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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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A LONDRA, DAI PADRONI D'ITALIA

Pubblicato su 8 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

 

Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)



di Gianni Lannes
E’ cosa abbastanza risaputa: la massoneria anglosassone ha finanziato la cosiddetta impresa dei Mille del prezzolato Garibaldi.
 
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 «L’unica cosa che mancherà all’Italia è una totale libertà politica» aveva sentenziato Winston Churchill nel 1945 al delegato di papa Pio XII.
Come dare torto a questo noto estimatore di Benito Mussolini? In fondo, si legge in un documento inglese risalente al 1943 «I nostri piani prevedono la conquista assoluta dell’Italia». Sputa che indovini: così è stato.
 
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
Più ai giorni nostri: «Azione a sostegno di un colpo di Stato o di una diversa azione sovversiva … si raccomanda di tenerne conto sia a Londra sia nel corso degli incontri con gli americani, i tedeschi e i francesi» è scritto nel Memorandum segreto del Foreign Office (datato 6 maggio 1976), due anni prima dell’assassinio di Aldo Moro. Che singolare coincidenza. Per non dire dell'Eni: un chiodo fisso per la regina Elisabetta. Se volete capire perché l'attuale primo ministro pro tempre, tale Enrico Letta sia affiliato come tanti altri nel Belpaese alle organizzazioni terroristiche Bilderberg Group & Trilateral Commission, fate una capatina in loco, non a New York da Kissinger. E comprenderete perché i mass media siano telecomandati a puntino in Italia. Altro che finto di giornalismo di inchiesta di Repubblica ed altri.
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
Oggi se vuoi capire qualcosa della spartizione di ricchezze dello Stivale avvenuta sul Britannia (di proprietà Windsor) al largo di Civitavecchia nel 1992, grazie ai boiardi tricolore (alla voce Draghi e compagnucci di merende) devi necessariamente fare un salto a Londra. Se vuoi comprendere chi c’è dietro le società a responsabilità limitata che stanno trivellando i mari del Belpaese, grazie alla tacita connivenza della casta di politicanti autoctoni, già venduti da sempre al miglior offerente e pure le “aree protette” sulla terraferma, devi necessariamente soffermarti nella City. Qui fece tappa nella primavera del 1924, prima di essere assassinato da sicari fascisti, il deputato socialista (d'altri tempi) Giacomo Matteotti. Insomma, il rebus italiano si rivolve proprio a Londra.
 
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
L’avevo già intuito qualche anno quando ho esplorato il fenomeno delle navi de veleni, compulsando la banca dati dei Lloyd’s, in assoluto la più esaustiva al mondo. E tra l'altro proprio loro avevano denunciato alla maigtratura italiana l'affodnamento sostetto di carrette del mare (ben 39 inizialmente: alla voce Rigel, una nave imbottita di di scorie radioattive affondata nel 1987 al largo di Capo Spartivendo in Calabria: vicenda giudiziaria passata anche in Cassazione, in cui coinvolto anche Giorgio Comerio). Proprio dall'Inghileterra era salpata la nava Cavtat affondata in crcostanze nebulose il 14 luglio 1974 a tre miglia dalla costa pugliese. Giace a 90 metri di profondità, e solo una parte del carico di rifiuti pericolosi è stata recuperata, ma a distanza di anni. Infatti, ancora in vigore un'ordinanza della Capitaneria di Porto di Brindisi (allora competente territorialmente) che segnala il grave pericolo.

E così avevo afferrato che dietro questi torbidi affari ci sono gli Stati fuorilegge (in primis l’Italia) e le multinazionali del crimine, che usano le organizzazioni mafiose propriamente dette (‘ndrangheta, cosa nostra e simili). Anche i National Archives sono una miniera d'oro informativa: infatti raccolgono tutti gli archivi militari, compresi quelli segreti. E sapete quanta roba c'è sull'Italia?
 
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
E così se vuoi capire la ragnatela di interessi del clan Rothschild, a cui è legato Carlo De Benedetti (Sorgenia, L’Espresso, Repubblica, eccetera), devi fare tappa nella perfida Albione.
 
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
Chi comanda in Gran Bretagna considera il popolo italiano assolutamente inferiore, anche di sotto della gente irlandese. Meditate un po’ esterofili di Agrate Brianza, Varese e dintorni.

 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


Comunque, il clima, nonostante le scie chimiche fa davvero pena a queste latitudini, peggio addirittura del cibo. Ma queste cose le sapete già. Passo e chiudo... 


Post Scriptum
 
 L'unico al mondoche ha veramnente piegato ed umiliato la potenza coloniale della corona britannica è stato l'incommensurabile Gandhi, ottenendo con la nonviolenza attiva  l'indipendenza per l'India. Ma questa è un'altra storia.

 Londra - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
Tratto da: sulatestagiannilannes.blogspot.it
commenti

COLLUSIONE PD-PDL: LE 80 LEGGI DELLA VERGOGNA - di MARCO TRAVAGLIO

Pubblicato su 7 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

80 leggi vergogna approvate da PD e PDL (o le sigle precedenti dei medesimi partiti...) oppure approvate dall'uno con il silenzio assenso dell'altro. Dalle leggi "salva Previti" o altri, alle regalie a Mediaset, etc. A cura di Marco Travaglio. 

 

Unico appunto: PECCATO le numerose leggi a favore del sistema bancario non sono citate... chissà perché! Staff nocensura.com

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Tratto da Micromega gennaio 2011

DELLE LEGGI VERGOGNA, IL CATALOGO È QUESTO

Un’attenta e completa panoramica di tutti quei provvedimenti che, varati ad hoc per salvare

il Cavaliere e i suoi amici (anche dal centro-sinistra, ahimè), hanno devastato il sistema legislativo italiano. Dalla nascita della Seconda Repubblica l’autore

ne segnala ben ottanta. Ottanta leggi di cui vergognarsi.

Che fanno strame della legalità.

Di Marco Travaglio

In questi 17 anni di Seconda Repubblica (o presunta tale), le leggi vergogna non si contano. Qui riepiloghiamo quelle, fra le tante, che salvaguardano gli interessi di pochi cittadini privilegiati, a discapito di tutti gli altri. Leggi ad personam/s, ad aziendam/s, ad mafiam/s, ad castam e così via. Ne abbiamo contate 80. Se ne abbiamo dimenticata qualcuna, i lettori ce la segnalino e colmeremo la lacuna.

Centro-destra, governo Berlusconi 1

1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi 1, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione, proprio mentre stanno per scattare gli arresti per le tangenti Fininvest della guardia di finanza. Così il blitz si blocca, intanto vengono scarcerati 2764 detenuti (di cui 350 colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli). Il pool Mani Pulite si autoscioglie. Le proteste di piazza contro il «Salvaladri» inducono la Lega e An a costringere Berlusconi a ritirare il decreto. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi, Salvatore Sciascia,  capo dei servizi fiscali Fininvest, e Massimo Maria Berruti, consulente del gruppo.

2. Legge Tremonti (1994). Il decreto 357/1994 detassa del 50 per cento gli utili reinvestiti dalle imprese, purché riguardino l’acquisto di «beni strumentali nuovi». La neonata Mediaset utilizza la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene poi una circolare «interpretativa» Tremonti che fa dire alla sua legge il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.

 

3. Condono fiscale (1994). Camuffato da «concordato fiscale», il primo condono Tremonti dell’era berlusconiana viene approvato insieme al decreto Biondi il 13 luglio 1994: gli evasori potranno «patteggiare» le liti col fisco pagando una modica multa. Chi ha contenziosi fino a 2 milioni di lire può chiuderli pagando un obolo di 150 mila lire. Per le liti da 2 a 20 milioni, si deve versare il 10 per cento. Per quelle ancora superiori, invece, deve ricorrere alla «conciliazione»: sarà il giudice a stabilire la somma dovuta. Poi il concordato viene esteso anche alle società.

4. Condono edilizio (1994). Firmato dal ministro dei Lavori pubblici, Roberto Radice, riapre i termini del famigerato condono Craxi del 1985: si possono sanare, a prezzi stracciati, le opere abusive ultimate entro il 31 dicembre 1993 pagando le vecchie ammende moltiplicate per 2 (se l’abuso risale a prima del marzo 1985) o per 3 (se commesso dopo).

Centro-sinistra più Lega, governo Dini

5. Manette difficili (1995).La riforma della custodia cautelare e non solo, varata nell’agosto 1995, in pieno governo Dini, da tutti i partiti (Lega esclusa), ripesca e in parte peggiora il decreto Biondi. Più difficile la custodia in carcere per i reati di Tangentopoli e non solo: abolito l’arresto obbligatorio per associazione mafiosa; accorciata la durata massima della custodia cautelare; abrogato l’articolo 371bis (arresto in flagranza del falso testimone).

Centro-sinistra, governi Prodi 1, D’Alema e Amato 2

6. Legge Maccanico (1997).La Consulta ha stabilito che Mediaset non può avere tre tv, ma deve scendere a due, entro il 28 agosto 1996. Ma il governo Prodi, grazie al ministro Maccanico, concede un anno di proroga, poi il 24 luglio 1997 fa approvare la legge sulle tv, che lascia tutto com’è: Mediaset dovrà cedere una rete solo quando s’insedierà la neonata Agcom, ma l’Agcom potrà insediarsi solo quando esisterà in Italia «un congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo». Che significhi «congruo sviluppo» nessuno lo sa, così Rete4 seguita a trasmettere sine die in barba alla Consulta.

7. D’Alema salva-Rete4 (1999). L’Agcom si mette all’opera solo nel 1998, presenta il nuovo piano frequenze e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni nazionali. Rete4, essendo «eccedente», perde la concessione; al suo posto la vince Europa7 di Francesco Di Stefano. Ma il governo D’Alema, nel 1999, concede a Rete4 l’«abilitazione provvisoria» a trasmettere senza concessione, così Europa7 rimane senza le frequenze cui ha diritto per legge.

8. Abuso d’ufficio (1997). Il 1° luglio 1997 sinistra e destra depenalizzano il reato di abuso d’ufficio «non patrimoniale»: quello del pubblico ufficiale che commette un atto contrario ai suoi doveri d’ufficio, ma non si riesce a dimostrare che ne abbia avuto un vantaggio quantificabile in denaro. Vengono così legalizzati i favoritismi, le lottizzazioni, i nepotismi, i concorsi truccati, le raccomandazioni nella pubblica amministrazione. L’abuso patrimoniale rimane reato, ma solo se commesso «intenzionalmente»: per punirlo, il giudice dovrà dimostrare che è stato commesso per favorire una persona e per sfavorirne un’altra. E la pena massima per quest’ultima fattispecie viene comunque sensibilmente ridotta, da 5 a 3 anni di reclusione, con tre conseguenze: niente più custodia cautelare; niente più intercettazioni; termini di prescrizione dimezzati (da 15 anni a 7 e mezzo). In 7 anni e mezzo concludere un’inchiesta e celebrare l’udienza preliminare e i tre gradi di giudizio è praticamente impossibile: di fatto, l’abuso è depenalizzato anche nella sua versione patrimoniale.

9. Articolo 513 cpp (1997). L’articolo 513 del codice di procedura penale regola l’utilizzabilità delle dichiarazioni raccolte dal pm durante le indagini. Il 31 luglio 1997 destra e sinistra lo modificano radicalmente: se prima i giudici potevano utilizzare le accuse lanciate da Tizio a Caio in fase d’indagine anche se Tizio patteggiava la pena o si faceva giudicare separatamente da Caio con il rito abbreviato e non si presentava a ribadirle nel processo a Caio, d’ora in poi le dovranno cestinare. La norma transitoria applica la nuova regola retroattivamente, costringendo i giudici a rifare da capo tutti i processi, specie quelli di Tangentopoli. Che, col tempo che si perde, finiscono quasi tutti in prescrizione, o addirittura in assoluzione perché le prove sono state abolite per legge.

10. Giusto processo (1999). Nel 1998 la Consulta cancella il nuovo articolo 513 perché incostituzionale. Ma i partiti di destra e sinistra, terrorizzati dalla ricomparsa delle prove che speravano di aver seppellito per sempre, trasformano addirittura la legge incostituzionale in legge costituzionale e la infilano nella Carta a tempo di record (nove mesi per la doppia lettura Camera-Senato-Camera-Senato), all’articolo 111, ribattezzato «giusto processo»: è una delle prime mosse del governo D’Alema, sostenuto per l’occasione dal centro-destra. Le accuse, anche se a lanciarle è un semplice testimone, non valgono nulla se verbalizzate solo davanti al pm e non al giudice. Migliaia di processi in fumo, anche di mafia. Votano contro soltanto la Lega, il dipietrista Elio Veltri e cinque deputati prodiani.

11. Simeone-Saraceni (1998). Alla vigilia della sentenza definitiva del processo Enimont che porterebbe in carcere Forlani, Citaristi, Pomicino, Sama e Bisignani, destra e sinistra approvano in gran fretta la legge Simeone-Saraceni (uno di An, uno del Pds) che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni. Con la legge Gozzini, chi deve scontare una pena o un residuo pena inferiore a 3 anni può chiedere, dal carcere, di farlo in «affidamento in prova al servizio sociale» (cioè fuori). Con la Simeone-Saraceni, il condannato definitivo a meno di 3 anni resta a piede libero: pena sospesa finché la polizia non riesce a notificargli la condanna di persona, brevi manu. Poi l’interessato fa domanda di affidamento, il giudice di sorveglianza la esamina e decide se accoglierla o no, poi la polizia deve rintracciarlo un’altra volta e notificargli a mano il provvedimento. Così, se è negativo, al condannato basta non farsi trovare per restare libero per sempre, con pena sospesa sine die.

