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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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MERKEL, TENTAZIONE EURO-REICH.

Pubblicato su 8 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La sola cosa che hanno in mente è PRIVATIZZARE lo Stato. Lo Stato costretto a recuperare soldi  prendendoli in prestito è completamente in balia dei mercati dei bond.
Il sistema europeo esiste per distruggere per sempre la gente e creare un nuovo tipo di europa che sia disposta ad accettare povertà, sacrifici, basso tenore di vita, salari equiparati a quelli cinesi.
Non ci debbono essere più Stati sovrani. Nel nuovo ordine il potere deve essere trasferito ad una classe capitalista di tecnocrati. C.M.
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Arriverà il giorno in cui dovremo chiedere a Bruxelles il permesso di sposarci e avere dei figli? Forse no, si limiteranno a toglierci il diritto di voto. O quantomeno a svuotarlo di ogni significato. Va esattamente in questa direzione l'ultima sconcertante proposta della Cancelliera tedesca Angela Merkel, che ieri davanti al Bundestag ha lanciato un'idea dal sapore totalitario: concedere all'Unione europea il diritto di veto sui bilanci dei Paesi membri.

"Abbiamo fatto buoni progressi nel rafforzamento della disciplina di bilancio con il fiscal compact - ha detto frau Merkel parlando alla Camera bassa del suo Parlamento - ma riteniamo, e lo dico a nome di tutto il governo tedesco, che potremmo fare un passo avanti assegnando all'Europa un vero diritto d'ingerenza sui bilanci nazionali".
Il veto sarebbe necessario per gli Stati membri "che non rispettano i limiti fissati per la stabilità e la crescita. Quando avremo un meccanismo capace di dichiarare non valido un bilancio, allora saremo al punto in cui avremo certamente bisogno di qualcuno della commissione che abbia autorità in materia e solo il commissario Ue agli Affari economici potrebbe farlo. So che numerosi Stati membri non sono ancora pronti a questo, sfortunatamente, ma non cambia il fatto che ci batteremo in questa direzione".

Parole accolte dai deputati teutonici con applausi convinti, nemmeno fossero il popolo del Reich adunato davanti alla Porta di Brandeburgo. Il solo pensiero di sottrarre ai governi dell'Ue anche l'ultimo barlume di sovranità nazionale crea una certa eccitazione in terra di Germania. La Cancelliera ne è consapevole: ha tirato fuori il coniglio dal cilindro proprio a questo scopo. E così ancora una volta le ragioni della politica interna tedesca condizionano gravemente l'agenda politica europea. Il tutto per le mire di una signora angosciata al pensiero di farsi rieleggere fra meno di un anno.

Stavolta però è evidente quanto la Merkel abbia passato il segno. L'idea di assegnare a Bruxelles il potere di veto sui conti dei singoli Paesi è quanto di più antidemocratico si possa concepire. Tanto per fare un esempio, la Costituzione italiana all'articolo 75 esclude la possibilità di indire referendum abrogativi sulle "leggi tributarie e di bilancio". Questo significa che nemmeno il popolo sovrano può metter bocca in materia. Dovremmo invece accordare un diritto simile al commissario Ue per gli Affari economici? A Berlino forse qualcuno ci spera davvero, visto che a quel punto basterebbe controllare un uomo solo per avere in pugno mezza Europa.

Non bisogna però dimenticare che un rigido sistema di controllo è già pienamente in vigore e diversi stati hanno da tempo abdicato a gran parte della propria sovranità. I Paesi che ricevono aiuti internazionali devono sottostare al giudizio della Troika, composta dagli ispettori di Ue, Bce e Fmi. Ne sanno qualcosa ad Atene, dove il governo di Antonis Samaras sta ancora trattando con i tecnici stranieri sulla nuova infornata di tagli e riforme che ridurrà i greci alla fame nei prossimi anni.

Rispetto a questo meccanismo collaudato, Merkel chiede però di fare un ulteriore passo avanti: il veto andrebbe posto sui bilanci di chi non rispetta "i limiti fissati per la stabilità e la crescita". Forse la Cancelliera non ricorda che fu proprio la Germania a violare per prima il Trattato di Maastricht, quando nel 2003 superò il livello di deficit stabilito al 3%.

La sparata arrivata oggi da Berlino si distingue inoltre per il tempismo, frutto di un evidente calcolo al millesimo di secondo. Frau Merkel ha fatto il suo show in Parlamento a poche ore dall'avvio di un fondamentale vertice europeo a Bruxelles. Inevitabile che all'inizio dei lavori l'atmosfera fosse antartica. Alla fine i 27 membri dell'Ue hanno superato lo scoglio, raggiungendo un accordo sull'unione bancaria. Ma François Hollande non ha risparmiato una replica stizzita alla Cancelliera: il Presidente francese ha detto di capire le sue ragioni "elettorali", tuttavia le ha anche ricordato che "Germania e Francia hanno una responsabilità comune, quella di fare uscire l'eurozona dalla crisi". Se possibile, senza dominarla.


fonte: http://www.altrenotizie.org/economia/5134-merkel-tentazione-euro-reich.html - Scritto da: Carlo Musilli
Tratto da: nocensura.com

 
 
 
 
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ATENE. IL PARLAMENTO APPROVA I TAGLI. A BASTONATE

Pubblicato su 8 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Nonostante lo sciopero generale e l'enorme manifestazione una risicata maggioranza dei deputati ha approvato i nuovi sacrifici imposti dalla troika. Contro i manifestanti lacrimogeni e idranti, celerini fin dentro il Parlamento.
 

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Alla fine le misure di cosiddetta austerità volute dalla troika sono passate. L'enorme manifestazione che ha affollato per ore Piazza Syntagma nonostante il diluvio, le due ore di guerriglia urbana e una settimana di scioperi in tutti i settori che hanno paralizzato il paese non hanno impedito a una risicatissima maggioranza del Parlamento di approvare, poco dopo la mezzanotte, una nuova serie di misure lacrime e sangue per i greci, considerate dai creditori internazionali (Ue, Bce e Fmi) indispensabili per concedere alla Grecia un'altra tranche di aiuti da 31,5 miliardi di euro e "salvare il Paese" dal fallimento.
Un voto di misura - 153 quelli a favore, 128 i contrari e 18 gli astenuti - e contestato anche dal minore dei tre partiti della coalizione, Sinistra Democratica (Dimar) di Fotis Kouvelis, i cui deputati erano presenti in aula ma non hanno votato e che è arrivato al termine di una giornata che ha visto il Paese paralizzato dal secondo giorno consecutivo di sciopero generale e più di 100.000 persone scendere in piazza ad Atene a protestare contro il governo. Per la prima volta la polizia ha usato i cannoni ad acqua contro i dimostranti, mischiando sostanze chimiche repellenti ai getti sparati ad altezza d'uomo non solo contro gli incappucciati ma anche contro chiunque tentasse di rimanere in una piazza che i reparti speciali - i Mat - avevano ricevuto l'ordine di sgomberare.
I deputati hanno votato un pacchetto 'lacrime e sangue' che non hanno neanche avuto il tempo di leggere. Le 600 pagine che descrivevano i provvedimenti elencavano una nuova ondata di misure antipopolari che peseranno sulle esangui famiglie come macigni.

