che la genera. Il sistema ha biso­gno di mer­cati sem­pre più aperti e ampi, come i pol­moni hanno biso­gno dell’aria, e al tempo stesso ha biso­gno che si ridu­cano sem­pre più, come in effetti accade, i prezzi delle mate­rie prime e il costo della forza lavoro umana. Il sistema parla in nome di tutti, a tutti dà l’imperioso ordine di con­su­mare, fra tutti dif­fonde la feb­bre degli acqui­sti; ma niente da fare: per quasi tutti quest’avventura ini­zia e fini­sce davanti allo schermo del tele­vi­sore. La mag­gio­ranza, che fa debiti per otte­nere delle cose, fini­sce per avere solo più debiti, con­tratti per pagare debiti che ne pro­du­cono altri, e si limita a con­su­mare fan­ta­sie che tal­volta poi diven­tano realtà con il ricorso ad atti­vità delittuose.

Il diritto allo spreco, pri­vi­le­gio di pochi, pro­clama di essere la libertà per tutti. Dimmi quanto con­sumi e ti dirò quando vali. Que­sta civiltà non lascia dor­mire i fiori, le gal­line, la gente. Nelle serre, i fiori sono sot­to­po­sti a illu­mi­na­zione con­ti­nua, per­ché cre­scano più velo­ce­mente. E la notte è proi­bita anche alle gal­line, nelle fab­bri­che di uova.

È un modo di vivere che non è buono per le per­sone, ma è ottimo per l’industria far­ma­ceu­tica. Gli Stati Uniti con­su­mano la metà dei seda­tivi, degli ansio­li­tici e delle altre dro­ghe chi­mi­che ven­dute legal­mente nel mondo, e oltre la metà delle dro­ghe proi­bite, quelle ven­dute ille­gal­mente. Non è cosa di poco conto, visto che gli sta­tu­ni­tensi sono appena il 5% della popo­la­zione mondiale.

«Gente infe­lice, che vive in com­pe­ti­zione», dice una donna nel bar­rio del Buceo, a Mon­te­vi­deo. Il dolore di non essere, un tempo can­tato nel tango, ha ceduto il posto alla ver­go­gna di non avere. Un uomo povero è un pover’uomo. «quando non hai niente pensi di non valere niente», dice un tipo nel bar­rio Villa Fio­rito, a Bue­nos Aires. Con­fer­mano altri, nella città domi­ni­cana di San Fran­ci­sco de Maco­rís: «I miei fra­telli lavo­rano per le mar­che. Vivono com­prando cose fir­mate, e but­tano san­gue per pagare le rate».

Invi­si­bile vio­lenza del mer­cato: la diver­sità è nemica del pro­fitto, e l’uniformità comanda. La pro­du­zione in serie, su scala gigan­te­sca, impone ovun­que i pro­pri obbli­ga­tori modelli di con­sumo. La dit­ta­tura dell’uniformizzazione è più deva­stante di qua­lun­que dit­ta­tura del par­tito unico: impone, nel mondo intero, un modo di vita che fa degli esseri umani foto­co­pie del con­su­ma­tore esemplare.

La dit­ta­tura del sapore unico

Il con­su­ma­tore esem­plare è l’uomo tran­quillo. Que­sta civiltà, che con­fonde la quan­tità con la qua­lità, con­fonde la gras­sezza con la buona ali­men­ta­zione. Secondo la rivi­sta scien­ti­fica «The Lan­cet», negli ultimi dieci anni l’«obesità severa» è cre­sciuta di quasi il 30% fra la popo­la­zione gio­vane dei paesi più svi­lup­pati. Fra i bam­bini nor­da­me­ri­cani, negli ultimi 16 anni l’obesità è cre­sciuta del 40%, secondo uno stu­dio recente del Cen­tro scienze della salute presso l’università di Colo­rado. Il paese che ha inven­tato i cibi e le bevande light, il diet food e gli ali­menti fat free, ha la mag­gior quan­tità di grassi del mondo. Il con­su­ma­tore esem­plare scende dall’automobile solo per lavo­rare e guar­dare la tivù. Quat­tro ore al giorno le passa davanti allo schermo, divo­rando cibi di plastica.

