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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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In Italia 4,8 mln di persone sono in condizioni di povertà assoluta

Pubblicato su 19 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

In Italia, una famiglia su quattro versa in condizioni di disagio sociale. È ciò che emerge dal rapporto Noi Italia pubblicato dall’Istat, secondo il quale, nel 2011, sei famiglie su dieci (il 58%), hanno vissuto con uno stipendio inferiore ai 2.500 euro mensili, ovvero (29.956 euro annui, circa 2.496 euro al mese).

L’istituto di statistica rileva, inoltre, come la disuguaglianza nella distruzione del reddito sia particolarmente alta in Campania e in Sicilia, dove il reddito medio annuo è inferiore di oltre il 28% rispetto a quello del resto della Penisola. In Sicilia, inoltre, metà delle famiglie vive con 17.804 euro annui, circa 1.484 euro mensili.

Nel 2012, poi, una famiglia su quattro (24,9%) ha presentato almeno tre delle difficoltà che si contemplano nell’indice sintetico di deprivazione, mentre al Sud la percentuale ha raggiunto il 41%. In particolare, il 2,4% delle famiglie non si può permettere l’acquisto di una tv, di un telefono o di un’auto, il 50,5% afferma di non riuscire a permettersi una settima di vacanza lontano da casa, il 17,5% non si può permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni e il 22% non riesce a scaldare adeguatamente la propria abitazione.

Sono in condizioni di povertà assoluta, invece, il 6,8% dei nuclei familiari, per un totale di più di 4,8 milioni di persone. L’incidenza più alta della povertà assoluta si registra in Sicilia (29,6%), Puglia (28,2%), Calabria (27,4%) e Campania (25,8%). Nella Provincia autonoma di Trento si osserva il dato più basso: 4,4%.

Fonte: cgiamestre.com

Tratto da: http://www.ecplanet.com

In Italia 4,8 mln di persone sono in condizioni di povertà assoluta
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Carlo De Benedetti lavora per i Rothschild

Pubblicato su 19 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Guardate chi compare nel consiglio d’amministrazione della Compagnie Finanzière Edmond de Rothschild di Parigi:
http://www.edmond-de-rothschild.fr/It/edr-it/pages/governance.aspx

Proprio lui, il Gran Maestro Venerabilissimo Carlo de Benedetti, vero ed unico Re della politica italiana. Tutto normale, storicamente accertabile e verificabile, l’Italia e le sue politiche finanziarie sono nelle mano degli usurai Rothschild fin dall’unificazione del 1860, come diversi senatori hanno negli anni denunciato e sottolineato.

E’ così che il senatore italiano Siotto Pintor (qui la sua scheda sul sito del Senato) definiva e descriveva la devastante influenza che il Clan Rothschild operava ed esercitava sulla neo unita penisola italiana, in specifico si riferiva ai prestiti ottenuti da Cavour e altri da James e Carl de Rothschild (fatti ben documentati perfino da Repubblica del gruppo Espresso di De Benedetti).

1863: “Il malcontento è grave, un senso di malessere si diffonde in tutte le classi della società. Le sorgenti della ricchezza vanno a disseccarsi. Noi facciamo il lavoro di Tantalo o di Penelope. Il signor Rothschild, re del milione, è, finanziariamente parlando, re dell’Italia”  (Senatore Siotto-Pintor, Atti Parlamentari, Discussioni del Senato, sess. 1863-65, v. IV, p.3091.)

Fonte: http://www.losai.eu/carlo-de-benedetti-lavora-per-rothschild/

Tratto da: informarexresistere.fr

Carlo De Benedetti lavora per i Rothschild
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L'inquietante intreccio dei nomi che appoggiano Renzi: "Poteri forti che vogliono eliminare la sinistra"

Pubblicato su 18 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Una magistrale inchiesta di Franco Fracassi svela l'intreccio dei nomi che svernano all'ombra di Renzi. E c'è poco da stare allegri perchè, tra questi, ve ne sono di terribilmente inquietanti. Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l'ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall'Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all'Iraq e della potenziale guerra all'Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano.

Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi. Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l'allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi. Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il "New York Post", ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita. In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie. Infine, anche il suppoter renziano Marco Bernabè ha forti legami con Tel Aviv, attraverso il fondo speculativo Wadi Ventures e, il cui padre, Franco, fino a pochi anni fa è stato arcigno custode delle dorsali telefoniche mediterranee che collegano l'Italia a Israele.

Forse aveva ragione l'ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c'è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D'Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra». Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d'affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari.
La carriera del giovane broker italiano venne punteggiata di premi e riconoscimenti per le sue abilità di valutazione dei mercati. In quegli anni trascorsi dentro il gruppo statunitense, Serra iniziò a frequentare anche i grandi nomi del mondo bancario italiano, da Matteo Arpe (che ancora era in Capitalia) ad Alessandro Profumo (Unicredit), passando per l'allora gran capo di Intesa-San Paolo Corrado Passera. Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments.
Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.
L'anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l'attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d'ogni tempo. Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.

Definito dall'ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglietore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis. E così, nell'ultimo anno il gotha dell'industria e della finanza italiane si sono schierati uno a uno dalla parte di Renzi. A cominciare da Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse: «Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane». Poi venne Carlo De Benedetti, con il suo potentissimo gruppo editoriale Espresso-Repubblica («I partiti hanno perduto il contatto con la gente, lui invece quel contatto ce l'ha»). E ancora, Diego Della Valle, il numero uno di Vodafone Vittorio Colao, il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l'amministratore delegato Andrea Guerra, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, l'ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, il patron di Eataly Oscar Farinetti, Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Romiti, Martina Mondadori, Barbara Berlusconi, i banchieri Fabrizio Palenzona e Claudio Costamagna, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca, il patron di Lega Coop Giuliano Poletti, Patrizio Bertelli di Prada, Fabrizio Palenzona di Unicredit, Il Monte dei Paschi di Siena, attraverso il controllo della Fondazione Montepaschi gestita dal renziano sindaco di Siena Bruno Valentini, e, soprattutto, l'amministratore delegato di Mediobanca Albert Nagel, erede di Cuccia nell'istituto di credito.

Proprio sul giornale controllato da Mediobanca, "Il Corriere della Sera", da sempre schierato dalla parte dei poteri forti, è arrivato lo scoop su Monti e Napolitano, sui governi tecnici. Il Corriere ha ripreso alcuni passaggi dell'ultimo libro di Alan Friedman, altro uomo Rcs. Lo scoop ha colpito a fondo il governo Letta e aperto la strada di Palazzo Chigi a Renzi. Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: «Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica». Gad Lerner ha, più recentemente, detto: «Non troverete alla Leopolda i portavoce del movimento degli sfrattati, né le mille voci del Quinto Stato dei precari all'italiana. Lui (Renzi) vuole impersonare una storia di successo. Gli sfigati non fanno audience».

 

- See more at: http://www.infiltrato.it/inchieste/linquietante-intreccio-dei-nomi-che-appoggiano-renzi-poteri-forti-che-vogliono-eliminare-la-sinistra?avvisi-top=elettopaolo%40libero.it#sthash.oTFMZATa.dpuf

L'inquietante intreccio dei nomi che appoggiano Renzi: "Poteri forti che vogliono eliminare la sinistra"
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Cronache ItaGliote: Reggio Calabria in Bancarotta, la Camusso Invoca la Patrimoniale, E Sussanna Tutta Panna se ne Va.

Pubblicato su 17 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Buon inizio di settimana a Tutti!

E siate felici perché (parrebbe) che ora arrivi Matteo Renzi che sostituirà Enrico Letta, con un programmone da brividi (scritto in Basic) ovvero:

Punto 1: Matteo Renzi al posto di Enrico Letta.

Punto 2: Goto punto 1

E siamo anche sicuri che le cronache ItaGliote di queste ultime ore siano solo maldicenze della stampa prezzolata (dallo Stato?!?), partiamo dalla ridente Reggio Calabria, città senza sindaco (inquisito), senza soldi e con la spazzatura a giorno gli asili a macchia di leopardo.

