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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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FINALE DI PARTITA NEL VICINO ORIENTE

Pubblicato su 16 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

di Giulietto Chiesa

 Vi proponiamo un articolo di Thierry Meyssan, pubblicato dal più diffuso quotidiano russo, la «Komsomolskaja Pravda», e ignorato da tutti i media occidentali (e già questo è assai significativo).

Il pezzo contiene informazioni sulla Siria che, se verificate, sarebbero sensazionali.

La prima indica che Mosca ha deciso non solo di rompere gl'indugi e di mettere mano direttamente alla questione siriana, scendendo in campo non solo diplomaticamente ma anche con l'intervento di consiglieri militari e di altro genere, dalla parte del governo di Damasco. Non solo. Mosca sarebbe riuscita a far mutare posizione alla Turchia e al Libano, i cui territori hanno dato rifugio alle forze militari che, dall'esterno, hanno agito contro il governo di Bashar el-Assad.

 La seconda cosa che traspare è che l'Amministrazione americana, senza gridarlo ai quattro venti, avrebbe abbandonato i suoi protetti del Consiglio Nazionale Siriano e avrebbe, per così dire, fatto una discreta marcia indietro.

I motivi di queste modificazioni di rotta - sempre che esse siano reali- potrebbero essere diversi. Uno dei quali, si potrebbe supporre, è calmare i bollenti spiriti di Israele, che potrebbe approfittare del caos per lanciare l'attacco di sorpresa contro l'Iran.

Tuttavia molti sono gl'indizi che la partita siriana non è ancora affatto chiusa, sebbene la Russia sia sicuramente più presente e determinata di quanto non fosse stata fino a due mesi fa.

L'incontro tra Bashar el-Assad e Sergej Lavrov, il ministro degli esteri russo, è avvenuto a Damasco all'inizio di febbraio. Lavrov era accompagnato da una fitta delegazione di esperti, non certo soltanto "commerciali".

Tuttavia sabato scorso Lavrov dichiarava in pubblico, con toni molto duri, che la proposta della Lega Araba di far intervenire le Nazioni Unite era inaccettabile e evocava senza mezzi termini il rischio, "da non escludere", della "ripetizione in Siria dello scenario libico".

Lavrov aggiungeva due domande che appaiono ridurre la portata delle rivelazioni di Meyssan: ha il "Consiglio Nazionale Siriano" (opposizioni diverse) qualche mezzo per influire sulle decisioni dell'"Esercito siriano di liberazione"? E, nel caso non lo abbia, allora chi è che dirige quelle forze militari?

Domanda retorica, naturalmente. Ma che indica che l'intervento armato dall'esterno non è affatto disinnescato.

Il tutto mentre si è rifatto vivo Ayman al-Zawahiri, cosiddetto numero 1 di Al-Qa’ida dopo la - si fa per dire- morte di Osama bin Laden, per lanciare la guerra santa contro Bashar. Doppiato dalle infiltrazioni massicce di armi, munizioni e uomini dal confine iracheno, e dalle dichiarazioni di guerra santa provenienti dal confine giordano, dove la Fratellanza Musulmana è in piena mobilitazione.

Dunque forse la Russia sta muovendo in termini nuovi le sue pedine, ma non ha ancora affatto rovesciato la situazione. La guerra continua e ormai non si differenzia più da una guerra civile di vaste proporzioni. I sostenitori esterni hanno già ottenuto questo risultato ed è estremamente difficile che le bocce si fermino.

 

Finale di partita nel Vicino Oriente

 di Thierry Meyssan - -«Komsomolskaya Pravda» - «Rete Voltaire».

Traduzione per Megachip a cura di Vladimir Santa Cruz.

 Mentre i combattimenti non sono ancora cessati nel quartiere ribelle di Homs e intanto che le autorità siriane e libanesi non hanno ancora dato notizia della loro recente azione, Thierry Meyssan ha fatto un primo bilancio delle operazioni, lunedì sera sul primo canale russo, in base alle sue informazioni di prima mano che ora condivide con i lettori della Rete Voltaire.

 Da undici mesi, le potenze occidentali e del Golfo conducono una campagna di destabilizzazione della Siria. Diverse migliaia di mercenari si sono infiltrati nel paese. Reclutati da mestatori in Arabia Saudita e Qatar in seno alla comunità sunnita estremista, sono venuti a rovesciare "l’usurpatore alauita" Bashar al-Assad per imporre una dittatura di ispirazione wahhabita. Dispongono delle più sofisticate attrezzature militari, compresi sistemi di visione notturna, centrali di comunicazione, e robot per la guerriglia urbana. Sostenuti sottobanco dalle potenze della NATO, hanno inoltre accesso alle informazioni militari essenziali, specie le immagini satellitari dei movimenti delle truppe siriane e le intercettazioni telefoniche.