Di seguito la cronaca della giornata di ieri nelle corrispondenze di Tonia Mastrobuoni e Argiris Panagopoulos

La rabbia dei greci incendia Atene: "Siamo alla fame"
Tonia Mastrobuoni - La Stampa

Lo spettro della manifestazione di febbraio, quando Atene era stata messa a ferro e fuoco dai manifestanti cacciati da Syntagma, si materializza subito. Già alle sei di pomeriggio, un’ora dopo l’inizio della manifestazione, dal lato nord della piazza scendono minacciosi due enormi camion con gli idranti. Qui in Grecia non si vedevano da anni. La piazza è piena in attesa del voto di mezzanotte, quello che dovrebbe dare il via libera a nuovi, pesanti tagli a pensioni e stipendi da 13,5 miliardi di euro. Poco prima, davanti alle transenne che delimitano la facciata principale del Parlamento, è andata in scena la solita dinamica che incendia le piazze. Ragazzi incappucciati e attrezzatissimi - maschere antigas, caschi, bastoni, molotov e il marmo sradicato dai gradini degli alberghi intorno a Syntagma - cominciano a lanciare oggetti, persino i mandarini degli alberi affianco del Parlamento, e a intonare cori di insulti contro la polizia, “maiali, maiali”.

La reazione non si fa attendere. Al primo lacrimogeno si leva un boato arrabbiato tra la folla, poi comincia il fuggi fuggi generale. Gli idranti cominciano ad avanzare verso la piazza e non si limitano affatto a spegnere le molotov lanciate dai ragazzi: sparano il getto ad altezza d’uomo. I sibili dei lacrimogeni si moltiplicano. Tempo un’ora e Syntagma è immersa in una enorme nuvola bianca. È svuotata. L’aria è irrespirabile. Resiste solo chi ha le maschere antigas - ormai le vendono ovunque qui ad Atene - o i fazzoletti impregnati di Maalox. In più, comincia a piovere. Alle nove di sera la grande piazza quadrata davanti al Parlamento è sotto il diluvio. A mezzanotte non c’è più nessuno.
La maggior parte degli ottantamila venuti a protestare contro l’ennesima stangata è arrivata nel primo pomeriggio, ha srotolato gli striscioni e si è unita alle canzoni partigiane cretesi sparate da qualche altoparlante o ha intonato slogan contro il governo. Molti sono al di là della rabbia, sono disperati. Nico Drakotos, 33 anni, non sa come andare avanti. Regge assieme ad altri uno striscione che dice “basta con l’austerità” - ha moglie e un figlio ma non percepisce lo stipendio da settembre. “Mi sono rimasti 15 euro sul conto in banca, come faccio a dare da mangiare a mio figlio?”. Accanto a lui, Caterina Terina, 34 anni e una laurea in ingegneria. Fa parte di quel 25% di greci disoccupati e sta pensando di emigrare in un paese arabo: “Lì c’è tanta richiesta di ingegneri”. È “molto arrabbiata con il governo” ma una delle cose che la preoccupano di più è il successo crescente dei neonazisti di Alba dorata. Lei abita vicino a Agios Pandaleimonas, il quartiere dove il partito di Michaliolakos ha un grande seguito. “I miei vicini di casa - racconta - pensano che siano innocui, anzi, che facciano del bene al popolo. È questo il pericolo: che crescano i movimenti antidemocratici. Sta già succedendo.”
Qualche metro più su, in Parlamento, si consuma il rito del “voro unico” su un provvedimento da 600 pagine che chiede nuovi sacrifici a un popolo letteralmente stremato da cinque anni di recessione. Il voto è sul filo del rasoio, il pacchetto passa a mezzanotte con 153 sì su 300 e sette deputati “disobbedienti” espulsi. La maggioranza del governo Samaras si è letteralmente liquefatta sotto la pressione della piazza e dell’impopolarità crescente. Oltre ai deputati che hanno votato contro del Pasok e di Nuova democrazia, i rappresentanti del partner di minoranza della coalizione, la Sinistra democratica di Fotis Kouvelis, si sono astenuti - e fino all’ultimo il leader del Pasok Evangelos Venizelos ha tentato di frenare l’emorragia del suo partito per evitare che la quota dei ’sì’ scivolasse sotto la quota pericolosa dei 154. Ma è evidente che con questa maggioranza anche il governo Samaras, eletto appena a giugno, non avrà vita lunga.Il pacchetto votato ieri notte contiene l’innalzamento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni e una sforbiciata agli assegni previdenziali del 10% per quelli tra 1.500 e 2.000 euro, quelli sopra questa cifra del 15%. I cosiddetti “stipendi speciali” dei militari, dei magistrati e dei medici saranno decurtati tra il 2 e il 30%. Agli impiegati delle aziende controllate dallo Stato toccherà lo stesso destino – tagli tra il 30 e il 35%. Duemila statali saranno messi in mobilità e avranno la busta paga decurtata del 25% per un anno, in attesa di capire se saranno trasferiti o cacciati. Altri 6.250 subiranno lo stesso destino nel corso dell’anno prossimo. Il blocco del turn over in vigore dal 2010 sarà prolungato al 2016. Il pacchetto di misure prevede anche una deregolamentazione di 14 professioni e la liberalizzazione di alcuni settori.


Grecia. Polizia in assetto di guerra scatenata fin dentro il Parlamento
Argiris Panagopoulos (Il Manifesto)

Ieri la democrazia greca è stata duramente messa alla prova dall'epoca della caduta dei colonnelli. I reparti speciali della polizia in assetto di guerra sono entrati nel parlamento, arrivando fino all'ingresso dell'aula parlamentare per reprimere lo sciopero proclamato dai dipendenti del parlamento contro la seduta in corso che eliminava i loro diritti. Sotto la paura dell'interruzione della seduta il governo ha ritirato il disegno di legge per far rientrare gli impiegati nelle loro funzioni e far uscire i celerini dal parlamento.

Il secondo giorno di sciopero di 48 ore, proclamato da Gsee e Adedy ha avuto un enorme successo; funzionavano i trasporti, ma è servito per riempire piazza Syntagma e dintorni di almeno duecentomila manifestanti, molti dei quali decisi a passare la nottata aspettando l'esito della votazione. Il corteo del sindacato PAME, quasi il doppio dallo sciopero di martedì, era rimasto per poco tempo in una parte di piazza Syntagma, lasciando come al solito tutta la piazza ai manifestanti convocati dai sindacati della Gsee e Adedy e dal resto delle sinistre. Perfino la polizia ha ammesso che i manifestanti superavano le «centomila». Dopo due ore anche PAME è tornato a piazza Syntagma!

Per votare i tagli dei 13,5 miliardi per il 2013-2015 il parlamento si era trasformato in un'assemblea plebiscitaria, dove il suo presidente cercava di far passare le svendite del patrimonio pubblico a vista, senza contare i voti dei deputati. Fuori dall'aula la piazza Syntagma era diventato un altoforno in ebollizione, dove centinaia di migliaia di persone aspettavano nervose l'imminente attacco delle forze dell'ordine, mentre decine di miglia di amanifestanti giravano nei dintorni pieni di poliziotti in borghese.
Per il secondo giorno consecutivo la polizia aveva mobilitato ingenti forze, tra celerini, polizia motorizzata e in borghese, articolati, decine di pullman blindati per fermare il traffico in interi quartieri presso il parlamento con molti fermi preventivi. Il ministro della Protezione del Cittadino Dendias sembrava aver vinto la battaglia delle apparenze, dichiarando che «non era successo nessun incidente». Mobilitando però di continuo reparti di celerini. Non a caso la manifestazione di ieri appariva piena di giovani, perché tanti anziani o persone di mezza età non sono scesi per strada nel timore della loro incolumità, dopo i due morti del PAME per i gas chimici. La pioggia, iniziata verso le diciotto ora italiana, ha fatto sparire il nervosismo tra i manifestanti e ha fatto abbassare le sempre pronte mascherine antigas.
Un'illusione per una manifestazione pacifica, perché dopo pochi minuti è cominciata la vera pioggia di gas e per la prima volta sono stati utilizzati gli idranti con acqua e sostanze chimiche per disperdere i manifestanti di fronte all'albergo «Gran Bretagna». Dalla parte opposta la piazza bruciava, di molotov e gas irrespirabili.
La tragedia greca stavolta si consumava nel parlamento, dove il grande gruppo parlamentare di Syriza ha cambiato i vecchi scenari, quando Nuova Democrazia e Pasok avevano il monopolio della visibilità istituzionale. Non ha caso il governo tripartito di Samaras ha perso la votazione sulla incostituzionalità dei tagli, quando dentro la sala erano rimaste quasi compatte tutte le opposizioni. Invece di contare i voti dei deputati, il presidente della Camera, il conservatore Meimarakis, ha violato il regolamento interno ritardando di 70 minuti, invece dei dieci previsti,, la votazione nominale richiesta dai tre partiti di governo. Regalandocosì prezioso tempo alle forze del governo per vincere con 170 voti contro e solo 46 a favore la proposta di Syriza e dei conservatori dei Greci Indipendenti per l'incostituzionalità delle quasi 800 pagine di leggi e leggine con le quali Samaras fa piazza pulita dei diritti dei lavoratori e taglia per il terzo anno consecutivo, in primis stipendi e pensioni. Syriza aveva abbandonato momentaneamente la sala per protestare contro la violazione del regolamento, mentre Greci Indipendenti, Kke e Alba Dorata hanno votato a favore dell'incostituzionalità.
Samaras ripeteva che la votazione dei tagli, in nottata, sarà il passaporto della maxi tranche dei 31,5 miliardi che riceverà il paese. Dal governo stesso si alimentano voci per un imminente rimpasto. Da parte loro Syriza, Kke e la piccola Antarsya puntano sulla caduta del governo con la disobbedienza civile nelle prossime settimane di mobilitazioni continue.
Fonte: contropiano