Dal Sole 24 Ore

I cumuli di rifiuti che per l’ennesima volta sono ricomparsi in tutta la città, fino a bloccare alcune strade del centro storico e a ingolfare via della Giudecca, ai lati del tapis roulant, sono l’immagine più chiara dell’immobilismo eterno che affonda Reggio Calabria.

Molte attività del Comune, dai cantieri che chiudono agli asili nido aperti un giorno sì e un altro no, sono appese alla ex Multiservizi, liquidata da anni per infiltrazioni mafiose fra i soci privati ma ancora affidataria “temporanea” di servizi sempre più a singhiozzo. Le chance di ripartenza sono bloccate da un dissesto finanziario che secondo la Corte dei conti «è in atto da troppo tempo», ma non è ancora stato dichiarato. La politica ufficiale è assente, perché da 16 mesi la città, primo Comune capoluogo con Giunta e consiglio sciolti per mafia, non ha un’amministrazione eletta. Ma a Reggio anche i commissari prefettizi sono un problema: la prima «commissione straordinaria» ha scritto un piano di rientro per evitare il default che la Corte dei conti ha bocciato con parole durissime, mentre la commissione attuale, arrivata a ottobre 2013, è in scadenza e ha le mani legate.

La crisi del Governo di Roma piomba quindi in una Reggio Calabria sospesa nell’attesa di risposte che non arrivano. Pochi giorni fa a Reggio è arrivato Angelino Alfano, ministro dell’Interno non ancora uscente e incaricato di decidere se prolungare il commissariamento di Reggio o far salire la città sul treno delle elezioni amministrative previste per maggio, quando oltre 4mila Comuni italiani andranno al voto probabilmente nello stesso giorno delle Europee. Per quest’ultima soluzione spingono molti del Nuovo Centro Destra, che in Calabria è forte anche perché esprime il Governatore Giuseppe Scopelliti, ex sindaco di Reggio e proprio per questo oggi invischiato in un processo per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico in cui il Pm ha appena chiesto cinque anni di carcere. Fino a ieri, insomma, la sorte della città era in mano all’Ncd, ma la permanenza di Angelino Alfano al Viminale è appesa alle trattative serrate di queste ore.

La decisione non è semplice, anche perché dieci giorni fa la Corte dei conti, che ha bocciato il piano di rientro preparato dal vecchio commissario, ha chiesto due cose: dichiarare subito formalmente «un dissesto nei fatti già in atto da troppo tempo», e prorogare gli attuali commissari per provare ad avviare l’impresa di rimettere in piedi un bilancio e una macchina amministrativa oggi in ginocchio. Il Governo Letta, con l’occhio rivolto soprattutto a Napoli, aveva preparato una norma per stoppare le bocciature della Corte dei conti, e permettere alle città invischiate nella lotta al default di scrivere un nuovo piano. La crisi di Governo ha travolto anche questa ciambella di salvataggio.

Le prime risposte per sbloccare la situazione potrebbero arrivare allora dalla composizione del nuovo Governo, e saranno anche influenzate dalla collocazione di Alfano, ancora al Viminale oppure in un’altra casella. Ma nel groviglio che avvolge Reggio Calabria i problemi non possono certo finire lì: oltre che a Roma, la partita cruciale si gioca a Palazzo di Giustizia dove, dopo le arringhe della difesa, dovrebbe arrivare intorno a metà marzo la sentenza di primo grado per il processo sul buco nei conti del Comune, che nessuno è ancora stato in grado di quantificare: se condannato, Scopelliti dovrebbe lasciare subito anche la presidenza della Regione, come prevede la legge “anti-corruzione”, e un’ennesima frana travolgerebbe la politica calabrese.

Sono finiti i soldi, cioè gli Euro…. (avessimo le lire ne avremmo stampate volentieri un pacco per Reggio)

Già dove trovare i soldi?

Un idea ce la da Sussanna (tutta panna) Camusso (link):

Il leader della Cgil Susanna Camusso torna a chiedere, anche alla luce del nuovo governo che si insedierà, una patrimoniale per fare in modo che si investano risorse sul lavoro. Parlando a Napoli, a margine di un’assemblea dei lavoratori della sanità, Camusso ha dichiarato: “Questa crisi non viene risolta dai governi che cambiano, il problema sono le politiche economiche. Bisogna investire delle risorse perché questo si traduce in posti di lavoro. La ricchezza del nostro paese, ha aggiunto, è stata spostata verso la rendita finanziaria. Per questo ci vuole una patrimoniale”. “Ora lavorare determina una tassazione maggiore rispetto a chi stacca cedole. La patrimoniale, ha proseguito Camusso, non è vendicarsi, ma investire risorse sul lavoro. Occorre una patrimoniale per fare in modo che si paghino le tasse in ragione di quello che si ha e, ha concluso la sindacalista, non di quello che si dichiara”.

17 Febbraio 2014

E a proposito di Susanna tutta Panna, ma ve la ricordate quella originale dei formaggini:

(pitu pitum pahhhh)

Parrebbe che Lactalis stia serenamente delocalizzando i formaggini invernizzi, nel quasi silenzio della politica (Bravo Salvini della Lega Nord ad esserci):

da QN

Milano, 5 febbraio 2014 – 3 feb. - Il gruppo francese Lactalis (che controlla marchi quali Parmalat, Galbani, Invernizzi, Cademartori, Locatelli) annuncia la chiusura di due stabilimenti in Lombardia. La notizia è stata diffusa dai sindacati dell’agroalimentare (Fai, Flai e Uila) dopo l’incontro tenuto oggi in Assolombarda con la proprietà. A serrare i battenti saranno gli ex stabilimenti Invernizzi, produttore dei formaggini di ‘Susanna tutta panna’ e della Mucca Carolina‘, di Caravaggio (Bergamo) con 218 i lavoratori coinvolti (oltre a 40 interinali il cui contratto scade a fine anno) e di Introbio (Lecco), con chiusura del repatrto Gorgonzola e perdita di 8 posti di lavoro. Nello stabilimento di Caravaggio si lavorano 250mila tonnellate di latte e si producono 40mila tonnellate di formaggi tra taleggio, quartirolo e gorgonzola, mentre a Introbio si trovano le celle di affinatura per il gorgonzola.

RIOCCUPAZIONE? - Gli addetti dei due stabilimenti del gruppo francese, che ha acquisito anche Parmalat, potrebbero essere trasferiti in altri siti produttivi, come quello di Casale Cremasco, Certosa e Corteolona. I sindacati di categoria hanno annunciato per venerdì prossimo lo stato di agitazione dei lavoratori dei gruppo.

SI MUOVE IL MINISTERO – Il sottosegretario alle politiche agricole, Maurizio Martina ha annunciato che per lunedì prossimo ha convocato al ministero a Roma Jean-Marc Bernier, amministratore delegato del Gruppo Lactalis Italia. Al centro del colloquio le strategie occupazionali e di sviluppo del gruppo. Il coordinamento unitario dei sindacati ha espresso un giudizio “estremamente negativo”, in quanto “tale decisione modifica sostanzialmente la strategia del gruppo francese, decidendo di intervenire in modo drastico sulla struttura Lactalis/Galbani in Italia”. Oltre allo stato di agitazione e al blocco degli straordinari, i sindacati avvieranno una campagna di informazione negli stabilimenti coinvolti, e chiederanno un incontro urgente sia con l’azienda che con gli enti locali.

Attendiamo la fuga di Jo Condor e del Golosastro.