Questa operazione è subdolamente presentata al pubblico occidentale come una rivoluzione politica schiacciata nel sangue da una dittatura spietata. Naturalmente, questa menzogna non è universalmente accettata. La Russia, la Cina e gli Stati americani membri dell'ALBA la respingono. Ognuno ha infatti esperienze storiche che permettono loro di capire velocemente cosa sia in gioco. I russi pensano alla Cecenia, i cinesi allo Xinjiang, e gli americani a Cuba e Nicaragua. In tutti questi casi, al di là delle apparenze ideologiche o religiose, i metodi di destabilizzazione della CIA sono stati gli stessi.

La cosa più bizzarra in questa situazione sta nell’osservare i media occidentali mentre si auto-convincono che i salafiti, i wahabiti e i combattenti dell’annessa Al-Qa’ida si siano presi una cotta per la democrazia, mentre questi ultimi non smettono mai di fare appello - sui canali satellitari sauditi e qatarioti - affinché siano sgozzati gli eretici alauiti e gli osservatori della Lega Araba. Poco importa che Abdelhakim Belhaj (numero 2 di Al Qa’ida e attuale governatore militare di Tripoli, in Libia) sia venuto di persona a collocare i suoi uomini nel nord della Siria, e che Ayman Al-Zawahiri (numero 1 di al-Qa’ida dalla morte ufficiale di Osama bin Laden) abbia fatto appello alla jihad in Siria: la stampa occidentale continua comunque il suo sogno romantico di una rivoluzione liberale.

La cosa più ridicola sta nel sentire i media occidentali ripetere pedissequamente le accuse quotidiane formulate dal ramo siriano della Fratellanza Musulmana che diffonde dispacci sui crimini del regime e le sue vittime, sotto la firma dell'Osservatorio siriano dei diritti dell'uomo. Di grazia, da quando in qua questa confraternita di golpisti è così interessata ai Diritti umani?

 Sarebbe bastato che i servizi segreti occidentali mettessero in scena il burattino denominato "Consiglio nazionale siriano", il cui Presidente è un professore della Sorbona e per portavoce ha l'amante dell'ex capo della DGSE (uno dei servizi segreti francesi, NdT), per far sì che dei "terroristi" diventassero dei "democratici". In un batter d'occhio, la menzogna diventa verità dei media. Le persone rapite, mutilate e uccise dalla Legione wahhabita sono diventate nella stampa vittime del tiranno. I coscritti di tutte le confessioni che difendono il proprio paese contro l'aggressione settaria sono diventati soldati alauiti che opprimono il loro popolo.

La destabilizzazione della Siria da parte degli stranieri è diventato un episodio della «Primavera araba». L'emiro del Qatar e il re dell’Arabia saudita, due monarchi assoluti che non hanno mai organizzato elezioni nazionali nei loro paesi e incarcerano i manifestanti, sono diventati campioni della rivoluzione e della democrazia. Francia, Regno Unito e Stati Uniti, che hanno appena ucciso 160mila libici in violazione del mandato ricevuto dal Consiglio di Sicurezza, sono diventati filantropi responsabili della protezione delle popolazioni civili. Ecc.

Tuttavia la guerra a bassa intensità che la stampa occidentale e del Golfo nasconde dietro questa mascherata si è conclusa con il doppio veto di Russia e Cina del 4 febbraio 2012. Alla NATO e ai suoi alleati è stato ordinato di cessare il fuoco e ritirarsi, a rischio di causare una guerra regionale, cioè anche mondiale.

Il 7 febbraio una folta delegazione russa, compresi i più alti responsabili dell’intelligence esterna, è giunta a Damasco dove è stata salutata da una folla plaudente, certa che il ritorno della Russia sulla scena internazionale segnava la fine dell'incubo. La capitale, ma anche Aleppo, la seconda città del Paese, erano pavesate con colori bianco, blu, rosso, e sfilavano dietro striscioni scritti in cirillico. Al palazzo presidenziale, la delegazione russa ha raggiunto le delegazioni di altri Stati, incluse quella della Turchia, dell’Iran e del Libano. Una serie di accordi è stata raggiunta per il ritorno alla pace. La Siria ha restituito 49 istruttori militari catturati dall'esercito siriano.

