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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Post con #europa categoria

RIVOLTE E GUERRE CIVILI, L'EUROPA SI PREPARA......

Pubblicato su 28 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Se iniziano a prepararsi segno evidente è che prevedono lacrime e sangue per i popoli europei. Claudio Marconi

 

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Miseria, incertezze, paure. L’ Europa del futuro potrebbe essere questo e molto altro secondo le autorità tedesche che hanno varato la costruzione di un Centro “Crowd Riot Control”, che si occuperà di mantenere ordine e pace civile in un contesto ipotetico di guerriglia urbana.
Povertà, guerre civili, disoccupazione e miseria. Potrebbe essere questo un futuro nemmeno troppo remoto per l’Europa, o almeno potrebbe essere questo uno degli scenari possibili se le cose non cambieranno. Di questo non sono certi solamente isolati individui che pensano da tempo al peggio, ma anche gli analisti delle forze di sicurezza dei vari Stati, che avrebbero già preso in considerazione per il futuro scenari di guerriglia urbana. A questa eventualità si sta preparando la Germania, che in gran segreto ha deciso secondo diversi siti di informazione di avviare la costruzione di un Centro denominato ”Crowd Riot Control”, ovvero l’insieme di operazioni volte a mantenere l’ordine e la pace civile. Tale centro dovrebbe sorgere al fianco di una città fantasma munita di oltre 500 edifici per un budget superiore ai 100 milioni di euro. A rivelarlo è stata ‘ la rivista internazionale Current Concerns, che cita una lettera confindenziale ottenuta dalla Svizzera. http://www.currentconcerns.ch/index.php?id=1941.

In sostanza quindi nei prossimi mesi l’esercito tedesco potrebbe avviare la costruzione su una superficie di circa 232 chilometri quadrati del più grande centro di esercitazioni d’Europa per la lotta contro le rivolte. I centri di questo tipo dovrebbero regolare tutto l’insieme delle operazioni volte a mantenere l’ordine in condizioni di guerriglia urbana e di disastro sociale. L’obiettivo sarebbe in sostanza quello di avere forze di polizia in grado di agire in caso di sollevazioni popolari. Al fine di rendere realistico il progetto i tedeschi starebbero anche costruendo nei pressi del centro una città fantasma di oltre 500 edifici. Il progetto comprendera’ degli stabilimenti industriali, il collegamento a una autostrada fittizia e un aeroporto con 1.700 metri di piste su prato. A gestire la costruzione ci penserù la Bundeswehr, l’esercito tedesco, che comincerà i lavori della città fantasma sul finire del 2012. La cosa preoccupante è che l’esercito tedesco e molti altri eserciti si preparano ormai da tempo a fronteggiare scenari di guerriglia urbana, fatto questo che implica che sono molti i governi a immaginare un futuro di questo tipo. Insomma scenari molto simili a quelli che abbiamo imparato a conoscere nel recente passato in Medio Oriente e Nord Africa.
Tratto da: terrarealtime.blogspot.it
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LA GRAN BRETAGNA " POTREBBE" USCIRE DALLA UE

Pubblicato su 19 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

È una novità forte. Quasi quanto le“riflessioni ad alta voce” di Wolfgang Schaeuble, in luglio, sull'eleborazione di un “piano B” per far uscire la Germania fuori dall'euro. Un segnale che l'architettura bislacca di questo “aspirante super-Stato” scricchiola in molti punti. Non soltanto sul versante Piigs, a partire dalla Grecia distrutta, ma anche nei centri che più di chiunque hanno beneficiato del mercato unico e, a maggior ragione, della moneta continentale.

 

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Il primo ministro inglese ammette, davanti al parlamento che "è possibile" che Londra esca dalla costruzione politica europea. E' la prima volta dal 1973.

I conservatori inglesi sono inaffidabili in tutto, come Berlusconi e a volte anche peggio. Il loro legame col resto dell'Unione Europea è sempre stato più che scettico, al limite del boicottaggio, con una preferenza assoluta per le soluzioni “comuni” che lasciavano le “mani libere” di fare altrimenti.

 Ma non era mai successo che il primo ministro inglese in carica – in questo caso l'infido David Cameron – arrivasse ad ammettere che l'uscita del paese dalla Ue “è possibile”. Naturalmente l'ha subito condita “all'italiana”, negando che questa sia una sua “preferenza”, ma senza affatto smentire che ormai l'ipotesi sia in campo.

 I contrasti di qualche settimana fa sul bilancio europeo (la “legge di stabilità” della Ue) sono stati forti. Londra considera da sempre – non senza qualche ragione – pletorico l'apparato insediato a Bruxelles, troppo costose alcune politiche comunitarie, e in ogni caso poco favorevoli agli interessi britannici. Ma ora l'opzione di andarsene è venuta allo scoperto. Non è più un tabù indicibile.

 È una novità forte. Quasi quanto le “riflessioni ad alta voce” di Wolfgang Schaeuble, in luglio, sull'eleborazione di un “piano B” per far uscire la Germania fuori dall'euro. Un segnale che l'architettura bislacca di questo “aspirante super-Stato” scricchiola in molti punti. Non soltanto sul versante Piigs, a partire dalla Grecia distrutta, ma anche nei centri che più di chiunque hanno beneficiato del mercato unico e, a maggior ragione, della moneta continentale.

 La Gran Bretagna è fuori dall'euro, continua a stamparsi le sue sterline a spargerle per il mondo. In misura molto più discreta di quanto non facciano gli Stati Uniti col dollaro, certamente. Ma lo fanno. Ospitano la più grande piazza finanziaria d'Europa, in strettissimo legame con quella statunitense; tanto da farla percepire, in piena crisi del 2009, quasi come una portaerei Usa da cui partivano ordini devastanti di vendita.