12. Carotti (1998). Le norme di accompagnamento al «giudice unico» istituito dal ministro Flick per sveltire i processi (abolite le preture e relative procure, giudice monocratico per i reati minori) sono raggruppate nel pacchetto Carotti (un deputato del Ppi), che allunga i processi. Infatti aggiunge una nuova fase di giudizio alle quattro già esistenti. Dopo le indagini preliminari e prima dell’udienza preliminare e dei tre gradi di giudizio, viene infilato il «deposito degli atti» (articolo 415bis del codice di procedura penale). Allo scadere delle indagini, anziché chiedere subito il rinvio a giudizio per gli indagati, il pm deve notificare loro un «avviso di conclusione delle indagini» con un riassunto delle accuse e depositare a loro disposizione tutte le carte dell’inchiesta. L’indagato ha 20 giorni per chiedere di essere sentito, presentare documentazione e memorie difensive, ordinare al pm nuove indagini. Così il pm deve riaprire le indagini per qualche altro mese o anno, e solo alla fine può finalmente esercitare l’azione penale. Col risultato di dilatare vieppiù i tempi già biblici della giustizia, vanificando l’effetto benefico della riforma sul giudice unico.

13. Legge Sofri (1998). Appena la Corte d’Appello di Milano respinge l’istanza di revisione delle condanne di Sofri, Bompressi e Pietrostefani per il delitto Calabresi, un gruppo di senatori di destra e sinistra presentano subito una legge che sposta il giudizio sulla revisione dei processi nella Corte d’Appello più vicina a quella dove si sono celebrati. Relatore della norma ad personam, il senatore avvocato di An Giuseppe Valentino. Così la revisione per Sofri & C. può essere riesaminata a Brescia e di qui, una volta ri-bocciata, a Venezia, dove finalmente si rifà il processo e Sofri & C. vengono ricondannati.

14. Legge Dell’Utri 1: patteggiamento in appello (1998). Nel dicembre 1998, in pieno processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri, condannato a Torino a 3 anni in primo grado per le false fatture di Publitalia, l’avvocato senatore Valentino, reduce dalla legge Sofri, ne presenta una pro Dell’Utri nel silenzio del centro-sinistra (una mano lava l’altra). La norma ripristina il patteggiamento in appello cancellato nel 1990 dalla Consulta. Ma Dell’Utri in appello non patteggia e viene di nuovo condannato, stavolta a 3 anni e 2 mesi: in caso di conferma in Cassazione, finirà in galera.

15. Legge Dell’Utri 2: patteggiamento in Cassazione (1999). Subito dopo, il 19 gennaio 1999, passa trasversalmente una norma transitoria alla legge Valentino che consente di patteggiare addirittura in Cassazione a chi non ha fatto in tempo in appello almeno per quei «procedimenti in cui è stata pronunciata sentenza di appello prima dell’entrata in vigore della legge». È proprio il caso del processo Dell’Utri, che sta per aprirsi in Cassazione. Così Dell’Utri patteggia, ottiene lo sconto, scende sotto i 3 anni e non finisce in galera.

16. Gip-gup (1999). Berlusconi e Previti, imputati per corruzione di giudici romani (processi Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir), vogliono liberarsi del gip milanese Alessandro Rossato, che ha firmato gli arresti dei magistrati corrotti e degli avvocati Fininvest corruttori e chiesto invano l’arresto di Previti (salvato dalla Camera, a maggioranza Ulivo). Ora spetta a Rossato, in veste di gup, condurre le udienze preliminari e decidere se mandare a giudizio gli imputati. Su proposta dell’onorevole avvocato Guido Calvi, legale di D’Alema, il centro-sinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà più seguire l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che ovviamente non conosce la carte e perderà un sacco di tempo. Così le udienze preliminari Imi-Sir e Sme, già iniziate dinanzi a Rossato, proseguono sotto la sua gestione e si chiuderanno a fine anno con i rinvii a giudizio degli imputati. Invece quella per Mondadori, non ancora iniziata, passa subito a un altro gup, Rosario Lupo, che proscioglie tutti gli imputati per insufficienza di prove (la Corte d’Appello ribalterà il verdetto li rinvierà a giudizio tutti, tranne uno: Berlusconi, dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche).

17. Finanziamento ai partiti (1997-99). Il finanziamento pubblico è stato abolito dal referendum dell’aprile ’93. Ma nel dicembre dello stesso anno, rientra dalla finestra camuffato da «rimborso per le spese elettorali»: ogni cittadino contribuirà alle spese elettorali dei partiti (solo se superano il 3 per cento) con 1.600 lire pro capite (circa 1 euro). Ma i partiti non si accontentano. Il 2 gennaio ’97 destra e sinistra cambiano la legge: i cittadini potranno devolvere ai partiti il 4 per mille dell’Irpef. Ma quasi nessuno lo fa. Nel 1999, per evitare la bancarotta, i partiti tornano alla chetichella al finanziamento diretto dello Stato: 1 euro pro capite per le elezioni della Camera, del Senato, delle Regioni, del Parlamento europeo (il quorum per accedervi scende dal 3 all’1 per cento): cioè 4 euro a quinquennio. Che ben presto raddoppia a 2 euro per quattro elezioni a legislatura. Risultato: nel 2001 i partiti incasseranno la bellezza di 92.814.915 euro.

18. 41bis e supercarceri nelle isole (1997). Due dei 12 punti del «papello» consegnato nel 1992 da Totò Riina ai suoi referenti politici e istituzionali con le richieste dalla mafia allo Stato in cambio della fine delle stragi, dicevano così: «7) Chiusura super carceri. 8) Carcerazione vicino le case dei familiari». Detto, fatto. Nel 1997, il ministro Flick – con l’appoggio del centro-sinistra e nel silenzio del centro-destra – chiude le supercarceri di Pianosa e Asinara, che facevano impazzire i boss perché, reclusi nelle isole lontani centinaia di chilometri da casa, non riuscivano a comunicare i loro ordini all’esterno tramite parenti e avvocati. Compito molto più agevole ora che vengono tutti trasferiti nelle carceri continentali. E Pianosa e Asinara vengono «restituite al turismo».

19. Abolito l’ergastolo (1999). Altra bestia nera dei mafiosi è l’ergastolo. Infatti il papello ne chiede l’abolizione in tre punti: «1) Revisione sentenza maxiprocesso [che condannava a vita molti boss mafiosi]. 5) Riconoscimento benefici dissociati – Brigate rosse – per condannati per mafia [con i benefici per la dissociazione, si ottengono sconti di pena]. 6) Arresti domiciliari dopo 70 anni». Detto, fatto. Il pacchetto Carotti estende il rito abbreviato a tutti i delitti, anche quelli più gravi (stragi mafiose comprese). Chi accede all’abbreviato ha diritto allo sconto di un terzo della pena e, al posto dell’ergastolo, rischia al massimo 30 anni. Che poi diventano 20 con i benefici della Gozzini. E, siccome la gran parte dei boss sono stati arrestati all’indomani delle stragi del 1992-93, ne dovrebbero scontare poco più di una decina e potrebbero sperare in tempi brevi nei primi permessi premio. Il tutto mentre a Firenze e a Caltanissetta si celebrano i processi di primo grado e di appello per le stragi del 1992-’93. Solo grazie alle vibrate proteste dei magistrati antimafia e dei familiari delle vittime, il governo Amato ingrana la retromarcia e il 23 novembre 2000 vara un decreto per ripristinare l’ergastolo almeno per i delitti più orrendi.

20. Aboliti i pentiti (2001).Ancora il papello: «4. Riforma legge pentiti». Detto, fatto. Nel 2001 il governo Amato (ministro della Giustizia Piero Fassino) vara la «riforma» dei collaboratori di giustizia del 2001 che – sempre col consenso del centro-destra – stravolge un’altra delle conquiste che Falcone e Borsellino pagarono con la vita. La legge riduce sensibilmente i benefici per i mafiosi che collaborano con la giustizia; prevede una serie di sbarramenti per l’accesso ai programmi di protezione; e impone di raccontare ai giudici tutto ciò che sa nei primi 6 mesi di collaborazione. Del resto il ministro dell’Interno del governo D’Alema, Giorgio Napolitano, autentico ispiratore della legge, ha sostenuto che «i pentiti in Italia sono troppi». Non i mafiosi: i pentiti. «Con questa legge», commenta il procuratore di Palermo Piero Grasso, «al posto di un mafioso, non mi pentirei più». Infatti da allora molti vecchi pentiti ritrattano e tornano mafiosi; alcuni che stavano per parlare di trattative Stato-mafia e mandanti occulti delle stragi, si cuciono la bocca; e i nuovi pentiti si conteranno sulle dita di una mano.

21. Meno scorte per tutti (2000). Nel settembre 2000 una circolare del ministro dell’Interno Enzo Bianco ritira i presidi armati sotto le case delle persone più a rischio nella lotta a Cosa Nostra, camorra e ’ndrangheta (magistrati, testimoni, uomini simbolo dell’antimafia), sostituendoli con «ronde» di scarsa o nulla efficacia. Non più vigilanza fissa, ma servizi di tipo «dinamico dedicato». Niente più piantoni 24 ore su 24, ma pattuglie che «girano» di casa in casa e qualche telecamera. Il tutto per soddisfare «la crescente domanda di sicurezza della collettività», che imporrebbe «l’impiego delle forze di polizia sul territorio». Durissime proteste dai pm di Palermo, ma vane. Nel 2001, col governo Berlusconi 2, il ministro Scajola proseguirà sulla strada inaugurata da Bianco, tagliando anche le scorte a tutti i magistrati a rischio.

22. Indagini difensive (2001). Nella primavera 2001 Ulivo e Polo insieme votano la legge sulle indagini difensive, fortemente voluta dall’avvocatura organizzata nell’Unione camere penali: gli atti raccolti dagli avvocati difensori assumono lo stesso valore di quelli compiuti dal pm. Il quale però, per legge, ha l’obbligo di depositare tutte le carte, anche quelle favorevoli all’indagato, mentre l’avvocato ha l’obbligo deontologico di depositare solo gli elementi favorevoli al cliente che lo paga. In più, la legge consente al difensore di compiere addirittura «indagini preventive»: prim’ancora di essere indagato, chiunque abbia commesso un reato potrà far interrogare dal suo legale i testimoni del delitto. Quando poi gli inquirenti sentiranno il testimone, troveranno un uomo già «formattato» sulla versione della difesa, o in certi casi addirittura terrorizzato o comunque poco incline a collaborare con la giustizia. Una legge che incentiva l’inquinamento delle prove e l’intimidazione dei testimoni.

23. Omologhe societarie addio (2000). Il 24 novembre 2000 un emendamento del governo Amato alla legge 340 sulla «semplificazione di procedimenti amministrativi» abroga le omologhe societarie. Finora spettava ai tribunali vigilare sulle società di capitali, autorizzandone la nascita e le principali operazioni (aumenti di capitale, ripianamenti delle perdite, modifiche dell’oggetto sociale eccetera). Se i giudici scoprivano qualcosa di illegale nelle deliberazioni, negavano l’«omologa» a tutela dei soci e dei risparmiatori. Ora invece l’omologazione viene sottratta ai giudici e affidata ai notai. Un altro passo verso la totalederegulation della finanza allegra e sporca.

24. Fisco, carezze agli evasori (2001). Il 5 gennaio 2001 il governo Amato vara il decreto che riforma la legge penale tributaria e manda in pensione la 516/1982 («manette agli evasori»). Le «violazioni degli obblighi contabili», cioè le operazioni di sottofatturazione o di omessa fatturazione tipiche di commercianti, artigiani e professionisti, cioè le forme più diffuse di evasione, non integrano più il reato più grave di «dichiarazione feraudolenta» (pene fino a 6 anni), ma il più lieve di «dichiarazione infedele» (pene fino a 3 anni, con prescrizione assicurata e niente carcere). E poi, per commettere reato, il contribuente infedele deve superare una certa «soglia di non punibilità», altissima: la dichiarazione infedele è reato solo sopra i 100 mila euro di imposta evasa; la dichiarazione fraudolenta, superiore a 75 mila. Una gigantesca licenza di evadere. Da «manette agli evasori» a «carezze agli evasori

Centro-destra, governo Berlusconi 2

25. Rogatorie (2001). Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C. La legge 367/2001 stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano «in originale» o «autenticati» con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.

26. Falso in bilancio (2002). Avendo cinque processi per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la Casa delle libertà approva la legge delega 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 coi decreti delegati: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5 per cento del risultato d’esercizio, l’1 per cento del patrimonio netto, il 10 per cento delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie («il fatto non è più previsto dalla legge come reato»), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo.

27. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Ue, il governo Berlusconi rifiuta di ratificare il «mandato di cattura europeo», ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la pubblica amministrazione. Secondo Newsweek, Berlusconi «teme di essere arrestato dai giudici spagnoli» per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia ottiene di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.

28. Il giudice trasferito (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua «immediata presa di possesso» presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’Appello con una nuova «applicazione» di Brambilla in tribunale sino alla fine del 2002.

29. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché a Milano l’intero tribunale sarebbe prevenuto contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono la «legittima suspicione» per motivi di ordine pubblico, vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei «porti delle nebbie» per riposarvi in pace. È la legge Cirami 248, approvata il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasferire i processi a Berlusconi: il tribunale di Milano è sereno e imparziale.

30. Patteggiamento allargato (2003). Sfumato il trasloco dei processi, bisogna inventarsi qualcosa per rallentarli prima che arrivino le sentenze, intanto si inventerà qualcos’altro: ecco dunque, nell’estate 2003, una nuova legge ad personam, quella sul patteggiamento allargato, che consentirà a qualunque imputato di chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno, guadagnando tempo fino a dopo le vacanze. La norma diventa legge l’11 giugno 2003: Berlusconi ormai è salvo grazie al lodo Schifani, ma Previti no. Dunque annuncia che utilizzerà la nuova legge sul patteggiamento allargato. Così i giudici devono dargli un mese e mezzo di tempo per decidere se patteggiare o meno. Non lo farà, ovviamente, ma intanto i processi sono sospesi fino a settembre-ottobre.

31. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori incombono. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Casa delle libertà approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato, del Consiglio e della Consulta (il provvedimento contiene anche la legge Boato, trasversale, che vieta ai giudici di utilizzare senza la previa autorizzazione delle Camere le intercettazioni «indirette», cioè disposte su utenze di privati cittadini, quando questi parlano con parlamentari). I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il «lodo».

32. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Casa delle libertà vara la legge ex Cirielli (l’ha disconosciuta persino il suo proponente), che riduce la prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15 anni, ma in 10).

33. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1.800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.

33. Condono ai coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta «interpretazione autentica» del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno «concorso a commettere i reati», anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.

34. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per farla riapprovare tale e quale (legge 46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.

35. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato una formazione paramilitare denominata Guardia nazionale padana, con tanto di divisa: le celebri camicie verdi, i guardiani della secessione. Processo che all’inizio vede imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni, Calderoli e altri quattro alti dirigenti che erano anch’essi parlamentari all’epoca dei fatti. I capi di imputazione formulati dal procuratore Guido Papalia sulla scorta di indagini della Digos e di copiose intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie, sono tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due vengono depenalizzati dal centro-destra con una leggina «ad Legam» nel 2005, con la scusa di cancellare i «reati di opinione», retaggio del codice «fascista»: così gli attentati alla Costituzione e all’unità e all’integrità dello Stato non sono più reati, salvo in caso di uso effettivo della violenza. Resta l’ultimo reato, la costituzione di banda armata a scopo politico, ma a questo – come vedremo – provvederà il terzo governo Berlusconi.

36. Legge anti-Csm (2002). Castelli riforma subito il Csm, riducendone i componenti e le competenze con la scusa di colpirne il sistema correntizio. La legge passa il 27 marzo 2002: nuovo sistema elettorale (collegio elettorale unico, nessuna lista di corrente, candidature individuali) e taglio degli organici da 30 a 24 membri (8 laici e 16 togati, di cui 10 giudici, 2 magistrati di Cassazione e solo 4 pm). Il Csm era passato da 21 a 30 membri nel 1975, quando i giudici in Italia erano meno di 6 mila. Ora che sono, compresi gli onorari, 18 mila, si torna indietro e si scende a 24. Una controriforma fatta apposta per far collassare il Csm, svilirlo e ridurlo alla paralisi e al silenzio.

37. Ordinamento giudiziario Castelli (2005). Il 1° dicembre 2004 la Casa delle libertà approva la legge delega del ministro Castelli che riforma l’ordinamento giudiziario. Il 16 dicembre Ciampi la respinge perché «palesemente incostituzionale» in almeno quattro punti. Ma la maggioranza la riapprova tale e quale, salvo lievissime modifiche, il 25 luglio 2005. Scompaiono soltanto le norme più dichiaratamente incostituzionali: quella che sgancia la polizia giudiziaria dal pm per sottoporla in esclusiva al governo; quella che affida al parlamento la scelta delle priorità dei reati da perseguire; quella che affida alla Cassazione un ruolo di guida e controllo gerarchico su tutta la magistratura, nelle progressioni in carriera e nelle scuole di formazione (dirette da un comitato di membri eletti col «concerto» del ministro). Per il resto, tutto confermato. Si torna agli anni più bui della giustizia italiana: una carriera selettiva che imbriglia i giudici in un’intricata rete di concorsi formalistici; uno svilimento delle competenze del Csm; una ristrutturazione verticistica e gerarchica delle procure, con il capo dominus assoluto dell’azione penale e il «potere diffuso» dei sostituti ridotto al nulla; una separazione surrettizia delle carriere di pm e giudici, accompagnata da «esami psico-attitudinali» per i neomagistrati, già previsti nel piano della P2; il divieto per i pm di spiegare le loro inchieste alla stampa; e infine l’obbligatorietà dell’azione disciplinare su qualunque esposto venga presentato contro un magistrato, anche il più infondato e pretestuoso. Per fortuna, la legislatura scade nel 2006 prima che il governo abbia il tempo di esercitare la delega con i decreti attuativi. Basterebbe che il centro-sinistra, come ha promesso agli elettori, cancellasse la Castelli e l’incubo svanirebbe. Ma non sarà così.

38-39. Due norme anti-Caselli più una (2004-2005). Gian Carlo Caselli, procuratore a Palermo, ha osato processare anche i politici mafiosi. Bisogna punirlo. Il governo Berlusconi prima lo licenzia nel 2002 da rappresentante dell’Italia nella nascente procura europea Eurojust. Poi, nel 2004, quando si candida a procuratore nazionale antimafia al posto di Pier Luigi Vigna, approva tre norme (una contenuta nell’ordinamento giudiziario, più altre due) per sbarrargli la strada e favorire l’altro candidato, Piero Grasso. L’ordinamento Castelli stabilisce, di fatto, che per diventare procuratore nazionale antimafia bisogna avere meno di 66 anni. Caselli compirà 66 anni il 9 maggio 2005 e Vigna scade il 15 gennaio 2005. Dunque la Castelli proroga pure il mandato a Vigna fino al 1° agosto 2005, quando compirà 72 anni. Così Caselli avrà già 66 anni e non potrà concorrere a succedergli. Come abbiamo visto, però, Ciampi boccia la Castelli. E il procuratore torna in pista. Ma il 30 dicembre il governo infila nel decreto «milleproroghe» un articoletto di tre righe che riproroga Vigna fino ad agosto. Seconda norma ad personam contro Caselli. Alla Camera, in sede di conversione, le assenze nella Casa delle libertà consentono al centro-sinistra di bocciarla, ma Rifondazione si astiene e la norma passa. Senza il nuovo ordinamento Castelli, però Caselli può comunque concorrere perché non è ancora in vigore il limite dei 66 anni: basta che il Csm faccia subito la nomina e il problema è risolto. Ecco dunque un emendamento all’ordinamento giudiziario, firmato da Luigi Bobbio di An, che prevede l’immediata entrata in vigore dei nuovi limiti di età. Perché – spiega Bobbio, spudorato – «dobbiamo avere la certezza che Caselli non vada alla superprocura». È la terza e decisiva norma ad personam contro Caselli: il Csm nomina Grasso, unico candidato superstite. Nel 2007 la Consulta dichiarerà incostituzionale la legge anti-Caselli. Tra i primi a felicitarsene – con quasi due anni di ritardo – sarà Piero Grasso: «Sono contento, quella era una legge che non ho condiviso». L’ha semplicemente usata. Unico magistrato della storia repubblicana nominato da un governo. E che governo.

40. Legge pro Carnevale (2004). Se Caselli non deve più occuparsi di mafia, la Casa delle libertà si prodiga per rimettere la toga a un giudice che ha ben meritato nel settore: Corrado Carnevale. L’ex «ammazzasentenze» si è dimesso dalla magistratura nel 2002 dopo la condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma poi la Cassazione ha annullato la condanna. Nel dicembre 2003 spunta una normetta ad personam che consente il rientro in servizio dei dipendenti pubblici sospesi o autopensionati in seguito a procedimenti penali e poi assolti. Proprio il caso di Carnevale. La norma è bipartisan: Santanchè (An), Maccanico (Margherita), Mastella (Udeur), Villetti (Sdi), Boato e Luana Zanella (Verdi). E viene approvata come emendamento alla finanziaria il 24 dicembre 2003 da tutti i partiti, Ds esclusi. Dal 2006 l’uomo che cassava le sentenze contro i boss, riceveva avvocati e imputati di mafia anche a casa propria, definiva «cretino» e «faccia da caciocavallo» Falcone e considerava Borsellino un incapace, è di nuovo un magistrato e viene reintegrato in Cassazione come presidente di una sezione civile per altri 6 anni e mezzo: cioè fino al 2013, quando ne avrà 83 (8 in più dell’età massima pensionabile per i magistrati). Per uno come lui, 83 anni non sono mai troppi. Per Caselli, invece, bastano e avanzano 66.

41. La trappola del 41bis (2002). Il punto 2 del papello di Riina recitava: «Annullamento decreto 41bis». Ma il 19 dicembre 2002 il governo Berlusconi fa approvare la legge 279 che trasforma il 41bis da provvedimento straordinario, rinnovato di semestre in semestre in via amministrativa dal ministro della Giustizia, in una misura stabile dell’ordinamento penitenziario. Pare un durissimo attacco alla mafia. Invece, di fatto, la nuova legge sortisce l’effetto opposto a quello dichiarato: centinaia di boss otterranno la revoca del 41bis dai Tribunali di sorveglianza. Per due motivi. 1) Una serie di difficoltà interpretative nate dalla nuova legge, trasformate dai difensori dei boss mafiosi in altrettante crepe per scardinare il sistema del carcere duro. 2) Se prima era difficilissimo per i boss far revocare il 41bis, visto che i tempi dei ricorsi erano più lunghi di quelli delle proroghe semestrali, e ogni volta bisognava ricominciare daccapo, da quando il regime carcerario è definitivo c’è tutto il tempo per chiedere e ottenere l’annullamento del carcere duro.

42. Illeciti contabili condonati (2005). Nella finanziaria del 2006, varata nel dicembre 2005, la Casa delle libertà introduce un colpo di spugna per i politici e gli amministratori pubblici condannati dalla Corte dei Conti. Il meccanismo del condono – denunciato dal procuratore generale della Corte Vincenzo Apicella – è semplice. I condannati nei giudizi di primo grado per «danno erariale» (cioè, in larga parte, i tangentisti che dovrebbero restituire il maltolto) possono chiedere alle sezioni d’Appello della Corte di definire il giudizio pagando una somma tra il 10 e il 20 per cento del danno quantificato nella sentenza. Il giudice, sentito il procuratore, può accogliere la richiesta nella misura massima del 30 per cento. Un bel regalo ai furbetti della pubblica amministrazione: un condono da centinaia di milioni.

43. Raddoppio del finanziamento ai partiti (2002). Per le elezioni del 2001 i partiti hanno incassato 93 milioni di euro: più del quadruplo di quanto avevano speso per quelle del 1996 (20 milioni). Ma i soldi non bastano mai. Così nel 2002, mentre si scontrano in parlamento e in piazza sulle leggi vergogna del governo Berlusconi, destra e sinistra presentano una leggina bipartisan per festeggiare l’arrivo dell’euro: con un cambio di favore, si passa da 800 lire a 1 euro per ogni elettore da moltiplicare per quattro (Camera, Senato, Europa, Regioni). E attenzione: gli elettori a cui succhiare i soldi non si calcolano su quelli che votano (37 milioni), ma su quelli iscritti alle liste elettorali della Camera (50,5 milioni): vale anche per le elezioni al Senato, dove però votano 4 milioni di elettori in meno. Per evitare che si noti troppo la sproporzione fra le spese effettivamente sostenute nelle campagne elettorali e i presunti «rimborsi» incassati, i tesorieri dei partiti gonfiano pure le spese: cioè le quadruplicano, infilando nei bilanci elettorali ogni sorta di esborsi per viaggi, pranzi, telefoni. Così, se le elezioni del 1994 erano costate 36 milioni, quelle del 1996 appena 20 milioni, quelle del 2006 addirittura 93 milioni, quelle del 2008 ne costeranno la bellezza di 136 (ma i partiti ne riceveranno 503 in cinque anni: 10 euro per ogni elettore, con un guadagno netto del 270 per cento sulle spese effettivamente sostenute). Ultima chicca: la nuova norma assicura i rimborsi per tutti e cinque gli anni della legislatura, anche se questa si interrompe anzitempo con le elezioni anticipate. Quella nata dalle elezioni del 2006 vinte di misura dall’Unione di Prodi, per esempio, si chiuderà già nel gennaio 2008, ma i partiti incasseranno i rimborsi per le elezioni 2006 fino al 2011, cumulandoli con quelli della nuova legislatura nata nel 2008. Di aumento in aumento, di ritocco in ritocco, nel 2006 il totale dei rimborsi elettorali raggiunge la cifra record di 200 milioni. Se nel 1993 ogni italiano versava ai partiti 1,1 euro, nel 2006 ne sborsa 10. Nel dicembre 2009 la Corte dei Conti rivelerà che nei 15 anni della Seconda Repubblica i partiti hanno prelevato dalle casse dello Stato un totale di 2,2 miliardi di euro.

44. Condonate le tangenti (2006). Nel febbraio 2006 il governo Berlusconi si congeda dalla legislatura con un’ultima leggina vergogna. Che passa quasi del tutto inosservata, anche perché fa molto comodo a tutti i partiti: quella che rende possibile la cartolarizzazione e la cessione a terzi, senz’alcun limite, dei loro crediti; esenta da responsabilità civile i loro amministratori; costituisce un «fondo di garanzia» per pagarne i debiti; e soprattutto decuplica da 5 a 50 mila euro il tetto sotto il quale i partiti possono ricevere versamenti da privati senza l’obbligo di dichiararli nella certificazione annua al parlamento e senza rischiare l’incriminazione per finanziamento illecito. È un’enorme franchigia per i fondi neri ai partiti e ai singoli politici, che potranno così incassare clandestinamente fino a un equivalente di 100 milioni l’anno pro capite senza più commettere reato. Il tutto mentre la controriforma elettorale Calderoli – proporzionale con liste bloccate, senza preferenze – esime i candidati dall’incomodo (e dalle spese) della propaganda elettorale.