La Turchia è intervenuta per fare liberare gli ingegneri e i pellegrini iraniani rapiti, compresi quelli detenuti dai francesi (in proposito, il tenente Tlass che li sequestrava per conto della DGSE è stato liquidato).

La Turchia ha cessato ogni supporto all’«Esercito Siriano Libero», ha chiuso le sue installazioni (ad eccezione di quella situata nella base NATO di Incirlik), e consegnato il suo comandante, il colonnello Riad el-Asaad.

Alla Russia, che si è fatta garante degli accordi, è stata autorizzata la riattivazione dell’ex base sovietica di intercettazione del Monte Qassioum.

Il giorno dopo, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha informato l'opposizione siriana in esilio che non doveva più contare su un aiuto militare USA.

Rendendosi conto che hanno tradito il loro paese per niente, i membri del Consiglio nazionale siriano sono partiti in cerca di nuovi sponsor. Uno di loro arrivando perfino a scrivere a Benjamin Netanyahu per supplicarlo affinché invada la Siria.

Dopo una latenza di due giorni, necessaria per l'attuazione degli accordi, gli eserciti nazionali non solo della Siria, ma anche del Libano, hanno preso d'assalto le basi della Legione wahhabita.

Nel nord del Libano, un massiccio arsenale è stato sequestrato a Tripoli e quattro agenti occidentali sono stati fatti prigionieri nel distretto di Akkar presso una scuola abbandonata dell'UNRWA trasformata in quartier generale militare.

In Siria, il generale Assef Shawkat in persona ha comandato le operazioni. Almeno 1.500 combattenti sono stati catturati, tra cui un colonnello francese del servizio tecnico di comunicazione della DGSE, e più di mille persone sono state uccise.

In questa fase non è possibile determinare quante vittime siano tra i mercenari stranieri, quanti siriani stiano collaborando con le forze straniere, e quanti siano i civili intrappolati nella città in guerra.

Libano e Siria hanno ripristinato la loro sovranità sull’insieme del proprio territorio.

Degli intellettuali discutono per sapere se Vladimir Putin non abbia commesso un errore nel proteggere la Siria al costo di una crisi diplomatica con gli Stati Uniti. Questa è una questione mal posta.

Nel ricostituire le sue forze per anni e affermandosi sulla scena internazionale odierna, Mosca ha messo fine a due decenni di un ordine mondiale unipolare in cui Washington poteva estendere la sua egemonia fino a ottenere un dominio globale. La scelta non era quella di allearsi o con la piccola Siria, o con i potenti USA, ma o di lasciare che la prima potenza mondiale distruggesse un altro Stato ancora o di rovesciare i rapporti di forza e creare un ordine internazionale più giusto nel quale la Russia abbia voce in capitolo.

Fonte: «Komsomolskaya Pravda».

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APRITE LA GABBIA

Pubblicato su 14 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

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ECCO I BLACK BLOC GRECI

Pubblicato su 13 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Quando la stampa e la televisione italiane la smetteranno di sparare cazzate sarà sempre troppo tardi
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ORMAI RIVELATA L'AGENDA ARABA IN SIRIA

Pubblicato su 12 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Ecco un corso intensivo sulle "democratiche" macchinazioni della Lega Araba - o piuttosto della Lega del CCG, perché il potere reale in questa organizzazione pan-araba viene esercitato da due delle sei monarchie del Golfo Persico che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo, noto anche come Circolo della Controrivoluzione del Golfo: il Qatar e la Casa dei Saud.

In pratica, il CCG ha creato un gruppo nella Lega Araba per monitorare quello che sta succedendo in Siria. Il Consiglio Nazionale Siriano - che ha la sua sede in due paesi membri della North Atlantic Treaty Organization (NATO), Turchia e Francia – lo sostiene in modo entusiasta. È evidente che il vicino della Siria, il Libano, non  è dello stesso avviso.

Quando i 160 osservatori, dopo un mese di indagini, hanno pubblicato la loro relazione… sorpresa! Il resoconto non si adattava alla linea ufficiale del CCG - secondo cui il "perfido" governo di Bashar al-Assad sta indiscriminatamente, e unilateralmente, uccidendo il suo popolo, ed è pertanto necessario cambiare il regime.