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LA FRANCIA PREPARA UNA GUERRA OMBRA NEL MALI

Pubblicato su 8 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Parigi favorisce ufficialmente l'intervento da parte dell'esercito del Mali sostenuto da truppe dell'Unione Africana col supporto logistico fornito dall'ECOWAS, a cui l'Algeria ha già dato la sua tacita approvazione. In realtà, dietro le quinte il governo francese sta seriamente cercando di convincere gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali a sostenere un intervento (in)diretto.

 

 

Il 28 giugno scorso Ansar Dine e altri gruppi collegati ad al-Qa'ida - tra i quali il Movimento unito per il jihad in Africa Occidentale, responsabile del rapimento di Rossella Urru - hanno annunciato di aver preso il pieno controllo del Nord del Mali, sconfiggendo i combattenti tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (MNLA) nella battaglia di Goa.

Oggi l'Azawad è visto come la versione africana dell'Afghanistan di metà degli anni Novanta, ossia come base di addestramento e rifugio di formazioni jihadiste. Ma anche se il governo francese si è espresso pubblicamente a favore di un intervento armato nel nord del Mali, ha negato le voci di un invio di truppe francesi nel Paese. Invece, Parigi favorisce ufficialmente l'intervento da parte dell'esercito del Mali sostenuto da truppe dell'Unione Africana col supporto logistico fornito dall'ECOWAS, a cui l'Algeria ha già dato la sua tacita approvazione. In realtà, dietro le quinte il governo francese sta seriamente cercando di convincere gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali a sostenere un intervento (in)diretto. Parigi invierà droni di sorveglianza per la raccolta di informazioni di sicurezza, ma girano voci che i francesi stiano arruolando mercenari da utilizzare contro le milizie islamiste.

Un intervento sul campo comporta molti rischi, se non altro per la complessità del quadro internazionale intorno al Mali. Secondo Linkiesta:

Il conflitto è ormai alle porte e il ruolo della Mauritania è centrale, assieme a quello dell’Algeria. Algeri, che in patria persegue una lotta senza quartiere contro le “katibat” islamiste, non vuole però impegnarsi oltre confine e spinge per una soluzione negoziale. Nouakchott, invece, si sta progressivamente allineando alle posizioni di Costa d’Avorio, Burkina Faso, Nigeria, e soprattutto del principale sostenitore dell’intervento, la Francia.
A tessere le trame nell’area è l’ex potenza coloniale. Parigi non può permettersi il lusso di scendere in campo direttamente con la propria armée, sia per evitare accuse di neo-imperialismo – Hollande ha più volte preso le distanze dal concetto di Françafrique – sia per non mettere a rischio le vite dei propri ostaggi, tuttora in mano ad Aqmi. Non resta che affidarsi alle organizzazioni regionali, in primo luogo alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha deciso di dispiegare una forza di circa 3.300 soldati.Che l’intervento sia «materia di settimane, non di mesi», come ha detto esplicitamente il ministro transalpino della Difesa, Jean-Yves le Drian, si è capito da vari segnali. L’ultimo, in ordine di tempo, è stata la decisione, da parte di Parigi, di inviare in Niger, entro la fine dell’anno, i droni Male Harfang rientrati dall’Afghanistan, in modo da sorvegliare la zona. Ma sono soprattutto i movimenti di truppe e di materiale bellico a mostrare che il countdown è partito.
Secondo il quotidiano algerino El-Khabar, il piano d’azione sarebbe stato già definito e prevederebbe l’immediata occupazione militare delle principali città e delle aree residenziali del Nord Mali, da parte di un contingente africano armato dai francesi. Una volta conquistate le roccaforti jihadiste, si provvederebbe poi a smantellare l’intera rete fondamentalista.
Il primo carico – veicoli pesanti, armi leggere e strumenti di comunicazione, per un totale di 80 milioni di euro – è stato spedito da una base transalpina in Senegal ed è sbarcato nel Nord del Burkina Faso, lungo i confini con il Niger. L’impegno di Parigi copre anche l’aspetto logistico. Le forze africane dovrebbero sobbarcarsi un’impresa onerosa, gestendo il controllo di un’area più grande della stessa Francia, per cui l’ex potenza coloniale sta studiando la costruzione di una propria base nel Mali centro-settentrionale, da realizzare una volta cacciati gli islamisti. Esercitazioni militari congiunte, a cui partecipano le forze speciali d’Oltralpe – 200, tra soldati e ufficiali – e un contingente formato da unità dell’esercito nigerino e di quello mauritano, si tengono da settimane in una zona lungo il confine tra il Niger e lo stesso Mali. È la conseguenza di un accordo di cooperazione tra la Francia e l’Ecowas, che mira a preparare l’adattamento dell’armée alle difficili condizioni del deserto africano.
Gli Stati Uniti, in piena campagna per le presidenziali, sono più prudenti. Il generale Carter Ham, comandante di Africom, la struttura creata nel 2008 per gestire le relazioni militari con il continente nero, ha dichiarato «che non esistono piani per un intervento diretto americano in Mali», ma che Washington sosterrebbe operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo. Obama ha autorizzato una serie di missioni segrete di intelligence nel continente, come rivelato a giugno dal Washington Post. Uno dei principali obiettivi è proprio Aqmi. Da tempo i droni a stelle e strisce sorvolano il Sahel alla ricerca delle basi operative degli jihadisti.
La missione di Romano Prodi, neo-inviato speciale dell’Onu per l’area, si annuncia spinosa. Tutti gli intrighi dell’Africa occidentale trovano oggi nel Mali un palcoscenico ideale per le loro sceneggiature. Un esempio? Secondo un recente report delle Nazioni Unite, i sostenitori dell’ex presidente ivoriano Gbagbo – attualmente in custodia all’Aja dopo un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale – stanno cercando un’alleanza con Aqmi per destabilizzare l’intera area e riprendere il potere, cacciando il rivale del loro leader, Alassane Ouattara.

 

Un centinaio di membri delle forze speciali francesi sono già dispiegati nella regione. Non rimane che convincere i partner europei e gli Stati Uniti ad agire. Per adesso il Vecchio Continente ha dimostrato un tiepido sostegno. Il terrorismo nell'Africa occidentale è un problema europeo: lo è nel Mali - come nel Nord della Nigeria, dove Boko Haram continua a far saltare in aria chiese cristiane con sempre maggiore disinvoltura.

