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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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L'invisibile barriera che divide Kiev dall'Europa

Pubblicato su 12 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Se davvero il popolo ucraino vuole di meglio per il suo futuro non deve oltrepassarla

di Chris Richmond-Nzi

In autostrada, il pilota automatico è inserito. Non si intravvedono né piazzole di sosta o segnali di inversione di marcia, anzi. Il limite di velocità è stato abbondantemente raggiunto, ma il pedale sull'acceleratore non viene interrotto. Gli Stati hanno presentato i loro progetti di bilancio e la Commissione ha già espresso i suoi pareri, bacchettando paesi come l’Italia che non hanno completato i compiti a casa ed ogni volta che il ministro Saccomanni apre bocca, viene tempestivamente smentito dal suo superiore Rehn. 

 
Il 13 dicembre l’Irlanda ha abbandonato il programma d’assistenza finanziaria e tra meno di un mese, sarà il turno della Spagna. Ma essere troppo ottimisti potrebbe essere contro produttivo, dato che entrambi saranno costretti ad un’altra assistenza finanziaria, seppur in forma preventiva. L’ormai dimenticata Cipro, inoltre, osserva con impotenza lo tsunami finanziario che si abbatte sui suoi cittadini, mentre la Grecia inizia ad abituarsi alle visite cronologiche della Troika. Ma il circolo vizioso non termina qui. La neo giunta Repubblica di Croaziaè stata presa di mira e la Commissione ha già raccomandato entro e non oltre il 30 aprile 2014 l’apertura di una procedura per deficit e debito eccessivo. Zagabria avrà tempo fino al 2016 per rientrare nei parametri imposti dal Patto di stabilità, un anno in più rispetto alle normali tempistiche concesse. L’entusiasmo della Repubblica di portare a termine le riforme è legato a quella di venir presto ammessa al club dell’Eurozona. Speranza che diventa un rammarico, quando si pensa alla Repubblica di Lettonia. Nonostante la sua valuta sia molto più forte dell’euro, a gennaio sacrificherà la sua sovranità monetaria per diventare il 18° paese membro dell’ambita zona euro, ricordandoci quanto la moneta unica divida, più che unire. 

 
È ormai appurato che all’interno dell’Unione europea aumentano gli euroscettici e mentre più di un membro si contorce per cercare l’euro-uscita, oltre i confini comunitari vi è più di un paese (Albania, Bosnia e Kosovo) che fa tutto il necessario per ottenere il famigerato status di candidato all’Unione europea. Macedonia, Turchia, Islanda, Montenegro e Serbia invece, essendo già candidati ammessi, scalpitano, aspettando con impazienza che le porte dell’Unione europea vengano loro spalancate. 

 
Non è dato sapere come saranno i confini dell’Unione europea di domani, ma osservando l’Eurasia di oggi, appare scontato che finché Georgia ed Ucraina saranno sotto l’influenza del Cremlino, Bruxelles non potrà dormire sogni tranquilli. Ed ecco allora che i tumulti germogliati nelle ultime settimane a Kiev dimostrano in parte di avere una radice. Con il processo di espansione in corso, l’Ue promuove e determina un’integrazione non naturale, che si può quasi definire una forzatura. Mentre Štefan Füle, il Commissario per l’allargamento dichiarava che le «minacce russe legate alla firma di accordi tra Ucraina ed Unione europea sono inaccettabili», il nostro Alto Rappresentante Catherine Ashton affermava che quel popolo «merita di meglio. Bisogna pensare al futuro del paese, pensare in prospettiva e guidare l’economia dell’Ucraina a lungo termine». Nei colloqui avuti con il Presidente ucraino, Ashton ha trattato di «gasdotti e le riserve energetiche che possono» e che devono «essere sfruttati»; oltre al cosiddetto DCFTA, l’accordo di libero scambio con l’Unione europea, il primo passo che Kiev deve fare per ottenere lo status di potenziale candidato. Ma l’incertezza in Ucraina non è circoscritta alla politica, incombe una profonda «crisi finanziaria» e l’Unione europea è intenzionata ad aiutare il paese a «ripristinare rapidamente la fiducia dei cittadini e quella degli investitori e dei creditori internazionali». Chiede a Kiev di «affrontare i suoi bisogni finanziari in modo trasparente, attraverso una stretta collaborazione con istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e non con altri accordi sottobanco», ovvero con la Russia, «che non creerebbe né fiducia, né la crescita necessaria». A questo proposito, Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale ha detto chiaramente che «il FMI sarebbe pronto a riprendere i negoziati con l’Ucraina se il paese decidesse di andare nella giusta decisione» e Bruxelles intende «facilitare, sostenere e creare le condizioni necessarie al raggiungimento di un accordo con il Fondo». Il rapido «deterioramento della situazione politica ed economica» porta l’Unione europea a premere affinché il governo ucraino «chiarisca al più presto le sue intenzioni». Se Kiev dovesse approvare l’accordo, l’Ue si impegnerebbe a sostenere la “modernizzazione” del paese mediante l’assistenza macrofinanziaria del Fondo Monetario e ad accelerare il «programma dell’Unione europea» necessari. I 610 milioni di euro sbandierati dall’Ue sono ben lontani dai 20 miliardi di dollari richiesti fino al 2017 dall’Ucraina – che Putin ha promesso al presidente ucraino nella visita di martedì - ed i 610 milioni di euro proposti rimangono distanti anni luce dai 160 miliardi di dollari voluti da Kiev per portare a termine la lunga e faticosa scalata verso la meta: lo status di potenziale candidato alla prestigiosa e controversa Unione europea.

 
Ma da buon commissario, Štefan Füle è ambizioso, ed è con enorme determinazione che rappresenta l’entusiasmo e la lungimiranza del processo di allargamento. Ha dichiarato con rara sincerità che nonostante le difficoltà, l’Unione europea è «fortemente determinata a firmare entro il 2014 l’accordo di libero scambio (DCFTA) sia con la Georgia che con la Repubblica di Moldova, che intende continuare i negoziati con L’Azerbaigian e che data la situazione, l’Ue deve seriamente riflettere su come procedere con l’Armenia». Non è un caso se McCain è andato a Kiev per apportare il suo supporto morale ai manifestanti pro-Europa. 

 
L'Eurasia è obiettivamente divisa in due, come separata da un’invisibile barriera. Ad est un popolo oppresso è in piazza perché si è convinto che l’Unione sia il luogo dove ottenere libertà, Stato di diritto, democrazia, ed una prosperità economica duratura. A quanto pare però, non è loro consentito di sbirciare oltre la barriera, magari perché constaterebbero la selvaggia protesta dei cittadini dell’Unione, che sono decisi a riappropriarsi della sovranità persa, di una democrazia che non sia soltanto rappresentativa, dei loro diritti e di quei posti di lavoro che ormai non hanno più. Lottano per un’unione che sia meno aggressiva e mentre ad ovest l’allergia verso il Fondo Monetario, l’ESM e l’austerità diventa sempre più contagiosa, ad est si loda sia il FMI che l’ESM, pensando che un’assistenza finanziaria multilaterale sia la soluzione ai problemi. Quel popolo che «merita di meglio», non ha colpa del ridotto e manipolato panorama. Se potessero percepire gli umori del popolo greco, cipriota, spagnolo, italiano e portoghese, capirebbero che oltre la barriera succedono cose che nemmeno il comunismo più cinico avrebbe mai permesso, ma cose che grazie alla democrazia rappresentativa  stanno diventando consuetudine. I neonati nascono debitori, i giovani laureati sono senza alcuna futura prospettiva, i pensionati sono senza pensione ed esistono i disperati che per ottenere un minimo di sussidio, si iniettano l’HIV. Il popolo dell’Unione europea a quanto pare non ha il diritto d’avere meglio di questo e se davvero quello ucraino «merita di meglio», dovrebbe sperare che quella barriera rimanga integra.
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
L'invisibile barriera che divide Kiev dall'Europa
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IL FISCAL COMPACT E LA TRAPPOLA DEL “BILANCIO STRUTTURALE”

Pubblicato su 11 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Di Thomas Fazi

Si parla tanto del Fiscal Compact ma pochi sanno come funziona veramente. E non solo in Italia. Nei corridoi di Bruxelles la voce che gira è che il testo completo del patto “l’hanno letto in 10 e capito in 3”. Quanto c’è di vero, dunque, su quello che si sente in giro?