La Commissione Ministeriale della Lega Araba aveva approvato la relazione, con quattro voti a favore (Algeria, Egitto, Sudan e il membro del CCG Oman) e solo uno contro; indovinate... del Qatar, che ora presiede la Lega Araba perché l'emirato ha comprato il suo turno (a rotazione) dall’Autorità Palestinese.

Pertanto, la relazione è stata ignorata (dai media occidentali corporativi) o distrutta senza pietà dai media arabi, praticamente tutti finanziati sia dalla Casa di Saud che dal Qatar. Non è stata neanche presa in discussione, perché il CCG ha impedito che venisse tradotta dall'arabo in inglese e pubblicata nel sito web della Lega Araba.

Fino a che è filtrata. Eccola, al completo.

La relazione è adamantina. Non c’è stata una repressione letale e organizzata da parte del governo siriano contro i manifestanti pacifici. Al contrario, il resoconto considera alcune bande sospette le responsabili della morte di centinaia di civili siriani, e di più di un migliaio di vittime nell’esercito siriano, mediante l'utilizzo di tattiche letali come la collocazione di bombe negli autobus di linea, nei treni che trasportano diesel, nei mezzi della polizia, sui ponti e nelle condutture.

Ancora una volta, la versione ufficiale della NATO/CCG sulla Siria è quella di una rivolta popolare soppressa dalle pallottole e dai carri armati. Intanto, i membri dei BRICS Russia e Cina, ed ampie frange del mondo in via di sviluppo, sono dell’idea che il governo siriano stia combattendo contro mercenari stranieri pesantemente armati. La relazione conferma in larga misura questi sospetti.

Il Consiglio Nazionale Siriano è essenzialmente un'organizzazione dei Fratelli Musulmani affiliata sia alla Casa di Saud che al Qatar, con un ansioso Israele che lo sostiene in secondo piano. La legittimità non è proprio in cima ai suoi pensieri. In quanto all'Esercito della Siria Libera, ha nelle proprie fila disertori e oppositori al regime di Assad che hanno le migliori intenzioni, ma per la maggior parte è infettato da mercenari stranieri armati dal CCG, soprattutto da bande di salafiti.

Ma niente scoraggerà la NATO/CCG, che non potrà applicare il modello uniforme per promuovere la "democrazia" con il bombardamento di un paese al fine di liberarsi del proverbiale dittatore malefico. I dirigenti del CCG, la Casa di Saud e il Qatar, hanno respinto subito la relazione e sono arrivati direttamente al dunque: imporre un cambiamento di regime da parte della NATO/CCG tramite il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Pertanto, l'attuale "deriva diretta dagli arabi per garantire una fine pacifica alla repressione che dura da dieci mesi” in Siria non è altro che un grossolano tentativo di cambio di regime. I soliti sospetti, Washington, Londra e Parigi, si sono visti obbligati a togliersi di mezzo per assicurare all'autentica comunità internazionale che non si tratta di un altro mandato per il bombardamento, alla libica, per la NATO. La Segretaria di Stato Hillary Clinton lo ha descritto come "un percorso per una transizione politica che preservi l'unità e le istituzioni siriane."

Ma i membri dei BRICS Russia e Cina non si sono fatti abbindolare. Un altro membro dei BRICS, l'India, il Pakistan e il Sudafrica hanno manifestato forti obiezioni per la brutta copia della risoluzione delle Nazioni Unite abbozzata dalla NATO/CCG.

 Non ci sarà un’altra “zona di divieto di volo” sullo stile della Libia; dopo tutto, il regime di Assad non sta proprio puntando i Mig contro i civili. Russia e Cina bloccherebbero - di nuovo – una risoluzione dell'ONU destinata al cambio di regime. Perfino nella NATO/CCG c’è una certa confusione, perché tutti gli attori

Washington, Ankara ed il duo della Casa di Saud e Doha – hanno un programma geopolitico distinto per il lungo termine. Per non menzionare l’Iraq, un vicino determinante oltre che socio commerciale della Siria; Baghdad ha reso noto pubblicamente di essere contro qualsiasi schema diretto a un cambio di regime.

 

Pertanto, ecco un suggerimento per la Casa di Saud e il Qatar: visto che siete così sedotti dalla prospettiva di una "democrazia" in Siria, perché non utilizzate tutto l'armamento statunitense e la invadete nel cuore della notte - come avete fatto in Bahrein - ed imponete voi stessi il cambio di regime?