Il problema è questo. Lo scorso anno la Francia è stata promotrice (leggi: istigatrice) e capofila dell'intervento armato in Libia a sostegno delle milizie ribelli. I risultati li conosciamo: guerra costosa e destabilizzazione di un Paese già instabile, con preoccupanti conseguenze sull'equilibrio regionale - di cui la rivolta dei tuareg nel Mali, antefatto all'affermazione dei gruppi islamisti nell'area, è solo l'effetto collaterale più evidente. Dopo un'esperienza così sconfortante, Europa e America saranno ancora disposte a seguire Parigi in una nuova guerra tra le sabbie del Nord Africa?

Fonte: agoravox

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PERCHE' L'AMERICA POSSA VIVERE, L'EUROPA DEVE MORIRE

Pubblicato su 29 Ottobre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Russell Means, di nome Oyate Wacinyapin (Colui che Lavora per il Popolo) in lingua lakȟótiyapi (idioma Lakota), “l’Indiano d’America più famoso dai tempi di Toro Seduto e Cavallo Pazzo” secondo il L.A. Times, è morto lunedì 22 ottobre, all’età di 72 anni.

Si è battuto a lungo per rivendicare i diritti naturali degli Indiani USamericani, da Alcatraz (1969) a Wounded Knee (1973), a The Longest Walk (1978) fino alla Repubblica di Lakotah, che ha proclamato nel 2007.

Questo è il suo più famoso discorso, pronunciato nel luglio 1980, davanti a migliaia di persone da ogni parte del mondo radunate in occasione del “Black Hills International Survival Gathering”, il Raduno internazionale per la salvaguardia delle Colline nere (Black Hills) nella riserva di Pine Ridge, nel South Dakota.

 

