Overblog
Segui questo blog
Administration Create my blog
Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Post con #paesi arabi e iran categoria

Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Pubblicato su 3 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-ShariaMajlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

Note: 

al-Masdar
Global Research
ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
RIAN
RID
RussiaToday
Wsws
Zerohedge

Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano
commenti

I ribelli libici iniziano a vendere petrolio alla Corea del Nord

Pubblicato su 14 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Questa è la Libia " liberata" e democratica: si stanno azzannando come bestie tra fazioni rivali. Claudio Marconi

Come riportato dai separatisti, nel porto di Es-Sider da loro controllato ad est del Paese è attraccata la petroliera nordcoreana “Morning Glory”, in attesa del carico di prodotti petroliferi.

Le autorità ufficiali libiche hanno confermato che “Morning Glory” è ormeggiata nel porto. Pyongyang non ha ancora commentato l'affare con i separatisti libici.

A Tripoli ritengono illegale il commercio di greggio da parte dei ribelli.

Fonte: http://italian.ruvr.ru

I ribelli libici iniziano a vendere petrolio alla Corea del Nord
commenti

"Vogliono Predare la Banca Centrale dell'Iran"

Pubblicato su 6 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

In una sua interessante analisi, il giornalista Pete Papaherakles dell'American Free Press mette in evidenza come, dietro alle tensioni nel Vicino Oriente, vi sia il tentativo dei Rothschild di mettere le mani sulla Banca Centrale dell'Iran. È interessante notare come, a differenza dell'Italia e degli altri Paesi dell'Unione Europea dove i grandi mass media sono fortemente omologati e controllati dal "sistema", soprattutto quando si parla di questioni economiche, negli Stati Uniti riescano spesso a trovare spazio sui giornali analisi indipendenti ed obiettive sulla politica estera e sull'economia.

 

In questo contesto merita di essere posto in risalto un recente articolo del giornalista Pete Papaherakles della American Free Press, che denuncia come, dietro alle crescenti tensioni nel Vicino Oriente e all'ostilità nei confronti dell'Iran vi sia la longa mano dei Rothschild, leader indiscussi del potere bancario e finanziario internazionale.

 

Questa ambizione, del resto mai smentita dai grandi burattinai della finanza mondiale, appare ovvia ed evidente se si considera - come rileva Papaherakles - che l'Iran è al momento uno dei soli tre Paesi rimasti al mondo la cui banca centrale non sia sotto il controllo, diretto o indiretto, dei Rotschild.

 

Prima dell'11 Settembre 2001, esistevano infatti nel mondo sette Paesi con questa caratteristica: Afghanistan, Cuba, Irak, Iran, Korea del Nord, Libia e Sudan. In realtà questi Paesi erano otto, perché il giornalista dell'American Free Press ha dimenticato, mi auguro per semplice distrazione, di inserire nell'elenco la Siria. E cosa sia successo a partire dallo scatenamento, da parte della presidenza di John Walker Bush, della cosiddetta "guerra al terrorismo" è sotto gli occhi di tutti.

 

L'Afghanistan e l'Irak sono stati attaccati, devastati militarmente, decapitati delle proprie legittime istituzioni e risultano tutt'ora sotto occupazione militare e pesantemente contaminati dalle armi all'uranio impoverito. E anche le loro economie dipendono allo stato attuale in tutto e per tutto dal controllo statunitense.

 

Il Sudan di Omar Al Bashir, additato come "stato canaglia" e a lungo destabilizzato dall'esterno con la fomentazione degli scontri nella regione del Darfur, si è dovuto piegare ed accettare la secessione della sua parte meridionale ricca di petrolio, al momento uno stato fantoccio controllato direttamente dai Rothschild, il cui riconoscimento è stato imposto alla "comunità internazionale". Il Nord del Paese, con capitale Khartum, resiste al momento agli attacchi della globalizzazione, ma è stato di fatto strangolato economicamente e privato delle sue principali fonti energetiche.

 

In Libia è stata scatenata dall'esterno una lunga e sanguinosa guerra civile che, con l'apporto armato degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna, ha portato al rovesciamento del legittimo governo, al barbaro assassinio di Muammar Gheddafi e ha precipitato nel caos un Paese che, per reddito medio, per istruzione e alfabetizzazione, si poneva al vertice degli stati africani. Oggi la Libia è ripiombata nel Medioevo, è di fatto divisa in due entità statali, entrambe destabilizzate dal terrorismo, dai conflitti tribali e dalle bande armate, e l'estrazione e l'esportazione di petrolio è interamente sotto il controllo delle grandi compagnie gestite dai Rothschild. Ci fa notare Papaherakles che, addirittura, che già all'inizio della guerra civile, nella secessionista Bengasi era stata subito aperta dai Rothschild una loro banca.

 

La Siria, altro Paese che, oltre ad avere una Banca Centrale strettamente sotto il controllo statale, non ha alcun debito nei confronti del Fondo Monetario Internazionale (colpa gravissima agli occhi dell'usurocrazia finanziaria mondialista!), ha visto sulla propria pelle ripetersi il copione della Libia. É stata anch'essa trascinata in una lunga e sanguinosa guerra civile fomentata dall'Occidente, dall'Arabia Saudita e dalle petro-satrapie del Golfo, con l'intento di destabilizzarla e di rovesciarne con la forza le istituzioni. Sta eroicamente resistendo, nonostante i tentativi di demonizzazione di discredito operati dai media occidentali (come nel caso dell'utilizzo delle armi chimiche, che i periti internazionali hanno poi ufficialmente attribuito ai ribelli) e nonostante le ingenti risorse finanziarie e gli armamenti destinati dai Paesi del Golfo a gruppi di fanatici e fondamentalisti che provengono per oltre il 90% dall'estero e vengono addestrati militarmente in campi turchi e sauditi.