Trionfa la spaz­za­tura tra­ve­stita da cibo: quest’industria sta con­qui­stando i palati del mondo e fa a pezzi le tra­di­zioni culi­na­rie locali. Le buone anti­che abi­tu­dini a tavola, che si sono raf­fi­nate e diver­si­fi­cate magari in migliaia di anni, sono un patri­mo­nio col­let­tivo acces­si­bile a tutti e non solo alle mense dei ric­chi. Que­ste tra­di­zioni, que­sti segni di iden­tità cul­tu­rale, que­ste feste della vita, ven­gono schiac­ciate dall’imposizione del sapere chi­mico e unico: la glo­ba­liz­za­zione degli ham­bur­ger, la dit­ta­tura del fast-food. La pla­sti­fi­ca­zione del cibo su scala mon­diale, opera di McDonald’s, Bur­ger King e altre catene, viola con suc­cesso il diritto all’autodeterminazione dei popoli in cucina: un diritto sacro, per­ché la bocca è una delle porte dell’anima.

Il cam­pio­nato mon­diale di cal­cio del 1998 ci ha con­fer­mato, fra l’altro, che la Master­Card toni­fica i muscoli, la Coca-Cola porta l’eterna gio­vi­nezza e che il menù di McDonald’s non può man­care nella pan­cia di un buon atleta. L’immenso eser­cito di McDonald’s spara ham­bur­ger nella bocca di bam­bini e adulti del mondo intero. Il dop­pio arco di que­sta M è ser­vito da stan­dard, nella recente con­qui­sta dei paesi dell’Europa dell’Est. Le code davanti alla McDonald’s di Mosca, inau­gu­rata in pompa magna nel 1990, hanno sim­bo­leg­giato la vit­to­ria dell’Occidente con altret­tanta elo­quenza della demo­li­zione del Muro di Ber­lino. Segno dei tempi: quest’azienda, che incarna le virtù del mondo libero, nega ai suoi dipen­denti la libertà di orga­niz­zarsi in sin­da­cato. McDonald’s viola in tal modo un diritto legal­mente rico­no­sciuto nei molti paesi nei quali opera. Nel 1997, alcuni suoi lavo­ra­tori, mem­bri di quella che l’azienda chiama la Mac­fa­mi­glia, cer­ca­rono di sin­da­ca­liz­zarsi in un risto­rante di Mon­treal in Canada: il risto­rante chiuse. Ma nel 1998, altri dipen­denti di McDonald’s in una pic­cola città presso Van­cou­ver, riu­sci­rono nell’impresa, degna del Guin­ness dei primati.

Gli uni­ver­sali della pubblicità

Le masse con­su­ma­trici rice­vono ordini in un lin­guag­gio uni­ver­sale: la pub­bli­cità è riu­scita là dove l’esperanto ha fal­lito. Tutti capi­scono, ovun­que, i mes­saggi tra­smessi dalla tivù. Nell’ultimo quarto di secolo, gra­zie al fatto che nel mondo le spese per la pub­bli­cità si sono decu­pli­cate, i bam­bini poveri bevono sem­pre più Coca-Cola e sem­pre meno latte, e il tempo prima dedi­cato all’ozio sta diven­tando tempo di con­sumo obbli­ga­to­rio. Tempo libero, tempo pri­gio­niero: le case molto povere non hanno letti, ma hanno il tele­vi­sore, ed è que­sto a det­tar legge. Com­prato a rate, que­sto pic­colo ani­male prova la voca­zione demo­cra­tica del pro­gresso: non ascolta nes­suno, ma parla per tutti. Poveri e ric­chi cono­scono, in tal modo, le virtù dell’ultimo modello di auto­mo­bili, e poveri e ric­chi si infor­mano sui van­tag­giosi tassi di inte­ressi offerti da que­sta o quella banca.

