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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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IL GOVERNO SPAGNOLO VENDE I MALATI DI LUDOPATIA ALLE CASE DA GIOCO: ECCO COME LA SPAGNA HA OTTENUTO I MILIONI PER COSTRUIRE EUROVEGAS

Pubblicato su 21 Febbraio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Il progetto di Adelson si farà ad Alcorcon. Anche grazie alle (assurde) concessioni del governo spagnolo.

 

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La notizia è di quelle destinate a rendere sicuramente felici gli amanti dei casinò e dei giochi d'azzardo, perché è finalmente arrivata la conferma ufficiale del fatto che EuroVegas si farà ad Alcorcon, cittadina a due passi da Madrid.

Con un’estensione prevista simile a quella di quasi 750 campi di calcio, il nuovo gigantesco resort nato come “imitazione” Europea della più nota Las Vegas cercherà dunque di attirare tutti coloro che nel nostro continente sognano di tentare la fortuna senza dover necessariamente pianificare complicatissimi viaggi in Nevada oppure a Macao.

Il progetto è ambizioso, anche se a fare un po’paura sono i tempi di realizzazione abbastanza lunghi: nonostante l'avvio dei lavori sia programmato per il prossimo anno, la consegna di questa struttura straordinaria che prevede l'impiego di almeno 180 mila nuovi lavoratori non dovrebbe comunque avvenire prima del 2030/2031.

QUANDO MADRID RIESCE A BATTERE BARCELLONA

Madrid ha vinto il ballottaggio sul filo del rasoio con un’altra area che inizialmente era stata individuata per la realizzazione della nuova città dei divertimenti: Barcellona.

Alla fine Sheldon Adelson, proprietario della società Las Vegas Sands Corporation, ha optato per questa zona, che ha sbaragliato la concorrenza di Valdecarros e Paracuellos Torejón nella stessa provincia di Madrid, dimostrandosi una scelta più adatta alle sue intenzioni considerati i servizi offerti e la possibilità di sfruttare la già efficiente rete di trasporti esistente. 

L'investimento previsto, prima ancora dell'inizio dei lavori, è di circa 17 miliardi di Euro e parte dei finanziamenti dovranno provenire, almeno secondo quando comunicato da Michael Leven, presidente della costruttrice Las Vegas Sands C., da partnership con banche locali ed internazionali.

Incontrando i giornalisti spagnoli, il Presidente della regione, Ignacio Gonzalez, non ha nascosto la sua soddisfazione per il risultato raggiunto – visto che i sei casinò, dodici alberghi, tre campi da golf e nove teatri che comporranno EuroVegas potrebbero rappresentare una boccata d’ossigeno importantissima per l’intera economia spagnola.

I COSTI “SOCIALI” DEL PROGETTO EUROVEGAS

Per attrarre quella che si preannuncia diventare la nuova macchina da soldi spagnola, il Governo centrale spagnolo ha però dovuto fare non poche concessioni.

Tra i vincoli richiesti dagli investitori, infatti, c’è stata ad esempio l'esenzione per almeno due anni del pagamento dei contributi per i lavoratori oppure l'esenzione totale dall'Iva e la soppressione del divieto di fumare all'interno dei casinò.

Il tutto passando per questioni molto delicate e controverse come l'abolizione del divieto di ingresso nei casinò a minorenni e malati di gioco conmpulsivo o l'ottenimento di un cospicuo finanziamento da parte del BEI (si dice intorno ai 25 milioni di euro). 

Fonte: casinoonline.it

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BORGHEZIO SULL'INGAGGIO DA PARTE DELL'UE DI INFLUENCER PRO-EUROPA

Pubblicato su 6 Febbraio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA


Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Borghezio:

BORGHEZIO : L'UE SPENDE 1,7 MILIONI DI STERLINE PER CONTROLLARE LE OPINIONI EUROSCETTICHE

Nella sua interrogazione l'On. Borghezio fa riferimento alle rivelazioni del quotidiano inglese Telegraph che, analizzando le proposte di spesa in alcuni documenti interni riservati della Commissione europea, rileva quella che viene definita “una campagna di propaganda senza precedenti”.  
Come aggiunge Borghezio, "obiettivo dell’iniziativa sarà quello di monitorare le conversazioni on line, in modo da identificare quali dibattiti di natura politica – tra blog e social media – siano in grado di attirare l’interesse dei cittadini".  