 

La Korea del Nord meriterebbe un discorso a parte, perché si tratta, di fatto, dell'ultimo caposaldo mondiale di socialismo reale. Uno stato quindi a economia rigorosamente centralizzata e pianificata, anche se nei fatti una sorta di monarchia assoluta nelle mani di una dinastia, quella dei Kim, che ne ha decretato l'isolamento internazionale. Ma intorno ad essa ruotano da tempo curiose speculazioni internazionali solitamente taciute dalla stampa occidentale, che si limita a parlare della "minaccia atomica" e del dispotismo dei suoi leader.

 

È quantomeno curioso, infatti, che buona parte del traffico internazionale di valuta avvenga non in Dollari o in Euro, come molti potrebbero erroneamente pensare, bensì in Won nord-coreani, una moneta che, notoriamente, non risulta neanche convertibile. Sarebbe quindi molto interessante approfondire le ragioni di questa apparentemente insensata, ma estremamente reale anomalia.*

Cuba, altra nazione storicamente dall'economia centralizzata e pianificata, per via delle riforme di Raul Castro tese alla progressiva liberalizzazione economica e all'apertura al commercio privato e in conseguenza dei massicci investimenti del Brasile, che ha ormai tolto al Venezuela lo scettro di primo partner commerciale dell'isola, si sta avviando verso un modello "cinese" in salsa caraibica e tutti gli analisti danno ormai molto vicino il momento in cui la Banca Centrale Cubana scivolerà in maniera "soft" nelle mani speculative dei Rothschild.

 

L'Iran resta quindi, agli occhi degli speculatori, l'ultima frontiera appetibile. Nonostante le pesanti sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e dall'Occidente, è un Paese molto ricco di risorse e con un'economia forte e vivace che garantisce ai suoi cittadini un medio-alto livello di benessere, anche grazie al suo forte stato sociale che garantisce e tutela le classi sociali più deboli.

 

Si tratta inoltre dell'unico Stato che, forte della sua struttura teocratica, applica realmente all'economia quei precetti islamici che vietano l'usura e l'addebito di interessi. Una regola che in molti altri Paesi musulmani viene spesso applicata più a livello di facciata che nel concreto, dando in realtà campo libero alle peggiori speculazioni. Una pratica che ovviamente va a a stridere fortemente con le regole del sistema finanziario mondale dettate proprio dai Rotschild.

Come sottolinea sempre Pete Papaherakles, da quando i Rothschild hanno rilevato la Banca d'Inghilterra attorno al 1815, il loro controllo ha cominciato ad espandersi sulle banche di tutto il mondo. E questa folle corsa non si è mai arrestata, seguendo un percorso probabilmente stabilito a tavolino dai grandi gruppi di potere che hanno sempre regolato, a livello globale, le sorti dell'economia e il controllo sugli Stati.

 

Il metodo più diffusamente praticato da certi gruppi di potere per implementare questo controllo è sempre stato quello di far accettare ad un Paese, spesso fatto precipitare intenzionalmente in difficoltà economiche attraverso deliberate manovre speculative, un grosso prestito che questo non sarà poi in grado di ripagare. Prestito, quindi, che causerà inevitabilmente un forte indebitamento per la risoluzione del quale il Paese di turno dovrà venire a patti e cedere consistenti porzioni di sovranità, fino alla totale perdita di controllo sull'emissione della moneta e sulla propria Banca Centrale.

Il Fondo Monetario Internazionale ha fino ad oggi rappresentato il braccio operativo di questa criminale operazione finalizzata all'accentramento ed al controllo di tutte le risorse globali da parte dei soliti burattinai.

 

Dal XIX° secolo ad oggi il copione è sempre stato lo stesso e gli Stati che hanno osato rifiutare certi "prestiti" sono sempre stati puntualmente travolti da destabilizzazioni, da guerre civili o hanno visto morire i propri leader in attentati o in sospetti "incidenti". E, quando queste azioni si sono rivelate insufficienti, si è ricorsi a vere e proprie invasioni militari. La Storia parla chiaro a riguardo. Basta documentarsi.

Ecco perché i Rotschild, secondo l'analisi di Papaherakles, non rinunceranno tanto facilmente a mettere le mani sulla Banca Centrale iraniana, l'ultimo boccone appetitoso che manca nella loro "collezione", anche a costo di scatenare un nuovo conflitto mondiale.

 

 

di Nicola Bizzi

Tratto da Voci Dalla Strada

Tratto da: http://freeondarevolution.blogspot.it/

"Vogliono Predare la Banca Centrale dell'Iran"
commenti

Siria, era tutto falso: chi ha mentito ora chieda scusa

Pubblicato su 22 Gennaio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Una colossale montatura, progettata a tavolino sulla base di prove false: l’esercito siriano, che la Nato stava per bombardare lo scorso settembre, non ha mai usato armi chimiche contro la popolazione civile di Damasco. Il gas Sarin che ha ucciso centinaia di siriani è stato usato dai “ribelli”, finanziati e protetti dall’Occidente. E’ stata dunque una gigantesca menzogna mediatica – esattamente come quella delle “armi di distruzione di massa” di Saddam – a trascinare il mondo sull’orlo di una guerra devastante. Lo affermano da Boston gli specialisti del Mit, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology. «Adesso – dichiara Giulietto Chiesa – sappiamo, oltre ogni dubbio, che la Cia ha mentito e che il bombardamento di armi chimiche sulla periferia di Damasco, il 21 agosto 2013, fu compiuto dai mercenari che combattono contro Bashar al-Assad. Ci furono oltre mille morti, dissero». Ma on è stato un “tragico errore”. La verità è un’altra: «Mentivano», e in fondo «è il loro mestiere».