 

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Fonte: Exposed: The Arab agenda in Syria

di Pepe Escobar - Fonte: Come Don Chisciotte [scheda fonte]

Libertà dagli U.S.A.,

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Art. 18: la flessibilità c’è, non ci sono investimenti

Pubblicato su 11 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

L’accanimento sulla libertà di licenziare ignora i dati del mercato del lavoro. Il problema è come aumentare produttività e occupazione, non destrutturare ancora il mercato del lavoro

L’impressione è che l’affondo del governo sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori prosegua, ma tra notevoli difficoltà. Molto discutere, spesso a sproposito, intorno a un tema dalla duplice valenza. I diritti e la dignità del lavoro da una parte. E la rimozione degli ostacoli per favorire la crescita dall’altra. Due temi strettamente collegati, ma in modo molto più articolato di quanto si afferma comunemente nelle vulgate quotidiane della politica e degli opinionisti.

In effetti, c’è una ratio economica su cui poggia l’articolo 18 che non può essere tralasciata per cogliere il senso ultimo della norma. Nelle piccole imprese si manifesta una relazione di sostanziale simmetria tra datore di lavoro e lavoratore. Per esempio, una piccolissima impresa artigiana che licenzia il suo unico operaio produce un danno economico a quell’individuo equivalente a quello che subirebbe l’artigiano-imprenditore se fosse il lavoratore stesso a licenziarsi. Ovviamente, sul piano delle concrete relazioni produttive questa simmetria tende a sopravvivere, anche se affievolita, man mano che la dimensione dell’impresa e il numero degli occupati aumenta. Perciò, il Legislatore attraverso l’articolo 18 intese porre una linea di confine, frutto della mediazione politica tra lavoro e imprese, che divide questa zona grigia della dimensione d’impresa tra le unità produttive che consideriamo piccole, e caratterizzate da un rapporto di lavoro tra imprenditore e addetti sostanzialmente simmetrico, da quelle che consideriamo grandi e asimmetriche, in quanto per le loro dimensioni violano il principio suddetto del ”danno equivalente”; e che perciò travolgono il concetto stesso di concorrenza nel mercato del lavoro. In altre parole, un’impresa di grandi dimensioni può facilmente sostituire un lavoratore con un altro, mentre colui che è espulso (illegittimamente) dal processo produttivo rischia di essere marginalizzato nel mercato del lavoro. L’articolo 18 cattura questa asimmetria, e si configura come dispositivo regolamentativo che detta le conseguenze in caso di licenziamento illegittimo (perché effettuato senza comunicazione dei motivi, oppure perché ingiustificato o discriminatorio) nelle imprese con più di 15 dipendenti (5 se agricole) e nelle imprese con più di 60 dipendenti in tutto.

Cancellare l’articolo 18 significa di fatto sostenere che questa asimmetria non esiste, e che per tanto il mercato del lavoro è sostanzialmente concorrenziale ed equo, e non richiede alcun dispositivo di tutela per la parte debole che entra nel contratto di lavoro, ossia i lavoratori. È da notare che le piccole imprese con meno di 15 addetti non sarebbero avvantaggiate dall’eliminazione dell’articolo 18, in quanto la norma già le esclude dall’applicazione. Queste rappresentano il 98% delle imprese italiane e occupano il 55% della forza lavoro. Tra queste vi sono le microimprese (che occupano meno di 10 addetti) che rappresentano il 95% del totale delle imprese. Saranno queste micro unità produttive ad trarre vantaggio dalla rimozione dell’articolo 18, trovando lo stimolo per crescere verso le maggiori dimensioni? Appare francamente velleitario sostenerlo. Se fosse così dovremmo già oggi registrare per queste microimprese un addensamento verso il numero critico di 14 dipendenti, ma questo non è nei dati nazionali. Il superamento dell’articolo 18 influirà invece nelle scelte delle medie e grandi imprese, che impiegano attualmente circa il 45% dell’occupazione, la quale è appunto tutelata nelle discriminazioni dall’articolo 18. Per le medie e grandi imprese che puntano sugli investimenti, sul progresso tecnologico e sulle competenze, l’articolo 18 non è ragione di ostacolo: le maestranze tengono molto al loro capitale umano. Per le imprese in crisi economica, siano esse grandi o piccole, l’articolo 18 non è ovviamente un vincolo operativo. Inoltre, per le medie e grandi imprese in crisi la risoluzione dei contenziosi avviene attraverso accordi, frutto delle relazioni industriali, quando ci sono, oppure con la cessazione de facto dell’attività, senza confronto con le parti sociali, così come si è rischiato accadesse per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese. Infine, nelle fasi recessive l’articolo 18 non limita la mobilità, come conferma anche l’operato del Gruppo Espresso che negli ultimi tre anni ha mandato a casa 800 dipendenti su 3 mila.