Tanto per cominciare, c’è da dire che il Fiscal Compact di nuovo introduce molto poco. Il testo poggia in buona parte sul Trattato di Maastricht (1991) e sul Patto di stabilità e crescita (1999) – le tavole su cui sono incise le sacre regole di bilancio dell’Ue –, e poi riprende e integra un insieme di disposizioni proposte dalla Commissione nel periodo 2010-11 e per la maggior parte già adottate dal Consiglio e dal Parlamento europeo, come il Patto per l’euro e in particolare ilsix-pack e il two-pack.

Com’è noto, il Trattato di Maastricht – successivamente rafforzato dal Patto di stabilità e crescita – si componeva di due “regole d’oro”:

  • Il divieto per gli stati membri di avere un deficit pubblico superiore al 3% del Pil. Questo limite risultava l’unico soggetto a sanzioni in caso di mancato rispetto: la Procedura per deficit eccessivo (Pde) obbligava i paesi “in difetto” a intraprendere una politica di restrizione fiscale e a rendere conto delle sue decisioni in materia di spesa alla Commissione e al Consiglio e infine, eventualmente, a pagare una sanzione.
  • Il divieto di avere un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Superato questo limite, i paesi “in difetto” dovevano avviare delle politiche correttive. Ma questo vincolo non prevedeva procedimenti sanzionatori.

I pacchetti di regolamenti six-pack e two-pack – entrambi approvati dal Parlamento Europeo – hanno poi introdotto nell’ordinamento europeo l’obbligo del “pareggio di bilancio strutturale” e la sorveglianza multilaterale sui bilanci degli stati membri (che in futuro avranno l’obbligo farsi pre-approvare le finanziarie dalla Commissione).

Di fatto, quello che fa il Fiscal Compact è estendere, rafforzare e radicalizzare la normativa esistente (a partire dal Patto di stabilità e crescita), e istituzionalizzare su base permanente il “regime di austerità” che è stato imposto in Europa in seguito alla crisi.

Il cuore del Fiscal Compact è l’articolo 3.1, che riguarda il famoso “pareggio di bilancio”. Esso afferma che “la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente [deve essere] in pareggio o in avanzo”; questa regola si considera soddisfatta se il deficit strutturale annuale delle amministrazioni pubbliche risulta inferiore allo 0,5% del Pil. I paesi devono garantire una convergenza rapida verso questo obiettivo, o verso l’obiettivo di bilancio di medio specificato per il singolo paese, secondo una forcella stabilita tra il -1% del Pil e il pareggio o l’attivo. I tempi di questa convergenza verranno definiti dalla Commissione. I paesi non possono discostarsi da questi obiettivi o dal loro percorso di aggiustamento se non in circostanze eccezionali. Un meccanismo di correzione è avviato automaticamente se si individuano forti divergenze; ciò comporta l’obbligo di adottare misure volte a correggere queste deviazioni in un periodo determinato.

Ma cosa si intende esattamente per “bilancio (o deficit) strutturale”? Secondo la logica alla base del Fiscal Compact, sussiste un deficit strutturale quando un paese continuare a registrare un deficit pubblico anche se la sua economia sta operando al “massimo potenziale”. Si tratta in sostanza di un indicatore che dovrebbe permettere alla Commissione di giudicare se il deficit pubblico di un paese sia dovuto alla congiuntura economica – come nel caso di una crisi economico-finanziaria, per esempio –, nel qual caso potrebbe essere eliminato per mezzo della crescita; o se invece sia “strutturale”, ossia continuerebbe a sussisterebbe anche se il paese riprendesse a crescere e arrivasse ad operare al massimo potenziale. La premessa è che in condizioni economiche “normali” un deficit è considerato “normale” se non supera lo 0,5% del Pil. Questa idea riflette la visione neoliberista della politica di bilancio come di una politica “neutrale”, che non è né espansiva (attraverso un’iniezione di reddito all’interno del circuito economico) né recessiva (mediante un aumento del risparmio pubblico).

commOvviamente, per valutare quale sarebbe il deficit in assenza di una recessione o in caso di ripresa economica, serve una teoria. Quale sarebbe il livello della produzione – gli economisti la chiamano la “produzione potenziale” – se la situazione fosse “normale”? Più la differenza tra la produzione reale – quella che viene misurata – e la produzione potenziale è significativa, più la parte considerata congiunturale del deficit risulterà rilevante, e più il deficit strutturale verrà considerato basso. E viceversa. Questa differenza è chiamata nel gergo della Commissione “output gap”. Supponiamo che uno stato membro registri un tasso di crescita dello 0,5% e un deficit pubblico del 3% (quindi in linea con i parametri di Maastricht); la Commissione potrebbe stabilire, secondo i suoi calcoli, che se l’economia del paese in questione operasse al massimo potenziale il deficit – quello strutturale, appunto – sarebbe del 2% (in questo caso l’output gap – ovvero la percentuale del deficit imputabile alla congiuntura economica – sarebbe di -1%), e dunque il paese dovrebbe effettuare una manovra fiscale equivalente all’1,5% del Pil, per mezzo di un consolidamento di almeno lo 0,5% del Pil l’anno, per portare il deficit strutturale entro i limiti imposti dello 0,5% del Pil (pur, ripetiamo, rispettando i parametri di Maastricht). Gli stati possono temporaneamente deviare dall’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale o dal percorso di aggiustamento solo nel caso di “circostanze eccezionali”, ossia eventi inusuali che sfuggono al controllo dello stato interessato e che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione, oppure in periodi di grave recessione – nel qual caso anche la Commissione sarebbe costretta ad ammettere l’esistenza di un significativo output gap congiunturale –, “purché la deviazione temporanea della parte contraente interessata non comprometta la stabilità del bilancio a medio termine”. E comunque, appena quel paese uscisse dalla recessione e ricominciasse a crescere, anche di poco, l’output gap si ridurrebbe, e il paese sarebbe costretto a ridurre nuovamente il deficit (per mezzo di ulteriori tagli alla spesa). Tornando all’esempio di prima, se il paese in questione aumentasse il suo tasso di crescita dell’1% (arrivando al suo “massimo potenziale” di 1,5%) e il suo deficit pubblico rimanesse invariato al 3%, l’output scenderebbe a 0, e di conseguenza il deficit strutturale arriverebbe a coincidere col deficit effettivo (3%), costringendo il paese a una manovra ancora più pesante (pari al 2,5% del Pil). In sostanza, il Fiscal Compact costringe i paesi a implementare misure di austerità sia in tempi di recessione o di bassa crescita che di crescita sostenuta (soprattutto in questi casi)!