Borghezio denuncia che, come si legge in un documento riservato UE, “particolare attenzione deve essere prestata ai paesi che hanno visto crescere un sentimento di euroscetticismo tra i propri cittadini”; i funzionari europei dovranno “monitorare le conversazioni pubbliche, capire gli ’argomenti trend’ e reagire in modo rapido, partecipando e influenzando le discussioni on line”.

Se un simile monitoraggio delle libere opinioni 'euroscettiche' sui blog e nei social media sia compatibile "con la neutralità del servizio civile che devono svolgere i funzionari europei" è il primo quesito che pone Borghezio, il quale aggiunge che "il budget di spesa per questa discutibile campagna di propaganda viene indicato in ben 1,7 milioni di sterline"!
On. Mario Borghezio
Deputato Lega Nord al P.E.
Tratto da: nocensura.com
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SEGNALI DI GUERRA IN ASIA, MENTRE IL SISTEMA MONETARIO SI AVVICINA AL COLLASSO

Pubblicato su 6 Febbraio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

I molti focolai di tensione in Estremo oriente, ma anche in Africa del Nord, sono paralleli alla profonda crisi che investe l’economia americana e quella mondiale. Falliti i progetti keynesiani di Barack Obama, siamo vicini a una super-inflazione del dollaro, mentre i dati del mercato reale sono ai minimi storici. Sfiducia verso le Banche centrali.

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I bombardamenti di Israele in Siria e l’attentato ad Ankara contro l’ambasciata Usa e prima ancora l’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia nell’attentato di Bengasi (appena dopo che si era incontrato con l’ambasciatore turco per discutere della “fornitura” – o contrabbando ? – di armi da destinare alla ribellione siriana) disegnano uno scenario politico mondiale molto teso. Se si considerano poi le altre aree di tensione, tra Cina e Giappone, Israele ed Iran, la Corea del Nord nuclearizzata, il fronte magmatico tra Afghanistan e Pakistan, le difficoltà dell’Africa del Nord e quelle più in generale dell’Africa Occidentale si arriva alla conclusione che un conflitto su larga scala potrebbe essere prossimo. Un evento bellico di tale estensione non avrebbe però senso senza un forte sottostante squilibrio economico. Purtroppo molti fattori fanno ritenere che il collasso del sistema monetario ed economico attuale sia possibile ed ormai prossimo.