Detto ciò, resta da capire se la rimozione dell’articolo 18 sia questione di fondamentale importanza per il rilancio del Paese. La flessibilità del lavoro è considerata da molti una tra le variabili strategiche attorno alle quali ruotano i destini dell’economia italiana. Molti sono i dati sovente citati per mostrare la supposta rigidità del mercato del lavoro italiano. Tuttavia, l’osservazione attenta dei numeri può offrire delle sorprese. L’indice sintetico Employment Protection Legislation (Epl), calcolato dall’Ocse, misura il grado di regolamentazione del mercato del lavoro relativa alla protezione dell’impiego nei diversi paesi occidentali. L’Epl è compreso in un intervallo di valori tra 0 e 6, dove ai livelli più bassi corrisponde una minore rigidità del mercato del lavoro. I dati della tabella 1 sono molto eloquenti. Tolte le economie anglosassoni (ed il Giappone), l’Italia è tra le economie europee quella con il minore EPL, ossia è il paese dove più elevata è la flessibilità del lavoro.

Tabella 1. Il grado di flessibilità del mercato del lavoro per le maggiori economie mondiali nel 2009

Indice EPL
Stati Uniti 0.21 Finlandia 1.96
Regno Unito 0.75 Germania 2.12
Giappone 1.43 Belgio 2.18
Italia 1.89 Portogallo 2.88
Austria 1.93 Spagna 2.98
Irlanda 1.95 Francia 3.04

Fonte: Ocse

È da sottolineare che in Italia la riduzione dell’Epl negli ultimi venti anni (l’indice era 3.57 nel 1992; mentre, per esempio, in Francia era 2.98 nello stesso anno, ossia inferiore a quello odierno pari a 3.04) è il risultato dell’applicazione delle riforme Treu e Biagi che hanno facilitato l’ingresso e l’uscita dal mercato del lavoro attraverso l’uso di forme contrattuali atipiche con bassa tutela. Forse questo spiega perché l’Ocse, per voce del segretario generale Miguel Anger Gurria, ha dichiarato che la regola dei licenziamenti “non è la norma fondamentale delle riforme del lavoro”.

Questa evidenza può stupire alcuni, ma è nei fatti. Tra le conseguenze di questo mutamento è utile segnalarne almeno due. In primo luogo, il mercato del lavoro italiano è divenuto duale, impiegando quote crescenti di lavoro atipico, sovente sotto pagato, utilizzato in attività di bassa qualità e valore aggiunto, e privo di ammortizzatori sociali. In secondo luogo, nella fase di passaggio dalla vecchia alla nuova disciplina del lavoro si è assistito a un parallelo decadimento della quantità e qualità degli investimenti associati alla ricomposizione dell’offerta di lavoro. Questo cambiamento – campanello d’allarme del deterioramento del nostro sistema produttivo – non è stato contrastato da azioni di governo atte a sostenere la produttività e la qualità dell’occupazione.

I dati disponibili, riportati nella tabella 2, dimostrano che in Italia, a partire dalla metà degli anni Novanta, si è registrato un costante deterioramento della produttività del lavoro che ci ha allontanato dal treno europeo, spingendoci agli ultimi posti della graduatoria mondiale (una perdita di -1.31% in media annua tra il 1980-1993 e il 1994-2010, che significa una perdita cumulata pari a 23.58 punti percentuali rispetto al periodo 80-93). Non solo. Dall’analisi dei dati emerge che nell’ultimo decennio si è anche registrato un deciso rallentamento degli investimenti delle imprese in capitale tangibile e intangibile (-1.03% medio annuo), e una riduzione del tasso di crescita del rapporto capitale-lavoro (ossia dell’intensità di capitale, -1.09 per cento in media annua), manifestando con ciò il fatto che il nostro sistema produttivo sta scivolando verso produzioni di beni e servizi a basso contenuto di capitale rispetto al lavoro, e quindi di bassa qualità, minore valore aggiunto e competitività. Infine, dalla metà degli anni Novanta a oggi in Italia abbiamo assistito alla recessione drammatica del progresso tecnologico (-0.86 per cento in media annua rispetto al primo quindicennio). E questo proprio durante la fase di maggiore deregolamentazione del mercato del lavoro.