Questo presenta una serie di problemi. Il primo è di ordine teorico, nel senso che non esiste nella teoria economia un metodo generalmente accettato per misurare la “produzione potenziale” di un paese. In base all’approccio liberista, a cui si ispira la Commissione, se la produzione ha un calo non è dovuto tanto a un’insufficienza della domanda quanto a problemi di offerta (produttività o competitività insufficiente, salari troppo elevati, mercato del lavoro troppo rigido, ecc.), e dunque non è possibile avere una produzione molto maggiore allo stato attuale; la componente ciclica del deficit in questo caso è minima, e quello che serve sono invece “riforme strutturali” e ulteriori tagli alla spesa. Questo metodo tende a sottovalutare il divario tra la produzione reale e la produzione potenziale, particolarmente nei periodi di recessione. A tal proposito è interessante notare che secondo i calcoli della Commissione, tra il 2008 e il 2014 il bilancio strutturale non è mai andato vicino al pareggio in nessuno dei paesi della periferia (eccetto la Grecia, per effetto delle pesantissime misure di austerità), di cui tutto si può dire fuorché che non abbiano riscontrato una “grave recessione”. E questo nonostante il fatto che prima della crisi alcuni di questi (Irlanda e la Spagna) – sempre secondo la Commissione – registrassero deficit (sia effettivi che strutturali) vicini allo zero o addirittura in avanzo.

Il secondo problema è di ordine politico, nel senso che, proprio perché non esiste alcuno strumento per misurare oggettivamente il bilancio strutturale di un paese – a differenza del bilancio effettivo –, è la Commissione a decidere, secondo dei parametri del tutto arbitrari (e molto discutibili), quale sia il livello del suddetto bilancio, e a imporre le misure correttive necessarie. Ed è sempre la Commissione, tramite le sue previsioni, a stabilire se e quanto l’economia di un paese è destinata a crescere l’anno seguente, e a chiedere sulla base di quelle previsioni misure di austerità “preventive”, in vista della riduzione dell’output gap. A tal proposito va ricordato che la Commissione è celebre per la sua tendenza a sovrastimare clamorosamente le prospettive di crescita degli stati membri. Va specificato che la Commissione può anche stabilire che un paese sta operando al di sopra del suo massimo potenziale, il che determinerebbe un output gap positivo e un conseguente peggioramento del bilancio strutturale. Supponiamo che un paese cresca a un ritmo del 2,5% e registri un bilancio pubblico di -0,5% (quindi praticamente in pareggio); la Commissione potrebbe stabilire che l’economia è di 0,5% al di sopra del suo potenziale massimo di 2% (perché, per esempio, il livello di disoccupazione è sceso al di sotto di quello che Commissione ritiene essere il “tasso naturale” per quel paese). In quel caso l’output gap sarebbe anch’esso di +0,5%, risultando in un deficit strutturale dell’1%. Con la conseguenza che il paese, pur avendo un bilancio in pareggio o quasi, sarebbe comunque costretto a effettuare una manovra dello 0,5% del Pil. In definitiva, possiamo concludere che non ci sono conti pubblici che tengano, per quanto “in ordine”, di fronte ai “calcoli” della Commissione. Ma c’è di più: anche nel caso in cui un paese registri un bilancio strutturale in pareggio, la Commissione può lanciare una Procedura per deficit eccessivo semplicemente sulla base della previsione che il deficit tornerà a crescere. È quello che la Commissione chiama il “braccio preventivo” (che va a complementare il “braccio correttivo”, che viene attivato nel caso di uno sforamento): una sorta di equivalente fiscale della nozione di “precrimine” immaginata da Philip Dick nel suo racconto Rapporto di minoranza.

MAASTRICHT MEETINGIl terzo problema è di ordine costituzionale, nel senso che il Fiscal Compact – imponendo l’obbligo del pareggio o quasi di bilancio strutturale – parrebbe violare il Trattato di Maastricht, che in tutte le sue successive versioni, da quella originaria del 1992 a quella di Lisbona del 2007, ha sempre previsto un margine di deficit del 3%. Su questo punto, però, va detto che in realtà il Trattato di Maastricht imponeva già agli stati membri un pareggio (o surplus) di bilancio de facto. Il deficit pubblico di un paese, infatti, include gli interessi sul debito pubblico. Considerando che in media tra il 2000 e il 2009 la spesa annuale per interessi dei paesi dell’eurozona è stata pari al 3.2% del Pil, vuol dire che gli stati membri sono stato costretti ad avere un avanzo primario (al netto degli interessi) di almeno 0.2% solo per rientrare nei parametri di Maastricht. In realtà l’effettivo avanzo primario dell’eurozona in quegli anni è stato ancora più alto, 0.8%; altro che deficit massimo del 3%! A tal proposito, è utile ricordare che anche il Fondo monetario internazionale consiglia di basare le regole di bilancio sul bilancioprimario, non su quello totale, proprio perché il pagamento degli interessi non può essere considerato una spesa produttiva che va a incidere sulla domanda aggregata (e anzi rappresenta il suo opposto: un trasferimento di risorse dall’economia reale verso i creditori, nazionali ed esteri). In questo senso, dovremmo dire che il Fiscal Compact, più che il pareggio di bilancio istituzionalizza definitivamente il “surplus di bilancio” obbligatorio.

L’altro pilastro del Fiscal Compact riguarda la riduzione del debito in eccesso. In base all’articolo 4, qualora il rapporto debito pubblico/Pil superi la soglia del 60%, gli stati membri sono tenuti a ridurlo a un rimo medio di un ventesimo della parte in eccedenza all’anno. A vedere le raccomandazioni fatte ai singoli paesi, però, questa sembra essere l’unica misura sulla cui implementazione la Commissione sembra disposta a essere un po’ più flessibile – se non altro per l’entità irrealistica dei tagli che alcuni paesi si vedrebbero costretti a operare.

In definitiva, possiamo concludere che non è esagerato affermare che il Fiscal Compact, per mezzo dell’”invenzione” del bilancio strutturale, elimina definitivamente anche quell’esiguo margine di manovra fiscale previsto dal Trattato di Maastricht e dal Patto di stabilità e crescita, condannando l’Europa – ad eccezione di un cambio di politica radicale – all’austerità permanente. Nei prossimi giorni vedremo nel dettaglio quali sono le implicazioni del Fiscal Compact per l’Italia e per gli altri paesi dell’eurozona, e riveleremo alcune inquietanti indiscrezioni trapelate in questi giorni dalla Commissione.

Alcune delle considerazioni sul patto sono tratte da Cosa salverà l’Europa. Critiche e proposte per un’economia diversa del gruppo degli Economisti sgomenti.

Di Thomas Fazi

Tratto da:http://www.oneeuro.it

IL FISCAL COMPACT E LA TRAPPOLA DEL “BILANCIO STRUTTURALE”
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LA SPAR(T)IZIONE DELL’EUROPA

Pubblicato su 10 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La Russia è considerata il nemico numero uno e un pericolo persistente dagli Usache non intendono mollare l’osso unipolaristico benché, oramai, l’ordine geopolitico unilaterale che essi hanno in mente sia meno di una remota eventualità il cui prezzo, peraltro, è troppo alto da pagare per chiunque, in termini di instabilità e caos planetario.

Nonostante ciò gli statunitensi non vogliono abbandonare questa strategia totale che accelererà i rischi di conflitti globali precoci e in condizioni di crescente incertezza per ogni attore che avrà grosse difficoltà a prevedere le mosse altrui. I Risultati fin qui ottenuti dall’amministrazione Obama e dal cerchio decisionale ristretto che l’accompagna sono dubbi eppure la strada è ancora quella segnata in una passata fase storica.

Laddove qualcosa sfugge alla sfera d’influenza di Washington si interviene per fomentare disordini e contrasti sociali (anche quelli pericolosissimi di tipo etnico) con manovre subdole e divisive di modo che nessuno sbrogli il bandolo della matassa. Se non può comandare la Casa Bianca nessuno deve farlo in ossequio ad una massima disorganizzazione internazionale che, secondo gli yankees, è pur sempre un beneficio per il vecchio potere.