Il nuovo rapporto del Mit, scrive Marinella Correggia in un post ripreso da “Megachip”, smentisce definitivamente Obama, che aveva accusato Assad Siria, una vittima dei gas usati dai ribelli anti-Assaddell’attacco chimico avvenuto a Ghouta, il 21 agosto 2013. A settembre si era arrivati a un passo dai bombardamenti sulla Siria, evitati solo in extremis grazie alla fermezza di Putin e alla drammatica sollecitudine di Papa Francesco. La prova regina: insieme a Theodore Postol, l’ex ispettore Onu sugli armamenti, Richard Lloyd, rivela che la gittata del «missile rudimentale» trovato dagli ispettori Onu «non poteva essere superiore ai due chilometri». E quindi, «sulla base della mappa delle forze in campo presentata dalla stessa Casa Bianca il 30 agosto, il punto di lancio si doveva per forza trovare nelle aree controllate dai “ribelli”». Contraddizioni e contraffazioni erano del resto subito emerse dalle centinaia di video scioccanti postati dagli anti-Assad che controllavano l’area. «Perfino il numero delle vittime è stranamente rimasto un mistero – le stime vanno da 300 a 1.400, il “dato” degli Usa, stimato sulla base dei corpi apparsi nei video».

Come mai non è andata come con la provetta di Colin Powell che scatenò l’inferno in Iraq nel 2003? Il giornalista investigativo Seymour Hersh ha analizzato il caso sulla “London Review of Books”, citando fonti militari e dei servizi. Da mesi l’intelligence aveva avvertito la Casa Bianca che «anche i ribelli potevano avere e usare il gas Sarin». Ma Obama e i suoi, «senza portare nessuna prova, hanno cercato di vendere un bel sacco di bugie». Salvo poi cambiare linea all’ultimo minuto, quando è stato evidente che un’azione militare sarebbe stata sgradita ai più: clamoroso il “no” del Parlamentobritannico, schiaccianti i sondaggi tra i cittadini americani, contrari all’intervento. Mesi fa, aggiunge Marinella Correggia, l’analista Sharmine Narwani ha studiato il rapporto degli ispettori Onu: «Alla fine non ci dice nulla su che cosa sia successo a Ghouta, né su come o su chi». Gli esperti militari notano «discrepanze fra le analisi dell’ambiente – niente tracce di Sarin a Muadamya ad esempio – e quelle sulle munizioni e sulle persone esaminate – Orrore a Damasco: la strage dei bambini positive al Sarin, forse portate lì da altri luoghi, dai ribelli che controllano l’area?».

Del resto, ammettevano gli ispettori stessi che tutta l’ispezione era avvenuta – cinque giorni dopo il fatto – sotto il controllo dei ribelli e con possibili manipolazioni dei reperti e dei luoghi. Un funzionario dell’Onu, anonimo, puntava il dito sull’intelligence saudita, «ma nessuno osa dirlo». Lo ha detto anche, a suo tempo, il sito di opposizione “Syriatruth” (e anche il newsmagazine “Sibialiria”). Di recente il “New York Times” ha di fatto smentito – a pagina 8 e in poche righe – la propria famosa «analisi del vettore» fatta in settembre insieme a “Human Rights Watch”, analisi a suo tempo così utile a Obama e agli altri interventisti che, come dice Hersh, non avevano davvero altro per le mani. Eppure, protesta Giulietto Chiesa, «per settimane tutti i giornali e tutti i telegiornali italiani dissero – nei titoli, nei testi, nei commenti, come se fosse ovvio – che “il dittatore sanguinario Assad” gasava, massacrava i propri cittadini. Verifiche? Nessuna. Bastava Giulietto Chiesacopiare quello che diceva Obama».

Adesso, scrive Chiesa sul “Fatto Quotidiano”, quei media dovrebbero essere obbligati a smentire, ma non smentiscono. «Dovrebbero licenziare i giornalisti bugiardi e incompetenti (unico licenziamento che noi saremmo disposti ad applaudire), ma non licenziano. I direttori di quei giornali e telegiornali dovrebbero apparire in video, o in prima pagina, scusandosi per i propri “errori” e orrori. Ma fanno finta di non ricordarsi niente». Eppure non fu cosa da poco. «Arrivammo a un passo dal bombardamento di Damasco da parte delle forze americane e della Nato, per punire il “gasatore”». Gli ipocriti ora tacciono, ed è un silenzio poco rassicurante: «Stiamo tutti molto attenti: una masnada di delinquenti (o di irresponsabili) ha in mano i principali canali di informazione dell’Occidente. Adesso abbiamo la prova che avremmo potuto essere trascinati in guerra da costoro. E sappiamo anche che è già avvenuto ripetutamente. Sono armati. Bisogna togliere loro le armi della menzogna di cui dispongono».

Tratto da: libreidee.org

Siria, era tutto falso: chi ha mentito ora chieda scusa
commenti

Libia: a due anni dalla “liberazione”. Cosa ha portato la guerra della NATO?

Pubblicato su 24 Novembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

A poco piu’ di due anni dalla “liberazione” dal “regime” di Gheddafi,  imposta dalla cosiddetta “ coalizione dei volonterosi” occidentale ( leggasi, al di la’ di retoriche e demagogie, paesi aggressori e NATO) puo’ essere illuminante, per capire di quante menzogne e falsita’ mediatiche ci nutrono, fare un punto sulla situazione nel paese e sul livello di violenza e terrore nella realta’ della vita quotidiana del popolo libico.   
Soprattutto puo’ aiutare a riflettere sulle manipolazioni usate per fare le “guerre umanitarie” e per i diritti umani, e appurarne i risultati nel concreto della vita dei popoli.

La Libia di oggi e’ un territorio senza piu’ alcuna legalitâ, a detta di osservatori  internazionali, esperti, giornalisti e testimoni sul campo, Ong come Human Right Watch ed anche l’ONU nell’ultimo rapporto di quest’anno redatto dalla sua missione in Libia (UNSMIL), ha denunciato l’uso sistematico della tortura, dello stupro, di omicidi, di indicibili e feroci atrocita’ perpetrate nelle prigioni e nei siti a disposizione delle milizie e delle bande criminali che controllano il paese, usati per la detenzione. Un paese teatro di una vera e propria guerra tra bande jiahdiste e criminali che si sono spartite geograficamente il paese e le sue risorse.
                                     