Tabella 2. I fattori della crescita

Tasso di crescita medio annuo 1980-1993 1994-2011 differenza
Produttività lavoro 1,61 0,3 -1.31
Capitale 2,61 1,58 -1,03
Intensità capitale 2,08 0,99 -1,09
Progresso tecnologico 0,82 -0,04 -0,86

Elaborazioni su dati Eurostat.

A questo peggioramento si è peraltro associata una netta riduzione della quota dei redditi da lavoro sul Pil (dal 62.2 al 55 percento in media annua per i due periodi considerati). Ma a questo spostamento della distribuzione del reddito nazionale dal lavoro al non lavoro, e dunque verso i profitti, non si è unita la ripresa degli investimenti e il miglioramento tecnologico, quanto piuttosto un allarmante deterioramento complessivo della competitività economica nazionale.

L’insieme di queste contraddittorie evidenze deve indurre a qualche riflessione. Forse, il sistema produttivo italiano non ha interpretato la flessibilità del lavoro come un’occasione di sviluppo, quanto piuttosto come leva con cui modificare la distribuzione del reddito a favore delle imprese; e non ha interpretato la flessibilità come misura per recuperare risorse da ricondurre nei processi produttivi. Forse, il ridimensionamento delle azioni di governo nell’attività economica durante l’ultimo ventennio, e la contestuale rinuncia alla politica industriale, ha affidato ai mercati e alle imprese un compito gravoso, di scelte di investimento di lungo periodo, che il sistema produttivo italiano non è stato capace di fare.

Infine, e principalmente dal punto di vista della politica economica, dai dati emerge che non è con il solo strumento della flessibilità del lavoro che si possono conseguire i due obiettivi paralleli di accrescere l’occupazione e la produttività. Quest’ultima, difatti, è il combinato disposto di avanzamento tecnologico, capitale innovativo, occupazione di qualità, formazione delle competenze e conoscenza. Ove uno di questi elementi venga a mancare il doppio obiettivo di maggiore occupazione e crescita della produttività può essere mancato.

Se questa conclusione è corretta, il tema principale nell’attuale agenda della politica italiana dovrebbe essere l’individuazione dei dispositivi tecnico-normativi che rilancino l’accumulazione e l’avanzamento tecnologico, contestualmente alla nuova occupazione di qualità, e non le ulteriori deregolamentazioni come la modifica dell’articolo 18 o simili. Francamente, la principale domanda da porsi è come accrescere simultaneamente la produttività e l’occupazione, e non come destrutturare ulteriormente il mercato del lavoro, e le norme che lo disciplinano, con il rischio concreto di contribuire a mantenere la nostra economia nella trappola della bassa produttività, piuttosto che di ricondurla su un più elevato sentiero di crescita.

Fonte: Controlacrisi - Autore: Giuseppe Travaglinipernacchio--400x300.jpg

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PAROLE DI MARRA

Pubblicato su 11 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Dal Comitato promotore di Fermiamo le banche abbiamo ricevuto la seguente comunicazione. E' nello stile del Fronte pubblicare tutto ciò che va contro questo sistema economico, indipendentemente da chi è prodotto, ma non necessariamente condividiamo tutti i contenuti. ( Ndr )
 
È iniziata la pubblicazione, ogni giorno alle 18, di una nuova 'pergamena' con una frase di Marra tratta dai suoi libri.
Poiché le tesi di Marra sono molto ostacolate dal potere bancario e da tutte quelle entità, compresa internet, che da esso dipendono (in molti casi vengono intercettate e dirottate nello spam), ti chiediamo, se condividi, di concorrere alla loro divulgazione inviandole alla tua mailing list, pubblicandole su fb, o caricandole sul tuo sito o sul tuo blog.
DA LA STORIA DI GIOVANNI E MARGHERITA
l tacere, il frustrare e il non concorrere allo sforzo comunicativo degli altri causa il più grande avvilimento di chi li esercita e di chi li subisce.
L'incomunicabilità è infatti la negazione di un impegno durato miliardi di anni, attraverso il quale un'entità originaria errante, proveniente da chissà quale spazio, bruta nella sua atroce difficoltà di comunicare, ma sublime nella sua sensibilità, ha ottenuto di poter avere la mano con la quale ti scrivo e gli occhi con i quali mi Leggi.
 