 Ma nonostante la labilità dei legami con la Ue, Londra ora sembra pronta a reciderli. Per quanto poco vincolanti siano, vengono concepiti come un rischio.

La natura puramente strumentale della (scarsa) partecipazione alla Ue è stata per l'occasione apertamente ammessa dallo stesso Cameron: “Credo che la scelta che dobbiamo fare sia di rimanere nell'Unione Europea, per essere membri del mercato unico, per massimizzare il nostro impatto in Europa, ma se fossimo insoddisfatti di questa relazione non dovremmo avere paura di alzarci e dire questo”. Semplicissimo: stanno in questa compagnia di giro per “massimizzare il proprio impatto”, senza condividere né obiettivi, né criteri, dell'Unione. Sono dunque sempre favorevoli a misure che annientano altri paesi, perché questo favorisce implicitamente l'economia britannica (come si è visto con la fuga dei greci ricchi a Londra, da tre anni a questa parte); sono sempre contrari a quanto potrebbe limitare la “massimizzazione” del loro guadagno o addirittura produrre qualche perdita.

Il “collante” comunitario – quell'impasto ormai puzzolente di buoni princìpi e pessime “direttive”, di retorica ufficiale e interessi nazionali – sembra non tenere più. Per quale motivo, dunque, non bisognerebbe pensare a dei “piani B” anche da parte dei paesi che più sono stati danneggiati dalle modalità con cui è stata costruita la baracca?

 La proposta di un'”Alba euro-mediterranea”, sulla falsariga di quella latino-americana, alla luce di questi “scricchiolii”, acquista dunque una concretezza che sorprenderà molti scettici “di sinistra” di casa nostra. Quelli che “senza l'euro dove andiamo a finire?”, e invece con l'euro guarda un po' dove stiamo andando...

Fonte: contropiano.org – Scritto da: Claudio Conti

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PORTOGALLO: LA GENTE NON HA SOLDI PER IL PANE E ROVISTA NELLE PATTUMIERE

Pubblicato su 16 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Soares a Coelho: ”Tutti dicono che non ci sono soldi per comprare il pane; la gente rovista nelle pattumiere. – . Ho 88 anni e non ho mai visto nulla di simile nella mia vita, neppure ai tempi di Salazar”.

 

 

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LISBONA, 14 DIC – L’ex presidente della Repubblica e fondatore del Partito socialista portoghese, Mario Soares, chiede le dimissioni del premier, Pedro Passo Coelho, accusandolo di guidare ”un Governo odiato dai cittadini e che ha umiliato la nazione: un governo peggiore di quello di Salazar”,il dittatore portoghese al potere dal 1932 al 1968.

Soares û che e’ stato pure due volte capo del governo – rimrovera al presidente della Repubblica, Anibal Cavaco Silva, di non intervenire: ”E’ stato troppo in silenzio – ha affermato Soares in un’intervista a Tvi24 -. La gente non capisce, dovrebbe intervenire, in particolare sul bilancio”. Nonostante le critiche, pero’, Soares e’ contrario a elezioni anticipate e preferirebbe ”un’iniziativa del presidente per un Governo che abbia fantasia”.

Se il governo non cambia la politica e’ necessario cambiarlo”, ha proseguito sostenendo che la coalizione guidata da Coelho sta ”distruggendo il Paese” e che se il primo ministro ”avesse avuto un po’ di buonsenso si sarebbe gia’ dimesso”. In Portogallo non cÆe’ mai stata una situazione tanto critica. Il Governo umilia la popolazione e non e’ amato da nessuno: neÆ dalla gente, neÆ Chiesa, neÆ dalle forse di sicurezza”, ha proseguito Soares ricordando la manifestazione di protesta tenuta il 10 novembre quando circa diecimila militari manifestarono in borghese per le strade di Lisbona contro le nuove misure di austerita’ previste per il prossimo anno.

”Tutti dicono che non ci sono soldi per comprare il pane; la gente rovista nelle pattumiere û ha concluso – . Ho 88 anni e non ho mai visto nulla di simile nella mia vita, neppure ai tempi di Salazar”. (ANSAmed).

Fonte: imolaoggi.it

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PARTE IL SOUTH STREAM

Pubblicato su 9 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

E’ innegabile il successo strategico di Gazprom e della Russia nell’ottenere questo primo risultato, in particolare in considerazione delle difficoltà che il gasdotto direttamente rivale, il Nabucco sponsorizzato da USA e UE, sta vivendo su tutti i fronti: governo interno del consorzio, finanziamento, percorso, approvvigionamento di gas, come vedremo più avanti.

 

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Il 7 dicembre prossimo con una cerimonia ufficiale, verrà posta la prima pietra del cantiere per la costruzione del gasdotto South Stream (50% Gazprom, 20% ENI, 15% Edf, 15% Wintershall), che porterà, nel 2017, 63 miliardi di metri cubi di gas naturale dalla Russia in Europa, by-passando l’Ucraina. In meno di un anno Gazprom è stata capace di raccogliere la firma definitiva per il sostegno al progetto di Turchia, Ungheria, Serbia, Bulgaria e Slovenia. La Croazia rimarrà fuori (e non sarà contenta perché dovrà contare interamente sui rigassificatori nell’Adriatico ancora da finanziare), il ramo greco-adriatico-italiano sarà “per il momento” escluso. Il gasdotto terminerà in Italia – terminale del Tarvisio – e non al terminale di Baumgarten in Austria – come previsto inizialmente – dopo il veto UE all’accordo fra l’austriaca OMV e Gazprom per una joint venture finalizzata alla gestione del terminale di Baumgarten.

E’ innegabile il successo strategico di Gazprom e della Russia nell’ottenere questo primo risultato, in particolare in considerazione delle difficoltà che il gasdotto direttamente rivale, il Nabucco sponsorizzato da USA e UE, sta vivendo su tutti i fronti: governo interno del consorzio, finanziamento, percorso, approvvigionamento di gas, come vedremo più avanti.