L’America gode certamente di un relativo vantaggio sugli altri protagonisti dell’epoca in corso ma sta usando scriteriatamente la sua “rendita posizionale” aggravando la precarietà del contesto globale senza ricavarne nulla di duraturo. La sfida lanciata all’orso russo in prossimità dei suoi confini, dopo aver subito lo smacco siriano, è la prova evidente di questa volontà prepotente che amplificherà le complicazioni degli stessi partners atlantici di Washington, dentro e fuori le loro frontiere. Quest’ultimi, ritrovatisi in prima linea senza volerlo e senza poter opporre il proprio punto di vista all’alleato dovranno subire i guai e i guasti generati dagli scenari aperti e mai chiusi, e saranno aggiuntivamente scompensati da ulteriori ingerenze nella loro politica estera ed anche negli affari interni, in virtù di questa serrata dei ranghi che stride con gli approcci bilaterali (con russi, cinesi ed altre realtà emergenti) intessuti faticosamente negli ultimi anni.

Il giogo si farà più pesante e sconveniente tanto che infine si porrà comunque la questione dirimente: quella per cui sia meglio ripiegare entro i precedenti orizzonti di crisi che però sono un terreno conosciuto da lunga pezza oppure rischiare aprendosi alle nuove possibilità ed uscire in qualche maniera dall’impasseattuale . L’alternativa è dunque tra una sicurezza percepita come tale ma che, tuttavia, non resisterà a lungo alle trasformazioni in atto e l’accesso ad un ventaglio di opportunità il cui risvolto non è affatto scontato ma che potrebbe essere pagante nel medio-lungo periodo.

Al momento, i Paesi europei, pur se con qualche timida eccezione, non sciolgono i vincoli di ieri e si aggrappano alle vane speranze di un tempo irrimediabilmente perduto. E’ questo l’errore imperdonabile, nonché il fallimento completo, delle classi dirigenti comunitarie. Il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini che “intima” a Putin di fermarsi, quando è evidente che costui sta soltanto ripristinando i suoi interessi alla porte di casa, dopo un colpo di stato organizzato fuori da Kiev, è l’emblema di questa bancarotta diplomatica. Del resto, la Mogherini è stata investita della funzione dopo l’endorsement della Casa Bianca che decide gli assetti dei nostri governi, di qualunque sponda o colore essi siano. Ovviamente, non ce l’abbiamo con la persona ma denunciamo un fatto: in Italia non si muove foglia che straniero non voglia. E si vede.

Non ci saremmo aspettati nulla di diverso da lei che ricopre quel ruolo per imprimatur atlantico.  Ma ci vuole un po’ di decenza perché questa volta è chiaro anche ai bambini che la crisi in ucraina non l’ha scatenata Putin ma il Dipartimento di Stato americano insieme ai gruppi oltranzisti della parte ovest del Paese. E non vogliamo nemmeno trascurare le interferenze tedesche e lo zampino di altre componenti dell’UE nella grave escalation che ha messo gli ucraini gli uni contro gli altri.

Chi ha voluto, come ha scritto Kissinger, trasformare l’Ucraina nell’ avamposto di una sfida senza esclusioni di colpi tra Occidente ed Eurasia ha commesso uno sbaglio. Lo dice Kissinger che non è mai stato uno stinco di santo ma, certamente, non è mai stato nemmeno un avventurista come gli attuali decisori statunitensi che stanno portando il mondo sull’orlo del baratro. Mentre la Mogherini punta il dito e s’impanca l’America punta i missili e sbanca. Da un lato l’amministrazione Obama minaccia di chiudere il cerchio dello scudo antimissile posizionando i suoi vettori a Kiev, dall’altro vuole spodestare la Russia dagli affari energetici in Europa, col pretesto di diminuire la dipendenza dell’UE dal Cremlino. Nel fare questo amplia la sua già ingombrante presenza che non è soltanto finanziaria ma soprattutto militare. E’ notizia di questi giorni che, come riporta il NYT, in risposta alla crisi in Ucraina, i legislatori americani e le compagnie energetiche stanno spingendo per esportare gas naturale in Europa nel tentativo di minare l’influenza della Russia sul continente. L’Amministrazione Obama dovrebbe muoversi per aumentare le esportazioni ed aiutare gli alleati.

L’aumento delle esportazioni di gas naturale è considerato dagli Usa uno strumento per rafforzare la politica estera statunitense in Europa. Perché quando lo fa Putin è inaccettabile mentre se lo dichiara apertamente Obama facciamo i salti di gioia? Si badi bene che l’intento non è per niente economico poiché sono gli stessi americani ad ammettere che “il Governo dovrebbero usare le esportazioni di gas naturale come una leva fondamentale della diplomazia statunitense nel vecchio continente”. La Mogherini si giri pure dall’altra parte per non sentire la verità ma di questo si tratta.

In questo clima Putin si gioca tutta la sua credibilità e il futuro della Russia, per questo non arretrerà di un passo in Ucraina, anche a costo di dividerne le spoglie. Secondo quanto afferma Edward Luttwak il piano russo si spingerà molto oltre l’indipendenza della Crimea. Il progetto del Cremlino è quello di creare una “Nuova Russia” che comprenderà tutti i territori ad est del Dniepr (ci sarebbe pronta persino la nuova bandiera) di origine russofona. E lo farà, sottolinea Luttwak, nel più americano dei modi, cioè facendo prevalere il principio wilsoniano dell’autodeterminazione degli Stati e dei popoli. Questa “Nuova Russia” avrà come centro amministrativo Kiev che è attraversata e divisa in due dal fiume Dniepr, la parte ovest resterà in mano agli occidentali, la parte est diventerà la capitale della Repubblica nascente. Probabilmente Putin accetterà in cambio di cedere Odessa che è situata ad ovest del Dniepr per garantirsi uno spazio omogeneo ai suoi confini.

Gli europei potrebbero assistere inermi a questa ennesima divisione della propria area se russi e americani si accorderanno in tal senso. E tutto ciò per non aver voluto cooperare con Mosca quando era possibile, prestando fede alla bugie americane. Non ci aspettiamo che la nostra Ministra degli affari esteri capisca tutto questo ma ci auguriamo almeno che riesca a tenere per sé le sue minacce infantili. Nel frattempo siamo noi ad essere ridotti a dei moncherini geopolitici anche a causa della Mogherini e di chi l’ha preceduta.

Tratto da:http://www.conflittiestrategie.it -Scritto da: Gianni Petrosillo

LA SPAR(T)IZIONE DELL’EUROPA
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BLOOM: " NON APPENA CAPIRANNO I VOSTRI INGANNI, VI IMPICCHERANNO. ED AVRANNO RAGIONE"

Pubblicato su 7 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

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Ucraina: organizzazione militare segreta neo-nazista coinvolta negli spari a Euromaidan

Pubblicato su 4 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

F.  William Engdahl, Global Research, 3 marzo 2014

 