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L’unica possibile apertura di una dichiarazione come questa è che detesto la scrittura. Il processo in sé incarna il concetto europeo di “pensiero legittimo”: ciò che è scritto ha un’importanza che è negata al parlato. La mia cultura, la cultura Lakota, ha una tradizione orale, quindi di solito mi rifiuto di scrivere. Questo è uno dei modi in cui il mondo bianco distrugge le culture dei popoli non europei, attraverso l’imposizione di un’astrazione sul rapporto parlato di un popolo.
Quindi, quello che leggerete qui non è quello che ho scritto. È quello che ho detto e che qualcun altro ha scritto. Ho permesso questo perché sembra che l’unico modo per comunicare con il mondo bianco sia attraverso le foglie secche, morte, di un libro.
Non mi importa se le mie parole arrivano ai bianchi o meno. Loro hanno già dimostrato con la loro storia che non sono in grado di sentire, non possono vedere, ma possono solo leggere (ovviamente, ci sono delle eccezioni, ma le eccezioni confermano solo la regola).
Sono più preoccupato di farmi sentire dalla gente indiana americana, studenti e altri, che hanno cominciato a farsi assorbire dal mondo bianco attraverso le università e altre istituzioni. Ma anche in questo caso si tratta di una sorta di preoccupazione solo marginale.
È assolutamente possibile crescere con un aspetto esteriore rosso e una mente bianca, e se questo è il frutto di una scelta individuale di una persona, così sia, ed io non sono di alcuna utilità per costoro. Questo fa parte del processo di genocidio culturale condotto oggi dagli Europei contro i popoli indiani d’America. La mia preoccupazione è rivolta agli Indiani americani che scelgono di resistere a questo genocidio, ma che possono essere disorientati su come procedere.
(Notate che io sto usando il termine “Indiano americano”, piuttosto che “nativo americano” o “popolo nativo indigeno” o “Amerindi”, quando faccio riferimento alla mia gente. C’è stata qualche polemica in merito a tali termini, e francamente, a questo punto, trovo le polemiche assurde.
In primo luogo, sembra che “Indiano americano” sia da respingere in quanto di origine europea, il che è vero. Ma tutti i termini di cui sopra sono di origine europea; l’unico modo non europeo è quello di parlare di “Lakota”, o, più precisamente, di “Oglala”, “Bruleě”, ecc. - e di “Dine”, “Miccosukee”, e di quello che resta corretto di diverse centinaia di nomi tribali.
Per di più, vi è una qualche confusione sulla parola “Indiano”, un termine malinteso che in qualche modo richiama alla mente il paese India. Quando Colombo è sbarcato sulla spiaggia dei Caraibi, egli non era alla ricerca di un paese chiamato India. Nel 1492 gli Europei chiamavano quel paese Hindustan. Basta cercare sulle vecchie mappe. Colombo interpellò il popolo tribale che gli si fece incontro con “Indio”, usando un termine italiano che significa “in Dio”.)
Ci vuole un forte impegno da parte di ogni Indiano americano per non diventare europeizzato. Il punto di forza di questo tentativo può poggiare solo sugli usi tradizionali, sui valori tradizionali che i nostri anziani conservano. Le relazioni devono fondarsi sul cerchio, sulle quattro direzioni, non possono fondarsi sulle pagine di un libro o di un migliaio di libri.
Nessun Europeo può mai insegnare a un Lakota di essere Lakota, ad un Hopi di essere Hopi. Un master in “Studi indiani” o in “cultura indiana” o in qualsiasi altra cosa non può tramutare una persona in un essere umano o fornire le conoscenze nei modi tradizionali. Può solo trasformarvi in un estraneo al nostro mondo, al nostro modo di pensare, in un estraneo che ha assunto la mentalità europea.
Qui, io vorrei fare chiarezza al riguardo, perché può sembrare esista in me una certa confusione. Quando io parlo di Europei o di mentalmente Europei, non metto in atto distinzioni che possono risultare sbagliate.
Non sto affermando che da un lato ci sono i sottoprodotti di un qualche migliaio di anni di genocidi, di azioni reazionarie, di uno sviluppo intellettuale europeo malsano, e da un’altra parte esiste un qualche nuovo sviluppo intellettuale rivoluzionario positivo. Mi riferisco in questo caso alle cosiddette teorie del marxismo e anarchismo e “sinistrismo” in generale.
Non credo che queste teorie possano essere separate dal resto della tradizione intellettuale europea. Si tratta in verità solo della stessa vecchia canzone.
Il processo ha avuto il suo inizio molto prima.
Newton, per esempio, “ha rivoluzionato” la fisica e le scienze naturali riducendo l’universo fisico ad una equazione lineare matematica. Cartesio ha fatto la stessa cosa con la cultura. John Locke lo ha fatto con la politica, e Adam Smith con l’economia. Ognuno di questi “pensatori” ha preso un pezzo della spiritualità dell’esistenza umana e lo ha trasformato in un codice, in un’astrazione. Hanno ripreso dal punto in cui il Cristianesimo era finito; hanno “secolarizzato” la religione cristiana, come gli “studiosi” amano dire, - e così facendo hanno reso l’Europa più capace e pronta ad agire tramite una cultura espansionista.
Ognuna di queste rivoluzioni intellettuali è servita ad astrarre ancor di più la mentalità europea, a rimuovere dall’universo la sua meravigliosa complessità e spiritualità, e a sostituirla con una sequenza logica: uno, due, tre, Risposta! Questo è ciò che nel pensiero europeo si è arrivati a definire “efficienza”. Tutto ciò che è meccanicistico è perfetto, e tutto ciò che al momento sembra funzionare, vale a dire che dimostra che quel modello meccanico è proprio giusto, - è da considerarsi corretto, anche quando è chiaramente menzognero.
È per questo che “la verità” cambia così in fretta nel pensare europeo; le risposte che risultano da questo processo sono solo tappabuchi, solo temporanee, e devono poter essere continuamente scartate in favore di nuovi tappabuchi, che supportano altri modelli meccanici e conservano questi modelli in vita.
Hegel e Marx erano eredi del pensiero di Newton, Cartesio, Locke e Smith.
Hegel ha portato a termine il processo di secolarizzazione della teologia, e secondo le sue proposizioni ha secolarizzato il pensiero religioso mediante il quale l’Europa interpretava l’universo. Poi Marx ha impostato la filosofia di Hegel in termini di “materialismo”, vale a dire che Marx ha despiritualizzato del tutto l’opera di Hegel. Sempre secondo la visione di Marx .E questo ora è visto come il potenziale futuro rivoluzionario dell’Europa.
Gli Europei possono considerare questo come rivoluzionario, ma gli Indiani americani vedono tutto ciò semplicemente come il vecchio conflitto europeo, ancora più accentuato, tra l’essere e l’avere profitto. Le radici intellettuali di questa nuova formula marxista di imperialismo europeo collegano Marx e i suoi seguaci alla tradizione di Newton, Hegel, e di tutti gli altri.
Essere è una proposizione spirituale. Avere profitto è un atto materiale.
Tradizionalmente, gli Indiani americani hanno sempre cercato di essere le persone migliori che potevano. Parte di questo processo spirituale era, ed è, quello di distribuire la ricchezza, di rinunciare alle ricchezze per non avere profitti. Tra il popolo della tradizione il profitto materiale è un indicatore di una situazione ingannevole, mentre per gli Europei è “la prova che il sistema funziona”.
Chiaramente, nella questione siamo in presenza di due punti di vista completamente opposti, e il marxismo è veramente molto lontano, sul versante opposto, dal punto di vista degli Indiani d’America. Ma esaminiamo una conseguenza importante di tutto ciò; questo non è un puro e semplice dibattito intellettuale. La tradizione materialista europea di despiritualizzazione dell’universo è molto simile al processo mentale che tende a disumanizzare un’altra persona. E chi sembra il più esperto a disumanizzare altre persone? E perché? I soldati che hanno partecipato a tanti combattimenti imparano a fare questo al nemico prima di tornare a combattere. Gli assassini lo fanno prima di andare a commettere omicidio. Le guardie naziste SS hanno fatto questo ai detenuti dei campi di concentramento. I poliziotti lo fanno. I dirigenti delle grandi imprese lo fanno ai lavoratori che inviano nelle miniere di uranio e nelle acciaierie. I politici lo fanno a tutti in bella vista. E ciò che il processo ha in comune per ogni gruppo è che la disumanizzazione rende a tutti il diritto di uccidere e in altro modo di distruggere altre persone. Uno dei comandamenti cristiani afferma, “Non uccidere!”, almeno non esseri umani, e così il trucco consiste nel convertire mentalmente le vittime in non-umani. Poi si può esaltare addirittura come una virtù la violazione del vostro comandamento! In termini di despiritualizzazione dell’universo, il processo mentale funziona in modo che diventi virtuoso distruggere il pianeta.
Termini come progresso e sviluppo sono utilizzati come parole di copertura, il modo con cui i termini vittoria e libertà vengono utilizzati serve per giustificare la macelleria nel processo di disumanizzazione. Ad esempio, uno speculatore immobiliare può appellarsi allo “sviluppo” di un pezzo di terra con l’apertura di una cava di ghiaia, sviluppo che in questo caso significa distruzione totale, permanente, con la rimozione della terra stessa. Ma per la logica europea si acquisiscono alcune tonnellate di ghiaia con le quali più suolo può essere “sviluppato” attraverso la costruzione di sottofondi stradali. In ultima analisi, l’intero universo è aperto – secondo il punto di vista europeo - a questo tipo di follia.
Forse, più importante resta il fatto che gli Europei non provano alcun senso di perdita in tutto questo. Dopo tutto, i loro filosofi hanno despiritualizzato la realtà, quindi non si ottiene alcuna soddisfazione (per loro) nel modo semplice di osservare la meraviglia di una montagna o di un lago o di un popolo nel loro essere. No, la soddisfazione è misurata in termini di guadagno materiale! Così la montagna diventa ghiaia, e il lago diventa liquido di raffreddamento per uno stabilimento, e le persone vengono raccolte per essere sottoposte a programmi di elaborazione in fabbriche di indottrinamento coercitivo, che gli Europei amano chiamare “scuole”.
Ma ogni nuovo frammento di quel “progresso” alza la posta in gioco nel mondo reale. Prendiamo ad esempio il carburante per la macchina industriale. Poco più di due secoli fa, quasi tutti utilizzavano legno, un prodotto naturale rinnovabile, come combustibile per le esigenze molto umane della cottura del cibo e di stare al caldo.
Poi è arrivata la Rivoluzione Industriale e il carbone è diventato il combustibile dominante, dato che per l’Europa la produzione era diventata l’imperativo sociale. L’inquinamento ha cominciato a diventare un problema nelle città, e la terra è stata squarciata per fornire carbone, mentre il legno era sempre stato semplicemente raccolto senza grandi spese per l’ambiente. In seguito, il petrolio è diventato il carburante principale, quando la tecnologia di produzione veniva perfezionata attraverso una serie di “rivoluzioni” scientifiche. L’inquinamento è aumentato drammaticamente, e nessuno sa ancora quali saranno davvero i costi ambientali del pompaggio di tutto questo petrolio dalla terra nel lungo periodo.