Gazprom d’altra parte sa molto bene che dal giorno dopo l’inaugurazione dei lavori cominceranno nuove difficoltà a partire dal fatto che un gasdotto costruito, gestito e di proprietà russa sarà sempre contrastato dalla legislazione europea: il cosiddetto Terzo Pacchetto Energia, che prevede la separazione netta fra proprietà e gestione di gasdotti europei, entrerà in vigore nel 2013, prima dell’entrata in funzione del South Stream prevista al meglio nel 2017, con enormi spazi per lunghi contenziosi legali.

Per questo si sta muovendo su più fronti. Intanto ha presentato un’offerta per la società DEPA titolare della rete gas greca che il governo ha deciso di vendere: valore previsto per rete e stoccaggi, meno di 1 miliardo di €. La decisione è attesa entro brevissimo tempo e comunque entro l’anno. Concorrente principale di Gazprom la società azera SOCAR, manco a dirlo. Da notare che nessuna società europea ha presentato un’offerta finale impegnativa, certo preoccupate dalle difficoltà economiche della Grecia, cosa che preoccupa meno invece chi fa strategie di ordine superiore. Avrebbe potuto farlo l’ENI di una volta, considerando la favorevole posizione negoziale che avrebbe assunto nei confronti di Gazprom interessata comunque ad estendere il più possibile la rete dei suoi acquirenti di gas naturale. Ma le è stato detto di non occuparsi di gasdotti. Dunque sarà interessante vedere chi la spunterà fra russi e azeri.

Non basta, ora Gazprom sta esplorando la fattibilità di allargare ed allungare il Nord Stream per portare il gas direttamente al Regno Unito. La logica che sta dietro è abbastanza stringente: le riserve del Mare del Nord si stanno esaurendo e quindi gli inglesi saranno ottimi clienti nel prossimo decennio. Sebbene l’Inghilterra sia dotata di numerosi rigassificatori e si rifornisca già oggi sul mercato spot delle navi gasiere – suo principale fornitore il Qatar – , aumentando la necessità di gas, gli inglesi avranno bisogno di maggiore continuità e sicurezza degli approvvigionamenti. Sarà solo un problema di prezzo e su questo si metteranno al lavoro BP ed i suoi nuovi partner russi.

Non andrebbe, secondo noi, neanche dimenticato che BP è il partner principale di SOCAR per lo sfruttamento del giacimento azero Sha Deniz II che dovrebbe rifornire proprio il Nabucco.

Chapeau per Gazprom!

A proposito, e il Nabucco? Dopo l’accordo intergovernativo fra Turchia ed Azerbajan – che la UE vorrebbe si allargasse anche al Turkmenistan – per un nuovo gasdotto da 16 miliardi di metri cubi (estendibili in futuro) dal Mar Caspio ai confini dell’Europa (Trans-Anatolian-Pipeline, TANAP), il progetto della UE è diventato “nabucchino”. Nabucco West, che sponsorizza la rotta dell’Europa Centrale, è un consorzio fra la tedesca Rwe, l’austriaca Omv e la ungherese Mol, con altri partner, e si contende il gas azero con il consorzio TAP, che sponsorizza invece la rotta adriatica ed è costituito dalla svizzera Egl, la norvegese Statoil e la tedesca E.On. La decisione per il percorso alla base dell’investimento sarà presa entro quest’anno dal consorzio Shah Deniz II con capofila, come già detto sopra, BP insieme a SOCAR, STATOIL, TOTAL e ENI. Sebbene sia del tutto ragionevole pensare che la decisione sarà presa in realtà dal governo azero, BP ha ampi spazi di manovra come coordinatore dello sviluppo e della gestione futura del campo gas. Sapremo presto dunque se il Nabucco seguirà la rotta dell’Europa Centrale oppure quella dell’Europa Meridionale e con quali effetti politici collaterali.

Fra i perdenti possiamo però già annoverare Edison, di fresca proprietà francese, partner con i greci della DEPA nella proposta per il gasdotto ITGI, escluso dal consorzio Shah Deniz II. Edison non sta neanche tanto bene nell’altro suo consorzio, quello per il gasdotto GALSI con gli algerini della SONATRACH, che vogliono garanzie di prezzo del gas a lungo termine che invece i francesi non vogliono concedere, considerato il debole andamento del mercato europeo del gas naturale, attuale ed in prospettiva.

E’ anche probabile che fra i perdenti ci siano le ambizioni italiane (di Monti e Passera in testa come responsabili della nuova Strategia Energetica Nazionale – SEN) di diventare uno dei principali hub del gas dell’Europa come l’inglese NBP, l’olandese TTF e, anche se meno importanti, il belga Zeebrugge e l’austriaco Baumgarten. Se per hub s’intende un luogo nel quale non solo si scambia prodotto in gran quantità e fra numerosi contendenti, ma dove si determina il prezzo di quel prodotto per una’area vasta quanto un parte di continente, allora non servono solo infrastrutture fisiche adeguate – che comunque l’Italia è ancora lontano dall’avere e che necessitano investimenti ingenti – ma anche infrastrutture virtuali tali da attrarre venditori e compratori a scambiarsi contratti OTC (futures, swap, ecc.) che servono a garantire le parti dalla volatilità del prezzo del gas e dalle più generali incertezze tipiche dei contratti spot. L’italiano PSV (Punto di Scambio Virtuale) è ben lungi dal rappresentare un hub come testimonia il prezzo del gas al PSV, sistematicamente più alto del prezzo medio praticato negli altri hubs europei (da notare che l’ENI non commercia tramite il PSV), anche se dal 2011 il prezzo tende a convergere. Questo perché SNAM ha cominciato a mettere all’asta discrete quantità di gas relative ai servizi di bilanciamento. Con il risultato che oggi, Germania e Francia, quando hanno difficoltà a consumare tutto il gas contrattato con Gazprom, lo prendono lo stesso e lo vendono agli importatori italiani a buon prezzo. In caso di necessità, loro se lo comprano sul mercato spot a prezzo più basso. Il viceversa ovviamente non è possibile stante il differenziale di prezzo a noi sfavorevole.