Ogni milizia ha creato una ''giustizia privata'', ogni gruppo di mercenari possiede una prigione privata dove rinchiudere e torturare i propri detenuti. Tutti conoscono il caso di Saif Al Islam Gaddafi, detenuto illegalmente a Zilten ma altri 8000 detenuti si trovano nelle stesse situazioni. Il dato e’ confermato anche dal Ministero di Giustizia del governo centrale di occupazione, totalmente impotente di contrastare lo strapotere dei battaglioni di mercenari che infestano la Libia.

A fianco di tutto questo c’e’ un altro aspetto che non ci dicono ma e’ documentato, ed e’ il radicamento sempre piu’ largo del Movimento di Liberazione Nazionale, testimoniato dai documenti e comunicati, e dal crescere costante delle attivita’ militari e armate, contro le strutture ed i leader del governo fantasma insediato dalla NATO, ma che in realta’ non ha il controllo neanche della capitale.                                                                                                                                              In una galassia di centinaia di piccole bande e milizie che gestiscono il potere anche solo su quartieri o piccoli villaggi, le due forze mercenarie piu’ forti, sono i salafiti nell’area di Tripoli e le milizie dello “Scudo della Libia” nell’area di Bengasi; questo insieme di bande, impongono leggi loro, vessazioni, tassazioni inique, violenze sistematiche. Quotidianamente la cronaca riporta notize di scontri, sparatorie, attentati, assalti, omicidi fra loro per sopraffare gli altri. Se si sommano alle attivita’ di guerriglia delle Forze di liberazione nazionale, si puo’ immaginare la quotidianeita’ e la vita delle famiglie libiche.                                                                                                                                L’uccisione lo scorso anno del console USA a Bengasi e’ stato solo il fatto piu’ eclatante e mediatico, ma in questi due anni sono ormai migliaia i morti in uno stillicidio giornaliero ed in crescita costante, stando alle statistiche. Ormai la Libia e’ un area incontrollabile e dove vi e’, al di la’ delle apparenze, un vuoto di potere neanche piu’ nascosto, ed una gestione militare del territorio da parte delle forze fondamentaliste qaediste e di altre meramente banditesche; tutto questo e’ confermato dalla CNN, che ha riferito del trasferimento di oltre 250 marines nella base USA di Sigonella ed in quella spagnola di Moron, nell’ipotesi di dover nuovamente intervenire militarmente nel paese. Ulteriore prova e’ la creazione della Missione militare italiana “ Mare Nostrum”, su pressione e richiesta della NATO per mettere sotto controllo il Mediterraneo, oltre a quella gia’ in atto di addestramento e formazione di una polizia e un esercito regolari, che forniscono la prova che tuttora non esistono, se non sulla carta. C’e’ da aspettarsi altre morti e bare italiane ( come da Afghanistan e Iraq), in quanto disarmare un numero stimato di 100-150 mila miliziani armati, animati dal fondamentalismo jiahdista piu’ profondo e dal qaedismo organizzato, non sara’ una passeggiata.  Quelle stesse forze che fino a ieri, sono state usate come alleati e compari in quanto “ combattenti della libertâ ”, oggi non sono piu’ utili o addirittura scomodi, quindi da rimettere in riga o colpire. Altroche’ diritti umani, libertâ o democrazia, il loro unico obiettivo era la distruzione della Jamahiriya araba, libica e socialista ed il suo leader, non assoggettati agli interessi economici e militari occidentali; forse la loro colpa vera era di cominciare a richiedere il pagamento del petrolio non piu’ in dollari ma in oro e cercare di fondare una nuova moneta comune africana aurea, chiamata “ Dinaro africano; oppure il finanziamento con i guadagni del petrolio libico, di un Fondo Monetario Africano, liberando cosi’ i paesi africani e poveri del mondo, dallo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale? O forse questa continua e intensa campagna gheddafiana per rafforzare e consolidare sotto tutti gli aspetti ( politici, economici, militari e culturali) l’Unita’ Africana come strumento fondamentale di difesa e di emancipazione dei paesi africani?  
                                    
 Il paese e’ oggi spartito nell’area della Cirenaica detta anche Barqa, di fatto ormai autonoma, guidata dallo sceicco Ahmed al Senussi; la provincia di Misurata che e’ gestita dalle milizie fondamentaliste che ne hanno preso possesso nel 2011 e da allora non permettono a nessuno di entrarvi; vi e’ poi la milizia di Zenten anch’essa autonoma da tutti e dove tra l’altro e’ prigioniero Saif, il figlio di Gheddafi, di cui e’ stata finora rifiutata la sua consegna a tribunali o corti  libiche o internazionali, lo hanno definito un “loro prigioniero privato”, naturalmente torturato; questa milizia controlla anche di fatto l’aereoporto di Tripoli. Quest’ultima citta’ e’ la sede del governo “ufficiale”, in realta’ non governa neanche la cittâ stessa, in quanto interi quartieri vivono sotto leggi e regole imposte dalle bande che si sono insediate e li controllano militarmente, con regole e dettami da clan; quotidianamente ci sono scontri armati, incursioni, sequestri, assalti oltre a posti di blocco fissi agli ingressi dei quartieri o improvvisi per imporre vessazioni o vere e proprie rapine ordinarie. Una vera e propria balcanizzazione e parcellizzazione della Libia, senza regole o leggi statali rispettate da alcuno, un paese dove nenache una Costituzione si e’  potuta varare.
Dalle donne alla popolazione nera, dal lealisti della Jamahiriya ai cristiani, dagli stranieri ai non praticanti l’islam piu’ fondamentalista, ciascuno oggi in Libia e’ perseguito, vessato, possibile obiettivo di queste bande che hanno in mano la nuova Libia…ma questo ormai non interessa piu’ a nessuno, in primis a coloro che premevano sul governo italiano di allora, della assoluta necessita’ di intervenire per “liberare” il popolo libico come in Afghanistan, in Iraq, in Jugoslavia, in Somalia, oggi in Siria…ma essi da buoni “grilli parlanti”, vivono tranquilli una vita al caldo, con internet, vacanze, crisi personali o psicologiche passeggere, qualche problema di denaro mai abbastanza per loro vite agiate e in benessere….proporio come quei popoli “liberati”, quasi la stessa vita. Come mi disse una vecchia amica jugoslava…: “…ma perche’ si occupano di noi, del nostro paese, dei nostri problemi, dei nostri governi…sono un problema nostro non di intellettuali, giornalisti, politici o pacifisti italiani o occidentali. Forse che da voi non avete problemi e cercano un occupazione?...”.  Giâ…perche se ne occupano? Risposta non semplice.
                              