45. Frattini (2002). Il 28 febbraio 2002 la Casa delle libertà approva la legge Frattini sul conflitto d’interessi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il «mero proprietario», non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle. Unica conseguenza per il premier: deve lasciare la presidenza del Milan

46. Gasparri 1(2003). In base alla nuova sentenza della Consulta del 2002, entro il 31 dicembre 2003 Rete4 deve essere spenta e passare sul satellite. Il 5 dicembre la Casa delle libertà approva la legge Gasparri sulle tv: Rete4 può seguitare a trasmettere «ancorché priva di titolo abilitativo», cioè anche se non ha più la concessione dal 1999; il tetto antitrust del 20 per cento sul totale delle reti non va più calcolato sulle 10 emittenti nazionali, ma su 15 (compresa Telemarket). Dunque Mediaset può tenersi le sue tre tv. Quanto al tetto pubblicitario del 20 per cento, viene addirittura alzato grazie al trucco del «Sic», che include un panel talmente ampio di situazioni da sfiorare l’infinito. Confalonieri calcola che Mediaset potrà espandere i ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno. Ma il 16 dicembre Ciampi rispedisce la legge al mittente: è incostituzionale.

47. Salva-Rete4 (2003). Mancano due settimane allo spegnimento di Rete4. Alla vigilia di Natale, Berlusconi firma un decreto salva-Rete4 (n.352) che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.

48. Gasparri 2 (2004). La nuova legge approvata il 29 aprile 2004, molto simile a quella bocciata dal Quirinale, assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché entro il 30 aprile il 50 per cento degli italiani capteranno il segnale del digitale terrestre, che garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18 per cento della popolazione riceve il segnale digitale. Ma l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.

49. Decoder di Stato (2004). Per gonfiare l’area del digitale, la finanziaria per il 2005 varata nel dicembre 2004 prevede un contributo pubblico di 150 euro nel 2004 e di 70 nel 2005 per chi acquista il decoder per la nuova tecnologia televisiva. Fra i principali distributori di decoder c’è Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, titolare di Solaris (che commercializza il decoder Amstrad).

50. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero delle tessere taroccate: prontamente, il 15 gennaio 2003, il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni con 30 milioni di multa la pena massima per smart card fasulle per le pay tv.

51. Salva-Milan (2002).Col decreto 282/2002, convertito in legge il 18 febbraio, il governo Berlusconi consente alle società di calcio, quasi tutte indebitatissime, di ammortizzare sui bilanci 2002 e spalmare nei dieci anni successivi la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni di euro.

52. Salva-diritti tv (2006). Forza Italia blocca il disegno di legge, appoggiato da tutti gli altri partiti di destra e di sinistra, per modificare il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso «collettivo» per non penalizzare le società minori privilegiando le maggiori. Il sistema resta dunque «soggettivo», a tutto vantaggio dei maggiori club: Juventus, Inter e naturalmente Milan.

53. Via la tassa di successione (2001). Il 28 giugno 2001 il governo Berlusconi abolisce la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dall’Ulivo). Per combinazione, il premier ha cinque figli e beni stimati in 25 mila miliardi di lire.

54. Autoriduzione fiscale (2004). Nel 2003, secondo Forbes, Berlusconi è il 45° uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 5,9 miliardi di dollari. Nel 2005 balza al 25° posto con 12 miliardi. Così, quando a fine 2004 il suo governo abbassa le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, L’espresso calcola che Berlusconi risparmierà 764.154 euro all’anno.

55. Plusvalenze esentasse (2003). Nel 2003 Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione. La riforma viene subito utilizzata dal premier nell’aprile 2005 quando cede il 16,88 per cento di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di tasse.

56. Sondaggi a spese nostre. Sondaggi a raffica sul presidente del Consiglio Silvio Berlusconi pagati con soldi pubblici: la brillante idea è di due senatori di Forza Italia, Salvatore Lauro e Mario Ferrara, che ne ricavano un emendamento alla legge finanziaria 2005, subito approvato dalla Cdl. In discussione in realtà erano il finanziamento e il programma delle celebrazioni per Cristoforo Colombo, ma nottetempo una mano furtiva ha inserito un ultimo comma che sembra fatto su misura per il premier. Il quale potrà consultare «enti o istituti di ricerca, pubblici o privati, istituti demoscopici nonché consulenti dotati di specifica professionalità». Per compensare tutti questi soggetti, la finanziaria stanzia 6 milioni di euro. Scopo ufficiale: monitorare costantemente «le politiche pubbliche adottate dal governo».

57. Villa abusiva con condono (2004). Il 6 maggio 2004, mentre La Nuova Sardegna svela gli abusi edilizi a Villa Certosa, Berlusconi fa approvare due decreti. Il primo stabilisce l’approvazione del piano nazionale antiterrorismo e contiene anche un piano (segretato) per la sicurezza di Villa Certosa. Il secondo individua la residenza di Berlusconi in Sardegna come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo». Ed estende il beneficio anche a tutte le altre residenze del premier e famiglia sparse per l’Italia. Così si bloccano le indagini sugli abusi edilizi nella sua villa in Costa Smeralda. Poi nel 2005 il ministro dell’Interno Pisanu toglie il segreto. Ma ormai è tardi. La legge 208 del 2004, varata in tutta fretta dal governo Berlusconi, estende il condono edilizio del 2003 anche alle zone protette: come quella in cui sorge la sua villa. Prontamente la Idra Immobiliare, proprietaria delle residenze private del Cavaliere, presenta dieci diverse richieste di condono edilizio. E riesce a sanare tutto per la modica cifra di 300 mila euro. Nel 2008 il tribunale di Tempio Pausania chiude il procedimento per gli abusi edilizi perché in gran parte condonati grazie a un decreto voluto dal mero proprietario della villa.

58. Ad Mediolanum (2005). Nonostante le resistenze del ministro del Welfare, Roberto Maroni, Forza Italia impone una serie di norme favorevoli alle compagnie assicurative nella riforma della previdenza integrativa e complementare (decreto legge 252/2005), fra cui lo spostamento di 14 miliardi di euro verso le assicurazioni, alcune norme che forniscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (a beneficio anche di Mediolanum, di proprietà di Berlusconi e Doris) e soprattutto lo slittamento della normativa al 2008 per assecondare gli interessi della potente lobby degli assicuratori (di cui Mediolanum è una delle capofila). Intanto, nel gennaio del 2004, le Poste Italiane con un appalto senza gara hanno concesso a Mediolanum l’utilizzo dei 16 mila sportelli postali sparsi in tutta Italia.

59. Ad Mondadori 1 (2005). Il 9 giugno 2005 il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti stipula un accordo con le Poste Spa per il servizio «Postescuola»: consegna e ordinazione – per telefono e online – dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria. Le case editrici non consegneranno i loro volumi direttamente, ma tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi. L’Antitrust esamina il caso, ma pur accertando l’indubbio vantaggio per le casse Mondadori, non può censurare l’iniziativa perché a firmare l’accordo non è stato il premier, ma la Moratti.

60. Ad Mondadori 2 (2005).L’8 febbraio 2005 scatta l’operazione «E-book», per il cui avvio il governo stanzia 3 milioni. E a chi affidano la sperimentazione i ministri Moratti (Istruzione) e Stanca (Innovazione)? A Mondadori e Ibm: la prima è di Berlusconi, la seconda ha avuto come vicepresidente Stanca fino al 2001.

61-62. Due scudi fiscali (2001-2003). Il 25 settembre 2001 il governo Berlusconi vara il decreto Tremonti 350 sul rientro dei capitali guadagnati e/o detenuti all’estero: quelli illegalmente esportati, ma spesso anche illegalmente accumulati commettendo reati. Si tratta contemporaneamente di una legge «ad aziendam», «ad aziendas», ma soprattutto «ad mafiam». Chiunque vorrà rimpatriare i propri tesori parcheggiati oltre frontiera potrà farlo depositandoli presso una banca italiana che funge anche da «mediatore»: cioè trattiene, per conto dello Stato, una modica tassa del 2,5 per cento (invece delle normali aliquote d’imposta che arrivano al 50-60 per cento) e rilascia al cliente una «dichiarazione riservata» di ricevuta. Ma la novità più ghiotta è l’assoluto anonimato garantito a chi compie l’operazione: un regalo che non ha precedenti nella storia dei ben 22 fra condoni e amnistie del dopoguerra. Guardacaso, Berlusconi è imputato per 1.500 miliardi di lire in nero su 64 società del «comparto estero» Fininvest. Teoricamente, versando all’erario appena 50 miliardi di lire, può far rientrare tutto quel denaro senza neppure farlo sapere. Il risultato dello scudo, comunque, è deludente, ben al di sotto delle aspettative: appena 1.600 milioni di euro. Così nel 2003 Tremonti concede il bis, riaprendo i termini per scudare i capitali rimpatriati. Ma anche il secondo scudo porta un misero gettito nelle casse dello Stato: 497 milioni appena. Alla fine, tra il primo e il secondo, si incasseranno circa 2 miliardi di euro, a fronte di 77 miliardi rientrati, almeno sulla carta, in Italia (31,7 «regolarizzati» più 46 rimpatriati).

63. Esenzione Ici pro Chiesa (2005). Nella finanziaria approvata nel dicembre 2005 per il 2006, la Cdl stabilisce che le confessioni religiose che hanno sottoscritto l’Intesa con lo Stato italiano non pagheranno l’Ici nemmeno sugli immobili a fini commerciali. Un ottimo sistema per comprare, a spese dei contribuenti, i voti controllati dalla Cei in vista delle elezioni del 2006. L’esenzione riguarda anche le associazioni no profit. La Cgil stima un enorme buco nei bilanci dei comuni: non meno di 500-700 milioni di euro l’anno.

64. Inquinamento legalizzato (2001-2002). Nel 2001 la procura di Firenze apre un’inchiesta sui lavori per l’Alta velocità in Toscana: durante gli scavi delle gallerie, è stato inquinato l’ambiente, intaccando le falde acquifere. A risolvere il problema all’italiana, provvede la legge Lunardi 443/2001: terre e rocce da scavo, anche di gallerie, non costituiscono più rifiuti e possono essere utilizzate per riempire cave o depressioni del terreno, anche se contaminate da sostanze inquinanti. Ma solo se la composizione media dell’intera massa non presenta una concentrazione di inquinanti superiore ai limiti massimi previsti dalle leggi vigenti. Il trucco c’è e si vede: basta diluire l’inquinamento aumentando il volume della massa considerata. In pratica una tonnellata di materiali contaminati viene mischiata con 100 tonnellate di rocce «pulite» e il gioco è fatto: tutto risulta in regola, anche se l’inquinamento è stato soltanto mascherato, non certo eliminato. Il 7 marzo 2002 il governo fa di più e di peggio: dichiara con apposito decreto non più inquinanti le emissioni tossiche dello stabilimento Enichem di Gela, sequestrato dalla magistratura. L’impianto riapre. Salvi tutti gli indagati. Nell’agosto 2002 concede il tris con un’«interpretazione autentica» del concetto di rifiuto: migliaia di tonnellate di residui di produzione, anche pericolosi, con un semplice tratto di penna vengono «riabilitati». All’improvviso non sono più rifiuti, ma sostanze riutilizzabili seguendo norme meno rigorose e cautelative. Più veleno per tutti.

Centro-sinistra (2006-2008), governo Prodi 2

65. Indulto extralarge (2006). Nel luglio 2006 centro-sinistra e centro-destra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la pubblica amministrazione (che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla), compresa la corruzione giudiziaria, altrimenti Previti resterebbe agli arresti domiciliari. Una nuova legge ad personam che regala anche al Cavaliere un «bonus» di tre anni da spendere nel caso in cui fosse condannato in via definitiva.

66. Ordinamento Mastella (2006-2007). Dopo aver solennemente promesso agli elettori di cancellare l’ordinamento giudiziario Castelli prima che entrino in vigore i decreti delegati, il ministro della Giustizia Clemente Mastella si mette d’accordo col centro-destra per farlo passare quasi tutto, con qualche modesta correzione. Entrano in vigore inalterate le norme che verticizzano le procure e riformano gli illeciti disciplinari dei magistrati. I ritocchi riguardano gli altri 8 decreti delegati di Castelli. Il risultato finale è devastante: ciascun magistrato dovrà frequentare ogni quattro anni una speciale Scuola della magistratura (tre le sedi: a Bergamo, a Firenze e a Benevento, collegio elettorale del ministro) e, al termine, superare ogni volta un esame di professionalità. Dopo una bocciatura subirà il blocco dello stipendio; dopo due bocciature potrà essere revocato dalle funzioni; alla terza bocciatura dovrà essere rimosso. Un corso speciale, con annesso esame attitudinale, dovrà subire chi vuole passare dalla requirente alla giudicante o viceversa: e potrà farlo solo dopo cinque anni di servizio nella funzione precedente, e solo se cambierà distretto. Di fatto, è la separazione della carriere (mascherata da «distinzione delle funzioni»). Non solo: chi ricopre incarichi direttivi (procuratore capo, presidente di Tribunale o di Corte d’Appello) o semidirettivi (procuratore aggiunto) non può durare in carica più di 8 anni, poi è obbligato a cambiare sede oppure perde il posto e viene degradato a (per esempio a sostituto procuratore): una norma che decapita decine di procure e tribunali per mesi e mesi. Non basta ancora: per partecipare al concorso di accesso alla magistratura non basterà più la laurea in legge: bisognerà essere avvocati da almeno tre anni o giudici di pace o magistrati amministrativi o avere svolto incarichi in università o in uffici pubblici. Il che impedirà a chi proviene dai ceti più umili e non può permettersi di gravare sulla sua famiglia, di indossare la toga. Ultima sciagura: i magistrati di prima nomina (quelli che hanno già svolto un anno e mezzo di «uditorato», cioè di tirocinio accanto a un collega esperto e anziano) non potranno più fare i pm né i giudici monocratici. Siccome le sedi più disagiate, di solito, si reggono proprio sui «giudici ragazzini» distribuiti dal Csm nei posti vacanti messi a concorso per le toghe di prima nomina, mentre in seguito sono i magistrati a scegliere dove lavorare, il risultato sarà disastroso: nel giro di due anni il folle divieto della Mastella aprirà voragini in decine di procure portandole alla paralisi per mancanza di pubblici ministeri. Unica nota positiva: il Csm torna a 30 membri (20 togati e 10 laici): quanti erano prima che il governo Berlusconi li riducesse a 24.