Gli eventi in Ucraina dal novembre 2013 sono così sorprendenti da sfidare quasi la realtà. Il Presidente ucraino legittimamente eletto (secondo tutti gli osservatori internazionali), Viktor Janukovich, è stato abbattuto dalla carica e costretto a fuggire come un criminale di guerra, dopo più di tre mesi di proteste violente e di omicidi terroristici da parte della cosiddetta opposizione. Il suo “crimine”, secondo il capo della protesta, era aver rifiutato l’offerta dell’UE di un’associazione vagamente definita che offriva poco all’Ucraina e di aver favorito un accordo concreto con la Russia che riduceva subito di 15 miliardi di dollari il debito e la forte riduzione dei prezzi d’importazione del gas russo. Washington, a quel punto ha accelerato e il risultato attuale è la catastrofe.
Un’organizzazione militare segreta neo-nazista legata alla NATO avrebbe svolto un ruolo decisivo nei tiri dei cecchini e nelle violenze che hanno portato al crollo del governo legittimo. Ma l’occidente non ha finito con la distruzione dell’Ucraina. Ora il FMI imporrà condizioni gravi quali prerequisiti per un qualsiasi aiuto finanziario occidentale. Dopo la famosa telefonata trapelata tra l’assistente del segretario di Stato USA Victoria Nuland e l’ambasciatore statunitense a Kiev, in cui discuteva i dettagli sul nuovo governo di coalizione a Kiev, respingendo la soluzione dell’Unione europea con il suo “si fotta l’UE”, [1] l’UE è andata avanti da sola. Il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, propose che lui e il suo omologo francese, Laurent Fabius, andassero a Kiev per cercare una risoluzione prima dell’escalation delle violenze. Al ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski chiesero di aderire. Ai colloqui di Kiev parteciparono la delegazione UE, Janukovich, i tre leader dell’opposizione e un rappresentante russo. Gli Stati Uniti non furono invitati. [2] L’intervento dell’UE senza Washington era straordinario e rivelava una profonda divisione negli ultimi mesi. In effetti l’UE diceva al dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “Fottiti Stati Uniti“, ci penseremo noi. Dopo aspri colloqui i maggiori partiti e la maggior parte dei manifestanti, concordarono nuove elezioni presidenziali per dicembre, il ritorno alla Costituzione del 2004 e il rilascio dal carcere di Julija Tymoshenko. Il compromesso sembrava porre termine al lungo caos e dare una via d’uscita ai principali attori. Il compromesso diplomatico è durato meno di dodici ore. Poi si è scatenato l’inferno. Cecchini sparavano sulla folla il 22 febbraio a Maidan, o Piazza Indipendenza, causando il panico mentre la polizia antisommossa si ritirava nel panico secondo testimoni oculari. Il capo dell’opposizione Vitalij Klishko si ritirò dall’accordo, senza motivarlo. Janukovich fuggì da Kiev. [3]
La domanda senza risposta finora è chi ha schierato i cecchini? Secondo un veterano dell’intelligence USA, i cecchini provenivano da un’organizzazione militare di ultra-destra nota come Assemblea Nazionale Ucraina – Autodifesa del Popolo Ucraino (UNA-UNSO).

Gli strani ‘nazionalisti’ ucraini
Il capo di UNA-UNSO, Andrej Shkil, dieci anni fa era consigliere di Julija Tymoshenko. UNA-UNSO, durante la “rivoluzione arancione” istigata dagli USA nel 2003-2004, sostenne il candidato pro-NATO Viktor Jushenko contro il suo avversario filo-russo Janukovich. I membri di UNA-UNSO garantivano la protezione ai sostenitori di Jushenko e Julija Tymoshenko a Piazza Indipendenza, a Kiev, nel 2003-4. [4] UNA-UNSO avrebbe anche stretti legami con il Partito nazionaldemocratico tedesco (NDP). [5] Fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, i para-militari di UNA-UNSO furono dentro ogni rivolta contro l’influenza russa. L’unico collegamento nelle loro azioni violente è sempre stata la russofobia. L’organizzazione, secondo i veterani dell’intelligence statunitense, è parte dell’organizzazione segreta della NATO “GLADIO”, e non è un gruppo nazionalista ucraino come spacciato dai media occidentali. [6] Secondo queste fonti, UNA-UNSO fu coinvolta (confermata ufficialmente) negli eventi lituani nell’inverno del 1991, nel colpo di Stato sovietico nell’estate 1991, nella guerra della Repubblica del Pridnestrovija nel 1992, la guerra antirussa in Abkhazia del 1993, la guerra cecena, la campagna in Kosovo organizzata dagli USA contro i serbi e la guerra in Georgia dell’8 agosto 2008. Secondo questi rapporti, i paramilitari di UNA-UNSO erano coinvolti in ogni guerra sporca della NATO nel post-guerra fredda, sempre in lotta in nome della NATO. “Queste persone sono mercenari pericolosi utilizzati in tutto il mondo per combattere le guerre sporche della NATO e denigrare Russia perché tale gruppo si fa passare fingendo per forze speciali russe. Questi sono delinquenti che non hanno nulla a che fare con i nazionalisti da parata, sono i tizi con i fucili da cecchino”, insistono queste fonti. [7]
Se fosse vero che UNA-UNSO non è l’opposizione “ucraina”, ma piuttosto una forza segretissima della NATO in Ucraina, ciò suggerirebbe che il compromesso dell’UE con i moderati è stato probabilmente sabotato da un attore importante escluso dai colloqui di Kiev del 21 febbraio, come la diplomatica del dipartimento di Stato Victoria Nuland. [8] Nuland e il senatore repubblicano statunitense John McCain hanno contatti con il capo dell’opposizione ucraina del partito Svoboda, apertamente antisemita e difensore dei crimini di guerra della divisione SS ucraina Galizia. [9] Il partito fu registrato nel 1995, inizialmente si chiamava “Partito nazionalsociale d’Ucraina” e usava un logo nazistoide. Svoboda è la facciata elettorale di organizzazioni neo-naziste ucraine come UNA-UNSO. [10] Un ulteriore indizio della presenza della mano di Nuland negli ultimi eventi Ucraina, è il fatto che il nuovo parlamento ucraino dovrebbe nominare il prescelto di Nuland, Arsenij Jatsenjuk, del partito di Tymoshenko, a capo ad interim del nuovo governo. Qualunque sia la verità, è chiaro che Washington ha preparato un nuovo stupro economico dell’Ucraina utilizzando il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sotto il suo controllo.

Il FMI saccheggia il tesoro dell’Ucraina
Ora che la “opposizione” ha esiliato un presidente regolarmente eletto in qualche posto sconosciuto, e sciolto la polizia nazionale, i Berkut, Washington chiede che l’Ucraina si sottoponga alle condizioni onerose del FMI. Nei negoziati dello scorso ottobre, il Fondo monetario internazionale ha chiesto che l’Ucraina raddoppi il prezzo del gas e dell’elettricità per l’industria e le case, tolga il divieto alla privatizzazione dei ricchi terreni agricoli dell’Ucraina, una profonda revisione delle partecipazioni statali, svalutazione della moneta, taglio dei fondi per i bambini in età scolare e per gli anziani, per “equilibrare il bilancio”. In cambio l’Ucraina otterrebbe 4 miseri miliardi di dollari.  Prima della cacciata del governo filo-moscovita di Janukovich, Mosca era pronta a ridurre di 15 miliardi di dollari il debito dell’Ucraina e a ridurre i prezzi del gas di ben un terzo. Ora, comprensibilmente, la Russia difficilmente darà tali aiuti. La cooperazione economica tra l’Ucraina e Mosca era qualcosa che Washington era determinata a sabotare a tutti i costi. Il dramma è tutt’altro che finito. La posta in gioco riguarda il futuro della Russia, le relazioni UE-Russia e la potenza globale di Washington, o almeno di quella fazione a Washington che vede le guerre come strumento primario della politica.

F. William Engdahl è un analista geopolitico e autore di “Full Spectrum Dominance: la democrazia totalitaria nel Nuovo Ordine Mondiale“.

Note:
[1] F.  William Engdahl, US-Außenministerium in flagranti Regimewechsel über in der Ucraina ertappt, Kopp Online.de, 8 febbraio 2014
[2] Bertrand Benoit, Laurence Norman e Stephen Fidler, European Ministers Brokered Ukraine Political Compromise: German, French, Polish Foreign Ministers Flew to Kiev, The Wall Street Journal, 21 febbraio 2014
[3] Jessica Best, Ukraine protests Snipers firing live rounds at demonstrators as fresh violence erupts despite truce, The Mirror UK, 20 febbraio 2014
[4] Aleksandar Vasovic, Far right group flexes during Ukraine revolution, Associated Press, 3 gennaio 2005
[5] Wikipedia, Assemblea Nazionale Ucraina – Autodifesa del Popolo Ucraino
[6] Relazione fonte, cWho Has Ukraine Weapons, 27 febbraio 2014, privato all’autore.
[7] Ibid.
[8] Max Blumenthal,  Is the US backing neo-Nazis in Ukraine?, AlterNet 25 febbraio 2014
[9] Channel 4 News, Far right group at heart of Ukraine protests meet US senator, 16 dicembre 2013

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tratto da:http://aurorasito.wordpress.com

Ucraina: organizzazione militare segreta neo-nazista coinvolta negli spari a Euromaidan
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INSURREZIONE POPOLARE A BILBAO CONTRO L'UNIONE EUROPEA MENTRE LAGARDE DELL'FMI PARLAVA A UN CONVEGNO: VIOLENTI SCONTRI.