I fallimenti di Obama, Bernanke, Geithner

A più di cinque anni dall’inizio della crisi immobiliare negli Usa e dei titoli “sub-prime” ed a quattro anni dalla successiva crisi finanziaria innescata dal fallimento della Lehman (del settembre 2008) un semplice dato ci dice che l’economia mondiale è ben lontana da una reale ripresa. L’indice dei noli del carico secco, il Baltic Dry Index, BDI, si situa attorno a 750, leggermente superiore ai minimi di metà settembre 2012 (662) e di fine anno (698) ma in rapida discesa rispetto al 21 gennaio scorso (838). Siamo a livelli siderali di distanza dal massimo storico del BDI del maggio 2008 (11.793) ed a due passi dal minimo storico – dal 1986 – del 5 dicembre 2008 (663). È un indice molto significativo perché è un dato sintetico che riguarda la movimentazione di materie prime di base come il minerale di ferro, il carbone – fonte primaria di energia in Cina, la seconda, se non la prima, economia del pianeta – le granaglie (come la soia ed altri cereali). Niente può rendere più plastico ed evidente il fallimento delle teorie economiche keynesiane degli ultimi 50 anni, quando, con l’avvento della presidenza Kennedy nel 1961, divennero l’ortodossia economico- religiosa professata nei Paesi occidentali. Infatti, su suggerimento dei “consigliori”, i compiacenti premi Nobel per l’economia come Krugman e Stiglitz, la cura è stata quella classica: immettere liquidità. E una liquidità davvero enorme è stata immessa nel sistema da Bernanke, tramite la QE, la QE2, la QE infinito, coadiuvato da Tim Geithner al Ministero del Tesoro, (Stimulus I e II) e da tutto il governo del presidente nato, così ci dice, alle Hawaii, (l’Obamacare, la “Green economy”). Ad esso si deve aggiungere il volenteroso sostegno di ogni possibile espediente di spesa della Cia e del Pentagono, il cosiddetto keynesianesimo militare (cioè le guerre varie – la campagna d’Africa, la Primavera Araba, la lotta di “liberazione” di Libia e le altre piacevoli “scampagnate”, senza contare l’Afghanistan e l’impegno indiretto in Iraq). Si è trattato davvero di una valanga di liquidità, di spesa in deficit, che secondo i sacri Veda del venerabile Keynes avrebbe dovuto rianimare la crescita. L’effetto promesso, anzi garantito, declamato dalla lirica della propaganda del nuovo Kennedy nero – “yes, we can”, sì, lo possiamo – non c’è stato: il tasso di occupazione stagnante e la crescita economica asfittica ne sono testimonianza. Nel gennaio 2009 la disoccupazione era al 7,80 % della forza lavoro nel gennaio 2013 al 7,90 % (dopo aver toccato un picco tra il 10,10 % ed il 9,80 % tra l’ottobre 2009 e l’ottobre 2010). Questi, ovviamente sono i dati ufficiali, calcolati sulla base dei parametri statistici introdotti nel 1994 che escludono i disoccupati di lungo periodo, che scoraggiati non cercano nemmeno più lavoro. Se si calcolassero anche costoro il dato vero sarebbe di una disoccupazione pari a circa il 23 %. Simile è il caso della crescita economica: il tasso di crescita nel 2012 è stato del 2,2 %, ma questo dato è ottenuto per differenza sottraendo al tasso di crescita nominale il tasso ufficiale di inflazione. Come invece ben sanno le massaie, il tasso reale di inflazione è più alto di quello ufficiale, sia negli Usa che altrove. Le attuali metodologie econometriche sottostimano infatti il tasso di inflazione e se si applicano i metodi di rilevazione in uso fino agli anni ’80 osserveremo un tasso di inflazione ben più elevato e per conseguenza scopriremmo che negli Usa la crescita economica è stata in realtà negativa, -2% circa . Ancora più preoccupante è la una contrazione nei dati ufficiali, una crescita negativa, pari a -0,1 % nell’ultimo trimestre, che segnala l’inizio di una nuova recessione. Nonostante, dunque, la potenza di fuoco, in termini di incremento della spesa pubblica, Obama, l’eroe del riscatto dei diseredati, asseverato nella loro saggezza da quasi tutti i guitti di Hollywood e dagli onniscienti esperti televisivi ma anche dai seriosi burocrati e dai baroni universitari del politicamente corretto ha di fatto fallito.

Debito pubblico alle stelle

Alcuni splendidi risultati, però, Obama, il presidente americano più prontamente insignito con il premio Nobel per la pace, li ha davvero sortiti, grazie ai suoi “consigliori” keynesiani: ad esempio il più rapido incremento del debito pubblico in rapporto al PIL in epoca di pace. Era il 40,2 % a fine 2008, mentre a fine 2012, con circa 16.432 miliardi di dollari, il debito pubblico è arrivato a toccare quasi il 105 % del PIL, senza contare, ovviamente, gli impegni privi di copertura, messi a carico delle generazioni future, e senza contare il sostegno al sistema bancario e finanziario, posto nominalmente a carico della Fed, che ammonta al doppio del PIL. Un altro splendido risultato è stato l’incremento dell’indice della Borsa americana S&P 500, che dopo il tonfo del 2008 – il 20 novembre l’indice aveva toccato 752, il minimo dal 1997 – si è prontamente ripreso ed a 1513 è di nuovo molto vicino ai livelli massimi precedenti la crisi. In questo Obama ha agito davvero bene, facendo diligentemente gli interessi dei suoi veri patrocinatori elettorali: non le masse dei discreditati, ovviamente, ma le grandi finanziarie di Wall Street ed i fondo speculativi, che a suon di contributi milionari lo hanno catapultato al comando.