67. Segreto di Stato su Sismi e Abu Omar (2006-2007). Quando, nel 2006 la procura di Milano scopre che uomini del Ros e i vertici del Sismi (il generale Niccolò Pollari, il suo vice Marco Mancini e il fido analista Pio Pompa) hanno aiutato la Cia a sequestrare, nel 2003 a Milano, l’imam egiziano Abu Omar, poi deportato e torturato per mesi in Egitto, e li fa rinviare a giudizio, il governo Prodi pone il segreto di Stato (come già il governo Berlusconi all’inizio del 2006), salvando Pollari e Mancini da sicura condanna. E solleva ben due conflitti di attribuzione fra poteri dello Stato dinanzi alla Consulta contro i giudici di Milano, che si ostinano a processare gli spioni per sequestro di persona in base a elementi che non ritengono coperti da segreto di Stato. Non solo, ma il segreto di Stato viene apposto anche sull’archivio riservato, trovato dalla Digos nell’ufficio segreto di Pompa in via Nazionale a Roma, con dossier su magistrati, giornalisti e politici sgraditi a Berlusconi. Non contento, il centro-sinistra il 3 agosto 2007 vara pure la riforma dei servizi segreti, che contiene un codicillo salva-Pollari: quello che obbliga gli 007 a non rispondere ai giudici su fatti coperti da segreto di Stato. Così Pollari sosterrà di non potersi difendere da accuse che ritiene ingiuste perché, facendolo, violerebbe il segreto. Pollari e Mancini verranno assolti, sebbene colpevoli, perché con la nuova legge sono «improcedibili».

68. Salva-Telecom (2006). Il 20 settembre 2006 i giudici di Milano arrestano Luciano Tavaroli, fino a pochi mesi prima capo della security Telecom e altre 20 persone legate alla struttura, con l’accusa di aver spiato e schedato per anni dipendenti, fornitori, giornalisti scomodi, politici e imprenditori. L’archivio accumulato dai Tavaroli boys, migliaia di fascicoli e dossier, terrorizza il mondo politico. Che decide in tutta fretta, d’amore e d’accordo, l’immediata distruzione dei dossier, prim’ancora di sapere che cosa contengono. Mastella vara in pochi giorni un provvedimento che ordina ai giudici di bruciare immediatamente tutto il materiale sequestrato. È il decreto 259, intitolato «Disposizioni urgenti per il riordino della normativa in tema di intercettazioni telefoniche». Il Consiglio dei ministri lo approva il 22 settembre. A nulla valgono le obiezioni dei magistrati e dello stesso ministro Di Pietro: i dossier sono il corpo del reato, mandarli al macero prima del processo è come bruciare una busta di polvere bianca appena sequestrata senza prima appurare se è farina o cocaina. O gettar via una pistola senza prima accertare se è un giocattolo o una P38. Il parlamento converte in legge il decreto, con qualche modifica, il 19 novembre con 413 sì, 1 no e 142 astenuti (Forza Italia, che avrebbe voluto peggiorare il testo un altro po’). Sarà il gip su richiesta del pm, a disporre la distruzione dei materiali illegalmente raccolti. Se però questi sono corpo di reato, il pm deve chiederne la secretazione e la custodia in un luogo protetto. Chi detiene «consapevolmente» informazioni illecite rischia fino a 5 anni di carcere. Chi le pubblica, multe da 50 mila a 1 milione di euro. Ma non basta, perché nella riforma dei servizi segreti del 2007, oltre alla norma salva-Pollari, ce n’è anche una salva-Telecom. Stavolta è nascosta nel decreto attuativo della riforma, varato l’8 aprile 2008. Fra le ragioni che possono giustificare il segreto di Stato, c’è anche «la tutela di interessi economici, finanziari, industriali, scientifici, tecnologici, sanitari ed ambientali». Una definizione talmente ampia e generica da comprendere tutto, anche i rapporti tra Sismi e Telecom. Infatti Mancini sostiene che c’era un filo diretto tra la security Telecom e il Sismi per scambi di informazioni. Dunque, come Pollari per Abu Omar, farà scena muta al processo, opponendo il segreto di Stato, che il governo Berlusconi si affretterà a confermare.

Centro-destra (2008-2010), governo Berlusconi 3

69. Lodo Alfano (2008). Nel luglio 2008, alla vigilia della sentenza nel processo Berlusconi-Mills, il Pdl tornato al governo approva la legge Alfano (detta impropriamente «lodo») che sospende i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato e del Consiglio sino al termine della carica. Si bloccano così per un anno e mezzo i processi Mills e Mediaset a carico di Berlusconi. Poi, nell’ottobre 2009, la Consulta boccia la legge Alfano in quanto incostituzionale e i processi ricominciano per qualche mese.

70. Legittimo impedimento (2010). Dopo aver tentato invano di varare la controriforma detta «processo breve» (che fulmina tutti i processi che durino più di 6 anni e mezzo, e quelli in corso in primo grado da più di 3 anni, compresi dunque quelli a carico del premier), per l’ostilità dei finiani, così come quella che di fatto abolirebbe le intercettazioni e imbavaglierebbe la cronaca giudiziaria, all’inizio del 2010 Berlusconi riesce di nuovo a congelare i suoi due processi (ai quali s’è aggiunto quello sul caso Mediatrade): il 10 marzo 2010 viene approvata una legge del ministro Alfano che rende automatico il «legittimo impedimento» a comparire nelle udienze per il premier e i ministri. E non solo per le attività di governo, ma anche per quelle «preparatorie e consequenziali, nonché comunque coessenziali alle funzioni di governo». Il tutto per una durata di 6 mesi, prorogabili fino a 18. Basterà una certificazione della presidenza del Consiglio e i giudici dovranno fermarsi, senza poter controllare se l’impedimento sia effettivo e legittimo. Il tutto in attesa della soluzione finale, cioè della nuova legge ad personam: il lodo Alfano bis, da approvarsi con legge costituzionale, che metterebbe definitivamente al riparo il capo dello Stato e quello del governo (e forse anche i suoi ministri) dai processi, anche per reati commessi prima di entrare in carica ed estranei dall’esercizio delle funzioni. Il nuovo scudo serve, recita la legge 51 in vigore dal 7 aprile 2010, per garantire loro «il sereno svolgimento delle funzioni». Risultato: i processi a Berlusconi sono sospesi fino all’ottobre 2011. Ma il 13 gennaio la Consulta ha ritenuto parzialmente incostituzionale il legittimo impedimento, affidando al giudice la valutazione degli impegni del premier.

71. Più Iva per Sky (2008). Il 28 novembre 2008 il governo raddoppia l’Iva a Sky, la pay-tv di Rupert Murdoch, principale concorrente di Mediaset, portandola dal 10 al 20 per cento.

72. Meno spot per Sky (2009). Il 17 dicembre 2009 il governo Berlusconi vara il decreto Romani che obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12 per cento di affollamento orario di spot.

73. Più azioni proprie (2009). La maggioranza aumenta dal 10 al 20 per cento la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La norma viene subito utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.

74. Decreto ad listas (2010). Visto che le liste del Pdl sono state presentate fuori tempo massimo nel Lazio e senza timbri di autenticazione a Milano, il governo vara un decreto «interpretativo» che stravolge la legge elettorale, sanando ex post le illegalità commesse per costringere il Tar a riammetterle. Ma non si accorge che, nel Lazio, la legge elettorale è regionale e non può essere modificata da un decreto del governo centrale. Così il Tar ribadisce che la lista è fuorilegge, dunque esclusa.

75. Ad Mondadori 3 (2010). L’Agenzia delle entrate contesta alla Mondadori il mancato pagamento di 173 milioni di euro di tasse evase nel 1991, in occasione della fusione tra Amef e Arnoldo Mondadori, dopo che il maggior gruppo editoriale italiano passò da De Benedetti a Berlusconi in seguito a una nota sentenza comprata da Previti con soldi del Cavaliere. Mondadori ricorre in primo e secondo grado vince la causa, ma il fisco ricorre in Cassazione e lì c’è un giudice molto severo che rischia di dar torto all’azienda berlusconiana. Così il premier vara un decreto, il 40/2010, che consente a chi ha vinto la causa in due gradi di giudizio di chiudere il contenzioso fiscale in Cassazione versando solo il 5 per cento del valore della lite. Così, invece di 173 milioni (che poi salirebbero a 350 con gli interessi), Mondadori se la cava con 8,6 milioni.

76. Lodo ad Legam (2010). Per salvare i leghisti delle camicie verdi ancora imputati a Verona per costituzione di formazione paramilitare fuorilegge (gli altri due reati sono già stati depenalizzati nel 2005), ecco una norma ben nascosta in un decreto omnibus, il 66/2010 approvato a marzo ed entrato in vigore a ottobre col titolo «Codice dell’ordinamento militare». Il decreto comprende la bellezza di 1085 norme e, fra queste, la numero 297, che abolisce il decreto legge 43 del 14-2-1948: quello che puniva col carcere da 1 a 10 anni «chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici» e si organizzano per compiere «azioni di violenza o minaccia». Il trucco c’è e si vede: un provvedimento che abroga una miriade di vecchie norme inutili viene usato per camuffare la depenalizzazione di un reato gravissimo. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa parla di «errore materiale», facilmente sanabile con un errata corrige. Ma il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, a suo tempo imputato a Verona, dice che non si può e che la norma non l’ha voluta lui, ma l’apposita commissione tecnica istituita dal governo Prodi. La commissione però lo smentisce. Al giudice di Verona, alla ripresa del processo, non resterà che prendere atto della depenalizzazione anche dell’ultimo reato e prosciogliere tutti gli imputati.

77. Salva-generali di Nasiriyya (2009). Onde evitare l’accusa di legiferare soltanto ad personam per il premier, anche in questa legislatura il centro-destra pensa anche ad altre personas. Per esempio, dando un’altra mano a Pollari e Mancini, apponendo il segreto di Stato anche nei processi per le schedature del Sismi e per i dossieraggi Telecom. Poi apparecchia una legge su misura per gli ufficiali imputati nei due processi in corso al Tribunale militare di Roma per la strage di Nasiriyya: cioè accusati di non aver fatto tutto il possibile per proteggere gli impianti e gli uomini loro affidati, agevolando così il lavoro dei kamikaze che il 12 novembre 2003 uccisero 19 italiani e 9 iracheni presso la base del nostro contingente militare in Iraq. La norma è nascosta nelle pieghe della legge che proroga le missioni militari italiane all’estero approvata il 29 dicembre 2009: i Tribunali militari, per procedere nei confronti di un soldato o di un ufficiale, dovranno avere il via libera del ministero. Nella vicenda di Nasiriyya, dunque, dovrebbe essere il ministro La Russa a chiedere di mandare alla sbarra i generali. Traduzione: il processo evaporerà per sempre. Gli avvocati delle vittime ritengono però che la «riforma» sia incostituzionale e chiedono al Tribunale militare di sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale.

78. Salva-rifiuti (2008). Il 27 maggio 2008, appena insediato il governo Berlusconi-3, vengono arrestate a Napoli 25 persone, tra cui funzionari e dipendenti del commissariato per l’emergenza in Campania. Secondo l’accusa, avrebbero consentito per anni di smaltire in discariche a cielo aperto rifiuti «tal quali» spacciandoli per «ecoballe» ecologicamente trattate con la complicità dell’impresa Fibe-Impregilo che avrebbe dovuto curare i trattamenti, «con grave pregiudizio per l’ambiente e la salute pubblica». Agli arresti domiciliari finisce, fra gli altri, Marta Di Gennaro, la vicecommissaria del neosottosegretario alla Protezione civile e commissario ai rifiuti, Guido Bertolaso, pure lui indagato. Ed ecco pronto un decreto del governo Berlusconi per sterilizzare l’azione dei magistrati: il 90/2008. Oltre a militarizzare le nuove discariche per allontanare le proteste dei cittadini, il decreto deroga alle norme nazionali ed europee sullo smaltimento dei rifiuti e consente di seguitare a sversare nelle discariche campane anche quelli tossici e pericolosi; punisce col carcere chi abbandona rifiuti ingombranti o pericolosi nelle strade della Campania; attribuisce al procuratore capo di Napoli la competenza regionale sui reati legati ai rifiuti e all’ambiente e a un organo collegiale l’adozione delle misure cautelari per gli stessi reati, espropriando così le altre procure campane e creando una mostruosa superprocura centralizzata per i rifiuti. Il Csm denuncia il contrasto fra il decreto e il principio costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, per la norma che prevede una tipologia di reato ad hoc solo per i rifiuti ingombranti abbandonati in Campania. Il decreto finisce dinanzi alla Consulta per un’eccezione sollevata dal tribunale di Torre Annunziata: il decreto punisce certi comportamenti solo in Campania, non nel resto d’Italia, in barba al principio di eguaglianza.