Ora siamo in presenza di una “crisi energetica”, e l’uranio sta diventando il combustibile dominante. Da una parte, i capitalisti fanno assegnamento sullo sviluppo dell’uranio come combustibile in rapporto alla potenzialità di ottenere buon profitto. Questa è la loro etica, e magari questo gli farà guadagnare anche un po’ di tempo. I marxisti, d’altro canto, fanno assegnamento sullo sviluppo dell’uranio come combustibile il più rapidamente possibile, semplicemente perché è il carburante disponibile che rende più “efficiente” la produzione. Questa è la loro etica, e non riesco a vedere quale sia il punto di vista preferibile. Come ho già detto, il marxismo si colloca proprio nel bel mezzo della tradizione europea. È la stessa vecchia canzone.
Esiste una regola empirica che può essere applicata in questo caso. Non si può giudicare la vera natura di una dottrina rivoluzionaria europea sulla base delle modifiche che intende apportare in Europa all’interno della società e delle strutture di potere. Possiamo solo giudicarla dagli effetti che avrà sui popoli non europei.
Questo perché tutte le rivoluzioni della storia europea sono servite a rafforzare le tendenze e le capacità dell’Europa ad esportare la distruzione di altri popoli, di altre culture e dell’ambiente stesso. Sfido chiunque a ricordare un esempio in cui questo non si sia verificato.
Così ora a noi, popolo degli Indiani d’America, viene chiesto di credere che una “nuova” dottrina rivoluzionaria europea, come il marxismo, possa annullare gli effetti negativi della storia europea esercitati su di noi. I rapporti di potere in Europa sono in una fase di trasformazione, ancora una volta, e questo dovrebbe rendere le cose migliori per tutti noi. Ma questo, che cosa significa realmente? In questo momento, oggi, noi che viviamo nella riserva di Pine Ridge stiamo vivendo in quella che la società dei bianchi ha designato come una “Zona Nazionale di Sacrificio”. Questo significa che nell’area sono presenti importanti giacimenti di uranio, e la cultura bianca (non noi) ha bisogno di questo uranio come materiale per la produzione di energia.
Il modo più economico e più efficiente per l’industria di estrarre e trattare questo uranio è di scaricare i sottoprodotti della lavorazione proprio qui, nei siti di scavo. Proprio qui dove viviamo. Queste scorie sono radioattive e renderanno l’intera regione inabitabile, per sempre.
Questo è considerato dall’industria, e dalla società bianca che ha creato questo settore industriale, un prezzo “sostenibile” per finanziare lo sviluppo delle risorse energetiche.
In corso d’opera, come parte del processo industriale, hanno anche in programma di drenare la falda freatica che sta sotto questa parte del Sud Dakota, e così la regione diventerà doppiamente inabitabile.
La stessa sorte stanno subendo le terre dei Navajo e degli Hopi, le terra dei Cheyenne del Nord e dei Crow, e altrove. Il trenta per cento del carbone nell’ovest degli Stati Uniti e la metà dei giacimenti di uranio sono stati trovati sotto le terre delle riserve, quindi non è proprio il caso di definire questo un problema minore.
Noi stiamo resistendo ad essere consegnati in una “Zona Nazionale di Sacrificio”. Noi stiamo resistendo ad essere trasformati in un popolo nazionale da sacrificare. Per noi, i costi di questo processo industriale sono inaccettabili. È genocidio, né più né meno, scavare uranio qui e drenare l’acqua della falda. Ora, supponiamo che nella nostra resistenza allo sterminio si cominci a cercare alleati (che noi abbiamo). Supponiamo, inoltre, di essere disposti a prendere in parola il marxismo rivoluzionario: che intende niente meno di rovesciare completamente l’ordine capitalista europeo, che ha presentato tanta minaccia alla nostra stessa esistenza. Questa potrebbe sembrare al popolo degli Indiani d’America una naturale alleanza. Dopo tutto, come dicono i marxisti, sono i capitalisti che ci hanno imposto un sacrificio nazionale. Questo è vero assolutamente.
Ma, come ho cercato di sottolineare, questa “verità” è molto ingannevole.
Il marxismo rivoluzionario è impegnato a perpetuare e a perfezionare ancor di più quel processo industriale, che però sta distruggendo tutti noi. Il marxismo offre solo di “ridistribuire” i profitti - il denaro, insomma - di questa industrializzazione ad una parte più larga della popolazione. Propone di prendere la ricchezza dai capitalisti e distribuirla in giro: ma per fare ciò, il marxismo deve conservare il sistema industriale. Ancora una volta, i rapporti di potere all’interno della società europea potranno essere modificati, ma ancora una volta gli effetti sui popoli degli Indiani d’America e sui non-Europei in altre parti del mondo rimarranno gli stessi.
Avverrà come quando il potere è stato ridistribuito dalla Chiesa al business privato durante la cosiddetta rivoluzione borghese. La società europea al suo interno è cambiata un po’, almeno superficialmente, ma i suoi comportamenti verso i non-Europei hanno continuato come prima. A conferma, si può ben vedere ciò che la Rivoluzione americana del 1776 ha fatto per gli Indiani americani. È la stessa vecchia canzone.
Il marxismo rivoluzionario, come la società industriale in altre forme, cerca di “razionalizzare” (di organizzare nel lavoro e nella produzione) tutte le persone in relazione all’industria e alla massima produzione industriale. Si tratta di una dottrina materialista che disprezza la tradizione spirituale degli Indiani d’America, le nostre culture, i nostri modi di vita.
Marx stesso ci definiva “pre-capitalisti” e “primitivi”.
Pre-capitalista significa semplicemente che, a suo avviso, avremmo più tardi scoperto il capitalismo e saremmo diventati capitalisti: siamo sempre stati economicamente ritardati, in termini marxisti. L’unico modo in cui gli Indiani americani potrebbero partecipare ad un rivoluzione marxista sarebbe quello di aderire al sistema industriale, di diventare operai in fabbrica, o “proletari”, secondo la definizione di Marx. Questo teorico è stato molto chiaro sul fatto che la sua rivoluzione potrebbe verificarsi solo attraverso la lotta del proletariato, che l’esistenza di un massiccio sistema industriale è il presupposto di una società marxista dagli esiti favorevoli.
Io penso che siamo in presenza di un problema di linguaggio. Cristiani, capitalisti, marxisti. Tutti costoro sono stati rivoluzionari nelle loro concezioni, ma nessuna di queste realmente significa “rivoluzione”. Quello che significa realmente è solo “continuazione”. Fanno quello che fanno in modo tale che la cultura europea possa perpetuarsi e svilupparsi secondo le loro esigenze.
Allora, per il fatto di unire davvero le nostre forze con il marxismo, noi Indiani d’America avremmo dovuto accettare il sacrificio nazionale della nostra terra natia, avremmo dovuto commettere il nostro suicidio culturale e diventare industrializzati ed europeizzati.
A questo punto, è necessario che io mi fermi e mi interroghi se non sia stato troppo duro.
Il marxismo ha una sua storia. Questa storia avvalora le mie considerazioni?
Analizzando il processo di industrializzazione in Unione Sovietica dal 1920, vedo che questi marxisti hanno fatto quello che la rivoluzione industriale inglese ha impiegato 300 anni per fare: solo che i marxisti lo hanno fatto in 60 anni.
Vedo che il territorio dell’URSS, che conteneva un certo numero di popolazioni autoctone, è stato usato per far posto alle fabbriche e le popolazioni sono state sacrificate. I Sovietici si riferiscono a questo come alla “Questione Nazionale”, la questione se i popoli tribali avessero il diritto di esistere come popoli: e hanno deciso che le popolazioni tribali erano un sacrificio accettabile alle esigenze industriali. Guardo alla Cina e vedo la stessa cosa. Guardo al Vietnam e vedo che i marxisti, per imporre un loro sistema industriale, sradicano gli indigeni tribali della montagna
Ho sentito un autorevole scienziato sovietico affermare che quando l’uranio andrà ad esaurimento, solo allora si troveranno delle alternative.
Vedo che i Vietnamiti si sono impossessati di un impianto nucleare abbandonato dai militari degli Stati Uniti. Lo hanno smantellato e distrutto? No, lo stanno utilizzando. Vedo la Cina esplodere bombe nucleari, sviluppare reattori ad uranio e preparare un programma spaziale per andare a colonizzare e sfruttare i pianeti, allo stesso modo con cui gli Europei hanno colonizzato e sfruttato questo emisfero. È la stessa vecchia canzone. Ma questa volta forse con un ritmo più veloce.
La dichiarazione dello scienziato sovietico è molto interessante. Lui conosce quali saranno le fonti di energia alternativa? No, ha semplicemente fede. La scienza troverà il modo!
Sento marxisti rivoluzionari dichiarare che la distruzione dell’ambiente, l’inquinamento e le radiazioni saranno completamente sotto controllo. E li vedo comportarsi male, non secondo le loro dichiarazioni. Loro conoscono come queste cose verranno controllate? No, semplicemente hanno fede! La scienza troverà il modo. L’industrializzazione è meravigliosa e necessaria.
Come fanno a sapere questo? Fede! La scienza troverà il modo.
In Europa, la fede di questo tipo si è sempre connotata come “religione”. La scienza è diventata la nuova religione europea, sia per i capitalisti che per i marxisti; costoro sono intimamente vincolati, sono parte integrante della stessa cultura. Quindi, sia in teoria che in pratica, il marxismo esige che i popoli non europei rinuncino ai loro valori, alle loro tradizioni, alla loro esistenza culturale, completamente. In una società marxista, dovremo diventare tutti tossicodipendenti della scienza dell’industrializzazione.
Non credo che il capitalismo in sé sia davvero il solo responsabile della situazione per cui gli Indiani americani sono stati destinati ad un sacrificio nazionale. No, è la tradizione europea, la cultura europea ad essere la diretta responsabile. Il marxismo è solo l’ultima continuazione di questa tradizione, non una soluzione. Allearsi con il marxismo è come allearsi con le forze stesse che definiscono noi come un costo accettabile e sostenibile.
Esiste un’altra via. La via è quella della tradizione Lakota, e le modalità sono quelle degli altri popoli indiani d’America. Questo modo prevede che gli esseri umani non hanno il diritto di degradare la Madre Terra, che ci sono forze al di là di qualsiasi cosa il pensiero europeo abbia concepito, che gli esseri umani devono entrare in relazioni di armonia con tutto e questi rapporti conservati alla fine elimineranno le disarmonie.
La veemenza squilibrata esercitata da esseri umani su esseri umani, l’arroganza degli Europei nell’agire come se fossero al di là della natura di tutte le cose intimamente connesse fra di loro, possono solo tradursi in una disarmonia totale, e un riassestamento che ridimensioni l’arroganza degli esseri umani fornisce loro il sapore di quella realtà che sta fuori della loro portata o del loro controllo, e ripristina l’armonia.
Non vi è alcuna necessità di una teoria rivoluzionaria per ottenere questo risultato; tutto ciò oltrepassa il controllo umano. I popoli legati alla natura lo sanno e non hanno bisogno di tante teorie. La teoria è un astratto, la nostra conoscenza è la realtà.
Distillata da questi termini di fondo, la fede europea, - compresa la nuova fede nella scienza – equivale alla credenza che l’uomo sia Dio. L’Europa ha sempre cercato un Messia, sia che si tratti dell’uomo Gesù Cristo o dell’uomo Karl Marx o dell’uomo Albert Einstein. Gli Indiani d’America sanno che questo è del tutto assurdo.