Pubblicato su 4 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

L'euro sta mostrando il suo volto crudele: disoccupazione e riduzione delgi stipendi di chi ha un posto di lavoro, in Spagna.....e non solo ( ndr )

 

Vetrine di banche e di esercizi commerciali spaccate, cassonetti bruciati e arredo urbano distrutto, due arresti operati dalla polizia. E' il bilancio degli incidenti registrati a Bilbao, durante la manifestazione di protesta, indetta dalla piattaforma Gune, promossa dai sindacati Ela e Lab contro la celebrazione del I Forum Global Spain.

Secondo fonti della delegazione di governo, intorno alle undici, un gruppo di incappucciati, tutti disoccupati, si e' staccato  dal corteo che percorreva la centrale Gran Via e ha cominciato a distruggere con mazze e pietre le vetrine di esercizi commerciali - Corte Ingles, Zara, Mango, Pull & Bear e Disegual - e a lanciare bombe di vernice contro alcune filiali bancarie della BBK, del Santanter e di Barclays.

Numerosi i cassonetti incendiati. Per frenare la rivolta, la polizia basca ha realizzato numerose cariche, mentre la manifestazione e' stata sciolta. Due gli arrestati, fra i quali un uomo di 42 anni, accusati di disordini pubblici e resistenza a pubblico ufficiale. 

La tensione in Spagna ha raggiunto livelli estremi, non si contano più ormai i tafferugli tra dimostranti contro l'Unione Europea e le forze di polizia agli ordini del governo Rajoy, asservito agli oligarchi di Bruxelles.

Mentre la piazza a Bilbao insorgeva contro la UE, il Direttore Generale del FMI, Christine Lagarde, intervenendo a Bilbao al Global Forum su "Spagna, dalla stabilita' alla crescita", ha elogiato "il coraggio politico del Governo spagnolo" , incitando l'Esecutivo a intensificare i sui sforzi nel settore dell'imprenditoria perche' "sia le aziende sia i lavoratori devono essere certi di raggiungere accordi appropriati sulle condizioni di lavoro".

A questo proposito, la Lagarde non ha citato la diminuzione dei salari, come sta avvenendo in alcuni comparti, come quello del trasporto aereo, dove Iberia e la Air Nostrum hanno siglato nelle settimane scorse con i sindacati intese che prevedono la riduzione del salario dal 14 al 20 per cento.

L'euro sta mostrando il suo volto crudele: disoccupazione e riduzione delgi stipendi di chi ha un posto di lavoro, in Spagna. Tuttavia, l'oligarchia di Bruxelles sottovaluta la capacità insurrezionale del popolo spagnolo, e di quello basco in particolare. A Bilbao solo un assaggio.

Tratto da:http://www.ilnord.it
INSURREZIONE POPOLARE A BILBAO CONTRO L'UNIONE EUROPEA MENTRE LAGARDE DELL'FMI PARLAVA A UN CONVEGNO: VIOLENTI SCONTRI.
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IN UNGHERIA, IL PRESIDENTE ORBAN TRASFORMERA' LE AZIENDE DI LUCE E GAS IN COMPAGNIE ''NO PROFIT'' (BOLLETTE GIU' DEL 40%)

Pubblicato su 4 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

budapest - Dopo aver cacciato via il Fondo Monetario, tagliato l'iva sui generi alimentari, aumentato le pensioni, ridotto i biglietti per i trasporti pubblici a Budapest e abbassato per la terza volta le bollette di luce e gas uno stenterebbe a credere che il governo ungherese potesse intraprendere altre misure per aiutare le fasce deboli e invece cio' che per molti sarebbe solo un bel sogno sta diventanto una fantastica realta'.

Infatti, proprio in questi giorni lo stato ungherese sta vagliando la possibilità di trasformare le compagnie di servizi di pubblica utilità  in enti non profit. Lo scopo, sostiene il governo, sarebbe quello di favorire ulteriormente i consumatori.

Secondo quanto dichiarato dal capo del cabinettodel governo guidato dal presidente Viktor Orban, János Lázár, le bollette delle utenze non sarebbero ancora trasparenti e i fornitori starebbero “provando tuttora a manipolare e imbrogliare” i loro clienti.  La questione sarà all'ordine del giorno nella sessione parlamentare di mercoledì 26 febbraio.

“Sarà una dura giornata per i fornitori di gas ed elettricità”, ha chiosato il politico e il tema dei costi delle utenze è tra i cavalli di battaglia del governo Fidesz, in vista delle elezioni del prossimo 6 aprile. 

Com questa mossa il governo spera di minimizzare i costi per le famiglie ungheresi visto che i consumatori non dovrebbero pagare il margine che le compagnie applicano per fare utili e di conseguenza si avrebbe una redistribuzione del reddito dalle compagnie ai consumatori. Il risparmio finale per gli utenti potrebbe arrivare al 40%.

Come e' possibile vedere ancora una volta il governo ungherese dimostra di essere un esempio per tutti noi cone le sue politiche volte ad aiutare le fasce piu' deboli della popolazione e non e' un caso che la stampa di regime abbia censurato queste notizie perche' se gli italiani sapessero quello che sta succedendo nel paese magiaro pretenderebbero, giustamente, che politiche simili venissero adottare in Italia e questo darebbe fastidio non solo alla casta che sta distruggendo il paese ma anche a personaggi come Carlo De Benedetti che controllano il mercato elettrico italiano.

Gli ungheresi sono fortunati perche' sono governati da politici che hanno a cuore gli interessi del popolo ma lo stesso potrebbe accadere in Italia se gli italiani decidessero di reagire e cacciare via questa classe dirigente.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra

Tratto da:http://www.ilnord.it

IN UNGHERIA, IL PRESIDENTE ORBAN TRASFORMERA' LE AZIENDE DI LUCE E GAS IN COMPAGNIE ''NO PROFIT'' (BOLLETTE GIU' DEL 40%)
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Ideali alle masse, interessi alle élite: il caso ucraino

Pubblicato su 3 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Sulla bilancia degli interessi difesi dalle grandi potenze in gioco la volontà del popolo non è che un fattore positivo o negativo secondo la versatilità che può attestare nell’essere strumentalizzato. La rivolta Ucraina perde da subito tutta la sua legittimità se la paragoniamo alle proteste in Grecia. Perché non hanno avuto un seguito? Perché nessuno è intervenuto per creare un governo di transizione? Lo stato di allerta? La spinta realmente sovversiva e rivoluzionaria? Purtroppo sono componenti offerte unicamente dagli interessi che queste rivolte riescono a garantire, cosicché possano intervenire ad orologeria – come è il caso in Ucraina – le milizie tedesche o della Nato, i foraggiamenti da parte delle ong (come la Freedom House di Soros) o ancora le infiltrazioni dei servizi segreti.