79. Salva-beni mafiosi (2008). Il più grosso regalo del governo alle mafie è la norma, contenuta nella legge finanziaria approvata nel dicembre del 2009 per il 2010, che consente la vendita all’asta di tremila immobili confiscati alle mafie, destinando la metà dei proventi al ministero dell’Interno e l’altra metà al ministero della Giustizia. Si tratta di immobili che non possono essere destinati «a finalità di pubblico interesse». Risultato: siccome nei territori controllati militarmente dai clan nessun cittadino avrà mai il coraggio di acquistare i beni appartenenti a un mafioso, gli unici soggetti che parteciperanno all’asta pubblica saranno i prestanome degli stessi boss, che potranno così mostrare la loro onnipotenza riappropriandosi dei beni confiscati. A nulla valgono le proteste di magistrati, opposizioni e associazioni antimafia.

80. Scudo fiscale (2009). Nel giugno del 2008 il governo smantella subito l’Ici, la tassa comunale sulle abitazioni per tutte le prime case, escluse quelle signorili, le ville e i castelli (appena 40 mila unità immobiliari a uso abitativo su 31 milioni censiti in tutto il paese). Una norma smaccatamente pro ricchi, visto che per chi pagava fino a 100 euro di Ici all’anno, cioè per il 40 per cento dei proprietari di prime case, l’Ici l’aveva già abolita il governo Prodi nel 2008, esentando quei 7 milioni di famiglie che vivono nelle case più modeste e prevedendo maggiori detrazioni per i restanti 10 milioni. Ora nemmeno questi ultimi – i redditi medio-alti – pagheranno più un euro, con un costo per lo Stato di quasi 4 miliardi di euro. Il tutto a opera del governo che predica il «federalismo fiscale» e poi abolisce l’unica tassa federale, fra l’altro a prova di evasione. Ma non basta, perché subito dopo arriva il nuovo scudo fiscale. Il terzo della lunga era Tremonti, che aveva solennemente giurato di non farlo mai più. Funziona come gli altri due, con la differenza che sui capitali fatti rientrare, in cambio dell’anonimato e dello «sbiancamento», il governo chiede alle banche di trattenere una tassa non del 2,5, ma del 5 per cento. Comunque una miseria, specie in tempo di crisi finanziaria mondiale. In sede di conversione, poi, scompare addirittura l’obbligo per le banche di segnalare le operazioni sospette all’antiriciclaggio e vengono condonati alcuni gravissimi reati finanziari, contabili e tributari collegati con l’esportazione di capitali occulti. Lo scudo poi non si applica soltanto al denaro, ma anche alle case, agli yacht e ai beni di lusso in generale, che ovviamente restano dove sono, cioè all’estero.

 

Tratto da: http://spacepress.wordpress.com/2013/03/18/micromega-le-leggi-della-vergogna/

Tratto da: nocensura.com

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DA MAGGIORDOMO DI ARCORE A " SCENDILETTO " DELLA KYENGE

Pubblicato su 6 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

E’ la storia di Angelino Alfano e, in gran parte, del Pdl. Che dopo avere rastrellato voti in nome della sicurezza e del taglio alle tasse, si sono accomodati al governo con ex clandestini e tartassatori.

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Ma è nell’enfant poco prodige Alfano, che si sintetizza in maniera perfetta questa metamorfosi. Mentre Lampedusa è presa d’assalto da folle di africani – alcuni persino accompagnati da giornalisti – lui si gingilla tra convegni e ospitate. Assicura che si, arrivano mille clandestini al giorno ma in fondo, non è un’emergenza, tanto li sparpaglia in tutta Italia: i nuovi Kabobo. In questo suo progetto di ‘minimizzazione’ del fenomeno, è ben accompagnato dai giornali, che hanno relegato Lampedusa in un angolo buio della loro coscienza. Per ripescarla – statene certi – l’8 Luglio, quando il capo dello Ior sbarcherà anche lui.

In tre mesi che è al governo, Angelino nostro ne ha combinate parecchie. Ha dato il via libera alla svuotacarceri – dopo avere promesso il contrario – non ha respinto neanche un clandestino e ne ha accolti a migliaia. Si gloriò, settimane fa, mentre ne arrivavano cento all’ora, di averne rimpatriati una novantina in una settimana. Ma la sua non è solo incapacità, c’è del ragionamento, perverso, ma c’è. Perché la Kyenge ha assicurato che loro due, insieme, rivedranno la legge sulla cittadinanza e il reato di clandestinità. E Alfano non ha smentito. E’ da mesi che fa lingua in bocca con la congolese.

Come tutti i politicanti che fanno politica per mero arrivismo personale e non perché ‘credono’ – stile Renzie per intenderci – è anche lui affetto da poltronismo. Essere al governo lo ‘eccita’, si sente importante. Cosa sarebbe, lui, dopo la fine del governo Letta? Un nulla travestito da niente. E’ la sindrome di Fini.
Un ministro degli interni dovrebbe abbandonare Roma, e porre la sua base su una nave militare nel Canale di Sicilia finché l’emergenza invasione non fosse risolta. Lo so, è un sogno, ma dovrebbe essere la normalità. Ma a gente come Alfano non frega nulla dell’Italia e della sua gente, a loro interessa solo il proprio tornaconto politico.

Svuotano le carceri e spalancano le porte. Tanto loro hanno le scorte, e i clandestini non busseranno a casa loro. Non stupreranno le loro figlie. Non aggrediranno i loro genitori. Loro sono intoccabili. E fanno l’accoglienza con il sedere degli altri. Esattamente come il capo dello Ior. Tanto i clandestini non vanno in Vaticano.

Tratto da: identita.com

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BUFALE TRIONFALI E VERGOGNE VARIE

Pubblicato su 6 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

BUFALA ONE

 

Come Anthony Eden,il nostro BurLetta nazionale,scende dall'aereo agitando il foglietto delle briciole che gli usurai hanno concesso al loro gauleiter,così da poter rincitrullire con sogni di vittoria il popolo  e continuare a mungerlo senza problemi.

 

Si è vista come poi è finita per il povero Eden....e anche allora c'erano di mezzo i crucchi...

 bufale.jpg

E così iniziano le danze degli autoincensamenti e dei peana di trionfo: "Ce l'abbiamo fatta"...che fa il paio con la precedente del decreto del non fare: "Vinta la lotta alla disoccupazione (sic!), ora le imprese non hanno alibi. (Repubblica) "

SegueSaccomanni : "Ottima notizia,la luce che vedo in fondo al tunnel non è il treno che ci viene addosso..."

A parte le continue percezioni extrasensoriali dei vari elettricisti (Monti,il primo...secoli fa) che vedono luci...dove regna l'oscurità profonda e magari sentono pure voci...adesso abbiamo anche visionari ferroviari...non solo vede la luce,ma sa pure che non è un treno....beato lui...vista da rapace notturno....non concessa ai normali mortali che pare vedano solo il nero-inchiostro in cui sono immersi da un paio d'anni.

 

Ma vediamo i motivi della festa di tutto l'obitorio parlamentare maggioritario che da ore sta brindando e ballando,quasi che le truppe lettiane tornassero dal saccheggio di Troia...

 

a) Intanto è meglio subito precisare a cappello di quanto segue che per il 2013 non c'è trippa per gatti.

Il mucchiettto d'ossi gettato in pasto alla servitù italiota non riguarda l'anno in corso....si vedrà prossimamente...sarebbe d'obbligo il condizionale (come direbbe il buon filosofo Trap "non dire gatto se non ce l'hai nel sacco")...ma noi siamo ottimisti...

 

b) A partire dal 2014,bene che vada,ci saranno disponibili 6 miliardi (cifra da noi precedentemente prevista,e di cui tanto discutemmo qui con un lettore..),ma per progetti cofinanziati e  precedentemente approvati anno per anno dalla UE.

Barroso: "Cercheremo (cercheremo?) di consentire deviazioni temporanee del deficit strutturale verso l'obiettivo del pareggio strutturale nel 2014-2015."

Quindi,austerità non certo finita.....resta il fiscal compact e ammenicoli vari,non c'è una virgola di cambiamento nei piani demenziali degli usurai.

Briciole,una piccola boccata d'ossigeno perchè il malato non crepi....c'è ancora molto da spolpare...

A conferma,mentre i nostri eroi brindavano,arriva il comunicato di Olli Rehn a rimettere in riga gli entusiasmi: resta il tetto del 3% del deficit,quindi toglietevi dalla testa di poter allentare il cappio.

 

c) da notare che siamo lontani dalla richiesta italiana della golden rule,e cioè di non contabilizzare nel deficit di bilancio gli investimenti infrastrutturali del governo.Tali ed eventuali investimenti saranno contabilizzati come ora,a debito,ma con l'obbligo di rispettare il tetto del 3%.

Quindi ben poco spazio di manovra e di spesa avrà il governo.

Gli aiuti concessi,l'uso dei 6 miliardi, in pratica li decide la UE.

 

d) Il reale stato dei conti.Molti dubbi sono stati sollevati sul fatto che i conti siano quelli presentati.Si teme l'apparire di poste nascoste a debito (derivati....) e il fatto che alcune spese non sono ancora state contabilizzate.Il sospetto è che siamo già oltre il tetto del 3%,cosa che forse sanno pure Letta e compagni e che proprio per questo montano il teatrino trionfale perr tirare avanti.

 

e) Saccomanni : " L'opera si revisione della spesa (ormai sono secoli che ne parlano....) è la nostra priorità,condizione essenziale per poter allentare il prelievo fiscale".

Ergo,volete togliere IVA e IMU e ridurre il cuneo fiscale? Senza una manovra e altri tagli,rien a faire.

Chissà poi che effetto avrà il tutto sulla recessione in atto,considerato che di tagli veri alle spese vere,finora manco l'ombra.Andrà a finire come al solito....pagheranno i soliti noti.

Alla faccia di fantomatici tesoretti da 15...23 miliardi....di cui si favoleggia nei fogli da imballaggio di certi pennivendoli...

 

BUFALA TWO

 

A proposito di mancati tagli,salta fuori che l'abolizione delle Province è incostituzionale.

Dobbiamo ritenere che Monti e i fior di professori regalatici dal Colle fossero così ingenui o incapaci da non saperlo?

Difficile da credere....ma facevano parte della trionfale politica degli annunci,dei titoli sui giornali,dei lecca lecca dei pennivendoli (tattica ben imparata dall'allievo Letta),della presa per il culo del pecorame italico.

E' questo che resta nella memoria,e non come finiscono poi realmente le cose.

Se avesse potuto,il nostro buffone professore avrebbe annunciato pure lo sbarco degli alieni in visita a Palazzo Chigi...pur di farsi credere uno statista galattico.

Eravamo e siamo invece in mano a mistificatori galattici..!

Compreso il presunto batman del Colle....pure lui,che non fa che sfogliare ogni minuto questa bibbia ad usum pauperum (i potenti se ne fottono...) che ormai è diventata la Kostituzione.....,non sapeva che questa abolizione era incostituzionale?

 

VERGOGNA ONE

 

Sarebbe interessante sapere,lo dico per i pasdaran della Kostituzione che ogni giorno ci tengono sermoni sul suo rispetto (vero Zagrebelsky,Scalfari....?) chi governa in Italia.

Se quattro panciuti generali in pensione,gonfi di privilegi e di grasso,camerieri USA,o il Parlamento?

Noi dubbi in merito non ne abbiamo (tanto per semplificare...tutti comandano,meno noi...),ma lo chiariscano una volta per tutte anche alle masse di peones che ascoltano e credono ancora ai sermoni dei cerimonieri.

La vergogna è la grottesca vicenda relativa all'acquisto dei famosi caccia F-35....rinviato dal Parlamento e prontamente ignorato dal Consiglio di Difesa,con a capo....ma guarda un po',il john wayne del Colle,altro sermonista d'antan...

A voi giudicare,ogni altra parola è inutile....

 

VERGOGNA TWO

 

Non sapendo che altro fare,un Governo incapace di qualsiasi riforma,non trova di meglio che fare altri danni con un decreto svuotacarceri attualmente in discussione in Parlamento.

Incapace di costruire nuove carceri,di cui si parla da anni,di riformare una giustizia da terzo mondo,un processo civile più simile ad una via crucis senza fine...e di ogni altra cosa che servirebbe,ha pensato bene di liberare un po' di delinquenti,tanto per animare i giorni grigi della crisi.

Non contento,propone gli arresti domiciliari per reati fino a sei (6) anni.

C'è poco da aggiungere,basta guardare a quali crimini corrispondono i reati in questione...

Se non fosse tragico,potremmo dire che è il solo e vero provvedimento incisivo per aumentare l'occupazione...visto l'andazzo ci saranno file di lavoratori all'ufficio di collocamento di mafie,camorre....e di tanti altri disperati che,visti gli incentivi,si daranno al banditismo. 

 

VERGOGNA THREE

 

Grido di allarme delle banche italiane...le sofferenze stanno crescendo...

Ma non ci avevano detto che il sistema bancario italiano era sano,e che MPS era un'eccezione?

Pare invece che il dissesto finanziario,frutto di incapacità,misfatti e ladrocini sia la regola.

Nonostante i miliardi regalati dalla BCE in due occasioni (e all'1%),salta fuori il solito politico trombato,di un partito che manco esiste più da anni,ma fatto presidente dell'ABI che invoca l'intervento dello Stato...!

Ma con che faccia di bronzo il miracolato Patuelli,uno zombi politico resuscitato dalla cricca di dementi suoi amici...con che faccia può chiedere aiuti pubblici per banche usuraie responsabili in gran parte della crisi attuale e che hanno sistematicamente truffato i risparmiatori?

Siamo al solito vergognoso giochetto criminale di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

A dargli manforte un altro demente,un certo Nicastro direttore generale Unicredit,che senza pudore dice che l'intervento dello Stato (che manco ha gli occhi per piangere) é essenziale.

Ma come si fa a tollerare questi indegni figuri che dopo essersi ingozzati di utili e titoli tossici vengono a piangere da mamma Stato.

Ma non erano liberisti,fautori del libero mercato...?

E noi dovremmo pagare i misfatti di questi delinquenti?