Gli esseri umani sono la più debole delle creature, così debole che le altre creature sono disposte a fornirci la loro carne perché noi possiamo vivere. Gli esseri umani sono in grado di sopravvivere solo attraverso l’esercizio della razionalità, dal momento che non posseggono le capacità delle altre creature di procurarsi il cibo attraverso l’uso di zanne e artigli.
Ma la razionalità è una maledizione, dal momento che può indurre l’uomo a dimenticare l’ordine naturale delle cose, in un modo che le altre creature non fanno. Un lupo non dimentica mai il suo posto nell’ordine naturale. Gli Indiani d’America a volte lo possono fare. Gli Europei lo fanno quasi sempre.
Noi porgiamo i nostri ringraziamenti ai cervi, nostri affini, per averci concesso di mangiare la loro carne; gli Europei semplicemente prendono la carne come fatto di diritto e considerano il cervo un essere inferiore. Dopo tutto, gli Europei considerano se stessi divini nel loro razionalismo e nel loro sapere. Dio è l’Essere Supremo, quindi tutto il resto deve essere inferiore.
Tutta la tradizione europea, marxismo incluso, ha cospirato per sfidare l’ordine naturale di tutte le cose. La Madre Terra è stata abusata, le forze della natura sono state abusate, e questo non può andare avanti all’infinito. Nessuna teoria può alterare questo semplice fatto. La Madre Terra reagirà, tutto l’ambiente si ritorcerà contro, e gli abusatori saranno eliminati. Tutto si chiude nel cerchio, si torna di nuovo al punto di partenza. Questa è la rivoluzione! E questa è la profezia del mio popolo, del popolo Hopi e degli altri popoli giusti.
Per secoli, gli Indiani d’America hanno cercato di spiegare questo agli Europei. Ma, come ho detto in precedenza, gli Europei si sono dimostrati incapaci di sentire.
L’ordine naturale trionferà, e i suoi trasgressori si estingueranno; infatti i cervi muoiono quando offendono l’armonia sovrapopolando una data regione. È solo una questione di tempo, ma ciò che gli Europei definiscono “una catastrofe di proporzioni globali” si verificherà.
Sopravvivere, questo è l’obiettivo di tutti gli esseri naturali. Una parte della nostra sopravvivenza è dovuta al resistere. Noi non resistiamo per rovesciare un governo o per assumere il potere politico, ma perché, per sopravvivere, è naturale resistere allo sterminio. Non vogliamo il potere sulle istituzioni bianchi, noi vogliamo la scomparsa delle istituzioni bianche. Questa è la nostra rivoluzione!
Gli Indiani d’America sono ancora in contatto con queste realtà - le profezie, le tradizioni dei nostri antenati. Noi impariamo dagli anziani, dalla natura, dalle forze della natura. E quando la catastrofe avrà termine, noi popoli indiani d’America saremo ancora qui ad abitare l’emisfero.
Non mi importa che sia rimasta solo una manciata di indios a vivere nelle Ande. Il popolo indiano d’America sopravviverà: l’armonia verrà ristabilita. Questa è la rivoluzione!
A questo punto, forse dovrei essere molto più chiaro su un’altra questione, che comunque dovrebbe essere già chiara come risultato di ciò che ho detto. Ma in questi giorni si genera facilmente della confusione, quindi voglio insistere su questo punto.
Quando uso il termine “europeo”, non mi riferisco a un colore della pelle o ad una particolare struttura genetica. Quello a cui faccio riferimento è una mentalità, una visione del mondo come prodotto dello sviluppo della “cultura europea”. Le persone non sono geneticamente codificate per ritenere in sé, innata, questa prospettiva: sono state acculturate ad assumerla.
Lo stesso vale per gli Indiani americani o per i membri di qualsiasi altra cultura. È possibile per un Indiano d’America condividere i valori europei, una visione del mondo europeo.
Abbiamo un termine per queste persone; noi le definiamo “mele” - rosse sulla parte esterna (genetica) e bianche allo loro interno (i valori). Altri gruppi hanno termini simili: i Neri hanno i loro “oreos”; [N.d.tr.: Il biscotto Oreo fu ideato e prodotto dalla ditta Nabisco, una società americana produttrice di biscotti, nel febbraio 1912; il dolce è formato da due biscotti circolari a base di cioccolato con uno strato interno di crema al latte: quindi neri all’esterno, bianchi all’interno!]; gli Ispanici hanno le “coconuts”, le noci di cocco, e così via. E, come ho detto prima, esistono eccezioni al “modello bianco”: persone che sono bianche all’esterno, ma non bianche all’interno. Non sono sicuro di quale termine dovrebbe essere applicato a costoro, se non quello di “esseri umani”.
Quella che sto esponendo qui non è una proposizione razziale, ma una proposta culturale. Coloro che in ultima analisi sostengono e difendono i paradigmi della cultura europea e del suo industrialismo sono i miei nemici. Coloro che resistono a questo, coloro che lottano contro, sono i miei alleati, gli alleati del popolo indiano d’America. E non me ne importa un accidente di quello che il loro colore della pelle sembra rappresentare. Caucasica è il termine bianco per la razza bianca: invece, Europea è la prospettiva alla quale mi oppongo.
I Vietnamiti comunisti non sono esattamente di quelli che si potrebbero considerare geneticamente Caucasici, ma ora agiscono secondo la mentalità tipica degli Europei. Lo stesso vale per i Cinesi comunisti, per i Giapponesi capitalisti o per i Bantu cattolici o per Peter “McDollar” giù alla riserva Navajo o per Dickie Wilson qui a Pine Ridge. Qui non si tratta di questioni di razzismo, ma solo di un riconoscimento di una mentalità e di uno spirito che costituiscono una cultura.
In termini marxisti credo di essere un “nazionalista per cultura”. Prima di tutto, io lavoro con il mio popolo, il popolo di tradizioni Lakota, perché ha una visione comune del mondo e condivide una lotta diretta. Al di là di questo, io lavoro con gli altri popoli in possesso delle tradizioni degli Indiani d’America, sempre in affinità di una certa comunanza di visione del mondo e delle stesse forme di lotta. Peraltro, io collaboro con tutti coloro che hanno sperimentato l’oppressione coloniale dell’Europa e che resistono al suo totalitarismo culturale e industriale. Ovviamente, questi includono anche i Caucasici genetici che lottano per resistere alle condizioni dominanti della cultura europea. Mi vengono subito in mente gli Irlandesi e i Baschi, ma ce ne sono molti altri.
Io lavoro principalmente con la mia gente, con la mia comunità. Altre persone che hanno assunto punti di vista non europei dovrebbero fare lo stesso. Credo nella parola d’ordine, “Abbi fiducia nella visione dei tuoi fratelli”, anche se mi piacerebbe aggiungere nella frase le “sorelle”. Ho fiducia nella prospettiva che si fonda sui concetti di comunità e cultura manifestata dai popoli di qualsiasi razza, che naturalmente resistono all’industrializzazione e all’estinzione dell’uomo. Chiaramente, i bianchi nella loro individualità possano condividere questo solo quando hanno raggiunto la consapevolezza che la continuazione degli imperativi industriali dell’Europa non sono una prospettiva, ma il suicidio della specie.
Il bianco è uno dei colori sacri del popolo Lakota, come il rosso, il giallo, e il nero. Le quattro direzioni. Le quattro stagioni. I quattro periodi del vivere e dell’invecchiare. Le quattro razze dell’umanità. Provate a mescolare fra loro il rosso, il giallo, il bianco e il nero e otterrete il bruno, il colore della quinta razza. Questo è l’ordine naturale delle cose!
Ne consegue per me che sia naturale operare con tutte le razze, ognuna con la sua particolare espressione, con la sua specifica identità e con il proprio messaggio.
Tuttavia, esiste un particolare comportamento fra la maggior parte dei Caucasici. Appena divento critico nei confronti dell’Europa e del suo impatto sulle altre culture, i Caucasici si pongono sulla difensiva. Cominciano a difendere se stessi. Ma io non li sto attaccando personalmente, sto attaccando l’Europa. Nel personalizzare le mie osservazioni critiche sull’Europa, stanno personalizzando la cultura europea, identificando se medesimi con questa cultura. In ultima analisi, difendendo se stessi in questo contesto, stanno difendendo la cultura di morte europea.
Si tratta di un equivoco che deve essere superato, e deve essere superato in fretta. Nessuno di noi ha energia da perdere in tali conflitti senza senso.
I Caucasici devono offrire all’umanità una visione ben più positiva che la cultura europea. Io penso questo. Ma per raggiungere questa visione è necessario per i Caucasici, insieme al resto dell’umanità, staccarsi dalla cultura europea per esaminare con spirito critico l’Europa per quello che è e per quello che fa. Aggrapparsi al capitalismo e al marxismo e a tutti gli altri “ismi” significa semplicemente rimanere all’interno della cultura europea. Non si può evitare questo fatto fondamentale. E come tutti i fatti, questa opzione prevede una scelta. Capire che questa scelta si basa sulla cultura, e non sulla razza. Capire che scegliere la cultura europea e industrialista è come scegliere di essere il mio nemico. E capire che questa scelta è la vostra, non la mia.
Questo mi riporta ad affrontare la questione degli Indiani americani che sono alla deriva attraverso le università, le baraccopoli delle città, e le altre istituzioni europee.
Se voi siete lì per imparare a come resistere all’oppressore in conformità con i vostri modi di vivere vincolati alle tradizioni, così sia. Non so come si riesca a combinare le due cose, ma forse otterrete del successo. Ma mantenete il vostro modo di sentire ben vincolato alla realtà.
Attenzione nell’arrivare a credere che il mondo dei bianchi possa offrire ora soluzioni ai problemi a cui quel mondo ci ha posto di fronte. Attenzione, anche, nel consentire che le parole dei popoli nativi vengano distorte a vantaggio dei nostri nemici. L’Europa ha inventato la pratica di distorcere le parole e di “capovolgere le frittate”. Basta solo gettare uno sguardo sui trattati tra i popoli indiani d’America e i vari governi europei per rendersi conto di quanto ciò sia vero.
Ricava la tua forza da ciò che tu sei!
Una cultura che confonde regolarmente la rivoluzione con la continuazione, che confonde la scienza e la religione, che confonde la rivolta con la resistenza al cambiamento, non ha nulla di utile da insegnare e nulla da offrire come stile di vita. Da tanto tempo, gli Europei hanno perduto ogni contatto con la realtà, se mai siano stati in contatto con essa. Dispiacetevi per loro se ne sentite la necessità, ma sentitevi a vostro agio con quelli che vi riconoscono come Indiani d’America.
Allora, penso che, per concludere, vorrei chiarire che l’ultima cosa in cima ai miei pensieri è quella
di guidare qualcuno verso il marxismo. Il marxismo è estraneo alla mia cultura, come lo sono il capitalismo e il cristianesimo. In effetti, posso affermare di non credere di stare cercando di portare qualcuno verso qualcosa. In un certo senso, ho cercato di essere un “leader”, nel senso di come i media bianchi sono soliti usare questo termine, quando l’American Indian Movement era un’organizzazione giovane.
Questo è avvenuto come risultato di una confusione che non ho più da tanto tempo. Non si può essere tutto per tutti. Non intendo essere strumentalizzato per tale posizione dai miei nemici, io non sono un leader. Sono un patriota Oglala Lakota. Questo è tutto quello che desidero e di cui ho bisogno di essere. E mi sento proprio bene con colui che io sono.
Fonte: tlaxcala-int                 
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ECCO LA FIAT IN SERBIA: TURNI DA 10 ORE !