D’altro canto mitizzare Putin risulterebbe fuori luogo, ed anch’egli ha interesse a mantenere il suo raggio d’influenza sulle ex province dell’Urss, sopratutto quando dall’Ucraina si prolungano 33 chilometri di gasdotti che approvvigionano gli appetiti europei.
Tuttavia a patrocinare la destabilizzazione in Ucraina non è certo la Russia, e gli oltre 100 morti dovuti alla violenza delle proteste gravano sulla coscienza del blocco euro-atlantico. Credere che la Timoschenko – stimata da Forbes tra le donne d’affari più ricche d’Ucraina nonché terza donna più influente del mondo – voglia rispondere agli interessi di buona parte degli ucraini è un’illusione avanzata unicamente dai giornalisti di Repubblica. Sopratutto quando in piazza Maidan di popolo ce n’è sempre meno, e a questo si sono sostituite delle milizie armate. Prima si paragonava Yanukovitch ad Hitler, ora in piazza si muovono movimenti radicali neonazisti, più che pro-europa, anti-russi.

Quali sono dunque gli interessi che muovono le vicende? Di certo all’Ucraina converrebbe rimanere sotto il raggio di influenza dell’ex Unione Sovietica, visti i debiti che ha contratto con il colosso dell’energia russo e la garanzia di stanziamento da parte del governo di Mosca di 15 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni. Per quel che riguarda il commercio attualmente più del 30% delle esportazioni e più del 22% delle importazioni totali riguardano direttamente i vicini sovietici. All’Unione Europea invece vengono richiesti 30 miliardi che non potranno essere stanziati causa il collasso dell’intero sistema. L’entrata dell’Ucraina nell’Ue converrebbe unicamente alla Romania, alla Polonia e alla Repubblica Ceca che potrebbero esportare maggiormente nell’entroterra ucraino ma di certo il tentativo di rovesciare il governo di Yanukovych non proviene da queste istanze. E’ piuttosto il blocco euro-atlantico retto dagli Stati Uniti a voler mettere i bastoni tra le ruote ai progetti eurasiatici di Putin, e l’intercettazione tra Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli Affari europei e Geoffrey Pyatta, ambasciatore americano a Kiev sembra confermare questa tesi, anche a costo di bypassare gli interessi dell’Ue – “fuck the Eu” – a cui verrebbe annessa una parte dell’Ucraina – in caso di successione – demograficamente debole, nonché politicamente ed economicamente instabile.

In ogni caso sembra chiaro il desiderio da parte degli Stati Uniti di sgambettare Putin per ristabilire quel predominio geopolitico fallito parallelamente alla mancata destabilizzazione del governo siriano. Gli Stati Uniti si sono accorti di non essere intoccabili ed è necessario evitare un ritorno alle logiche della guerra fredda. E’ proprio il mondo multipolare quello che vogliono evitare gli americani ed essi sanno, come ha sottolineato Brezinsky, consigliere della sicurezza nazionale durante l’amministrazione Carter, che “la Russia, se perde il contatto con l’Ucraina, smarrisce il suo profilo di potenza”.

 

Fonte: www.lintellettualedissidente.it

Tratto da: informarexresistere.fr

Ideali alle masse, interessi alle élite: il caso ucraino
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LA GRANDE CRESCITA DELL'UNGHERIA: CONTI PUBBLICI A POSTO BILANCIA DEI PAGAMENTI PERFETTA EXPORT ALLE STELLE. E' TRIONFO.

Pubblicato su 3 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Se ieri durante la diretta di " Domenica Live" mi avessero fatto parlare era questo che volevo dire: ma è tanto difficile fare come sta facendo l'Ungheria? Ed inoltre, 29.000 aziende italiane sono in Romania e creano il 4% di PIL: è tanto difficile dirgli tornate in Italia che vi facciamo le stesse condizioni della Romania ( e non mi riferisco al costo della manodopera che sarebbe facilmente risolvibile ) ? Claudio Marconi

 

Secondo le prime stime riportate dall'ufficio di statistica ungherese, nell’ultimo trimestre del 2013 il prodotto interno lordo è cresciuto del 2,7% rispetto allo stesso trimestre del 2012 e dello 0,6% se rapportato al terzo trimestre 2013.

Alla crescita hanno contribuito la produzione agricola, il settore manifatturiero e le costruzioni. I dati finali saranno pubblicati il prossimo 5 marzo. Complessivamente, nel 2013 la crescita è stata dell’1,1%. L’indice dei prezzi al consumo calcolato dall’Ufficio Centrale di Statistica (KSH), registra a gennaio un dato invariato su base annua. Rispetto a dicembre tuttavia l’inflazione risulta in leggera ripresa dello 0,3% a gennaio.

Positivo anche l’andamento del commercio estero. A dicembre la bilancia commerciale ungherese ha segnato un nuovo saldo in attivo a 150 milioni di euro con le esportazioni ungheresi e le importazioni cresciute rispettivamente del 9,5% e del 6,9% rispetto allo stesso mese del 2012.

Le prime stime indicano che tra gennaio e dicembre 2013 il volume delle esportazioni ungheresi è ammontato a 24.303 miliardi di fiorini (81,9 miliardi di euro), quello delle importazioni a 22.135 milioni di fiorini (74,6 miliardi di euro). Solo a dicembre il surplus della bilancia commerciale ha segnato la cifra di 87 miliardi di fiorini (circa 290 milioni di euro). 

Fonte notizia: Il Sole 24 Ore - pubblicata anche da itlgroup.eu/magazine/

Nota.

L'Ungheria, prima , prima di cacciare l'FMI, l'Unione Europea e la BCE fuori dai propri confini con una decisione senza precedenti, era semplicemente in ginocchio. Ora, grazie alla propria monetae al controllo della Banca di Stato a cui fa capo la valuta nazionale, a una politica economica accorta, e alla riduzione drastica dei costi interni (energia) e all'aumento delle pensioni e degli stipendi, sta vivendo uno sviluppo e una crescita che hanno pochi rivali in Europa. Certamente nessuno di questi: Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Olanda, Belgio. Tutte nazioni devastate dall'euro e incatenate alla UE con politiche recessive folli. 

max parisi

Tratto da:http://ilnord.it

LA GRANDE CRESCITA DELL'UNGHERIA: CONTI PUBBLICI A POSTO BILANCIA DEI PAGAMENTI PERFETTA EXPORT ALLE STELLE. E' TRIONFO.
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I banksters alla conquista dell’Ucraina

Pubblicato su 1 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Si dice manifestassero contro la corruzione di Yanukovich. Si sa, se un paese non ha debiti con il FMI non è un paese “sano” e democratico. La corruzione in Occidente non esiste perché è legalizzata. Si chiama lobbysmo. A seguire sequenza eventi di appropriazione del FMI, quanto sono stati celeri.
 
Barbara

 

Ucraina, parte il ricatto UE: prestiti sì, ma in cambio di riforme - lunedì, 24, febbraio, 2014

 
24 febbr – L’Unione europea non esclude “alcuna opzione” per fornire sostegno finanziario (prestiti Fmi) all’Ucraina, a patto che ogni aiuto sia legato a riforme economiche. “Non escludiamo nessun tipo di sostegno o aiuto all’Ucraina”, ha detto Olivier Bailly, portavoce della Commissione Ue, ma “con la condizionalità di un programma di riforme” in campo economico.
Al momento l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Catherine Ashton, si trova
a Kiev dove sta incontrando i leader politici ucraini, compresa Yulia Timoschenko. L’obiettivo “è trovare una soluzione duratura alla crisi e misure per stabilizzare la situazione economica”.
 
Ucraina: nuovo governatore banca centrale. Era uno dei “comandanti” della protesta antigovernativa - lunedì, 24, febbraio, 2014
 
24 FEB – Il parlamento ucraino ha eletto Stepan Kubiva nuovo governatore della banca centrale sostituendo il dimissionario Igor Sorkin. Kubiva è un membro del partito ‘Patria’ di Iulia Timoshenko ed è stato direttore dell’istituto finanziario KredoBank. Era uno dei “comandanti” della protesta antigovernativa.
 