DA IL LABIRINTO FEMMINILE
Se la civiltà è figlia del controllo, la disfunzione della giustizia civile ed amministrativa è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose
 
DA LA FASE DI SAUL 
La burocrazia è una tendenza a rendersi temibili o inaccessibili nei propri ruoli allo scopo di poterseli vendere, o comunque di lucrarvi o di disimpegnarsi
 
DA IL LABIRINTO FEMMINILE
L’intelligenza non consiste nella capacità di formulare concetti o architettare strategie – che hanno anche gli animali – ma nella capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri.

Essa si fonda sulla generosità, ed è il presupposto dell’amore, e non è quindi altro che una categoria morale – la principale – tipica solo dell’uomo, perché il cane sarà capace di intelligenza (e di amore) solo quando, guardandoti negli occhi, saprà capire che hai fame e decidere se dividere con te la scodella, mentre, per il momento, così come molti uomini e donne, ti può ‘amare’ magari anche moltissimo, ma solo per quello che serve a lui.
 
DA IL LABIRINTO FEMMINILE
La sessualità è lo strumento per addivenire all’emozionale profondo dell’altro, ma una sessualità di questo tipo innescherebbe nella coppia la dialogicità, che causerebbe il confronto, che dalla coppia si estenderebbe alla famiglia e poi alla società, provocando un regime di continuo cambiamento, perché il confronto è in sé rivoluzionario, e nel confronto ogni forma di prevaricazione si dissolve. Il potere (le banche) ha allora avuto l’esigenza di realizzare un processo culturale di ‘genitalizzazione’ della sessualità, per cui essa si ferma ‘lì’. Sennonché se non si comunica non ci si può fidare, e allora diventa necessario vincere, per cui alla dialogicità bisogna sostituire lo strategismo, rivolto a prevaricare l’altro. Ecco così che la società diventa conflittuale, psicotica, infelice, frigida, impotente, e così via.
DA CUCCIOLINO
Il potere, monolitico e puntiforme nella fase primaria, ha dapprima avuto la necessità di diventare tentacolare, abbracciando, per poter continuare ad esistere, un numero di adepti sempre maggiore man mano che la democrazia cresceva e si affermava, per poi organizzarsi da ultimo come ‘forza in sé’ di cui ciascuno è per certi versi vittima e per certi altri protagonista; ‘forza in sé’ dunque che ha avuto la necessità di avere il consenso di tutti e che tutti appunto ha dovuto coinvolgere per potersi svolgere, pur rimanendo nel contempo verticistica.

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David Duke - Nessuna Guerra in Iran per Israele

Pubblicato su 10 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

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OBAMA ORDINA....MONTI OBBEDISCE

Pubblicato su 10 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Arrivato negli USA Mario Monti é stato preceduto dagli ordini di Obama su quello che va bene e cosa fare in Italia .

Proseguire sulla strada della politica dei sacrifici richiesti al popolo italiano , con la difesa delle banche , dei potentati economici , degli interessi americani . Compresi quelli geo-politici nel mondo , Siria ed Iran in testa . Altro che incontro con un "amico" !

Infatti il "fedele alleato" è stato preceduto ed accolto , sui media Usa , con attestazioni che più gratificanti non potrebbero essere . Segno che il sig. Monti viene percepito dagli Usa come la persona più adatta per portare avanti , in Italia ed Europa , le misure che salvaguardano gli States nella loro continua opera di sfruttamento capitalista globalizzato .

Eventuali altre aggressioni a nazioni libere e sovrane comprese .

Inutile entrare nei dettagli , sono più che conosciuti .

Piuttosto , a mio parere , occorre sottolineare , ancora una volta , come il tutto non sia che una ulteriore mossa di quella "entità" che va sotto l'appellativo di "ILLUMINATI" .

Padrona , di fatto , di gran parte dei poteri economici del mondo . Con relative istituzioni , specie in  Occidente .

Magari gli  "illuminati" non corrisponderanno in tutto e per tutto al quadro che se ne fa ove possibile , internet in testa . Non so , non ho questa gran preparazione per affermarlo .

Ma , sicuramente , questa casta di intoccabili mostra il proprio volto a tutti in ogni occasione ed in qualsiasi parte del globo .

Ma chi , meglio di Obama e dei suoi lacchè , può procedere nell'attività dello sfruttamento di masse di milioni e milioni di persone tramite le crisi economiche e gli interventi militari contro chi non si allinea ?

Obama ha dato gli ordini..... Monti obbedisce !

 Vincenzo Mannello

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