Gli esperti sanno con­ver­tire le merci in stru­menti magici con­tro la soli­tu­dine. Le cose hanno attri­buti umani: acca­rez­zano, accom­pa­gnano, capi­scono, aiu­tano, il pro­fumo ti bacia e l’auto è un amico che non tra­di­sce mai. La cul­tura del con­sumo ha fatto della soli­tu­dine il più lucroso dei mer­cati. Le ferite del cuore si risa­nano riem­pien­dole di cose, o sognando di farlo. E le cose non pos­sono solo abbrac­ciare: pos­sono anche essere sim­boli di ascesa sociale, sal­va­con­dotti per attra­ver­sare le dogane della società clas­si­sta, chiavi che aprono le porte proibite.

Quanto più sono esclu­sive, tanto meglio è: le cose esclu­sive ti scel­gono e ti sal­vano dall’anonimato della folla. La pub­bli­cità non ci informa sul pro­dotto che vende, o lo fa poche volte. Quello è il meno. La sua fun­zione prin­ci­pale con­si­ste nel com­pen­sare fru­stra­zioni e ali­men­tare fan­ta­sie: in chi ti vuoi tra­sfor­mare com­prando que­sta crema da barba?

Il cri­mi­no­logo Anthony Platt ha osser­vato che i delitti nelle strade non sono solo frutto della povertà estrema, ma anche dell’etica indi­vi­dua­li­sta. L’ossessione sociale del suc­cesso, dice Platt, incide in modo deci­sivo sull’appropriazione ille­gale delle cose altrui. Ho sem­pre sen­tito dire che il denaro non fa la feli­cità; ma qua­lun­que tele­di­pen­dente ha motivo di cre­dere che il denaro pro­duca qual­cosa di tanto simile alla feli­cità, che fare la dif­fe­renza è cosa da spe­cia­li­sti.
Secondo lo sto­rico Eric Hob­sbawm, il XX secolo ha messo fine a set­te­mila anni di vita umana cen­trata sull’agricoltura , da quando nel paleo­li­tico appar­vero le prime forme di col­ti­va­zione. La popo­la­zione mon­diale si con­cen­tra nelle città, i con­ta­dini diven­tano cit­ta­dini. In Ame­rica latina abbiamo campi senza per­sone ed enormi for­mi­cai umani urbani: le più grandi città del mondo, e le più ingiu­ste. Espulsi dalla moderna agri­col­tura per l’export, e dal degrado dei suoli, i con­ta­dini inva­dono le peri­fe­rie. Cre­dono che Dio sia ovun­que, ma per espe­rienza sanno che abita nei grandi cen­tri. Le città pro­met­tono lavoro, pro­spe­rità, un avve­nire per i loro figli. Nei campi, si guarda la vita pas­sare e si muore sba­di­gliando; nelle città la vita scorre, e chiama. Poi, la prima cosa che i nuovi arri­vati sco­prono, ammuc­chiati nelle cata­pec­chie, è che manca il lavoro e le brac­cia sono troppe, che niente è gra­tis e che gli arti­coli di lusso più cari sono l’aria e il silenzio.

Agli inizi del secolo XIV, frate Gior­dano da Rivalta pro­nun­ciò a Firenze un elo­gio delle città. Disse che cre­sce­vano «per­ché le per­sone amano stare insieme». Stare insieme, incon­trarsi. Ma adesso, chi si incon­tra con chi? E la spe­ranza, si incon­tra con la realtà? Il desi­de­rio, si incon­tra con il mondo? E la gente, si incon­tra con la gente? Se i rap­porti umani si sono ridotti a rap­porti fra le cose, quanta gente si incon­tra con le cose?

La mino­ranza compradora

Il mondo intero tende a diven­tare un grande schermo tele­vi­sivo, dal quale le cose si guar­dano ma non si toc­cano. Le mer­can­zie in offerta inva­dono e pri­va­tiz­zano gli spazi pub­blici. Le sta­zioni di pull­man e treni, che fino a poco tempo fa erano spazi di incon­tro fra le per­sone, si stanno tra­sfor­mando in spazi commerciali.