Tratto da: http://www.rischiocalcolato.it

Cronache ItaGliote: Reggio Calabria in Bancarotta, la Camusso Invoca la Patrimoniale, E Sussanna Tutta Panna se ne Va.
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E ora il manganello di Renzi, l’omino imposto dai mercati

Pubblicato su 17 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

I mercati avranno il premier che vogliono: giovane, per dare anche visivamente l’impressione che qualcosa sta cambiando (anche Letta è “giovane”, ma purtroppo non lo sembra); veloce, per “fare” le cose più sgradevoli senza che si riesca a capire in tempo di cosa si tratta; disincantato, quindi privo di riguardi istituzionali, costituzionali; ruffiano, per “distrarre” il pubblico con battutine e spiccioli di “cura sociale” (aggiustare qualche scuola, mentre ti levano tutto il resto, professori compresi); esecutore fedele, perché completamente privo di un progetto autonomo (“far ripartire l’Italia” è uno slogan usato da tutti i governi degli ultimi 70 anni; ma anche prima…). È la prima volta che una crisi di governo – tra le più ingiustificate degli ultimi venti anni – non viene accompagnata da violente oscillazioni di Borsa o da rapidi impennamenti dello spread. I mercati apprezzano, Confindustria l’aveva chiesto (“o un cambio di passo o un cambio di governo”). Quindi ai mercati va benissimo così.

Cosa rimproveravano a Letta, enfant prodige del Bilderberg? L’eccesso di tatticismo, il rispetto degli equilibri in una maggioranza composita, il subire veti incrociati alla lunga logoranti, un piglio poco arrembante. La lista delle “cose da fare per cambiare il paese” è lunga, dolorosissima, piena di obiettivi alquanto complicati. A cominciare da quelle riforme costituzionali che non riescono ad andare in porto neanche istituendo una “commissione di saggi” apposita. L’immagine della “palude”, evocata da Renzi e non solo, rende fino a un certo punto la sensazione derivante dall’intrico di “resistenze al cambiamento”, della molteplicità di soggetti e forze in qualche modo titolari di un potere “legittimo”, sentito come intangibile o irriducibile. Un reticolo di interessi nati e moltiplicatisi nell’epoca delle “vacche grasse”, tra clientele e rendite di posizione; ma anche di diritti sociali, sindacali, civili in senso stretto, idealmente “garantiti” dalla Costituzione.

Tutte forme cresciute intorno alla funzione di “mediazione sociale” di uno Stato obbligato a pacificare il conflitto, assicurare il consenso, “promuovere la partecipazione”. Tutta roba che oggi appare un “ostacolo” alla piena affermazione della centralità dell’impresa nell’epoca della stagnazione perenne, della crisi che non passa, della disoccupazione che cresce, del futuro inesistente. Il governo Renzi nasce per essere il “governo del fare”. Senza discussioni, senza rispetto di procedure e vincoli costituzionali. Senza mediazioni sociali.

Gli arresti di Roma e Napoli sono il primo segno dello “stile Renzi”, non l’ultimo atto dell’esecutivo Letta. Il “cambiamento” preteso dal capitale multinazionale e dal suo braccio statuale – l’Unione Europea – è un “dispotismo poco illuminato”, che usa i media come un manganello e il manganello come strumento ordinario di governo.

Un governo con queste ambizioni deve partire come un razzo, sparare provvedimenti già pronti ma fermi nei cassetti del Centro Studi di Confindustria o nelle pieghe attuative della “lettera della Bce”, quella dell’agosto 2011. Da qui all’estate ne vedremo di tutti i colori, ce ne faranno sentire di tutti i dolori. Inutile sperare in resistenze parlamentari (se ce ne saranno, rappresenteranno i “poteri clientelari” o mafiosi, non certo i bisogni popolari), in resipiscenze costituzionali, in sensi di colpa “democratici”. Solo la forza e la dimensione dei movimenti di lotta, la loro compattenza unitaria tutta da costruire, potrà costituire un vero intralcio per l’annunciata “marcia trionfale” dell’omino venuto dal nulla. Non sarà facile, lo sappiamo. Ma non è più il tempo della retorica “alternativa”, dei “vendolismi” in salsa arrabbiatissima. Né dei “gesti” occasionali che dovrebbero simboleggiare la radicalità del contrapporsi.

Dobbiamo tutti venir fuori dai nostri piccoli rivoli, più o meno conflittuali, e costituire un fiume possente, incontenibile. Ma l’unità non si costruisce “mettendoci d’accordo”, mediando all’infinito le molteplici e giustificate differenze. L’unità si misura con l’avversario comune, con il “cervello politico” da cui discendono le tante politiche di immiserimento con cui ognuno di noi è costretto a confrontarsi. Possiamo riuscirci, se si individua con chiarezza il vero avversario: quella Unione Europea che ha scelto come provvisorio feldmaresciallo l’ex sindaco di Firenze.

(Dante Barontini, “Il gerarca dei mercati”, da “Contropiano” del 14 febbraio 2014).

Tratto da: libreidee.org

E ora il manganello di Renzi, l’omino imposto dai mercati
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LA VERITA' SULL'ECONOMIA ITALIANA

Pubblicato su 16 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

In attesa che il Renzuccio ci presenti il governo delle meraviglie,é sempre utile tener presenti i veri dati con cui avrà a che fare.

 

Wall Street Italia pubblica in sintesi il quadro oggettivo dell'economia italiana, aggiornato con i piu' recenti dati statistici, macro-economici e di politica monetaria. L'obiettivo: avere qui una "pagina della memoria economica" che faccia da contraltare alla massiccia propaganda mediatica delle lobby, ovvero stato, partiti, banche e "poteri forti".

Costoro nascondono la verita' agli italiani manipolando il consenso con strategie che beneficiano l'oligarchia mentre milioni di cittadini e piccole imprese sono ridotti alla sopravvivenza.

Bisogna opporsi a questo mediocre surrogato di democrazia e mercato

15 febbraio 2014

 

- Ammortizzatori: 80 miliardi erogati dall’Inps dall’inizio della crisi tra cassa integrazione e indennità di disoccupazione; a giugno, richiesta Cig in aumento + 1,7% rispetto a maggio e in calo -4,9% su giugno 2012 (fonte: Inps);

 

- Benzina: da gennaio a luglio 2013 i consumi di benzina sono calati -6,3%, per cui il gettito fiscale (accise e imposte) e' sceso -2,9%. Considerando i primi sette mesi del 2013, i consumi petroliferi sono complessivamente scesi del 7,3% rispetto allo stesso periodo del 2012 (fonte: Unione Petrolifera);

 

- Cassa integrazione: nel complesso sono state autorizzate 704 milioni di ore nel periodo gennaio-agosto 2013 (fonte Inps); ad agosto Cig +12,4%. Salgono straordinaria e in deroga;

 

- Chiusura aziende: per la crisi, tra il 2008 e il 2012 hanno chiuso circa 9 mila imprese storiche, con più di 50 anni di attività. Si tratta di 1 impresa storica su 4 (fonte: Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza);

 

- Consumi: nel periodo 2012-13 contrazione record dei consumi di -7,8% (fonte: Federconsumatori).