Ora, però, chi non vuol ascoltare l’indice “spanno-metrico” della massaia, perlomeno osservi il BDI, come misura della realtà: la divergenza tra indice S&P 500, le quotazioni di borsa, ed il BDI, il trasporto di carichi secchi, è davvero impressionante. Uno è vicino ai massimi, l’altro ai minimi. Quale dei due rifletta meglio la realtà non è difficile stabilirlo: secondo informazioni di mercato (riferite da Clarkson’s, uno dei maggiori mediatori mondiali di noli) la mancanza di attività nel settore dei carichi secchi, di fissati reali, è marcata e non è dovuta solo al normale rallentamento connesso con le festività del capodanno lunare cinese. Logico è perciò pensare che a riposizionarsi sia piuttosto l’indice di Borsa S&P 500 finora sostenuto dalle abbondantissime iniezioni di liquidità della Fed. È infatti difficilmente ipotizzabile che la Fed possa continuare ad alimentare la Borsa senza rischiare a questo punto una forte fiammata inflazionistica, con il greggio di riferimento, il Brent, già a 116 $ al barile, non lontano dai massimi a 150 $ bbl toccati nel 2008 poco prima della crisi Lehman. Più probabile è invece che al minimo segno di rallentamento dell’immissione da parte della Fed di nuova e sovrabbondante moneta a costi vicini allo zero, i tassi d’interesse possano risalire e le quotazioni di Borsa possano subire un crollo dalle altezze artificiali su cui si situano attualmente.

Se prendiamo il BDI come misura del reale, un ritorno dell’indice S&P 500 a livelli intorno ai minimi del novembre 2008, circa la metà di quelli attuali, sembra essere plausibile. A catena un crollo del 30 – 50 % della Borsa americana verrebbe ad influenzate tutte le Borse mondiali, trascinerebbe con sé le quotazioni delle materie prime non energetiche ed in particolare i metalli ferrosi e non ferrosi. Si può così innescare una nuova crisi dei derivati, in gran parte legati sia ai tassi d’interesse, che alle quotazioni di Borsa, che agli indici finanziari, che alle materie prime ed alle valute. A catena, dunque, una riedizione della crisi dei derivati porterebbe, pertanto, ad una nuova aspra crisi bancaria e finanziaria. Per logica, ne conseguirebbe poi il collasso del dollaro ed infine la perdita di credibilità delle Banche centrali, il cui bilancio è ormai gonfiato all’inverosimile di titoli tossici, obbligazioni di fatto prive di valore perché i debitori non dispongono di una reale capacità di onorare gli impegni presi.

Tratto da: informarexresistere - Scritto da: Maurizio d'Orlando ( Asia News )

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IL" MIRACOLO TEDESCO": NASCONDERE I "SENZA LAVORO" E TRASFORMARLI IN " SENZA DIRITTI"