Per la SEN così come è indicata oggi dal governo Monti, e che non sarà messa in radicale discussione da nessuno degli schieramenti politici – di sicuro non dalla “sinistra” bersaniana – è dunque abbastanza essenziale che il gas azero arrivi in Puglia e quello algerino dell’Edison in Sardegna. Quanto al South Stream è del tutto evidente che questo governo lo considera solo un progetto dell’ENI.

Fonte: conflittiestrategie.it - Scritto da: Piergiorgio Rosso

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Un milione di malati in fila, greci ,curati dalle Ong internazionale

Pubblicato su 29 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Le dichiarazioni di Monti sulla sanità in Italia sono da paura. Si è tentato di farle " rientrare", ma la sostanza rimane. A forza di pagare interessi, considerando che il grado di spremitura dei cittadini ha un limite ( per mancanza di fondi, alla fine), mancheranno i soldi per i servizi sociali, sanità in primis.

Potremmo scrivere fiumi di parole su questa indecenza, che è una vera e propria vergogna, ma ci limitiamo ad una sola considerazione: uno Stato che non sa dare un lavoro, una casa, una famiglia, una tutela sociale, sempre con la sanità in primis, che Stato è? Se da Napolitano in giù, invece di blaterare sui " massimi sistemi" si cercasse di agire per alleviare le sofferenze del popolo, mettendo in atto situazioni concrete, forse potremmo dire di vivere in una nazione civile.

Ma li sentite in televisione? Si dovrebbe fare, andrebbe fatto, dovremmo attuare, ma se non lo fanno loro che sono al governo chi lo deve fare? Io ?

Buona troika a tutti. C.M.

 

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Helena Dimitriadis e ilsuo belpancione («disettemesi, due gemelli!») oggi ce l'hanno fatta. «I novecento euro da pagare per esami e parto non ce li ho», si scusa lei. Così stamattina si è alzata alle 6.30, ha preso il tram dal Pireo e adesso è in pole position («devo fare la flusso-metria dopplen») tra i fantasmi della sanità greca in coda sotto il tiepido sole ateniese davanti alla porta dell'ospedale di Doctors of the World, ad Atene. Il serpentone umano dietro di lei è colorato elungo. Duecento persone in paziente attesa di un a visita o di una vaccinazione gratuita nella clinica della Ong, l'avamposto di quegli 1,2 milioni di "dannati" che — per il solo peccato di essere disoccupati da piùdi un anno inGrecia (einEuropa) — hanno perso il più elementare dei diritti: quello alla salute. Un esercito invisibile senza mutua, cure e medicinali se non a pagamento. «Vede la gente là sotto? — dice amaro dal suo studio Nikitas Kasaris, responsabile di Doctorsofthe World—. E' una catastrofe umanitaria. Ogni giorno la coda è più lunga. Siamo sull'orlo delcracsociale». LaTroika ha acceso i fari sulla tragedia del bilancio ellenico. Ma lontano dai riflettori della crisi finanziaria «si sta consumando una tragedia silenziosa» dove i danni non si contano in euro ma in vite umane. Soldi, nel paese, non ce ne sono più. «Ed essere poveri e malati nella Grecia di oggi è un'Odissea», assicura quello che qui tutti chiamano l'angelo di Atene. L'austerity ha costretto il governo a ridurre da 15 a 11,5 miliardi in tre anni i fondi perla sanità. Obiettivo ufficiale: ridurre gli sprechi in un sistema dove per farsi operare bisognava pagare una "falekaki" (alias mazzetta) tra 150 e 7.500 euro (dati Transparency International) e dove le forniture ospedaliere costavano quasi il doppio del resto dell'Europa. I risultati sono stati però differenti. «Abbiamo innescato una bomba ad orologeria pronta a scoppiare», dice Katerina Kanziki, 25enne infermiera volontaria alla clinica di Psiri. «Le nostre farmacie hanno finito le scorte di 100 medicinali di prima necessità tra cui insulina e ipertensivi» ha annunciato venerdì l'associazione panellenica di settore. «Abbiamo esaurito gli anti-retrovirali per i malati di Aids enon ci sono soldi per ordinarli», hanno scritto al ministero della salute i medici dello Tzaneio al Pireo. «Noi siamo senza siringhe, guanti chirurgici e coto ne per op erare la gente», snocciola Thomas Zelenitas, rappresentante dei dipendenti dell'ospedale Geniko Kratico. Appelli destinati a cadere nel vuoto: lo Stato versa in ritardo di mesi gli stipendiai medici e molte multinazionali (la Merck l'ha fatto persino con un anti-cancro) hanno sospeso o rallentato le forniture di farmaci perché la Grecia, in arretrato di 2 miliardi, non onora i suoi debiti sanitari. Il risultato è scontato: festeggiano virus e parassiti (nell'Est dell'Attica è ricomparsa dopo decenni una forma endemica di malaria) e pagano i più deboli. «Tre anni fa da noi venivano solo immigrati—calcola Kasiris. Oggi il 50% dei pazienti di Doctors of the World è greco». Christos Kasirs, appoggiato al suo bastone di ciliegio di fronte alla farmacia di piazza Dragatsaniou ad Atene, è una delle vittime collaterali di questo disastro. «Guardi qua — borbotta aggrottando le sopracciglia bianche— 75 euro per 12 pastiglie». Lui degli antiartritici non può fare a meno («senza, non riesco nemmeno ad alzarmi dalla poltrona...». Il problema è che la ricetta della mutua che ha in tasca ècarta straccia. Il governo non rimborsa le farmacie. E loro, per rappresaglia, fanno pagare il prezzo pieno ai clienti. «Non ho scelta! — dice Maria Hatzid i mitriou, farmacista con i capelli rossi e gli occhi color ghiaccio che ha fatto strapagare gli antiartritici aChristos—. Cosa crede? Spiace anche a me. E a chi ha bisogno davvero facciamo credito. Lo Stato mi deve 40mila euro. Se va avanti così, chiudo». Come è successo a cento suoi colleghi che negli ultimi mesi si sono visti sequestrare il negozio dalle banche. «E' vero, le cose vanno male. Ma stiamo provando a rimettere in piedi un sistema al collasso — dice dal suo ufficio vista Egeo Michael Theodorou, numero uno di Evangelismos, l'ospedale più grande del Paese—. Guardi i nostri conti: nel 2009 spendevamo 157 milioni l'anno, oggi siamo a 113 senza aver tagliato servizi e qualità». Un miracolo? No, basta andar giù di forbice dove gli sprechi sono più evidenti. «Fino a tre anni fa il corpo medico prescriveva i farmaci più costosi e incassava sottobanco le mance delle compagnie farmaceutiche», racconta in corridoio uno dei più noti fisioterapisti dell'istituto. Oggi si comprano i medicinali on line, privilegiando i generici, e i risultati si vedono: «Il costo dei farmaci è crollato in due anni da 39 a 26 milioni malgrado i pazienti siano cresciuti de120%», conferma Theodorou. Peccato non sia bastato a de *** bellare i "furbetti della corsia". «Che devo fare? Mi hanno ridot to lo stipendio da 1.300 a900 euro — ammette un pediatra dell'ospedale — e ho il mutuo da pagare. Non ho scelta, curo in nero molti più pazienti di prima!». Vecchia storia. Quando gli agenti del fisco di Atene hanno passato ai raggiXi 150 primari di Kolonald, il quartiere più elegante della capitale, hanno scoperto — senza sorprendersi più di tanto—che più della metà dichiarava meno di 30mila euro l'anno. Pagassero le tasse pure loro, forse i gemelli di Helena potrebbero dawero sperare di vivere in un Grecia migliore di questa.