Cio' equivale ad una caduta complessiva della spesa delle famiglie (vedi sotto "Spesa famiglie") di circa 56 miliardi di euro; a Natale 2013, i consumi delle famiglie italiane sono crollati -8.0% rispetto al 2012 (fonte: Codacons);

 

- Credito alle imprese: secondo la Bce nel luglio 2013 contrazione di -3,7%, superiore a quella registrata a giugno (-3,2%) e maggio (-3,1%). Prestiti bancari fino a 12 mesi, quelli piu' adatti a finanziare il capitale circolante delle imprese: -4,0%. In fumo 60 miliardi di prestiti solo nel 2012;

 

- Debito aggregato di Stato, famiglie, imprese e banche: 400% del Pil, circa 6.000 miliardi;

 

- Debito pubblico: nuovo record a ottobre, a quota 2.085 miliardi di euro. Lo rende noto la Banca d'Italia nel supplemento al bollettino statistico di finanza pubblica. A settembre il debito delle pubbliche amministrazioni era stato pari a 2.068 miliardi. Gli interessi pagati dal Tesoro sono stati 86,7 miliardi nel 2012. Secondo le previsioni il debito pubblico salirà al 130,8% del Pil nel primo trimestre 2014, rispetto al 123,8% del primo trimestre 2012;

 

- Deficit/Pil: 2,9% nel 2013. Peggioramento ciclo economico Imu, Iva, Tares, Cassa integrazione in deroga lo portano ben oltre la soglia del 3%. Per la Bce ci sono rischi crescenti su obiettivi deficit 2013, peggiora disavanzo, con sostegni a banche e rimborso debiti PA;

 

- Depositi: nelle banche italiane in totale sono scesi nel luglio 2013 a 1.110 miliardi di euro contro i 1.116 miliardi di giugno. I depositi delle famiglie sono stabili a 918,5 miliardi, quelli delle società sono scesi da 198,4 a 191,6 miliardi (fonte: Bce);

 

- Disoccupazione: a luglio 2013 si attesta al 12% (fonte Istat). Disoccupazione giovanile balza al nuovo record negativo storico: 39,5%. Le domande di disoccupazione e mobilita' sono salite +19,8% nei primi 7 mesi del 2013 (fonte Inps). Nell'Eurozona per il 2013 le stime confermano una disoccupazione al 12,3%, e per il 2014 al 12,4% (fonte Bce);

 

- Entrate tributarie: Le entrate tributarie nei primi 10 mesi dell'anno si sono attestate a 307,859 miliardi di euro, in calo di circa 1,4 miliardi rispetto ai 309,301 miliardi di euro dello stesso periodo del 2012. A ottobre sono state pari a 29,266 miliardi di euro, in lieve ribasso rispetto ai 29,601 miliardi dello stesso mese del 2012.

 

- Export: a ottobre 2013 si registra una diminuzione sia dell'export (-0,5%) sia, in misura più rilevante, dell'import (-2,6%). (fonte: Istat); a ottobre 2013, il saldo commerciale è pari a +4,1 miliardi, superiore a quello registrato a ottobre 2012 (+2,3 miliardi). Al netto dell'energia, l'attivo è di 8,9 miliardi. Nei primi dieci mesi dell'anno, l'avanzo commerciale raggiunge i 23,7 miliardi e, al netto dei prodotti energetici, è pari a quasi 70 miliardi.

 

- Fabbisogno dello stato: sulla base dei dati preliminari del mese di dicembre, il fabbisogno annuo del settore statale del 2013 si attesta a 79,7 miliardi, che si confrontano con i 49,5 del 2012.

 

- Fallimenti: nel primo semestre 2013 si sono registrate 6.500 nuove procedure fallimentari, in aumento +5,9% rispetto allo scorso anno;

 

- Gettito Iva: nel periodo gennaio/aprile 2013 tra le imposte indirette prosegue l'andamento negativo dell'IVA (-7,8%) per effetto della flessione registrata dalla componente relativa agli scambi interni (-4,7%) e di quella relativa alle importazioni da Paesi extra UE (-21,4%) che risentono fortemente del deterioramento del ciclo economico;

 

- Immobiliare: nel primo trimestre 2013 l'indice dei prezzi delle abitazioni ha registrato una diminuzione dell'1,2% rispetto al trimestre precedente e del 5,7% nei confronti dello stesso periodo del 2012 (fonte: Istat);

 

- Industria: fatturato torna a crescere: novembre +0,9% su mese, ordini +2,3%.

 

- Inflazione. Nel 2013 in Italia il tasso d'inflazione medio annuo è stato pari all'1,2%, in decisa diminuzione rispetto al 3% del 2012. Si tratta del dato più basso dal 2009.

 

- Insolvenze bancarie: quelle in capo alle imprese italiane hanno sfiorato a maggio 2012 gli 84 miliardi di euro (precisamente 83,691 miliardi);

 

- Lavoro: 6 milioni in cerca e 7 su 10 temono di perderlo (fonti: Istat e Coldiretti);

 

.- Neet: 2,2 milioni nella fascia fino agli under 30, ragazzi che non studiano, non lavorano, non imparano un mestiere, i totalmente inattivi sono il 36%;

 

- partite Iva: crollate -400.000 (-6,7%) dal 2008 (fonte Cgia Mestre);

 

- poveri: per la crisi sono raddoppiati dal 2007 al 2012 a quasi 5 milioni (fonte Istat);

 

- Pil: il Prodotto interno lordo dell'Italia, ovvero la ricchezza complessiva del paese, alla fine del 2012 era di 2.013,263 miliardi di dollari (dati Ocse) o 1.565,916 miliardi di euro (fonte: relazione del governo al Parlamento - 31 marzo 2013).

Nel secondo trimestre il Pil Italia è stato confermato in contrazione -0,2% dopo il -0,6% nei primi tre mesi dell'anno. Comparando il secondo trimestre del 2013 con gli stessi mesi dell'anno precedente il calo è -2,0% (fonte: Eurostat). S&P ha abbassato la sua previsione di crescita 2013 per l'Italia, a -1,9% rispetto al -1,4% previsto a marzo 2013 e al +0,5% stimato a dicembre 2011.

L'ultima previsione dell'Istat per il 2013 e' -2,1%. Il Fmi ha tagliato le stime del pil Italia 2013 a -1,8%. Anche l'Ocse prevede una contrazione di -1,8%, unico paese in recessione del G7. Nel 2012 il Pil ha subito una contrazione di -2,4%. E un crollo senza precedenti di -8,8% dall'inizio della crisi nel secondo trimestre del 2007 (fonte Eurostat);

 

- Potere d'acquisto delle famiglie: -2,4% su base annua, -94 miliardi dall’inizio della crisi, circa 4mila euro in meno per nucleo

 

- Pressione fiscale: Nel 2013 la pressione fiscale si è attestata al 44,3% del Pil,pressione fiscale effettiva 53,3% del Pil (fonte:Sole 24 ore)

 

 

E' evidente il risultato nullo,il fallimento del governo Letta e che obbligatoriamente il nuovo governo dovrà uscire da questo immobilismo,ma anche che non potrà fare più di tanto,non illudiamoci,senza intaccare profondamente i diktats europei.

Il problema principale resta sempre la domanda interna,a seguito di un consistente calo dei redditi e del potere d'acquisto.Non si vede d'altronde come si possa far fronte al debito pubblico e come si possa applicare il fiscal compact ad una economia in crisi.Non si può arrabattarsi intorno ad un miliardo per l'Imu o che altro,quando si spendono 80 miliardi di interessi annui per finanziarsi.La trave é questa,pur potendo sforare il deficit del 3%,ammesso e non concesso che gli usurai della Ue concedano questa opportunità.

Quindi,non illudiamoci su eventuali segnali e provvedimenti che possano incidere sostanzialmente sulla situazione.Assomiglieranno più ad azioni propagandistiche,pur potendo apportare qualche miglioramento.

 

 

INFO EUROPA

 

 

- Nel frattempo voci inquietanti si susseguono circa un piano degli usurai Ue circa patrimoniali e prelievi forzosi su conti,azioni,fondi pensioni dei cittadini europei.

http://www.finanzautile.org/risparmio-leuropa-vuole-confiscare-conti-azioni-e-fondi-pensione-dei-cittadini-ecco-come-20140214.htm

http://www.wallstreetitalia.com/article/1665896/europa-confisca-dei-risparmi-per-la-ripresa.aspx

 

- E il Fondo Monetario Internazionale insiste che "bisogna svalutare gli stipendi italiani del 10 %" (e scrive UBS "l'uomo che in Italia ha promesso di mettere in pratica questa riforma è proprio RENZI.." )

 

"On the trade side, the recession was instrumental in turning 

around Italy's current account deficit, which in turn has 

substantially reduced the dependence of the Italian economy on 

foreign investors. A significant part of this improvement, however, 

came about because imports declined due to the recession, a 

situation that should reverse. Unfortunately, Italy has failed to 

adjust its relative unit labor costs, which are too high given that 

past wage increases were not in line with productivity gains. 