Lo shop­ping cen­ter, o shop­ping mall, vetrina di tutte le vetrine, impone la sua abba­gliante pre­senza. Le masse accor­rono, in pel­le­gri­nag­gio, a que­sto grande tem­pio della messa del con­sumo. La mag­gio­ranza dei devoti con­tem­pla, in estasi, oggetti che il por­ta­fo­glio non può pagare, men­tre la mino­ranza com­pra­dora risponde al bom­bar­da­mento inces­sante ed este­nuante dell’offerta. La folla che sale e scende dalle scale mobili viag­gia nel mondo: i mani­chini sono vestiti come a Milano o Parigi e le auto­mo­bili hanno lo stesso suono che a Chi­cago, e per vedere e ascol­tare non occorre pagare il biglietto. I turi­sti che ven­gono dai vil­laggi dell’interno, o dalle città che non hanno ancora meri­tato que­ste bene­di­zioni della moderna feli­cità, posano per una foto, davanti alle mar­che inter­na­zio­nali più famose, come un tempo posa­vano ai piedi della sta­tua a cavallo nella piazza. Bea­triz Solano ha osser­vato che gli abi­tanti delle peri­fe­rie vanno allo shop­ping cen­ter come prima anda­vano in cen­tro. Il tra­di­zio­nale stru­scio di fine set­ti­mana al cen­tro della città tende a essere sosti­tuito dalle escur­sioni a que­sti cen­tri. Lavati e pet­ti­nati, con indosso gli abiti migliori, i visi­ta­tori ven­gono a una festa dove non sono invi­tati, ma dove pos­sono essere spet­ta­tori. Intere fami­glie fanno il viag­gio nella navi­cella spa­ziale che per­corre l’universo del con­sumo, nel quale l’estetica del mer­cato ha dise­gnato un pae­sag­gio allu­ci­nante di modelli, mar­che ed etichette.

La cul­tura del con­sumo, cul­tura dell’effimero, con­danna tutto alla desue­tu­dine media­tica. Tutto cam­bia al ritmo ver­ti­gi­noso della moda, messa al ser­vi­zio della neces­sità di ven­dere. Le cose invec­chiano in un baleno, per essere sosti­tuite da altre che avranno una vita altret­tanto fugace. L’unica cosa che per­mane è l’insicurezza; le merci, fab­bri­cate per­ché durino poco, sono vola­tili quanto il capi­tale che le finan­zia e il lavoro che le pro­duce. Il denaro vola alla velo­cità della luce; ieri era là, adesso è qua, domani chissà, e ogni lavo­ra­tore è un poten­ziale disoc­cu­pato. Para­dos­sal­mente, gli shop­ping cen­ters, sovrani della fuga­cità, offrono l’illusione di sicu­rezza più effi­cace. Resi­stono infatti fuori dal tempo, senza età né radici, senza notte né giorno né memo­ria, ed esi­stono fuori dallo spa­zio, al di là delle tur­bo­lenze della peri­gliosa realtà del mondo.

I nuovi idoli

I padroni del mondo lo usano come se fosse un usa e getta: una merce dalla vita effi­mera, che si esau­ri­sce come si esau­ri­scono, quasi appena nate, le imma­gini spa­rate dalla mitra­glia­trice della tivù e le mode e gli idoli che la pub­bli­cità lan­cia inces­san­te­mente sul mer­cato. Ma in quale altro mondo potremmo andare? Siamo tutti obbli­gati a cre­dere che Dio abbia ven­duto il pia­neta a un certo numero di imprese, per­ché essendo di cat­tivo umano ha deciso di pri­va­tiz­zare l’universo?

La società dei con­sumi è una trap­pola esplo­siva. Chi ne ha le redini fa finta di igno­rarlo, ma chiun­que abbia gli occhi può vedere che la grande mag­gio­ranza delle per­sone con­suma poco, poco o niente neces­sa­ria­mente, così da garan­tire l’esistenza della poca natura che ci rimane. L’ingiustizia sociale non è con­si­de­rata un errore da cor­reg­gere, né un difetto da supe­rare: è una neces­sità essen­ziale. Non c’è natura capace di ali­men­tare uno shop­ping cen­ter delle dimen­sioni del pianeta.