Fonte: rassegnastampa.usl11.toscana.it - Reportage di: Livini Ettore

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LA GRECIA UCCIDE I SUOI PAZIENTI DI ALZHEIMER E PATOLOGIE CRONICHE RENALI

Pubblicato su 27 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La salute in Grecia è malata. Malata come le menti di coloro che prendono certe decisioni e costringono migliaia di persone ad una morte dolorosa, dal momento che li privano delle medicine per guarirli. Chiamatelo “Terzo Pacchetto d'Austerità”, chiamatelo “un paese in bancarotta”, chiamatelo come volete, ma il fatto è questo: i ministri ben pagati di questo governo insieme ai ben pagati deputati ed altri funzionari dello Stato che guadagnano diverse migliaia di euro al mese, lasceranno i bisognosi ed i malati senza le medicine essenziali e l'assistenza sanitaria di base.

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La scorsa settimana il vice-ministro della 'sanità' Salmas ed il ministro del lavoro Vroutsis hanno deciso, indipendentemente dal “pacchetto di austerità”, di imporre una tassa del 10-25% sull'acquisto dei medicinali prescritti ai malati cronici delle seguenti categorie: insufficienza renale, epilessia, Alzheimer, demenza, vasculite di Burger, malattia di Charcot-Marie-Tooth, Parkinson, diversi tipi di diabete, malattia di Wilson ed altre patologie croniche (Qui, la lista completa in greco http://iatropedia.com/articles/read/3057).

Contributo dello zero per cento per il cancro, l'HIV ed altre malattie croniche, anche se solo per le medicine direttamente collegate alle loro patologie.

I pazienti dovranno pagare un 10% di tasse per le medicine direttamente collegate alle loro malattie ed un 25% per quelle non direttamente collegate e indipendentemente dal fatto che la malattia secondaria, come problemi cardiovascolari, diabeti, ipertensione, sono causate dalla malattia primaria.

Ora non è chiaro: chi deciderà se il collasso dei reni è collegato al diabete o viceversa, o se le medicine per l'Alzheimer richiederanno una tassa del 10% mentre i rimedi vascolari ne richiederanno una del 25%?

Senza nessuna esenzione per i redditi bassi, i pazienti cronici delle categorie menzionate, alcuni dei quali hanno bisogno di cure che valgono diverse centinaia di euro ogni mese, dovranno sborsare anche più di 100 euro. Anche se le loro pensioni sono inferiori ai 500-600 euro.

Patologie renali

Per esempio un paziente in emodialisi ha bisogno di medicine per un valore di circa 500 euro al mese. Se dovesse pagare un contributo avendo un reddito basso, il paziente e la sua famiglia sarebbero posti di fronte ad un dilemma: comprare le medicine o morire di fame. Questo dove la maggior parte delle famiglie medie hanno un solo membro che lavora e che guadagna.

Solo i malati terminali in dialisi verranno esentati dalla tassa.

“Ciò è inaccettabile, poiché i pazienti sotto dialisi hanno molti altri problemi gravi di salute, compresi quelli cardiovascolari, glicemia, ipertensione, etc.”, dichiara Gregory Leontopoulos, segretario generale della Federazione Panellenica dei Malati Renali.