In fact, the International Monetary Fund (IMF) estimates that a 

depreciation of 10% is necessary to fix the competitiveness issue. 

Although measures to address it are a key priority of Renzi, he will 

likely face an uphill battle. Overall, we expect the net trade 

contribution to become much smaller as the economy recovers." 

(pag.10 )

 

 http://www.ubs.com/us/en/wealth/_jcr_content/par/columncontrol_352a/col1/linklist_14c2/link_0.447986739.file/bGluay9wYXRoPS9jb250ZW50L2RhbS9XZWFsdGhNYW5hZ2VtZW50QW1lcmljYXMvZG9jdW1lbnRzL2V1cm96b25lLWVjb25vbXktMjAxNC0wMS0wNy0yMDE0LW91dGxvb2sucGRm/eurozone-economy-2014-01-07-2014-outlook.pdf

 

 

- Intanto in Europa vediamo un arretramento potenzialmente irresistibile verso i principi della sovranità nazionale in un momento in cui la sopravvivenza dell'euro richiederebbe l’esatto opposto – maggiori livelli di integrazione economica, fiscale e politica. Si profila uno scontro titanico. E ci vengono a dire che la crisi dell'Eurozona è finita.

 

http://vocidallestero.blogspot.it/2014/02/telegraph-la-crisi-delleurozona-e.html

 

- Sentite anche questa,per la serie "noi eravamo i complottisti".Che paraculi però....!

 

Il Parlamento europeo accusa “Eurogruppo, Bce e Fmi” che hanno “violato leggi e trattati” e provocato negli ultimi quattro anni “una catastrofe sociale e politica” senza precedenti in Europa nella gestione della crisi. Lo dice il rapporto dell’istituzione sull’attività della troika, approvato oggi a larghissima maggioranza (27 sì, 7 no dei conservatori e di qualche liberale, 2 no della Sinistra Unita) dalla Commissione Lavoro e affari sociali.

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/13/parlamento-ue-troika-macellaio-responsabile-di-catastrofe-sociale-e-politica/880503/

Tratto da:http://www.stavrogin2.com

LA VERITA' SULL'ECONOMIA ITALIANA
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Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero

Pubblicato su 16 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

L’Italia è il Paese dello shopping: non ci riferiamo ai turisti che vengono a spendere nei nostri negozi ma alle aziende del ‘Made in Italy‘ che finiscono nelle mani di holding straniere, finendo per perdere la loro identità (e spesso anche i poli produttivi). I saldi all’italiana, che negli ultimi 4 anni hanno portato quasi 500 marchi nostrani in mano straniera, non accennano a fermarsi neanche in questo primo scorcio di 2014: notizia di queste ore il passaggio di Poltrona Frau all’americana Haworth. Si riprone così, sempre più urgente, il quesito sulle conseguenze (da un punto di vista economico ma anche sociale) di questa svendita del patrimonio imprenditoriale italiano. Il Made in Italy è davvero sul viale del tramonto?Leggiamo i numeri: dal 2008 al 2012 sono 437 aziende italiane sono passate nelle mani di acquirenti stranieri: questo il dato più clamoroso del Rapporto ‘Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita’ presentato dall’Eurispes. Certificazione ulteriore, se ce ne fosse bisogno, di un Made in Italy sempre meno italiano. Certo, i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per portare a casa imarchi italiani, ma sono soldi che vanno alle vecchie proprietà, non portano valore aggiunto alla comunità e, in ogni caso, non valgono certo la perdita dei gioielli di famiglia.

A scanso di equivoci, chiariamo che le acquisizioni da parte delle potenze straniere non sono novità degli ultimi anni, perché i primi esempi si hanno fin dagli anni ‘70, quando gli Stati Uniti raccoglievano le nostre eccellenze per studiarle e farle proprie. Quel che è cambiato, con i rivolgimenti economici attuali, è semmai la geografia del potere d’acquisto: se le grandi holding europee continuano a fare shopping selvaggio lungo lo stivale, ad esse si sono aggiunti nuovi ‘player’ non meno aggressivi provenienti da Oriente. Dalla Cina al Qatar, dalla Corea all’India, il made in Italy oggi fa gola a molti più acquirenti. Siamo a livelli da furto legalizzato, ma di chi è la colpa di questa fuga di marchi?

MADE IN ITALY: LE ULTIME PERDITE
Come detto in apertura, l’ultimo colpo grosso è la cessione di Poltrona Frau alla statunitense Haworth, che acquisisce il controllo del marchio con il 58,6% del capitale. Il 51,3% è stato ceduto da Charme (facente capo a Montezemolo) e il restante 7,3% da Moschini. Il perfezionamento dell’operazione, atteso entro la fine di aprile 2014, è condizionato all’approvazione da parte delle autorità antitrust competenti. Una volta ottenuto il via, gli americani lanceranno subito una OPA sulla rimanente parte del capitale sociale di Poltrona Frau. Sarà quello lo step finale per l’addio definitivo dell’azienda al suo carattere nazionale.

Qualche tempo fa aveva destato scalpore la cessione di Telecom, il principale gruppo italiano di telecomunicazioni, in mani spagnole dopo l’accordo tra Telefonica e le banche italiane azioniste, che le consente di salire al 66% di Telco, holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia. Non è solo questione di percentuali azionarie, perché la Telco nomina anche la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione Telecom. Di fatto, quindi, è l’ennesimo marchio italiano che prende la via dell’estero. Il Made in Italy è sempre stata la consolazione dell’economia italiana anche in periodo di crisi. Un favola che ci hanno sempre raccontato (e continuano a raccontare) per dimostrare che il sistema italiano funziona ancora alla grande. Ma a chi appartiene davvero il Made in Italy?

Ormai le notizie di cessioni ai colossi stranieri si susseguono a ritmo tanto vorticoso che si fatica a tenere botta. Ultimo caso recente quello dei cioccolatini Pernigotti, ceduti dai Fratelli Averna ai turchi Toksoz. Si tratta di una azienda privata, con sede a Istanbul, che realizza un fatturato annuo pari di circa 450 milioni. La notizia è dolorosa perché Pernigotti, oltre ad essere un’eccellenza mondiale nel settore dolciario, è anche un’azienda storica con oltre 150 anni di attività. Ma non è tutto. Pochi mesi fa la holding francese Lvmh ha rilevato l’80% della griffe del cachemire Loro Piana, fiore all’occhiello tra i marchi italiani. Il problema sono proprio loro, le holding straniere che si appropriano del grande artigianato nostrano lasciando solo le briciole al prodotto interno lordo dello stivale.

LE HOLDING FANNO SHOPPING IN ITALIA
In un periodo di crisi economica come quello che da anni attanaglia l’Italia, spesso la consolazione degli economisti è il perdurante successo del Made in Italy, sinonimo di grande qualità e garanzia di crescita. Quando leggiamo marchi Made in Italy famosi e acquistiamo i loro prodotti, siamo proprio sicuri che stiamo comprando italiano? La risposta, nella maggior parte dei casi, è negativa. Tanto per rimanere in tema Loro Piana, l’azienda si troverà in buona compagnia nel roster della Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), che già include simboli assoluti come Bulgari, Fendi e Pucci. Loro Piana, nello specifico, è stata valutata 2,7 miliardi, con la Lvmh che ha pagato 2 miliardi per accaparrarsi l’80% del pacchetto aziendale. Sergio e Pier Luigi Loro Piana manterranno la loro posizione alla guida dell’azienda di famiglia, ma con uno striminzito 20% della proprietà.