Eduardo Galeano

Fonte:  http://ilmanifesto.info/

Link: http://ilmanifesto.info/limpero-del-consumo/

18.12.2014

Tratto dal sito www​.apor​rea​.org

Traduzione  a cura  di Mari­nella Correggia

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org

L'IMPERO DEL CONSUMO
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Quel che Putin non ci sta dicendo

Pubblicato su 22 Dicembre 2014 da cm in ESTERI, POLITICA

La tempesta perfetta è su due fronti; guerra economica palese -sanzioni- e un attacco ombra rivolto al cuore dell'economia russa. Putin sa altre mosse [P. Escobar]

 
di Pepe Escobar.
 
Anche di fronte a ciò che in ogni aspetto si presenta come una tempesta perfetta, il presidente Putin si è prodotto in una prestazione estremamente misurata nel corso della sua conferenza stampa annuale e nella maratona di botta e risposta.
La tempesta perfetta si evolve su due fronti; una guerra economica palese - come in un assedio tramite sanzioni - e un attacco ombra concertato, sotto copertura, rivolto al cuore dell'economia russa. L'obiettivo finale di Washington è chiaro: impoverire e snervare l'avversario fino a costringerlo a piegarsi docilmente ai capricci dell'«Impero del Caos». E vantarsi di questo in tutti i modi fino alla "vittoria".
Il problema, però, è che succede che a Mosca abbiano decifrato in maniera impeccabile il gioco: già in precedenza Putin, al Valdai Club di ottobre, aveva ben inquadrato la dottrina Obama nei termini che "i nostri partner occidentali" stanno lavorando come praticanti della "teoria del caos controllato".
Così Putin ha nettamente compreso l'attacco-monstre tramite il caos controllato di questa settimana. L'Impero ha un potere monetario enorme; una grande influenza sul PIL mondiale da 85 miliardi di dollari, e il potere bancario che sta dietro tutto ciò. Quindi niente di più facile che usare questo potere attraverso i sistemi di private banking che di fatto controllano le banche centrali per incasinare il rublo. Pensate al sogno dell'«Impero del Caos» di abbassare il rublo del 99% o giù di lì - distruggendo in tal modo l'economia russa. Quale modo migliore per imporre la disciplina imperiale alla Russia?
 
L'opzione "nucleare"
La Russia vende petrolio in dollari USA all'Occidente. La Lukoil, per esempio, avrebbe un deposito in dollari presso una banca americana per il petrolio che vende. Se la Lukoil deve pagare i salari in rubli in Russia, poi dovrà vendere i depositi in dollari USA e acquistare in Russia un deposito in rubli per il suo conto in banca. Questo in effetti sostiene il rublo. La questione è se Lukoil, Rosneft e Gazprom stiano accumulando dollari all'estero - trattenendoli. La risposta è no. E lo stesso vale per le altre imprese russe.
La Russia non sta "perdendo i propri risparmi", come gongolano i grandi media commerciali occidentali. La Russia può sempre richiedere alle società straniere di trasferirsi in Russia. La Apple, per esempio, può aprire uno stabilimento di produzione in Russia. I recenti accordi fra Russia e Cina includono l'industria costruttiva cinese in Russia. Con un rublo deprezzato, la Russia è in grado di obbligare una produzione manifatturiera che poteva essere localizzata nella UE a localizzarsi in Russia; altrimenti queste aziende perdono il mercato. Putin in qualche modo ha ammesso che la Russia avrebbe dovuto pretendere questo molto prima. Il (positivo) processo è ormai inevitabile.
E poi c'è un'opzione "nucleare" - di cui Putin non ha nemmeno bisogno di parlare. Se la Russia decide di imporre controlli sui capitali e/o impone una "vacanza" sul rimborso delle più grosse tranches del debito in scadenza nei primi mesi del 2015, il sistema finanziario europeo sarà bombardato - in pieno stile "colpisci e sgomenta" (nell'originale: Shock and Awe, NdT); dopo tutto, gran parte del finanziamento bancario e societario russo è stato sottoscritto in Europa.
L'esposizione alla Russia di per sé non è il problema; ciò che conta è il collegamento alle banche europee. Come mi ha detto un banchiere d'investimento americano, la Lehman Brothers, per esempio, ha portato giù l'Europa così come New York City - basandosi sulle interconnessioni. Eppure Lehman aveva sede a New York. È l'effetto domino che conta.
Se la Russia schierasse questa opzione finanziaria "nucleare", il sistema finanziario occidentale non sarebbe in grado di assorbire uno shock dovuto all'insolvenza. E questo dimostrerebbe - una volta per tutte - che gli speculatori di Wall Street hanno costruito un "castello di carte" talmente fragile e corrotto che alla prima vera tempesta si trasformerà in polvere.
 