Come menzionato, un paziente sotto emodialisi potrebbe aver bisogno di più di 500 euro al mese per comprare le medicine, a seconda della sua condizione di salute. “Non tutti hanno la possibilità di pagare una tale somma di denaro ogni mese per fronteggiare un problema di salute grave”, ha detto Leontopoulos ed ha avvertito: “Se non cambiamo la decisione, ne piangeremo le vittime”.

Malati d'Alzheimer

La notizia sulla tassa per l'acquisto di medicinali per i pazienti assicurati ha diffuso l'orrore tra i gruppi di malati cronici, specialmente tra coloro che sono costretti ad un trattamento quotidiano, come gli affetti da demenza o da Alzheimer. Il presidente dell'Associazione Greca per l'Alzheimer, Magda Tsolaki, ha scritto un drammatico appello al ministro della Salute sottolineando la necessità dell'esenzione di questi pazienti dalla tassa.

Qui sotto alcuni passi dalla lettera:

“I pazienti affetti da Alzheimer sono per lo più anziani e pensionati. Sebbene abbiano un'invalidità del 100%, non ricevono alcun beneficio o sussidio dalla previdenza sociale.

La media delle entrate mensili di questi pazienti non supera i 785 euro, mentre il minimo delle pensioni dell'OGA - Istituto di Assicurazione Sociale e l'IKA – Istituto di Previdenza Sociale non superano, rispettivamente, i 350 ed i 470 euro. Circa 400.000 pensionati ricevono tra i 600 ed i 1000 euro mensili.

Le malattie croniche generative causano il declino progressivo della memoria e di tutte le funzioni associate come farsi il bagno, mangiare, vestirsi e è accompagnato da cambiamenti comportamentali notevoli.

Sottolineando l'alto impatto economico per i pazienti e le loro famiglie, Tsolaki richiede l'esenzione dalla tassa dichiarando che senza risorse disponibili i pazienti verrebbero deprivati delle medicine con la conseguenza di un deterioramento più rapido della loro situazione clinica ed un escalation dei disturbi comportamentali che costringeranno le famiglie e per chi si prende cura di loto a mandare questi pazienti in istituti statali, aumentando i costi del sistema di assistenza sanitaria nazionale”.

I trucchi per i tagli all'assistenza sanitaria

I trucchi usati da coloro responsabili dei tagli all'assistenza sanitaria per le malattie croniche non hanno limiti. Hanno tolto la fisioterapia per i pazienti con sclerosi multipla, trauma cranico, neuropatia, malattie del sistema nervoso centrale, se il paziente è già stato trattato in una clinica, in un centro ospedaliero o in qualsiasi altro programma di riabilitazione. Allo stesso tempo, il paziente assicurato dovrà usufruire del trattamento fisioterapico entro tre mesi dalla prescrizione del medico.

Ricovero a soli 25 euro!

Il nuovo pacchetto di austerità prevede tagli per 1.1 miliardi di euro alla sanità greca, oltre ai salari dei dottori, per poter finanziare l'organizzazione nazionale di assistenza sanitaria (EOPYY), la scandalosa organizzazione di nuova costituzione che ha unificato i fondi assicurativi e che è fallita prima di compiere i suoi due primi anni di vita.

Con il nuovo pacchetto di austerità, i pazienti assicurati dovranno pagare 25 euro per essere ammessi in ospedale per operazioni chirurgiche o controlli medici e pagheranno 1 euro per ogni prescrizione a partire dal 1° gennaio 2014.
Se saranno ancora vivi...

Una legge sull'eutanasia in Grecia ?

Ministro Vroutsis? Ministro Salmas? Chi sono questi ministri, i passanti della politica? Chi li ha votati? Quanti voti hanno ricevuto nelle elezioni di giugno per autorizzarli a governare il destino di migliaia di malati e bisognosi?

Un'amica mi stava raccontando del continuo aumento dei costi che deve affrontare per i suoi genitori malati, entrambi ultra-ottantenni. Devono chiamare un dottore almeno una volta al mese (60-80 euro). Ogni due mesi uno dei due deve fare le analisi del sangue (80 euro). I pannoloni costano 50 euro. Poi ci sono le tasse per le prescrizioni mediche (almeno 20 euro). Con la nuova regolamentazione, dovrà pagare altri 40-70 euro per le medicine prescritte. Oltre alle spese mediche, dovrà spendere circa 150-200 euro al mese per comprare da mangiare e pagare le bollette. Una delle pensioni dell'anziana coppia malata serve a pagare un badante (400 euro). Deve anche pagare i loro conti e le tasse sulla proprietà di emergenza perché vivono in una casa di 70 mq.

Questa amica ha perso il lavoro due anni fa, usa i suoi risparmi per assistere i genitori. Da parte loro, hanno perso un'entrata di 4.320 euro dopo il dimezzamento dei bonus natalizi/pasquali, quando il sussidio della previdenza sociale è stato eliminato con un click ed hanno dovuto pagare un contributo di 30 auro al mense alla EOPYY. Con il nuovo pacchetto di austerità perderanno almeno altri 1.200 euro all'anno mentre i bonus natalizi rimanenti scompariranno. I pensionati IKA prendono in tutto 1.090 euro.

Forse Salmas, Vroutsis & Co. dovrebbero considerare di far passare anche una legge sull'eutanasia, dal momento che i malati cronici e le loro famiglie non saranno in grado di sopportare l'ulteriore onere finanziario.

Fonte: www.keeptalkinggreece.com
Link: http://www.keeptalkinggreece.com/2012/11/06/health-s-o-s-greece-kills-the-chronic-ill-alzheimers-and-kidney-patients/
4.11.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO - Tratto da: terrarealtime.blogspot.it
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SPAGNA: NEANCHE I BAMBINI VENGONO RISPARMIATI

Pubblicato su 14 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La nuova strategia dei tecnocrati europei: educarli da piccoli alla " democrazia" del Nuovo Ordine. C.M.