VENDERE ALL’ESTERO: UN VANTAGGIO PER LE AZIENDE?
Se la vendita dei marchi del Made in Italy alle holding straniere può essere visto come una svendita di assets strategici a discapito dell’economia nazionale, non sempre lo stesso discorso vale per l’azienda stessa. C’è chi dalla vendita agli stranieri e dall’emigrazione all’estero riesce a trarre vantaggio. Non sempre vendere equivale a perdere valore, ce lo dice una indagine di Prometeia (”L’impatto delle acquisizioni dall’estero sulla performance delle imprese italiane”) realizzata per l’Ice. Secondo quanto riportato nel rapporto, dalla fine degli anni Novanta ad oggi le imprese acquistate da gruppi stranieri hanno ottenuto performance positive. Questo significa crescita del fatturato (2,8% l’anno), dell’occupazione (2%, anche in territorio italiano) e della produttività (1,4%).

Questo accade soprattutto per i brand simbolo dello stile italiano che sono acquisiti da holding estere per il loro valore elevato e non perché in dismissione. Un discorso, quindi, che non può essere applicato davvero a tutti, anche se è vero che vendere è parte integrante della politica di attrazione dei capitali stranieri, linfa vitale in un contesto come quello italiano, piegato dalla crisi e da una gestione politica deficitaria. La ricerca conclude che, sebbene siano state vendute a proprietà straniere, le grandi aziende italiane continuano ad essere percepite come made in Italy. Ma è davvero solo un problema di percezione? Allora perché questa svendita non avviene anche nei Paesi stranieri? La colpa, come di consueto, è da cercare ai piani alti.

LE COLPE DELLO STATO ITALIANO
D’altra parte difficile dire di no alle allettanti offerte di un colosso come Lvmh, che vanta 28,1 miliardi di ricavi, generati anche grazie ai tanti marchi italiani che si sono aggiunti nomi famosi come Louis Vuitton e Celine, Moet et Chandon e Veuve Clicquot. Queste acquisizioni non sono casuali, perché il settore del lusso è quello che fa registrare i dati di vendita più alti (a fronte di un +4% complessivo della holding) nonostante il gruppo abbia alzato i listini dei suoi marchi di punta fino al 10%. Tantimancati introiti per il sistema Italia, ma la domanda che bisogna porsi è anche un’altra, dolorsa ma necessaria per non cadere nei pregiudizi: queste aziende potevano sopravvivere nel mercato globale senza far parte di un gruppo del genere? Artigianato e tradizione spesso non vanno molto d’accordo con i ritmi e le pretese di un mercato in cui le spese di produzione si alzano e i profitti calano.

Vendere è forse di vitale importanza per gli imprenditori, ma in tutto questo discorso si sente l’assenza dello Stato, che nulla sembra volere e potere fare per arrestare la dissoluzione del Made in Italy e, anzi, vessa sempre più le aziende con una pressione fiscale a livelli record (per non dire ridicoli). In giro per il mondo ci vantiamo tanto della nostra moda, dei nostri cibi e della nostra creatività, ma ormai (come nel caso della fuga dei cervelli) tutto questo è al servizio di proprietà straniere. Il fenomeno, come detto, non si riferisce soltanto al settore della moda e del lusso perché la fuga del Made in Italy dall’Italia riguarda tutti i comparti economici, dall’abbigliamento all’alimentare passando per i gioielli. Non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere.

La strategia di questi gruppi è semplice: attendere il momento di difficoltà economica per appropriarsi di aziende con valore aggiunto notevole visto che, pur non più italiano al cento per cento, il prodotto italiano vende sempre e comunque, soprattutto all’estero. Ecco così che una opportunità di crescita per il comparto esportazioni viene ridotta al lumicino dall’esternalizzazione della proprietà e, molto spesso, anche della produzione. Il primato sul bel vivere e vestire non ci appartiene più, è meglio farsene una ragione. Certo, casi di successo di aziende italiane che si espandono all’estero non mancano, ma l’impressione è che per ogni azienda italiana che riesce a crescere almeno tre finiscono acquisite da holding straniere.

I MARCHI ITALIANI FINITI ALL’ESTERO
Da un lato troviamo Barilla che compra la francese Harry’s e la svedese Wasa o Luxottica di Leonardo Del Vecchio che compra l’americana Ray-Ban, ma dall’altro Loro Piana viene ceduto alla Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), seguendo la fuga all’estero di marchi di moda celebri come BulgariGucci eValentino. Le motivazioni sono diverse da caso a caso (eredi poco capaci, scarse agevolazioni da parte dello Stato, crisi economica) ma su tutte le svendite aleggia un’atmosfera da smobilitazione generale. I cugini francesi, con cui da sempre siamo in aperta lotta per il primato sulla moda e sulla buona cucina, sembrano decisamente un passo avanti rispetto all’Italia, tanto che molte di queste misteriose holding sono proprio transalpine.

Lvmh è proprieraria anche di altri brand importanti come Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; Gucci e Pomellato sono invece sotto il controllo di Kering, ex Ppr, antagonista storico di Lvmh che fa capo alla famiglia di François Henri Pinault, leader della distribuzione di marchi come Fnac e Puma che controlla anche Dodo, Bottega Veneta, Brioni e Sergio Rossi. Se il Made in Italy nella moda crolla miseramente, va anche peggio al cibo italiano all’estero, un business fallito senza mezzi termini perché questa eccellenza assoluta italiana si divide tra imitazioni che screditano il settore e acquisizioni che dell’Italia lasciano solo il tricolore (e spesso neanche quello). Tra i principali acquirenti Unilever, multinazionale anglo-olandese proprietaria dell’Algida, del’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara che già controlla Carapelli e Sasso), delle confetture Santa Rosa e del riso Flora.

Continuando con la disamina (e senza citare i marchi di grande distribuzione come Auchan e Carrefour), la francese Lactalis ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président; la Nestlé è proprietaria di Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti; i sudafricani di SABMiller hanno acquisito la Peroni; l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard, ha comprato Gancia; i pelati AR sono finiti addirittura nelle mani di una controllata dalla giapponese Mitsubishi. Considerato tutto questo, siamo ancora sicuri di comprare lo stile italiano quando portiamo a casa uno di questi prodotti? Ma soprattutto, il Made in Italy non è così condannato a morte certa?

Tratto da:http://economia.nanopress.it

Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero
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DOCUMENTO ESPLOSIVO / ECCO L'ANALISI DI UNICREDIT - AVETE LETTO BENE: UNICREDIT - SU RENZI & ALLEATI (SEGRETI) DI RENZI

Pubblicato su 16 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

L’avvicendamento tra Enrico Letta e Matteo Renzi a Palazzo Chigi potrebbe non essere una passeggiata. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, una volta accettate le dimissioni del premier, dovrà aprire le consultazioni per verificare il gradimento delle forze politiche in Parlamento verso un nuovo governo guidato dal segretario del Pd.Il neo premier potrà contare su una fiducia, uno slancio e una carica positivi. Ma – mette in allerta un report di Unicredit a firma di Chiara Corsa eLoredana Federico – la maggioranza su cui potrà contare l’inquilino del Nazareno non sarà poi così diversa e risicata – salvo clamorose sorprese – da quella su cui ha potuto contare il suo predecessore e ne erediterà i medesimi problemi.

LO SCENARIO IN SENATO

Gli analisti del gruppo bancario guidato dal presidente Giuseppe Vita e dall’ad Federico Ghizzoni pensano che Renzi in Senato potrà continuare a contare, come Letta, sui voti del Nuovo Centro destra di Angelino Alfano, inclusi quelli dei fuoriusciti da Scelta Civica, e sul sostegno di una manciata di dissidenti del Movimento 5 stelle. Insieme ai senatori del Pd, ciò dovrebbe garantire al nuovo presidente del Consiglio tra i 170 e i 175 voti (la maggioranza assoluta è di 161 su un totale di 321). Una maggioranza più solida, intorno ai 180 senatori, richiederebbe altri voti dei pentastellati o in alternativa quelli di qualche esponente di Sinistra ecologia e libertà. Ma ciò lascerebbe affiorare dei dubbi sul completo supporto di Alfano e di alcuni deputati del partito fondato dall’ex premier Mario Monti. Nonostante ciò – crede Unicredit -, Renzi potrà contare su una maggioranza accettabile a Palazzo Madama. Molto, in ogni caso, dipenderà dalla composizione del prossimo esecutivo a guida renziana.