La nomina di Kubiv e’ stata votata alla Verkhovna Rada con 310 voti favorevoli, dopo le dimissioni del governatore in carica Igor Sorkin. Nelle mani di Kubiv, 51 anni, originario dell’ovest del paese, uno dei dossier piu’ delicati di questa fase di transizione, quello del rischio di default in cui si trova il paese, con la sospensione degli aiuti finanziari promessi da Mosca lo scorso dicembre e i negoziati per aiuti europei e del Fondo monetario internazionale avviati solo in queste ore.
 
Ucraina: Usa sollecitano prestito Fmi, la Ashton a Kiev. Putin ritira l’ambasciatore - lunedì, 24, febbraio, 2014
 
24 febbr – L’Occidente torna a Kiev e Mosca, per il momento, lascia la capitale ucraina richiamando l’ambasciatore. Londra e Washington premono l’acceleratore sull’assistenza finanziaria all’Ucraina e l’Unione europea riprende il filo dell’integrazione con un viaggio di Catherine Ashton a Kiev.
 
Il ministro del Tesoro americano, Jack Lew, ha sollecitato Kiev ad avviare un negoziato con il Fondo monetario internazionale per un prestito una volta che sara’ in carica un governo di transizione. Lew ne ha parlato con il capo dell’opposizione mentre rientrava nella capitale dagli Stati Uniti dopo aver partecipato al G20 di Sydney. Ancora piu’ esplicito era stato ieri il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne: “Bisogna farsi trovare pronti con il libretto degli assegni per aiutare a ricostruire l’Ucraina“. “Certo siamo nelle prime ore, nei primi giorni”, ha aggiunto successivamente Osborne conversando con i cronisti a Singapore, “ma il popolo ucraino sembra aver dimostrato di tenere al proprio futuro, di volere forti legami con l’Europa e non credo che dobbiamo respingerli bensi’ abbracciarli. Dobbiamo fornire assistenza finanziaria attraverso organismo come il Fondo monetario internazionale”.
 
I temi dell’aiuto economico saranno al centro del viaggio che Catherine Ahston fara’ oggi a Kiev. Il responsabile della Politica estera dei Ventotto incontrera’ i protagonisti della rivolta Ucraina e “discutera’ con loro del sostegno dell’Ue per una duratura soluzione alla crisi politica e misure per stabilizzare l’economia”, si legge in una nota. Il primo filo da riprendere, per Kiev e Bruxelles, e’ l’accordo sul commercio, che ha rappresentato il punto di inizio della crisi ucraina a novembre scorso, quando l’ex presidente Viktor Yanukovych decise di ritirarsene perche’ solleticato dal ben piu’ consistente prestito di Mosca, 15 miliardi di dollari e la riduzione del prezzo del gas di fronte ai 610 milioni di euro di assistenza immediata offerti dall’Ue insieme alla prospettiva di ingresso nel club dei Ventotto.
 
La firma dell’accordo con Bruxelles, inoltre, consentirebbe a Kiev di ricevere subito 2 miliardi di euro e l’ingresso in un mercato di 500 milioni di consumatori, ma in realta’ l’Ucraina, spiegano gli analisti, oggi non ha molto da vendere. Sebbene Karel De Gucht, commissario europeo al Commercio, abbia sottolineato che “l’accordo non significa l’ingresso nell’Ue”, e’ stato il commissario agli Affari economici, Olli Rehn, a suggerire che per Kiev la strada da prendere e’ quella: “Da un punt di vista europeo”, ha detto nel corso di un meeting al G20 di Sydney, “e’ importante indicare una chiara prospettiva europea per il popolo ucraino, che ha mostrato il proprio impegno per i valori” del Vecchi Continente”.
 
Ma Kiev ha un altro fronte con cui fare i conti, ed e’ quello che guarda alla Russia. Ieri il presidente ad interim, lo speaker della Rada (Parlamento), Oleksandr Turcinov (fedelissimo della leader dell’opposizione appena tornata libera, Yulia Tymoshenko), aveva avvertito che Mosca dovra’ rispettare la “scelta europea” dell’Ucraina. Kiev, ha detto, intende riprendere il percorso di integrazione con Bruxelles dal 24 novembre scorso. Turcinov ha spiegato di essere pronto ad un dialogo con i vertici russi, ma sulla base di relazioni paritarie e di buon vicinato.
 
Mosca non l’ha presa bene: al termine di una giornata che aveva visto la nomina di un presidente a interim in Ucraina e l’annuncio della formazione di un nuovo governo dichiaratamente europeista entro martedi’, ha richiamato “per consultazioni” l’ambasciatore russo a Kiev. Si tratta di un segnale di protesta molto grave nel linguaggio diplomatico internazionale. La prassi diplomatica prevede che in caso di conflitto ma anche di semplice contenzioso internazionale il primo provvedimento che un Paese puo’ prendere nei confronti di un altro e’ la semplice protesta verbale o scritta. Il passo successivo, se la protesta resta inascoltata, e’ il richiamo dell’ambasciatore per consultazioni. Nella maggior parte dei casi, una volta che il contenzioso si sia risolto, l’ambasciatore riprende il suo posto. In caso contrario gli ulteriori passi sono la riduzione del rango della legazione, facendosi rappresentare da un diplomatico sempre piu’ di grado inferiore, fino alla chiusura dell’ambasciata. Alla rottura delle relazioni diplomatiche puo’ – ma non e’ sempre detto, basta ricordare il caso Usa/Iran – seguire la guerra. (AGI) .
 
 
Ucraina, ministro delle Finanze: ci servono 35 miliardi dollari - lunedì, 24, febbraio, 2014
 
24 feb.  – L’Ucraina chiede la convocazione di una conferenza internazionale di donatori, per raccogliere “all’incirca 35 miliardi di dollari” necessari per evitare il tracollo economico del Paese. Lo ha annunciato il ministro delle Finanze ad interim, Yuri Kolobrov.
 
Dopo la svolta politica a Kiev, con lo spodestamento del presidente Yanukovich, la scelta di un capo di Stato ad interim e la convocazione di presidenziali anticipate, ora l’emergenza diventa quella finanziaria. L’appello del governo ad interim (quello nuovo dovrebbe essere al varo entro mercoledì) giunge mentre nella capitale ucraina è attesa Catherine Ashton. Il capo della diplomazia europea discuterà le possibili opzioni per approntare in tempi veloci aiuti finanziari: l’Ue sembra favorevole a un prestito tramite il Fondo Monetario Internazionale.
 
La Russia ha intanto fatto sapere di aver “sospeso” il versamento della nuova tranche del credito da 15 miliardi che era stato accordato a Yanukovich assieme a un sostanzioso sconto sulle forniture di gas. (TMNews)
 
Lagarde: il Fmi pronto ad “aiutare” l’Ucraina - domenica, 23, febbraio, 2014
 
23 febbr – Il presidente Draghi ha rassicurato sull’ipotesi che la crisi ucraina possa avere ripercussioni sul già non facile momento dell’economia europea: non c’è nessun pericolo di contagio economico-finanziario. La tragedia in Ucraina – ha detto – ha un impatto più umano che economico.
 
Sempre da Sydney il commissario agli Affari Economici Olli Rehn ha spiegato che l’Ue sta valutando in queste ore le necessità di finanziare l’Ucraina. Il Fmi – ha detto dall’Australia il suo direttore generale Christine Lagarde – è pronto ad aiutare Kiev. “Non solo da un punto di vista umanitario – ha spiegato Lagarde – ma anche da quello economico. Ci sono riforme economiche che, sappiamo tutti, erano sul punto di essere attuate, così da poter far partire gli aiuti della comunità internazionale”.
 
 
Tratto da: informarexresistere.fr
I banksters alla conquista dell’Ucraina
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