 

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OGGI IN SPAGNA -
NEANCHE I BAMBINI VENGONO RISPARMIATI E RICEVONO MANGANELLATE -
MADRID, POLIZIA SPARA PROIETTILI DI GOMMA
La polizia ha sparato proiettili di gomma e usato manganelli per disperdere centinaia di manifestanti a piazza Cibeles, nel centro di Madrid.
Fino ad ora sono stati 70 gli arresti registrati in tutta la Spagna nelle proteste organizzate in occasione dello sciopero europeo contro l'austerity.

Tratto da: pas-fermiamolebanche.blogspot.it

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I GRECI DEVONO ACCONTENTARSI DI 2 EURO ALL'ORA

Pubblicato su 14 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

I greci dovranno cavarsela con 350 euro al mese: «Se non è “cinesizzazione” questa, non saprei come altro definirla», dice l’analista indipendente Debora Billi: con le nuove misure di austerity appena varate ad Atene si sta realizzando il progetto, targato Germania, che mira appunto a “cinesizzare” la Grecia, facendo dell’intero paese una di quelle “zone economiche speciali” di cui ha raccontato Naomi Klein. «Si tratta di aree dove i paesi industrializzati possono far produrre le proprie merci a costo quasi zero, grazie alla schiavizzazione di chi lavora».

 

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Un po’ come fa la Fiat in Serbia, dove un operaio le costa sei volte meno che in Italia. Nel caso-Grecia, viene retrocesso di colpo un intero sistema sociale: «Nel recente ultimo “pacchetto di austerity” riservato agli schiavi greci – scrive Debora Billi nel suo blog – si prevede un salario minimo di 589 euro lordi», cioè 350 euro netti per arrivare a fine mese. «A questo si unisce la il ritorno della malaria, la gente che non ha di che scaldarsi, gli ospedali senza medicine».

«Lavorare in Grecia o emigrare all’estero? Questo è il dilemma a cui migliaia di giovani greci al di sotto dei 25 anni dovranno rispondere prima di iniziare Grecia, il dramma in piazzala loro vita professionale nel paese oberato dai debiti», racconta il blog “Keep Talking Greece”. Il primo ministro Samaras, scrive Carmen Gallus su “Investire oggi”, ha promesso che questo sarà l’ultimo pacchetto “lacrime e sangue”, le ultime sofferenze inflitte ai lavoratori e ai pensionati, necessarie per “salvare la Grecia” – cioè mantenerla nell’Eurozona, a costo di devastarne la popolazione. «In un paese dove la disoccupazione giovanile è sopra il 55% – aggiunge la Gallus – i più fortunati che trovano un posto di lavoro si troveranno nella invidiabile posizione di guadagnare 660 euro lordi al mese, dopo aver lavorato per lo stesso datore di lavoro per quasi 10 anni». Cento euro in più in busta paga per i meno giovani. Un disastro di proporzioni incredibili: in media, i lavoratori dipendenti – per 40 ore settimanali – saranno pagati 2 euro netti all’ora, non di più.

«In tempi in cui i posti di lavoro sono rari come il denaro – scrive Carmen Gallus in un intervento ripreso da “Megachip” – molte persone lavorano senza assicurazione e senza sicurezza sociale. E il lavoro part-time è in aumento, al fine di evitare il pagamento dei contributi». Attenzione: «I lavoratori part-time hanno zero possibilità di ricevere un’indennità di disoccupazione».

E per giunta: cresce il numero di lavoratori che aspettano di essere pagati da più di sei mesi. Possibile? Oggi, in Grecia, sì. «Come si può vivere e anche creare una famiglia con 510/580 euro al mese? Probabilmente nello stesso modo in cui lui/lei potrà avere una pensione di 200 euro dopo 40 anni di lavoro». Se saranno ancora vivi, naturalmente. Il nuovo regolamento “lacrime e sangue” resterà in vigore fino a che il tasso di disoccupazione non sarà sceso al 10%: oggi è al 25% e tende ad aumentare. Con le nuove misure, non di vede nessuna possibile via d’uscita alla catastrofe.

«Siamo orgogliosi di annunciare che i dipendenti e i lavoratori di un paese dell’Ue ritornano alle tristi condizioni di lavoro del periodo pre-industriale», aggiunge Carmen Gallus: «Abbiamo bisogno di un Charles Dickens che scriva il dramma greco moderno». Tenendo conto che restano elevati i prezzi al consumo per cibo, servizi, biglietti e tariffe, sarà solo questione di tempo: ad Atene sorgeranno “case per i poveri”, sempre la troika lo permetta, nella Grecia trasformata nel nuovo ghetto d’Europa. «Forse – conclude Debora Billi, pensando a tutti gli altri paesi dell’Eurozona, compreso ovviamente il nostro – sarebbe da prendere in mano la situazione e decidere noi come decrescere secondo la nostra convenienza, prima che arrivi lo straniero europeo ad imporcelo per i suoi comodi e suoi profitti».

Fonte: libreidee.org Tratto da: ecplanet.com

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IL VENTOTTESIMO STATO MEMBRO

Pubblicato su 12 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La notizia è interessante, annuncia un suicido. Tra i tanti danni e tragedie che ha creato l'euro, questo sembra essere tra i maggiori, il signoraggio, gli interessi,insomma l'"usura", stanno spingendo 10 paesi europei nelle braccia della Cina. Questa " meravigliosa" politica economica e monetaria ci costringe, oltre che alla fame e povertà, alla " prostituzione".

Se siete d'accordo ad andare avanti così, continuate a votare tranquillamente, se non siete d'accordo, organizzatevi nei luoghi dove vivete, tra singoli cittadini, e date vita a gruppi territoriali di resistenza. Claudio Marconi

 

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L’Ue ha un “membro segreto”: la Cina. Secondo Die Welt “il più importante partner commerciale dell’Ue dopo gli Stati Uniti” punta sempre di più sulle relazioni bilaterali con i 27, a tutto svantaggio di Bruxelles.
 