È appena a un colpo di distanza.
E cosa succede se la Russia va in default, creando un monumentale pasticcio per via dei 600 miliardi di dollari del debito del paese? Questo scenario è possibile leggerlo quando vediamo i Padroni dell'Universo dire a Janet Yellen e a Mario Draghi di creare crediti nei sistemi bancari per evitare un "danno ingiusto": come nel 2008.
Ma poi la Russia decide di tagliare il gas naturale e il petrolio all'Occidente (mentre mantiene il flusso verso l'Oriente). I servizi russi possono causare il caos non-stop nelle stazioni di pompaggio dal Maghreb al Medio Oriente. La Russia può bloccare tutto il petrolio e il gas naturale pompato nei paesi "-stan" dell'Asia centrale . Il risultato: il più grande crollo finanziario della storia. E la fine della panacea eccezionalista dell'«Impero del Caos».
Naturalmente questo è uno scenario apocalittico. Ma non provocare l'orso, perché l'orso potrebbe realizzarlo in un attimo.
Putin in occasione della sua conferenza stampa era così freddo, calmo, raccolto - e desideroso di approfondire i dettagli - perché sa che Mosca è in grado di muoversi in totale autonomia. Questa è - ovviamente - una guerra asimmetrica: contro un impero fatiscente e pericoloso. Che cosa stanno pensando quei nani intellettuali che sciamano intorno all' amministrazione dell'anatra zoppa Obama? Che possano vendere all'opinione pubblica americana - e mondiale - l'idea che Washington (i barboncini europei, in realtà) saprà affrontare una guerra nucleare, nel teatro europeo, in nome dello Stato fallito Ucraina?
Questo è un gioco di scacchi. Il raid contro il rublo doveva essere uno scacco matto. Non lo è. Non quando viene schierato da giocatori dilettanti di Scarabeo. E non dimenticate il partenariato strategico Russia-Cina. La tempesta può essere in diminuzione, ma la partita continua.
 
 
Le dichiarazioni, opinioni e pareri espressi in questa rubrica sono esclusivamente quelle dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di RT.
 
 
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
 
Quel che Putin non ci sta dicendo
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TI PAGO A MAGGIO

Pubblicato su 22 Dicembre 2014 da cm in POLITICA

”Fregatevene delle tasse, non pagate più niente, fate fallire questo Stato!”

Banche, Fisco e Burocrazia, la triade degli scandali: dalla finanza creativa alla finanza criminale.

Fa rabbia pensare che qualcuno possa ridere della situazione degli imprenditori o operai, possa fregarsene dello strozzinaggio fiscale imposto dai governi, possa servirsi della propria poltrona per regalare appalti e ris
orse pubbliche alla finanza criminale e intavolare con loro affari di ogni tipo.

Non sono mancate alla segreteria della Federcontribuenti chiamate di cittadini arrabbiati e stanchi e frustrati dalle notizie pietose che giungono non solo dalla Roma criminale. 
”Se potessimo,vuol far sapere Marco Paccagnella, presidente nazionale di Federcontribuenti , cancelleremmo con pochi decreti questo vergognoso stato di ingiustizia civile, sociale, morale. I contribuenti hanno ragione, mentre a loro viene spolpata la poca carne rimasta c’è chi bivacca sulla loro disperazione.