Il 17 marzo 2011, il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 1973, ha autorizzato la NATO ad intervenire “per proteggere i civili e le aree civili sotto minaccia di attacco in Libia.”
Misuriamo il successo della missione della NATO consultando i seguenti dati:
Nel 2010, sotto il “regime di Muammar al-Gaddafi” c’erano in Libia: 
 3.800.000 libici 
 2,5 milioni di lavoratori stranieri 
6,3 milioni di abitanti.
Oggi 2013, 
 1.600.000 di libici sono in esilio mentre, 2,5 milioni di immigrati hanno lasciato il paese per sfuggire alle aggressioni razziste. 
Sono rimaste circa 2,2 milioni di persone.   ( da SibiaLiria)
Secondo il  Rapporto annuale Mondiale sulla schiavitu’ “ Slavery Global Index “, nel 2012 in Libia erano stati  documentati  i casi di 17.693 che vivono come schiavi moderni nel paese, secondo questo Rapporto OGGI la Libia e’ è classificata come il paese dove si ha la maggiore presenza di " schiavitù" di tutto il  Nord Africa. Ma si ipotizza che la cifra reale, potrebbe essere più alta ed arrivare a 19.000 persone stimate che vivono in condizioni di schiavitù nel paese. Questo rapporto annuale e’ prodotto dalla “Walk Free Foundation” una fondazione antischiavista, che ha collocato la Libia al 78° posto in una lista di 162 paesi inclusi nello studio, che definisce anche la figura delle moderne figure di schiavitù di una popolazione. Essa assume molte forme ed è conosciuta con molti nomi, spiegano i responsabili del rapporto. " …Sia che si tratti di traffico di esseri umani o di lavoro forzato, di schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, le vittime della schiavitù moderna hanno la loro libertà negata, e sono usati, controllati e sfruttati da un'altra persona o organizzazione a scopo di lucro, di sesso  o per l’esercizio del dominio o del potere… ".
             
 Zanotelli, Dario Fo, Raniero La Valle ed altri  sullo scempio umanitario della Libia                        Appello al Procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aia “…L’intervento militare della Nato in Libia è stato definito da qualcuno “un fulgido esempio di riuscito intervento umanitario”. Solo la disinformazione che ha imperato in molti media può avvalorare un simile giudizio. In realtà l’intervento militare ha causato in Libia un’autentica catastrofe umanitaria. Le vittime seguite all’intervento si contano in parecchie migliaia, forse decine di migliaia, senza considerare i feriti, i senzatetto, i profughi, le distruzioni e le aberrazioni commesse su larga scala….… il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la sua Risoluzione 2016, abbia deferito espressamente alla Corte Penale Internazionale, in aggiunta ai crimini imputabili al regime di Gheddafi, anche le violazioni compiute dagli insorti, esprimendo in particolare “grave preoccupazione per le persistenti notizie di rappresaglie, detenzioni arbitrarie, incarcerazioni ingiustificate ed esecuzioni stragiudiziali in Libia” ed esortando "al rispetto per i diritti umani di tutte le persone in Libia, compresi gli ex-funzionari e i detenuti”. Meno esplicitamente, si evinceva dalla stessa risoluzione che anche le eventuali violazioni del diritto internazionale umanitario compiute dalla Nato andavano esaminate dalla Corte dell’Aia….…Quanto agli insorti, essi si sono resi responsabili di attacchi indiscriminati contro località popolate da civili, fra cui il più massiccio e sanguinoso di tutto il conflitto, quello sulla città di Sirte nell’ottobre 2011; di torture e sevizie su detenuti; di numerosissime detenzioni arbitrarie e sequestri; di almeno un grave caso di pulizia etnica contro i neri libici della città di Tawargha presso Misurata; di aggressioni mirate ad intere comunità locali, anche etnicamente definite, come gli arabi di Tiji, Badr e AbuKammesh, o gli abitanti di vari centri nell’area di Mashashiya; di saccheggi su larga scala; di un gran numero di esecuzioni stragiudiziali, fra cui quelle di Muammar Gheddafi e di suo figlio Mutassim il 20 ottobre 2011. Tali atti comprendono, oltre a violazioni dei diritti umani, anche crimini di guerra e crimini contro l’umanità….”
                                                                                         Enrico Vigna, Novembre 2013

Tratto da:http://www.free-italia.net
Libia: a due anni dalla “liberazione”. Cosa ha portato la guerra della NATO?
commenti

Ambasciata Usa tana di spionaggio: Snowden dimostra ciò che l’Iran di Khomeini disse 34 anni fa

Pubblicato su 31 Ottobre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

di Davood Abbasi

Domenica 4 Novembre 1979 gli studenti di ingegneria di quattro università dalla capitale iraniana, Teheran, danno inizio a quella che sarà “la conquista” della “sede diplomatica statunitense”.

Subito dopo i media del mondo “civile” di allora iniziarono a parlare di “ostaggi”, di questione umanitaria, e gli Stati Uniti di Carter reagirono con sdegno a questo “barbaro” atto, che fu visto come un oltraggio ai secolari principi del diritto internazionale.

Ma se questa era la storia, come la raccontano in Occidente, e’ forse solo oggi, dopo 34 anni, che il mondo intero può comprendere l’Iran di allora.