LO SCENARIO ALLA CAMERA

Di contro, sottolinea l’istituto bancario, alla Camera il segretario del Pd avrà un largo sostegno, dal momento che il suo partito può contare su 293 scranni su una maggioranza assoluta calcolata in 316.

LE IMPLICAZIONI POSITIVE…

Fin qui i numeri. Ma quali saranno le implicazioni della forzatura che ha portato Renzi a Palazzo Chigi? In prima istanza il rischio di elezioni anticipate diminuirà molto. Una notizia positiva, spiega Unicredit, considerato che non si è ancora dato corso all’approvazione di una nuova legge elettorale e che, se si andasse ora alle urne, i sondaggi indicano la probabilità di incorrere in un Parlamento senza una maggioranza. In aggiunta, il processo di riforme potrebbe subire un’accelerazione, per diverse ragioni: la credibilità di Renzi nel richiedere un cambio di passo e procedere all’approvazione di riforme strutturali e e un forte delle parti sociali. Infine, la volontà del nuovo premier di guidare il governo fino al 2018 segnala un forte impegno per realizzare le riforme che potrebbero essere approvate con una maggioranza ancora più ampia.…

E I RISCHI

Tuttavia, rimarca Unicredit, il nuovo esecutivo non sarà privo di rischi. Per prima cosa la maggioranza di Renzi avrà la stessa conformazione ed eterogeneità di quella di Letta. Ciò comporta la necessità di dover comunque scendere a compromessi, la cui portata e conseguenze sono tutte da vedere.

In secondo luogo, la posizione assunta da Forza Italia di Silvio Berlusconi può rappresentare un problema per il leader dei democratici. Presumibilmente, l’esponente di centrodestra si oppone a un governo guidato dal sindaco di Firenze, soprattutto uno che durasse a lungo. Dato che l’obiettivo principale di Berlusconi è quello di andare a nuove elezioni il più presto possibile, potrebbe decidere di ritirare il suo sostegno alla riforma della legge elettorale. Questo non metterebbe necessariamente in discussione la sopravvivenza del governo Renzi (Forza Italia è già all’opposizione), ma – conclude il report – potrebbe tuttavia compromettere l’intero processo di riforme istituzionali.

Fonte notizia: Formiche.net - Unicredit. - Articolo scritto da Michele Pierri per Formiche.net - che ringraziamo

Tratto da:http://www.ilnord.it

DOCUMENTO ESPLOSIVO / ECCO L'ANALISI DI UNICREDIT - AVETE LETTO BENE: UNICREDIT - SU RENZI & ALLEATI (SEGRETI) DI RENZI
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La Germania sta spolpando le nostre migliori aziende

Pubblicato su 13 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

«Si chiama Spirale della Deflazione Economica Imposta. Ne ho scritto per la prima volta 4 anni fa ne “Il Più Grande Crimine”», ricorda Paolo Barnard. «Dissi che la Germania e la Francia avevano progettato la distruzione dei paesi industrializzati del sud Europa con l’adozione dell’euro, in particolare dell’Italia, perché era la Piccola Media Impresa italiana che aveva stroncato quella tedesca, al punto che nel 2000, prima dell’euro, l’Italia era il maggior produttore e la Germania l’ultimo (dati Banca d’Italia)». Oggi lo scenario si è ribaltato, puntualmente. E le imprese tedesche vengono a fare shopping da noi, perché «in quel comparto industriale abbiamo il miglior sapere al mondo». E, grazie alla trappola dell’euro, che ha «deprezzato l’economia italiana a livello albanese», i tedeschi comprano le aziende italiane a prezzi stracciati. Lo conferma un recente report del “Financial Times”: «Le piccole medie imprese tedesche si sono gettate in un’abbuffata trans-alpina, rendendole le più attraenti acquirenti straniere in Europa di aziende italiane».

«Aziende della base industriale del Mittelstand tedesco ottengono accesso al sapere tecnologico di aziende italiane in difficoltà, mentre in alcuni casi Angela Merkelspostano i loro quartieri generali oltr’alpe», scrive il quotidiano finanziario il 27 gennaio, sottolineando l’importanza del “sapere tecnologico italiano”. «Le aziende tedesche stanno afferrando opportunità d’espansione mentre la recessione sospinge verso il basso il prezzo degli affari nel sud Europa in difficoltà». Per Barnard, è esattamente «la Spirale della Deflazione Economica Imposta, per comprarci con due soldi» grazie alle restrizioni promosse dal sistema Ue-Bce. Marcel Fratzscher, direttore dell’istituto economico tedesco Diw, ammette che il terreno di caccia del business tedesco è soprattutto l’area in crisi, dove i tedeschi possono “aiutare” le piccole e medie aziende italiane, che «spesso faticano a ottenere credito». Ovvio: «A noi la Germania ha proibito di avere una “banca pubblica” come la tedesca Kfw», protesta Barnard. Una banca che, «barando sui deficit di Stato tedeschi, ha versato miliardi in crediti alle aziende tedesche».

«Le acquisizioni – continua il “Financial Times – sono spesso descritte come accordi strategici, ma degli insider ci dicono che il linguaggio nasconde una serie di acquisizioni aggressive». Di fatto, è la “conquista” di aziende italiane, contro la volontà dei proprietari italiani costretti a vendere. «In alcuni casi gli accordi sono strutturati in modo che il marketing e il management sono esportati dall’Italia, spogliando l’azienda acquistata fino alle sue strutture produttive». Carlos Mack, di Lehel Invest Bayern, dice al “Financial Times” che la logica dietro al trasferimento delle sedi delle aziende italiane «è di avere sia i beni di valore che il marketing e il management in Germania, perché così si ha accesso più facile al credito bancario da banche non italiane». Sempre Mack dice che le aziende tedesche «non sono interessate al mercato italiano, ma solo al prodotto italiano». Ovvero, «sono interessate a vendere il prodotto italiano altrove». Per Barnard, è «la conferma che noi Marcel Fratzscherabbiamo le più straordinarie piccole medie imprese del mondo, e ora ci portano via i gioielli della nostra produzione».

«A differenza delle aziende italiane – continua il “Financial Times” – le tedesche hanno poche difficoltà a trovare crediti». Una ricerca ha evidenziato che «le banche italiane lavorano bene con le succursali tedesche in Italia, facendogli credito, per proteggersi dai loro investimenti nelle aziende italiane in difficoltà». Ma come, non erano in difficoltà le nostre banche? «Perché prestano ai tedeschi e non a noi?». E’ un “trucco”, innescato dalla Deflazione Economica Imposta dall’euro: «Le nostre aziende affogano, quindi lebanche italiane strangolano le aziende italiane perché sono in difficoltà, e arrivano i tedeschi a papparsi i nostri marchi di prestigio a 2 soldi, e le banche italiane ci fanno affari». Norbert Pudzich, direttore della Camera di Commercio Italo-Tedesca a Milano, dice che anche prima della recessione le aziende italiane avevano difficoltà a trovare crediti, perché ad esse manca lo stretto rapporto con le banche “di casa”, che invece le aziende tedesche del Mittelstand hanno. Infatti, osserva Barnard, la stessa Kfw «ha versato miliardi di euro di spesa pubblica sottobanco alle aziende tedesche, barando, mentre Norbert Pudzichcostringevano noi a rantolare senza un centesimo dal governo».