 

A parlar di queste cose,l'unica cosa buona é che crescono gli istinti omicidi....

 

Tratto da: stavrogin2.com

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E ADESSO DOBBIAMO CHIEDERE LE DIMISSIONI DELLA BONINO

Pubblicato su 5 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Il ministro Josefa Idem si é dimessa per aver evaso l’IMU.Il Ministro Emma Bonino deve invece rispondere di violazione del diritto internazionale.

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Solo una decina di giorni fa è bastato evadere il pagamento dell’IMU per indurre Josefa Idem, il Ministro per le Pari opportunità, lo Sport e le Politiche giovanili, del governo Letta a dare le dimissioni, adesso qualcosa di incomparabilmente più grave è stato commesso dal Ministro degli esteri Emma Bonino.

Il fatto è noto a tutti (o forse bisognerebbe scrivere “dovrebbe” essere noto a tutti, dato che i principali quotidiani hanno rapidamente fatto passare la notizia in secondo piano), l’aereo presidenziale con a bordo il Presidente della Bolivia Evo Morales si è visto rifiutare il permesso di sorvolo del territorio di Francia, Spagna, Portogallo e anche di quello italiano nonostante un precedente accordo col quale il nostro Paese aveva invece concesso tale autorizzazione.

La motivazione addotta per il grave gesto è stato il sospetto che a bordo dell’aereo presidenziale si trovasse Edward Snowden, il protagonista dello scandalo Datagate seguito alla divulgazione di informazioni legate all’attività di spionaggio operata dalla NSA (National Security Agency), l’agenzia per la sicurezza nazionale degli USA, che ha fatto conoscere al mondo intero le attività di spionaggio che i Governo degli Stati Uniti ha operato ai danni sia di comuni cittadini statunitensi e non solo, e a danno di esponenti politici e dell’economia di paesi che figurano tra gli alleati.

Ma di fatto il permesso già accordato non poteva essere revocato senza configurare una grave violazione del diritto internazionale e della sicurezza stessa del Presidente boliviano e di tutti i passeggeri e i piloti del volo, come ampiamente spiegato ad es. sulle pagine del Fatto Quotidiano:

Come sottolineato da alcuni studiosi, negare lo spazio aereo a un aereo presidenziale in precedenza debitamente autorizzato, cozza contro varie norme del diritto internazionale. Innanzitutto contro quelle volte a proteggere le immunità personali e funzionali dei Capi di Stato.  

Che sono norme fondamentali cui si può derogare solo in caso di crimini internazionali che qui ovviamente non sussistono se non, eventualmente, da parte degli Stati Uniti. Infatti Snowden, che peraltro non si trovava sull’aereo presidenziale boliviano, è accusato solo di violazione delle leggi statunitensi. E tale presunta violazione è stata compiuta in omaggio a un superiore principio giuridico per denunciare le gravi illegalità commesse dal governo degli Stati Uniti.

L’onore della comunità internazionale e la salvaguardia dei principi fondamentali del suo diritto sono nelle mani del governo boliviano e degli altri Stati, latinoamericani e non, che hanno giustamente e fortemente protestato contro questa grave violazione del diritto internazionale.

Sulla mancata conferma dell’autorizzazione italiana c’è stata subito confusione, una tardiva comunicazione del Ministro ha cercato di farla passare come un atto automatico, infatti il permesso sarebbe decaduto nel momento in cui l’aereo è atterrato fuori programma (costretto dai divieti, anche quello italiano?) a Vienna.

Stranamente però il governo boliviano convocherà anche l’ambasciatore italiano a La Paz per avere spiegazioni sull’accaduto, come ci fa sapere il Messaggero “Snowden, giallo sullo stop all’aereo di Morales la Bolivia convoca ambasciatori Italia e Francia“.

Ora si dà il caso che la persona responsabile della nostra politica estera in questo momento sia il Ministro Emma Bonino e che quindi la stessa debba essere chiamata a rispondere della violazione del diritto internazionale che sembra essere avvenuta in questa circostanza, ma va segnalato il fatto che nessun organo d’informazione, neanche quelli che hanno denunciato l’accaduto, chiami alle sue responsabilità il Ministro Bonino che evidentemente beneficia di un trattamemto del tutto particolare se come ricordato si fa un paragone con quanto avvenuto solo pochi giorni prima al Ministro Josefa Idem costretta alle dimissioni per aver aggirato il pagamento dell’IMU.

In precedenza il Ministero presieduto dalla Bonino aveva anche rifiutato di prendere in considerazione la richiesta di asilo politico con la motivazione un po’ pilatesca che la richiesta essendo stata presentata via Fax anziché di persona non è conforme alle regole vigenti.

Ieri poi finalmente il Ministro ha preso posizione dichiarando che la richiesta non può essere comunque accolta perché “è in gioco la fiducia tra alleati” come riferisce il Corriere della Sera in un articolo i cui commenti non lasciano dubbi su cosa pensi la gente di queste Resta il fatto che il Ministro degli esteri sembra applicare la legge in base a personali convenienze, per cui nel caso della violazione del diritto internazionale perpetrata nel caso della vicenda del Presidente Boliviano la Bonino non si fa problemi ad andare contro le regole, salvo poi nel caso della richiesta di asilo diventare più scrupolosa di un giurista bizantino e fermarsi di fronte ad un vizio formale.

I motivi per mettere sotto accusa il comportamento del Ministro degli esteri sono forti ed evidenti e sono sia di natura legale che politica, una politica incerta, pasticciata e piena di punti poco chiari, in poche parole incompetente, ma Emma Bonino è una di quelle figure delle quali è vietato fare anche la più leggera critica, e infatti nessun riferimento al suo ruolo ministeriale è presente anche negi articoli critici verso la condotta italiana nella vicenda Snowden.

Bonino una specie di santa laica, Bonino l’intoccabile, tanto da non essere neanche nominata dalla stampa più contestatrice. Chi si schiera per la verità sugli abusi delle autorità USA  sia coerente fino in fondo e ne chieda le dimissioni.

Fonte: enzopennetta.it

- See more at: http://guardforangels.altervista.org/blog/e-adesso-dobbiamo-chiedere-le-dimissioni-della-bonino/#sthash.073MI02O.dpufmanovre:

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IL FMI E' GIA' A CASA NOSTRA

Pubblicato su 4 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Quando verrà il giorno in cui chi  provocato la fine della libertà, dell’indipendenza e dell’autodeterminazione, oltre che della sovranità politica, economica, culturale e militare, dell’Italia e dell’Europa pagherà per i crimini commessi contro il proprio popolo ?

Claudio Marconi

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Di "spedizioni" della troika abbiamo scritto praticamente ogni settimana in merito alla Grecia, ma anche alla Spagna e al Portogallo. Senza grosso clamore mediatico, ora, è la volta di una nuova tornata di "controlli". E questa volta riguardano l'Italia. Il Fondo Monetario Internazionale è a Roma, e i suoi emissari si muovono tra il Tesoro, la Banca d'Italia, Palazzo Chigi e varie authority di vigilanza. Passano in rassegna i nostri compiti, come gli ispettori del Ministero dell'Istruzione di volta in volta nelle scuole pubbliche. Solo che questa volta si parla in lingua anglofona, cioè straniera.

Il Ribelle

Ci apriamo al nemico insomma. O meglio, ci lasciamo invadere, occupare e controllare da chi di fatto è all'origine della crisi nella quale siamo. L'Fmi viene a verificare che dopo i proclami di Letta, in merito a Imu, Iva e Lavoro, in ogni caso non si sgarri da quanto a suo tempo prescritto. E noi non solo li facciamo entrare, ma gli stendiamo il tappeto rosso dinnanzi a ogni passo.

Il punto di attualità, al centro di questo viaggio d'ispezione dell'Fmi, è chiaro: vuole vedere da dove prendiamo la copertura per le manovrine rilanciate dal Governo Letta. Anche gli italiani vorrebbero saperlo, ma mentre noi ce ne stiamo calmi ad aspettare Godot, l'Fmi invece non perde tempo, pretende di vedere i libri contabili e ci fa le pulci.

 

 

Altro capitolo d'indagine, cioè, d'ispezione: il settore finanziario nel suo complesso, ovvero lo stato di salute delle banche italiane. In tal senso bisogna riscontrare che la European Banking Authority (l'Eba), cioè l'istituzione comunitaria di controllo sulla sorveglianza bancaria, al momento non ha riscontrato particolari criticità. Ma siccome l'ultima ondata di stress test fatta alle Banche europee ha avuto la veridicità di un incontro di wrestling, visto quello che è successo dopo, ora Washington vuole vederci chiaro, e di persona. Del resto la decisione di qualche giorno addietro di coinvolgere anche i depositanti negli eventuali (eventuali?) casi di sofferenza degli istituti bancari è eloquente. O almeno dovrebbe esserlo.

 

Per quanto ci riguarda, del resto già abbiamo le loro basi e i loro militari tra noi da almeno sessanta anni, figuriamoci se possiamo permetterci di dire no a chi viene a rovistare tra i nostri cassetti contabili. Peraltro, grossomodo un anno addietro, l'Fmi ci aveva già bacchettato in merito allo stato del nostro sistema bancario. Ma all'epoca c'era Mario Monti al governo, cioè uno di loro, il quale solo qualche mese prima aveva girato un assegno da 2.5 miliardi a Morgan Stanley, per chiudere una operazione di derivati sottoscritta dall'Italia a suo tempo sulla quale, la Banca statunitense, sentito puzza di bruciato, aveva chiesto - e ottenuto - di essere liquidata all'istante. Con l'uomo del Bilderberg e della Goldman Sachs al governo, allora, il gioco fu semplicissimo. I media ufficiali, ovviamente, non ne parlarono affatto, e mentre sull'Italia si abbatteva la più grande scure di macelleria sociale degli ultimi decenni una mole tale di denaro drenata dalle casse pubbliche prendeva la via occidentale.

Ora al governo c'è Letta, altro uomo del Bilderberg e dei poteri forti. Difficile che la musica cambi. 

 

Lo diciamo in altre parole: dopo le notizie uscite in odore di derivati pericolosi che riguardano il nostro Paese - che ovviamente, malgrado le smentite, è una realtà - c'era insomma bisogno di una nuova missione dell'Fmi a Roma. Scommettiamo che tra un po' il governo Letta, anche in questo caso, nel silenzio più ossequioso dei media, staccherà qualche altro bell'assegno per chiudere operazioni che le Banche creditrici d'oltreoceano ritengono a rischio mentre dalle nostre parti iniziamo seriamente a morirci di fame?

Tratto da: vocidallastrada.com

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BLITZ DI NAPOLITANO: GLI F35 NON SI TOCCANO

Pubblicato su 4 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Le conclusioni di questo consiglio, presieduto da Giorgio II, volgono sempre più verso un servilismo agli gli Stati Uniti, e verso l’American way of life, del resto già abbondantemente importata in Europa.

Mai che si prenda una posizione volta a restituire all’Italia una posizione autonoma sulla scena europea e mondiale.

Ci vogliono far continuare ad essere “ l’esercito di Franceschiello”.

Tutti questi mutamenti politici che strombazzano ai quattro venti sono solo fumo negli occhi in quanto il quadro politico rimane sostanzialmente e funzionalmente succube degli USA, prima, e di Bruxellex,poi: schiavi eravamo e schiavi restiamo.

Questa nostra povera Italia ormai è circondata da una palude, montante da ogni lato, prossima a sommergerne definitivamente le rovine.

Claudio Marconi

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Il Consiglio di Difesa presieduto dal Capo dello Stato sentenzia: la decisione sui caccia è nostra. Il Parlamento non ha diritto di veto. Critiche e reazioni.

Non si mette in discussione un “sindacato” delle Camere sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate ma “tale facoltà del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo”. Questo è quanto affermato dal Consiglio Supremo di Difesa, che si è riunito oggi sotto la presidenza di Giorgio Napolitano.

Non sembra placarsi la polemica sull’acquisto dei 90 F35. Dopo l’approvazione (quasi una settimana fa) della mozione della maggioranza che affida alle Camere un potere di decisione su ogni «ulteriore» acquisto, l’organo presieduto dal Capo dello Stato avverte il Parlamento che sull’argomento non ha alcun potere di veto. Cosa vuol dire? Sui programmi che riguardano la Difesa, come l’acquisto dei cacciabombardieri, a decidere sarà il governo.  Il ruolo delle Forze Armate, ha tenuto a sottolineare il Consiglio, resta “insostituibile”. Ma proprio per questa loro centralità, anche in relazione agli scenari di crisi e alle missioni internazionali, l’ammodernamento delle Forze Armate e degli strumenti di difesa deve essere “adeguato” ai tempi ed al contesto internazionale, guardando alla necessaria evoluzione tecnologica. In sostanza, il modello di Forze Armate non può essere disegnato in astratto ma deve essere calato sulle esigenze concrete che riguardano anche la sicurezza del Paese.

La decisione del Consiglio provoca non poche reazioni e commenti dei parlamentari. Gero Grassi, cicepresidente del Gruppo Pd alla Camera dei deputati ha detto: “Nel totale rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza del Consiglio Superiore della Difesa, autorevolmente presieduto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, faccio notare che le decisioni del Parlamento non rappresentano un diritto di veto, ma una scelta libera, consapevole ed indipendente alla quale, credo, tutti debbano attenersi”.

Per il Pd ha parlato anche Gian Piero Scanu, capogruppo Pd in commissione Difesa alla Camera: “Nel più totale rispetto della funzione del Consiglio supremo di Difesa, che svolge un ruolo di equilibrio e garanzia secondo i principi della Costituzione, e’ necessario ricordare che la legge di riforma dello strumento militare attribuisce al Parlamento la competenza primaria in materia di acquisizione e riordino dei sistemi d’arma”.