Perchè gli studenti rivoluzionari di allora dell’Iran avevano capito e compreso ciò che dopo oltre tre decenni il mondo intero ha compreso e tra l’altro per puro caso e grazie ad un atto di coraggio incredibile dell’ex collaboratore della Cia Edward Snowden. Il mondo intero solo oggi sta apprendendo che le ambasciate statunitensi nel mondo sono servite a lungo come centri di spionaggio, e non certo solo nei Paesi ostili; e’ stata spiata la Cina come l’Italia, la Russia come la Spagna. E’ addirittura il quotidiano israeliano Maariv a scrivere oggi, che le ambasciate Usa nel mondo si sono trasformate in veri e propri “centri di spionaggio”.

Ed alla luce di queste verità affiorate come non dare la ragione a quegli studenti che fecero piazza pulita delle spie americane a Teheran? Avevano o no il diritto di salvaguardare la loro nazione? Ma soprattutto, chi era che violava le leggi internazionali?

E solo adesso si può comprendere perchè l’Imam Khomeini dopo la conquista della tana di spionaggio americana a Teheran disse che “questa e’ una seconda rivoluzione, ancor più importante della prima”, definendola quindi più preziosa di quella vittoria che aveva portato alla fuga dello Shà.

E forse ora i popoli del mondo capiranno che “barbaro e incivile” non e’ quel popolo che nel film Argo, di Ben Affleck, libera il suo Paese espugnando una tana di spie, ma lo è quella nazione che con prepotenza inverosimile va’ a spiare il mondo intero.

34 anni dopo il mondo comprende e chissà se comprenderà, dopo tutto questo tempo, che gli americani, nel resto del mondo, non sono alla ricerca di “alleati” o “amici”, ma solo vassalli da sfruttare che siano disposti a farsi mettere i piedi in testa.

L’Iran ha fatto la sua scelta da 34 anni fa ed ancora oggi, il 4 Novembre, si festeggia “la giornata nazionale della lotta all’imperialismo” e milioni di persone marciano per le strade intonando lo slogan “Morte all’America”. E non si parla certo del popolo americano e teoricamente nemmeno del governo, ma di quel modo di pensare solitamente dominante nel pensiero dei politici americani sul resto del mondo.

Fonte: http://italian.irib.ir/analisi/commenti/item/133884

Tratto da: ilfarosulmondo.it

Ambasciata Usa tana di spionaggio: Snowden dimostra ciò che l’Iran di Khomeini disse 34 anni fa
commenti

INTERVISTA DI BIAGI A GHEDDAFI, 1986

Pubblicato su 30 Ottobre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Caricato in data 16/nov/2011


Un Illuminante Intervista di uno degli ultimi veri giornalisti Italiani al Leader Libico Gheddafi del 1986 quando presidente degli U.S.A. era Reagan ! Già allora provarono ad eliminarlo senza riuscirci …… Hanno pazientemente aspettato 25 anni ….. E purtroppo ci sono riusciti ! Ragazzi svegliatevi e cercate di capire chi sono i veri Tiranni !!!!!

A CAUSA DELLA VERGOGNOSA CENSURA RESA POSSIBILE DALL’APPLICAZIONE DI QUELL’IGNOBILE CONCETTO DENOMINATO “COPYRIGHT” SIMILE SOLO A QUELLI ALTRETTANTO IMMORALI E DISTRUTTIVI DI “BREVETTO” E “PROPRIETA’ PRIVATA”, E PER PAURA CHE A BREVE MI CHIUDERANNO QUESTO HO APERTO ALTRI 2 CANALI SU ALTRE PIATTAFORME ED INVITO TUTTI A SEGUIRE IL MIO ESEMPIO :

http://vimeo.com/user9369602

http://www.dailymotion.com/video/xmj9lr#user_search=1

Tratto da: stampalibera.com

commenti

I Sauditi e gli Emirati Arabi si preparano alla guerra contro l'Iran finanziati da USA/Israele.

Pubblicato su 20 Ottobre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si preparando per la guerra con l'Iran? Importanti acquisti dal pentagono di bombe "bunker-buster" e missili cruise.
 
FONTE
Tradotto e Riadattato da Fractions Of Reality

 

Il Pentagono prevede di vendere $ 10,8 miliardi di dollari di armi militari ai suoi più stretti alleati in Medio Oriente oltre a Israele, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU). L'Agenzia France-Presse (AFP) ha riferito che il Pentagono venderà all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, due delle peggiori dittature nel mondo missili, munizioni e bombe "anti-bunker", per un valore fino a $ 10,8 miliardi.
 
Il rapporto afferma che "le mosse seguono una serie di offerte di armi degli Stati Uniti negli ultimi anni, che hanno rafforzato il potere aereo e gli arsenali missilistici degli Stati del Golfo, che vedono l'Iran come un rivale minaccioso con ambizioni nucleari." E 'una mossa che sicuramente preoccupa Iran e i suoi alleati nella regione. Avere le capacità nucleari di Israele da un lato e gli Stati del Golfo armati di bombe distruggi bunker degli Stati Uniti, dall'altro è uno scenario che minaccia la sovranità dell'Iran.
 
I colloqui tra l'Iran e le sei potenze mondiali sembravano essere ad un punto positivo, ma la vendita di armi in Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti è un passo verso un confronto se i colloqui falliscono. La vendita di armi a entrambi i paesi che sono nemici di Iran, Siria e altri nella regione è una polizza di assicurazione per i militari degli Stati Uniti, se decidessero insieme con Israele per colpire l'Iran. L'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti seguiranno l'ordine di attaccare l'Iran se Washington desse loro il via libera dal momento che entrambi i paesi sono Monarchie-"pupazzi" del occidente. Il rapporto afferma che numerose bombe e missili sarebbero disponibili per entrambi i governi una volta che le vendite saranno approvate. E' stato anche preciso quali armi sarebbero state vendute:
Funzionari hanno detto che il Dipartimento della Difesa ha notificato al Congresso questa settimana l'accordo previsto che fornirà un migliaio di bombe adatte a penetrare nei bunker di tipo GBU-39 ai sauditi e 5.000 missili agli Emirati Arabi Uniti. La vendita comprenderà anche sofisticati missili cruise che possono colpire obiettivi da una lunga distanza. Le armi sono state progettate per l'utilizzo con i Jet made ​​in Usa F-15 e F-16 da combattimento precedentemente acquistati da Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, secondo una dichiarazione fatta dal Defense Security Cooperation Agency.
 