Come uomo mi viene da dire a chi ci chiama, ”fregatevene delle tasse, non pagate più niente, fate fallire questo Stato!”, come presidente della Federcontribuenti non me lo posso permettere, ma fino a quando?”. 
Le notizie si rincorrono, tra scandali politici e i dati provenienti dal Centro Studi Anticrisi sulle PMI. 
Ecco cosa dice Luca Silvestrone, direttore del Dipartimento che cura le problematiche dei piccoli imprenditori: ”un lavoratore dipendente con un reddito lordo di 30.000 euro verserà di sola Irpef 7.264 euro. L’Iva da partita di giro è diventata un costo insostenibile perchè poco o niente detraibile.

Occorre una proposta di radicale revisione dell’attuale regime fiscale di tassazione dei redditi personali e di impresa. 
Sarebbe interessante assoggettare i redditi a una sola aliquota, al posto dell’attuale sistema di tassazione progressiva che prevede quattro aliquote e una giungla di deduzioni e detrazioni, in questo modo si avrebbe il vantaggio di produrre una drastica semplificazione del sistema tributario e una notevole diminuzione della tassazione. 
La riemersione della base imponibile ha o avrebbe – più che compensato la perdita di gettito causata dal calo delle aliquote”.

Lo Stato italiano oggi incassa 163 miliardi dall’Irpef, a partire da cinque aliquote di imposta (23, 27, 38, 41 e 43%) e da un reddito imponibile dichiarato di 800 miliardi di euro. 
Oltre all’imposta sui redditi personali c’è anche quella sui redditi di impresa (Ires) che dà entrate per 40 miliardi a partire da aliquote di imposta del 27,50% per redditi societari dichiarati pari a 155 miliardi. 

Eppure i conti non tornano mai. ”Per le imprese viene tassato l’utile, cioè la differenza tra entrate (fatture emesse) ed uscite (spese sostenute). 
Per le persone fisiche invece si tassano le entrate (reddito), consentendo soltanto alcune deduzioni e detrazioni. In questo modo si attua una doppia imposizione: un’imposta sul reddito e poi una successiva sui consumi. Soltanto con l’aumento della deducibilità delle spese si può stabilire la reale “capacità contributiva” (art. 53 Cost.)

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.), cioè la base imponibile della tassazione. Oggi l’acquisto del pane non è deducibile né detraibile, come se i contribuenti non dovessero mangiare. 
L’aumento della deducibilità è anche un’azione di contrasto all’evasione fiscale, poiché crea di fatto e automaticamente un conflitto di interessi tra fornitore e cliente. 
L’utilizzo di una fiscal-card per gli acquisti semplificherebbe gli adempimenti e faciliterebbe i controlli fiscali.

Gli imprenditori inoltre non possono detrarre i beni acquistati per svolgere il lavoro, come gli strumenti, le macchine e similari che, invece, vanno a pesare sulla tassazione fiscale. 
A chi conviene quindi dichiarare il totale delle operazioni compiute? La burocrazia sempre più spesso è l’arma della finanza criminale, gestita quasi fosse una corsia preferenziale per quei gruppi di potere sanguisuga. 
Parliamoci chiaramente, le banche poi sono parte integrante di questi gruppi e ne dispongono come e quando vogliono, anche per vendette o ripicche, scambiandosi reciproci favori. ”Non ci fidiamo più di niente e di nessuno, è tutto talmente inquinato da farci stare continuamente alla finestra con un fucile spianato: sentinelle a difendere i propri diritti e quelli dei nostri associati”.
IMOLAOGGI

PER ATTUARE TUTTO CIO' IN MANIERA LEGALE APRITE QUESTO LINK 

http://www.salviamogliitaliani.it/news/ 
LEGGETE BENE E ATTENTAMENTE - TIPAGOAMAGGIO -

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