Pubblicato su 29 Ottobre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Questo è il piano industriale di Marchionne: sfruttare i lavoratori dove sono meglio ricattabili!

Avete capito perchè la Meerkel, quando si è parlato di Opel, lo ha cacciato in malo modo ? C.M.

 

 

 

 

Il Lingotto sperimenta il nuovo orario nello stabilimento di Kragujevac: due turni giornalieri quattro giorni a settimana per 1.700 lavoratori. Il sindacalista: “E’ molto dura, ma dovevamo accettare: oggi il primo problema per un serbo è il lavoro”

Da oggi si fanno turni da dieci ore. Accade nello stabilimento di Kragujevac, Serbia, fabbrica di automobili a 150 chilometri da Belgrado che ha una piccola particolarità: produce la nuova L500 e appartiene alla Fiat. L’amministratore delegato Sergio Marchionne l’ha inaugurata lo scorso maggio. E ora il Lingotto lancia un “esperimento”: nuovo orario di lavoro suddiviso in due turni giornalieri da dieci ore, di cui una di pausa, per quattro giorni lavorativi settimanali.

I sindacati serbi hanno accettato un periodo di prova di sei mesi, ma si dicono comunque scettici e preoccupati. Il vice presidente della Confederazione serba dei sindacati autonomi, Zoran Mihajlovic, è stato intervistato oggi da TMNews. “In Serbia è in assoluto la prima volta che viene applicato questo metodo”, ha spiegato all’agenzia, ma “più che una rivoluzione porta diversi problemi”. Per i prossimi sei mesi – dunque – i 1.700 dipendenti serbi di Fiat avranno due turni unici dalle 6.00 alle 16.00 e dalle 18.00 alle 4.00, con due ore di pausa tra un turno all’altro dedicate alla manutenzione.

Obiettivo dell’impianto: produrre 550 auto al giorno, contro le attuali 50. “Presto arriveranno i problemi: i turni da dieci ore sono molto duri - avverte Mihajlovic -. Tutto sarà verificabile da settembre in poi, quando inizieranno ad aumentare i volumi di produzione, dunque il carico di lavoro: i turni da dieci ore sono pesanti perché produrre automobili richiede alta competenza e concentrazione”.

I sindacati serbi hanno detto sì alla prova ipotizzando aumenti salariali “anche fino al 30% a partire da settembre”, sostiene il sindacalista, che conclude: “E’ importante per noi il successo dell’avvio della fase di produzione: in Serbia la disoccupazione è alle stelle (un milione di disoccupati su una popolazione di 7,5 milioni, ndr), oggi il primo problema per un serbo è il lavoro”.

Fonte: http://www.nuovaresistenza.org/2012/10/28/ecco-la-fiat-in-serbia-turni-da-10-ore-rassegna-it/#ixzz2AcAEI85f

Tratto da:  informarexresistere.fr

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