La relazione, inoltre, ha detto che Israele ha acquistato le stesse bombe nel 2010.
 
Nel 2010, Israele ha acquistato gli stessi bunker-buster "a guida di precisione", alimentando la speculazione che si stava preparando per possibili attacchi aerei preventivi contro siti nucleari sotterranei in Iran.
 
E 'interessante notare che le vendite annunciate di queste armi sono in contrasto con un recente discorso tenuto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla commemorazione Knesset questa settimana durante il 40 ° anniversario della guerra di Yom Kippur. Il Times di Israele ha scritto quello che il premier israeliano ha detto alla commemorazione della Knesset:
La prima lezione è quella di non sottovalutare mai ad una minaccia, mai sottovalutare un nemico, mai ignorare i segnali di pericolo. Non possiamo assumere che il nemico agisca in modi che sono convenienti per noi. Il nemico può sorprenderci. Israele non si addormenterà di nuovo sulla questione iraniana "ha promesso". La seconda lezione, ha aggiunto, è che "non si può escludere l'opzione di un attacco preventivo. Non è necessario in ogni situazione, e deve essere valutato attentamente e seriamente. Ma ci sono situazioni in cui questo passo, dell'attacco preventivo, avrebbe un caro prezzo internazionale ma è più che compensabile dal prezzo in sangue che potremmo pagare se fossimo noi a subire un attacco strategico che richiederebbe una risposta forse troppo tardi a quel punto".
Non è solo la vendita di armi ad  entrambi i governi ma è anche la formazione delle sue truppe e il supporto logistico che preoccupa:
Le vendite di queste armi "contribuiranno alla politica estera e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti", migliorando la sicurezza di paesi amici che rimangono forze per la "stabilità", ha detto il DSCA. Nell'ambito dell'accordo del pacchetto di armi, i sauditi dovranno ricevere circa 6,8 miliardi dollari in armi, parti, formazione e supporto logistico.
Washington ed i loro partner in Medio Oriente si stanno preparando per la guerra come la relazione conferma dal tipo di armi vendute e da utilizzare per un attacco preventivo.
I sauditi e gli EAU acquisteranno centinaia di missili d'attacco LAND Standoff, o SLAM-tori, e le armi Joint Standoff. Questi missili avanzati consentiranno ai loro aerei da guerra di colpire le installazioni radar e altri obiettivi dei sistemi di difesa aerea. I sauditi acquisteranno inoltre 650 armamenti della Boeing di tipo SLAM-ER e 973 Joint Standoff, realizzati da Raytheon, in aggiunta ad altri missili. Gli Emirati Arabi Uniti compreranno 4 miliardi di dollari di armi, comprese le bombe anti-bunker, 300 SLAM-ER s e 1.200 missili JSOW.
Washington andrà avanti con la vendita di queste armi con l'approvazione del Congresso. Tenete a mente che la maggior parte dei Repubblicani e Democratici sono al soldo del complesso militare-industriale e della commissione Affari Pubblici Americano-Israeliano (AIPAC). Washington o Israele avrebbe lanciato un attacco preventivo contro l'Iran, se avessero avuto la possibilità di farlo. La Siria avrebbe dato loro la possibilità di avanzare se avessero sconfitto o addirittura indebolito le forze siriane e rimosso il presidente Bashar-al Assad dalla carica. Ma la crisi siriana è stata disinnescata (almeno per ora) prima che si trasformasse in una guerra in cui la Siria avrebbe avuto ed ha l'aiuto di Vladimir Putin e gli sforzi incessanti del governo russo.
 
Con il sistema finanziario degli Stati Uniti (da cui Israele dipende) in declino sarebbe più difficile iniziare una guerra senza i fondi per farlo, ma poi ripensandoci bene forse no. Se l'economia americana dovesse crollare, la guerra sarebbe l'unica risposta ovvia per Washington.

 

Il Pentagono armerà l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi
 
WASHINGTON-Il Pentagono ha annunciato di voler vendere ai suoi alleati nel Golfo Persico missili e munizioni per 10,8 miliardi di dollari.
 
Tale mossa secondo gli analisti è legata coerentemente alla politica degli Stati Uniti degli ultimi anni, tesa al rafforzamento delle forze aeree e degli arsenali missilistici dei Paesi del Golfo Persico. Dei 10,8 miliardi di dollari di valore delle armi in vendita, circa 6,8 miliardi è la cifra allocata all'Arabia Saudita mentre gli altri 4 miliardi è la spesa degli Emirati Arabi.
Tratto da: fractionsofreality.blogspot.it
I Sauditi e gli Emirati Arabi si preparano alla guerra contro l'Iran finanziati da USA/Israele.
commenti

ISRAELE E' IL ' CANE DA COMBATTIMENTO AMERICANO' IN MEDIO ORIENTE

Pubblicato su 14 Ottobre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Israele è stato armato e finanziato dagli Stati Uniti negli ultimi 60 anni e sta giocando il ruolo di “cane da combattimento” in Medio Oriente, ha affermato Sara Flounders, co-direttore del Centro di Azione Internazionale .

La posizione che l’Iran ha assunto verso l’Occidente per risolvere – con trattative diplomatiche – la situazione di stallo del suo programma nucleare ha gettato nel panico i falchi israeliani che hanno minacciato di attaccare l’Iran.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è recato negli Stati Uniti immediatamente dopo la visita della delegazione iraniana a New York guidata dal Presidente Hassan Rohani, con un indirizzo tale che molti in Occidente hanno salutato come un primo passo verso una possibile risoluzione alla crisi nucleare.

Netanyahu ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Barak Obama alla Casa Bianca il lunedì e il giorno dopo si è recato a New York, e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che Israele è pronto ad agire da sola contro l’Iran. “Se Israele è costretto a stare in piedi da sola, Israele starà da sola”.