«Tutto questo – conclude Barnard – io lo denunciai 4 anni fa, e mi davano del pazzo. Questa è la distruzione pianificata di una civiltà, quella italiana, delle nostre famiglie, dei nostri ragazzi. Questo è un crimine contro l’umanità, perché lo stesso accade in altri paesi europei. Questo è nazismo economico». I tedeschi? «Non cambieranno mai», sono «sterminatori nell’anima», andrebbero «commissariati dall’Onu per sempre». Barnard l’ha ripetuto in decine di conferenze, mostrando una slide dell’“Economist”: ora, con la nostra economia retrocessa a condizioni da terzo mondo «proprio a causa dell’Eurozona voluta da Germania e Francia», la Germania e altre potenze vengono a rastrellare aziende italiane pagandole quattro soldi. Tutto previsto: era un piano preciso. Se cessi di immettere denaro nel sistema, proibendo allo Stato di spendere, vince chi bara – in questo caso la Germania, in cu lo Stato finanzia (di nascosto) le aziende, creando un enorme vantaggio competitivo, completamente sleale. La politica italiana? Non pervenuta. E’ per questo che i “predatori” hanno campo libero. E il paese precipita.

Tratto da: libreidee.org
La Germania sta spolpando le nostre migliori aziende
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Electrolux, tanto rumore per nulla?

Pubblicato su 8 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Pochi giorni fa il colosso svedese aveva annunciato un nuovo piano industriale che prevedeva un taglio netto degli stipendi e la riduzione della giornata lavorativa. L'obiettivo? Abbattere i costi e aumentare la competitività.Anche in seguito alle numerose critiche giunte da più parti, la dirigenza ha fatto un passo indietro ma la preoccupazione tra gli operai resta ancora alta.

Continuano gli scioperi fuori dallo stabilimento di Forlì, uno dei quattro stabilimenti della multinazionale produttrice di elettrodomestici. Gli operai dell’ Electrolux si sono organizzati con scioperi a scacchiera, per ostacolare l’ingresso e l’uscita dei camion dallo stabilimento industriale e dunque rallentare l’assemblaggio dei pezzi. La protesta va avanti ad oltranza da quando la multinazionale svedese aveva proposto, appena una settimana fa, un nuovo piano industriale per rispondere alla crisi in atto. Un drastico taglio dei salari dagli attuali 1.400 euro mensili a circa 700-800 euro, un taglio dell’80% dei 2.700 euro di premi aziendali, la riduzione delle ore lavorative a sei, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause, permessi sindacali e lo stop agli scatti di anzianità. Questa, in sintesi, la soluzione prospettata dalla multinazionale per ridurre i costi, con un occhio alla Polonia dove tutto questo è già realtà: qui infatti il costo orario dei lavoratori, anche per l’assenza di una lunga serie di oneri fiscali e contribuitivi, si riduce fino a quasi un quarto di quello italiano. 

 Inaspettatamente, la dirigenza ha fatto un passo indietro: durante l’audizione in commissione Industria tenutasi al Senato, l’amministratore delegato di Electrolux Italia Ernesto Ferrario ha  assicurato che l’azienda non ha intenzione di chiudere lo stabilimento di Porcia né di trasferire la produzione in Polonia, aggiungendo però che l’azienda “ha bisogno di aiuto per ridurre il costo del lavoro in Italia”. “Non vogliamo arrivare al costo del lavoro di Polonia o  Romania – ha affermato – ma c’è bisogno di intervenire contro il suo costante aumento”.  Che dire del polverone suscitato dal nuovo piano industriale del colosso svedese? Sarebbe tutta colpa dei sindacalisti, i quali avrebbero frainteso le intenzioni dell’azienda. Tanto rumore per nulla.

Pur tuttavia, appare difficile credere che si sia trattato di un falso allarmismo. L’episodio degli operai della Electrolux non è unico nel suo genere: non è la prima volta che viene agitato lo spauracchio della riduzione dei salari. Lo scorso anno il FMI in un contesto di crescente malessere sociale e di enormi sacrifici, frutto delle politiche di austerity, aveva elaborato una “formuletta” per aumentare il PIL  e ridurre la disoccupazione, che poteva essere così riassunta: tagli del 10% agli stipendi e aumento dell’IVA.

Da qualche anno a questa parte, una sola parola risuona da est a ovest: tagli. Tagli selvaggi alle pensioni, agli stipendi, alla spesa pubblica, alla sanità, all’istruzione. Un taglio generalizzato alla vita. Un vero paradosso. Come se a un moribondo, anziché iniettare la medicina salvifica, si staccassero tutte le flebo.Al grido di “Un Europa più competitiva” continuano a ripeterci che dobbiamo fare sacrifici e la tendenza generale sembra quella di iniziare tagliando gli stipendi, dei lavoratori dipendenti si intende. Però gli stipendi del top-management restano alti.

C’è una piccola, piccolissima percentuale della popolazione mondiale che non è stata colpita dalla crisi e che anzi continua a veder crescere i propri profitti in misura anche maggiore rispetto al passato. Fanno parte di questa ristretta cerchia di privilegiati amministratori finanziari, gestori di fondi investimento, azionisti di colossi multinazionali. E’ quella che Krugman definisce l’élite: l’appena 1% della popolazione mondiale che detiene il 40% della ricchezza globale. Sempre Krugman, premio Nobel per l’economia, ha criticato più e più volte le politiche di austerity adottate dai leader europei e si è scagliato ferocemente contro i tagli agli stipendi.Ma nessuno, fino ad ora, sembra averlo ascoltato. Come se l’unico vero problema fosse lo stipendio dei dipendenti.

Prendiamo il caso dell’Italia, dove le retribuzioni dei lavoratori si sono sempre aggirati poco sopra la media europea. Prima ancora del fatidico ingresso nell’UE, la nostra nazione ha dovuto fare i conti con problemi strutturali: bassa competitività, un divario profondo tra Nord e Sud del Paese, eterogeneità del tessuto industriale- solo per citarne alcuni- che poco o nulla hanno a che fare con gli stipendi degli operai. E se anche fossero questi ultimi ad incidere in misura gravosa sui costi aziendali,  non è necessaria una laurea in economia per capire che ridurre i salari non è la soluzione. E’ di un’evidenza empirica disarmante: le imprese producono perché qualcuno compri i loro prodotti. Ma se i salari vengono calati drasticamente, la disoccupazione aumenta, chi acquista i prodotti? Se al cittadino medio tutto ciò è evidente ci si chiede, allora, come i vari Monti, Draghi, Trichet e compagnia cantando non si siano resi conto dell’errore fatale in cui stanno trascinando l’Europa tutta. La risposta è che la situazione economica e politica non è che il frutto di un processo lungo e premeditato, non ancora del tutto concluso ma del tutto funzionale agli interessi perseguiti dalla casta.

Chomsky, uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo, ha elaborato un “decalogo della manipolazione sociale attraverso i mass media”. A seguito di un minuzioso lavoro di studio e di interpretazione di un’immensa mole di documenti, Chomsky è riuscito a smascherare numerosi casi di utilizzo fraudolento delle informazioni, nonché ad evidenziare la piattezza conformistica dei media. Il punto due riporta il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Per esempio, creare una crisi economica per far in modo che i cittadini accettino come necessario che i diritti sociali vengano indegnamente calpestati e lo stato sociale smantellato.

I mass media fanno credere che la crisi è reale e che si stia facendo di tutto per porvi un freno. Poco o nulla si dice invece degli sfarzi dell’Europarlamento e della complessa macchina burocratica Europa, funzionale a quell’1% dell’elite che della crisi si nutre.Ci stanno convincendo, giorno dopo giorno, che di lavoro si viva e si muoia e che i tempi sono difficili per tutti. La cosa peggiore, poi, è che stanno privando i lavoratori della consapevolezza dei loro diritti, per ottenere i quali sanguinose lotte sono state combattute e molte vite sono andate perse. Continuando di questo passo, fra qualche anno, quando il modello Polonia si sarà imposto con forza in tutta Europa, gli operai guarderanno con rimpianto agli stipendi da 800 euro al mese.

 di Federica Forte

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it

Electrolux, tanto rumore per nulla?
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