All’inizio di settembre il ministero degli affari esteri cinesi ha invitato a Pechino 16 paesi dell’Europa centrale e orientale per una “conferenza europea”, con lo scopo di celebrare la creazione di una nuova associazione tra gli stati dell’Europa centrale e orientale, chiamata “Cee” dal quotidiano. La nuova associazione, che sullo slancio si è dotata di un segretariato, conta 16 paesi di cui 10 fanno parte dell’Ue. Alla conferenza sono stati invitati gli ambasciatori di Albania e Polonia, ma non quello dell’Unione europea.

I rappresentanti di Bruxelles erano preoccupati: la notizia sembrava rivelare una svolta della politica europea della Cina verso il principio del “divide et impera”.
 
Fino a quando Bruxelles non si pronuncerà su questioni considerate importanti dalla Cina, come il riconoscimento dello status di economia di mercato o la fine dell’embargo sulle vendite di armamenti, Pechino continuerà a sviluppare in maniera sottile relazioni di dipendenza con alcuni stati europei, spiega al quotidiano berlinese il politologo Jonas Parello-Plesner. In Grecia, per esempio, la Cina ha acquisito una parte del Pireo. In Ungheria ha offerto un “credito speciale” da un miliardo di euro.
 
I diplomatici cinesi sostengono di voler soltanto “rafforzare le relazioni con l’Ue” attraverso questi atti di cooperazione economica, ma secondo Die Welt Bruxelles resta molto scettica:

I suoi rappresentanti vogliono capire se Pechino intende trasformare i paesi della Cee in una lobby sfruttando il suo potere economico.

Fonte: Die Welt - Tratto da: presseurop.eu

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FIAT. FINE DELLA PACE SOCIALE A KRAGUJEVAC

Pubblicato su 11 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Questa è la politica industriale della Fiat e di Marchionne: «Turni di lavoro insostenibili», gli operai serbi contro Marchionne.10 ore per 4 giorni, che diventano spesso 12. L'azienda insiste, ma intanto cede sugli aumenti salariali (appena 300 euro al mese, la paga base).

  

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 Il lavoro resta al centro del mondo Fiat. Questa volta lo scontro non riguarda gli stabilimenti italiani ma è scoppiato in quello nuovo in Serbia, a Kragujevac, una joint venture tra il gruppo italiano e il governo di Belgrado dove viene prodotta la nuova 500L, una piccola monovolume destinata a essere esportata anche in Nordamerica.

Secondo quanto riportato dai media del paese, i sindacati serbi stanno protestando da giorni per due motivi: perché gli operai - circa 1.700 su 2.000 dipendenti - sono pagati poco, circa 300 euro al mese, e soprattutto perché subiscono condizioni di lavoro massacranti. «Turni insostenibili» accusano, ma l'azienda per ora ha risposto picche, perché questa è quella che considera la «chiave della produttività».
In discussione è l'orario di lavoro della cosiddetta fase «sperimentale» di sei mesi. Ne manca ancora uno prima di andare alla verifica prevista: secondo l'accordo, gli operai di Kragujevac devono lavorare su due turni di 10 ore al giorno per quattro giorni settimanali, anziché per 8 ore quotidiane su 5 giorni. Turni diventati sempre più «insostenibili» perché le 10 ore - lamentano i lavoratori - sono molto spesso diventate 12 a causa degli straordinari richiesti dal processo produttivo, mentre per le stesse ragioni - legate a esigenze di mercato - gli operai sono stati chiamati in fabbrica anche per il quinto giorno, seppure con orari ridotti.
Insomma, un inferno. Ed è chiaro perché la Fiat abbia accettato quasi subito di mettere mano al portafoglio, concedendo aumenti salariali per stipendi comunque molto bassi. Secondo quanto riferito dal leader sindacale Zoran Mihajlovic, l'accordo raggiunto prevede un aumento salariale del 13%. Con validità a partire da ottobre, più il pagamento di una tredicesima mensilità e di un bonus una tantum in due rate per un ammontare complessivo di circa 36 mila dinari (intorno a 320 euro). Tuto questo su buste paghe tra i 32 mila e i 34 mila dinari (285-300 euro) al mese, inferiori - la stima è del sindacato - di cinque volte rispetto a quelle dei colleghi italiani e di tre volte a confronto con quelle degli operai Fiat in Polonia. Ma la differenza capestro è che, fuori dalla fabbrica serba, di lavoro ce ne è ancora meno che in Italia e in Polonia.
Fin qui il conflitto sul lavoro, che potrebbe farsi più aspro. Ma la joint venture serba ha già dato problemi all'amministratore delegato di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne. Dopo voci di ritardi nell'avvio del processo produttivo a causa di problemi legati alla qualità, nel settembre scorso il governo di Belgrado - che guida un paese assai malmesso - ha fatto sapere di non essere in grado di pagare subito i 90 milioni promessi nell'accordo. Marchionne ha dovuto accettare un compromesso, 50 milioni adesso e il resto nel 2013. Ma certo è più difficile tirare dritto sul conflitto sul lavoro: se la fabbrica si fermasse, la 500L non arriverebbe nelle concessionarie secondo i piani produttivi. Legati, per altro, a un andamento piuttosto negativo dei mercati europei e italiano.
Lunedì, invece, nel lontano Delaware, Marchionne affronterà in tribunale il fondo Veba del sindacato dei metalmeccanici americani. Perché Uaw ha rimesso in discussione la cifra che Marchionne deve pagare per acquisire un altro 3,3% della Chrysler ancora in mano operaia.

da "il manifesto" - Tratto da:www.contropiano.org
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