“La mozione recentemente approvata dalla Camera, inoltre, ribadisce la titolarità del Parlamento su questa materia e impegna il governo a tener conto delle proprie indicazioni. Il comunicato del Consiglio supremo di Difesa – ha osservato ancora – va inteso pertanto come un contributo importante al dibattito in corso. La sovranita’ del Parlamento, infatti, non puo’ essere derubricata come mero esercizio di veto e, d’altro canto, come tutte le leggi, anche quella di riforma dei sistemi d’arma e’ stata contro firmata dal Capo dello Stato”.

Mentre Riccardo Nuti, capogruppo M5s alla Camera, ha commentato dicendo che “l’intervento del Consiglio supremo di Difesa” su gli F35 “è l’ennesima prova che il Parlamento viene concepito come ratificatore di provvedimenti del Governo. È sconvolgente che Napolitano avalli questo ennesimo schiaffo. Ci aspettiamo che come presidente del Consiglio di Difesa, faccia chiarezza”. E ha aggiunto: “Fa venire i brividi pensare che mille persone elette dal popolo non possano pronunciarsi sull’acquisto di strumenti per le Forze Armate senza il consenso popolare, portando verso una forma di presidenzialismo di fatto”. E su Facebook M5s ha scritto: “Ancora una volta il Parlamento non conta nulla e la Costituzione è carta straccia. Fino a quando?”.

Sull’argomento è intervenuto anche Gennaro Migliore, presidente dei deputati di Sinistra Ecologia Libertà: “Non c’era nessuna sospensione del programma di acquisto degli F35 nella mozione approvata alla Camera, a differenza di quanto sostenuto dalla maggioranza”. “Secondo quanto ribadito oggi dal Consiglio Supremo di Difesa, e già sostenuto da Sel durante le votazioni delle mozioni alla Camera, la legge 244/2012 non è vincolante e, contrariamente a quanto affermato dalla maggioranza, non trasforma la facoltà di indirizzo del Parlamento in diritto di veto sulle decisioni dell’esecutivo in merito alla qualità e la quantità degli armamenti. Con la nostra mozione – ha sottolineato Migliore – il Parlamento avrebbe sospeso in via definitiva l’acquisizione degli F35. Ci auguriamo che al Senato venga approvata la mozione presentata da Sel, o quella analoga del senatore Pd Casson, per porre, una volta per tutte, la parola fine alla partecipazione dell’Italia al programma degli F35 e per utilizzare le risorse, stimate in circa 14 miliardi – ha concluso – ad un programma straordinario di investimenti pubblici per la messa in sicurezza delle scuole, degli asili nido e della sicurezza del territorio”.

Fonte: http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=46293&typeb=0&Gli-F35-non-si-toccano-blitz-di-Napolitano

Tratto da: signoraggio.it

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TOTO' RIINA: L'AGENDA ROSSA RUBATA DAI SERVIZI SEGRETI

Pubblicato su 3 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Il boss mafioso detenuto nel carcere di Opera a Milano è un fiume in piena, le sue dichiarazioni toccano quegli eventi che hanno determinato la svolta nella storia del nostro Paese, consentendo il transito dalla Prima alla Seconda Repubblica e la salita di Cosa nostra sul carro dei vincitori. A partire dal famoso ‘papello’ contenente le richieste avanzate dalla mafia siciliana, nel cui contesto spicca il ruolo di Giovanni Brusca, oggi collaboratore di giustizia. Brusca, ha dichiarato Riina, fu “il primo a parlare del ‘papello’”, ma “non ha fatto tutto da solo, c’è la mano dei servizi segreti”. Per poi parlare della famosa e mai più ritrovata agenda rossa del giudice Borsellino: “La stessa cosa vale anche per l’agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l’agenda. In via D’Amelio c’erano i servizi”.

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Secondo il capomafia Cosa nostra non avrebbe mai potuto organizzare due stragi come quelle di Capaci e via D’Amelio senza l’appoggio di altri personaggi appartenenti ad ambienti para istituzionali: “Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse, come è che sono responsabile di tutte queste cose?”. E ancora: “Nella strage di Capaci – ha continuato Riina – mi hanno condannato con la motivazione che essendo io il capo di Cosa nostra non potevo non sapere come è stato ucciso il giudice Falcone. Lei mi vede a me a confezionare la bomba di Falcone?”.
 Le rivelazioni – riferite da La Repubblica - che l’ex capo di Cosa nostra ha rilasciato qualche settimana fa  ad alcuni agenti del gruppo speciale della polizia penitenziaria, fanno parte di una relazione che è stata oggi depositata al processo sulla trattativa tra Stato e mafia, nell’ambito della quale, asserisce Riina: “Sono stati loro a venire da me non io da loro”, aggiungendo poi che “Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino”. Frasi criptiche che dovrebbero in realtà tradursi in una concreta collaborazione con la giustizia. 
“Le ripetute e ravvicinate affermazioni del Riina su vicende processuali o fatti che lo riguardano (come l’arresto) appaiono anomale rispetto a un atteggiamento che da sempre lo ha contraddistinto, di ‘riservatezza’ nell’approccio con gli operatori tutti” ha detto Giacinto Siciliano, direttore del carcere di Opera, secondo il quale la “’loquacità’ di Riina “potrebbe avere un preciso significato quanto essere riconducibile a un deterioramento cognitivo legato all’età”.
Il boss corleonese, parlando con gli agenti, si è inoltre dichiarato “andreottiano da sempre”: “Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre” ha detto durante una pausa di processo della trattativa all’agente che gli domandava se fosse vera la storia del bacio tra lui e Giulio Andreotti. 
Inutile dire che possono essere fatte innumerevoli congetture sul motivo che ha spinto Totò Riina, il quale ha sempre negato di essere a conoscenza della trattativa, a rilasciare dichiarazioni di tale peso. La verità è che Riina è ben consapevole, essendo condannato a numerosi ergastoli, che, come quasi tutti i capi di Cosa nostra (escluso Matteo Messina Denaro, tuttora latitante)  non uscirà mai più dal carcere. La ragione più plausibile che si nasconde dietro questa improvvisa inversione di rotta è che il capomafia voglia lanciare un messaggio, ricordando tutti i segreti di cui è a conoscenza. Finchè rimane in vita, Riina è una bomba pronta a esplodere in qualsiasi momento contro quello Stato-mafia che ancora oggi occupa le stanze del potere. 
Non è un caso, nè la prima volta che Riina fa delle rivelazioni proprio a ridosso dell’anniversario della strage di via d’Amelio. Nel luglio del 2009, dopo diciassette anni di silenzio, disse sull’uccisione di Paolo Borsellino che “L’ammazzarono loro”. E poi – riferendosi agli uomini dello Stato – aggiunse: “Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi”. 
Riina, o chi per lui, sta lanciando nuovi messaggi intimidatori: forse Cosa nostra, ancora una volta, vuole ricattare lo Stato-mafia? Aspettiamo e vedremo.

http://www.antimafiaduemila.com/2013070143745/giorgio-bongiovanni/toto-riina-qlagenda-rossa-rubata-dai-servizi-segretiq.html

Tratto da: informarexresistere.fr

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ALLARME PENSIONI

Pubblicato su 3 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Non c'è niente da dire: sono proprio pieni di fantasia! Non smettono mai di sorprenderci. Di prelievo in prelievo ( leggi rapina ) la marcia verso l'impoverimento del nostro popolo sta andando avanti a marce forzate. La pensione non è una " elemosina " o un " regalo " che ci fa lo Stato, la pensione sono soldi nostri che abbiamo pagato per parecchi anni noi e le aziende. Evidentemente pensano bene, dalla loro logica criminale, di trattarli come i conti correnti applicando un prelievo forzoso. Questa è una guerra vera e propria e come in tutte le guerre, si sa, il saccheggio è ammesso.

Claudio Marconi

dito

Il governo italiano, per salvare le banche, intende abbassare le pensioni già erogate. Anche quelle su cui gravano già mutui e prestiti. L’unica eccezione saranno probabilmente quella più basse, le sociali o poco più. E’ quanto si evince dalla risposta data giovedì alla Camera dei deputati dal sottosegretario al Lavoro Carlo Dell’Aringa (Pd) ad un’interpellanza del deputato Andrea Giorgis, anch’esso democratico. Con una palese violazione della Costituzione (riscrivere ex post le regole con le quali i lavoratori sono già andati in quiescenza), l’economista-ministro ha preventivato una cosiddetta “rimodulazione” delle pensioni già in corso. Evidentemente livellare verso la povertà la gran parte del popolo italiano è un atto “democratico”. I redditi d’oro non soffriranno granché.

Fonte: rinascita.eu

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RENZI "CHIUDE" FIRENZE : LA STAZIONE AI ROM E PONTE VECCHIO A MONTEZEMOLO

Pubblicato su 2 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Leggete queste due notizie:

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Luca Di Montezemolo, l’uomo che ha finanziato la salita in politica di Monti. Ora il “cavallino rampante” dell’imprenditoria italiana vuole salire sul carro di Renzi, e il sindaco non si nega. Così gli affitta Ponte Vecchio per una sera, alla modica cifra di 100 mila euro, meno del costo di una Ferrari, per una cena sotto le stelle con i top clients della casa di Maranello.

Rabbia “rossa” – Un’iniziativa, quella andata in scena a Firenze sabato 29 giugno, che ha fatto storcere il naso all sinistra del Pd che intanto prepara le primarie per la segreteria. Tra i candidati ci sarebbe anche Matteo Renzi. Lui mentre aspetta risposte da Epifani per le regole del congresso, blocca ai turisti Firenze per una notte e la consegna con tanto di catering all’amico “Luca”. L’asse Renzi-Monti-Montezemolo è ormai realtà. Ma i fiorentini, soprattutto quelli “rossi” non hanno gradito questo show sotto le stelle, tra giacche a doppiopetto e sorrisi al caviale. Così hanno protestato lungo l’Arno prendendosela con i vigili urbani che presidiavano la cena di Montezemolo.

Firenze – Sembra una notizia da mondo alla rovescia. Ma a chi è capitato di usare il treno per andare a Firenze, è forse capitato anche di sentire la solita voce in sottofondo avvisare che, i binari 8, 9, 10, 11, 12 e 13 (la piattaforma ’pregiata’ della stazione) vengono chiusi «dalle 7.30 alle 17.30». Per lavori? No, è a causa “delle bande di rom che, da mesi, esasperano i passeggeri in transito”, questa la risposta delle Ferrovie a chi chiede spiegazioni.

Insomma, per arginare il fenomeno dell’abusivismo e della violenza da parte di immigrati e Rom, si chiude la stazione. Come chiudersi in casa la sera, invece di eliminare il problema alla radice. E’ la politica renziana.

Firenze è invasa da un’ondata di questuanti, ogni angolo del centro è tappezzato, coperto con scientifica precisione, scrive la Nazione. Fuori, invece, lontano dalle vetrine e dallo sciamare dei turisti, trovano un giaciglio. Come sul lungarno del Tempio, trasformato in un camping a cielo aperto, con sporcizia e sbandati nell’area verde del quartiere. Oppure ancora più lontano, tra le sterpaglie di Brozzi e Quaracchi, angoli dimenticati da Dio e dagli amministratori, ma serviti dalle linee Ataf, quelle dove nessuno vuole più salire per via dell’arroganza di certi senza biglietto.

E lungo l’argine dell’Arno materassi, coperte, fornellini e tutto il necessario per accamparsi. Le grida d’allarme dei residenti rimangono puntualmente inascoltate. E così, nei giardini dove dovrebbero giocare i bambini, sono arrivati pure i ’punkabbestia’ con i loro cani. Il bivacco continua.

C’è tutta la rappresentazione della ‘sinistra moderna’, quella che ha rottamato gli operai per inseguire gay, immigrati e padroni.
Direi che nulla ne esemplifica meglio l’ideologia di queste due ‘chiusure’: da una parte ‘appalta’ l’arte e l’identità della città al ricco di turno – una sorta di prostituzione che dentro al Comune di Firenze conoscono bene – e dall’altra chiude parte della stazione, perché ‘appaltata’ al degrado ‘migrante’. Tutto torna, tutto si tiene. E’ la società moderna: pochi ricchissimi da una parte, masse di nullafacenti dall’altra. E le persone normali in mezzo, schiacciate.

Marx aveva individuato bene i mali intrinsechi della società capitalista, sopratutto ne aveva compresa una sua evoluzione naturale che avrebbe sfociato in una sorta di ‘pre-comunismo’. Non c’era molto bisogno, secondo lui, di ‘lottare’ contro il capitalismo, questo, alla fine, si sarebbe trasformato da solo, bastava solo ‘accompagnarlo’ sull’orlo del precipizio e poi, dargli una piccola, lieve, spinta. E aveva ragione, perché il ‘capitalismo senile’ somiglia sempre più alla società comunista. Non c’è molta differenza, tra i magazzini sovietici statali, e i Wal-Mart americani tutti uguali in ogni città. L’unica differenza è l’abbondanza di beni, ma questa è casuale e temporanea.

Ma almeno Marx era in buona fede, aveva a cuore l’interesse dei poveri e delle masse, e mai avrebbe potuto intuire che i suoi nipotini si sarebbero venduti agli interessi di micro-minoranze, che siano gli industriali-chic alla Montezemolo, i gay associati o i fratelli rom. Marx non aveva previsto Renzi, Vendola e Pisapia. E come poteva?

La società distopica che questi personaggi stanno costruendo è esattamente come questo esempio regalatoci da Renzie. Ricchi asserragliati in quartieri privati con guardie e sorveglianza, circondati da baraccopoli nelle quali le persone normali verranno lentamente ‘ingoiate’. E’ il Brasile, classico esempio di società multietnica.

Tratto da: identita.com

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