Sara Flounders in un’intervista telefonica ha dichiarato alla stampa: “Israele non è in grado di agire da sola. Non ha né  l’attrezzatura né la posizione politica e geopolitica per agire da sola. E’ stata armata, finanziata, diplomaticamente supportata per più di 60 anni dagli Stati Uniti per svolgere il ruolo di “cane da combattimento” nella regione”.

Profondamente preoccupato per l’attenuazione delle tensioni tra l’Iran e gli Stati Uniti, Netanyahu ha chiesto ad Obama, durante il loro incontro alla Casa Bianca, di “inasprire le sanzioni” contro l’Iran.

La visita di Netanyahu a Washington ha seguito una conversazione telefonica di 15 minuti  tra Obama e Rohani il 27 settembre, vera pietra miliare nei loro rapporti in quanto prima comunicazione diretta tra i presidenti dei due Paesi dalla rivoluzione islamica dell’Iran nel 1979. Durante la chiamata, i due presidenti hanno sottolineato la volontà politica di Teheran e Washington di risolvere rapidamente la controversia nucleare.

Nel Frattempo, durante una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri giapponese Fumio Kishida a Tokyo, sia il Segretario di Stato John Kerry che il Segretario della Difesa Chuck Hagel hanno snobbato i tentativi di Israele volti a dissuadere Washington dall’ impegnarsi con l’Iran sul programma nucleare di Teheran.

“Anche quando si parla di diplomazia -  e ci auguriamo che parlino bene e nutriamo ogni speranza per questo -  bisogna  sapere che i piani strategici del Pentagono pianificano la guerra in ogni momento”, ha detto la Flounders, aggiungendo “Il test reale sarà:  Ci saranno le sanzioni, vera e propria dichiarazione di guerra, contro l’Iran? O le sanzioni avranno termine?”.

Scritto da: Cristina Amoroso - Tratto da: ilfarosulmondo.it

ISRAELE E' IL ' CANE DA COMBATTIMENTO AMERICANO' IN MEDIO ORIENTE
commenti

LIBIA: LA TERRA SENZA LEGGE ORA E' L'INCUBO DELL'ITALIA

Pubblicato su 11 Ottobre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Senza di me ve la vedrete con Al Qaida e con gli immigrati di tutta l'Africa. La nemesi di Gheddafi è realtà. La cattura a Tripoli di Anas Al Libi, ex sodale di Bin Laden e mente delle stragi del 1998 alle ambasciate Usa in Africa, ne è l'ultima prova.

Preceduta dal naufragio a Lampedusa del barcone salpato dal porto libico di Misurata.

Quella tragedia e la cattura di Al Libi sembrano i prodomi di una nemesi destinata a travolgere la Libia e a mettere in ginocchio l'Italia. Il primo a saperlo è l'amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, alle prese con la drastica riduzione delle forniture di greggio libico precipitate dai 270mila barili giornalieri del dopo Gheddafi ai meno di 60mila di oggi. Tre quarti del petrolio destinato all'Italia, quello che con Gheddafi garantiva il 23 per cento delle nostre importazioni, e oggi circa il 15 per cento, sembra dunque svanito. Una perdita non da poco per un'Italia perennemente sull'orlo della crisi energetica e costretta ora a rifornirsi altrove pagando più caro il greggio acquisito sui nuovi mercati.

Più perniciosa della carenza di petrolio e dell'inevitabile, ma in fondo consueto aumento della benzina, sarebbe l'eventuale blocco delle forniture di gas. Un'eventualità da incubo, soprattutto alle porte del periodo invernale quando il gas libico garantisce - con quello russo e algerino - il tepore delle nostre abitazioni.

Un'eventualità che nessuno è in grado di escludere.

La paralisi d'intere zone del paese causata dagli scontri tra milizie rivali, le infiltrazioni di Al Qaida arrivata a minacciare i pozzi petroliferi, l'emergere di signori della guerra decisi a riscuotere tasse di «protezione» sempre più ingenti sulle risorse sotto il loro controllo mettono a rischio anche i gasdotti essenziali per il nostro fabbisogno.

Il caos libico, l'impotenza e la mancanza d'autorità dei governi del dopo Gheddafi sono anche la causa della nuova ondata di sbarchi sulle nostre coste. Misurata, il porto da dove è salpato il barcone naufragato a Lampedusa, è da due anni il capoluogo di una regione dove il governo non controlla né polizia, né esercito, né autorità portuali. Banchine e approdi sono nelle mani di chi paga le milizie locali o se ne garantisce il controllo con la forza delle armi. Lo stesso vale sia per Tripoli, dove le milizie si contendono il controllo delle varie zone della città, sia per Bengasi, sia per gli altri porti.

Da luglio Brega e Ras Lanuf, due terminali essenziali per le esportazioni del greggio, sono alla mercé di Ibrahim al-Jathran, un ex-galeotto 33 enne tirato fuori di galera alla caduta di Gheddafi e messo alla testa di una milizia pagata, in teoria, per garantire la protezione delle installazioni petrolifere governative. Una milizia usata ora da Jahtran per occupare i terminali, ricattare il governo e farsi riconoscere il controllo di una buona fetta della Cirenaica. Risultato: blocco delle forniture, perdite per oltre cinque miliardi di dollari e una situazione di anarchia in cui si rischia la guerra civile.

In un simile frangente immaginare d'arginare la minaccia di Al Qaida, contrastare i signori della guerra e fermare i contrabbandieri di esseri umani implorando l'intervento dell'impotente governo centrale di Tripoli è pura utopia. E tra le nebbie dell'utopia emerge sempre più concreto il profilo di una Libia nel caos. Una Libia da cui non pomperemo più greggio, ma solo disordine, pericoli e insicurezza. Una Libia molto simile alla Somalia, ma distante, stavolta, meno di 400 chilometri dalle nostre coste.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/esteri/libia-terra-senza-legge-ora-lincubo-dellitalia-956267.html.

Tratto da: italian.irib.ir

LIBIA: LA TERRA SENZA LEGGE ORA E' L'INCUBO DELL'ITALIA
commenti
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>