Pubblicato su 30 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La Cancelleria suona le trombe: ecco il miracolo economico tedesco! I disoccupati sono scesi dai 5,1 milioni nel 2005 ai 2,8 oggi. Sono solo il 6,9% della popolazione attiva, un record storico e un sogno in confronto al 9,9% di disoccupati in Francia e al 9,1% negli Usa. Sembra ripetersi il miracolo del Terzo Reich, che in tre anni mise la popolazione al pieno impiego. Merito, dicono le trombe, della “moderazione salariale” dei lavoratori tedeschi, della “disciplina” accettata dai sindacati.
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Nel 2001, il governo Schroeder comincia ad applicare   le idee di Peter Hartz, il capo del personale (pardon, “risorse umane”) di Volkswagen: convinto,  non a torto, che i grassi sussidi  (di disoccupazione e sociali in genere)  vigenti allora in Germania tendano a creare uno strato di fannulloni cronici, concepisce un marchingegno legale che “costringe” i disoccupati a trovar lavoro. 
Prima della riforma Hartz, i disoccupati  che durante il lavoro avevano versato i contributi, avevano il diritto ad una “allocazione” (Arbeitsengeld o AG1) che durava due, e in certi casi 3 anni.  Dopo Hartz,  il sussidio AG1 dura un anno soltanto. 
Prima, i disoccupati di lunga durata che avevano esaurito il diritto al primo sussidio AG1, prendevano un AG2, molto più modesto. Esisteva anche un “aiuto sociale” (Sozialhilfe) per le persone ancora più lontane dal mondo del lavoro.  Oggi, AI2 e Sozialhilfe sono fusi in uno,  e distribuiti attraverso centri di lavoro speciali: presso questi centri di lavoro ogni disoccupato deve fare “passi positivi”  presentandosi bi-mensilmente  e accettare un impiego qualunque, anche meno pagato del precedente, sotto pena di perdere i sussidi.
Il sistema ha fatto cancellare milioni di persone dalle liste di disoccupazione…solo per farle riapparire nelle liste di “lavoratori poveri”, che hanno lavoretti di meno di 15 ore settimanali, e pagati di conseguenza:  anche meno di 400 euro mensili. Il buono del sistema Hartz è che per questi “mini-jobs” e mini-salari, lo stato non esige il versamento dei contributi previdenziali e sanitari.  Ciò ha incoraggiato molti datori di lavoro ad assumere mini-salariati sotto i 400 euro.  Il lato sgradevole è che questi lavoratori, non contribuendo alla previdenza, non hanno pensione nè assicurazione sanitaria.

Secondo lo studio francese,  i fruitori del sistema (Hartz IV) sono 6,6 milioni. Di cui 1,7 sono bambini, figli di ragazze madri o famiglie marginali.  Il che fa che gli altri – 4,9 milioni di adulti, sono “mini-impiegati” da meno di 15 ore settimanali o precari d’altro tipo. Ci sono anche percettori di “lavori da un euro” –  pagati un euro l’ora  -  per lo più per lavori d’interesse pubblico (“Socialmente utili”, diciamo noi).
Perchè qualcuno dovrebbe accettare “lavori” da un’euro l’ora? Perchè altrimenti perde i sussidi.  I “mini-jobs” sono la forma di lavoro che è più straordinariamente cresciuta (+47% tra il 2006 e il 2009), superata solo dal lavoro interinale (+134%).  I mini-job sono molto diffusi tra i pensionati: 660 mila di loro integrano la pèensione in questo modo.  Dietro le cifre, c’è la tragedia sociale degli anziani licenziati: in base all’ultima riforma previdenziale tedesca, l’età pensionabile è stata alzata dai 65 ai 67 anni, il che ha aumentato il numero di quelli che non vengono più assunti, causa l’ìetà, se non in mini-jobs.  Non a caso, se il numero dei beneficiari del sistema Hartz IV è ufficialmente calato del 9,5% tra il 2006 e il 2009,  tra i tedeschi di più di 55 anni  il numero dei beneficiari è cresciuto del 17,7%.
Nel maggio 2011, gli occupati con mini-jobs  erano 5 milioni: si può parlare, senza offesa, di un esercito di sotto-occupati e precari? Ci sono stati anche scandali: aziende che preferiscono assumere due o tre mini-jobs (su cui non pagano i contributi previdenziali) invece di un lavoratore a tempo pieno. La Scheckler, una catena di drogherie, è stata accusata dai verdi di fare questo genere di “dumping salariale”.
Nell’agosto 2010, un rapporto dell’Istitutio del Lavoro dell’Università di Duisberg-Essen ha calcolato che più di 6,55 milioni di tedeschi ricevono meno di 10 euro lordi l’ora –  sono aumentati di 2,3 milioni rispetto a dieci anni prima. Due milioni di lavoratori in oltre-Reno campano con meno di 6 euro l’ora, e molti nell’ex Germania comunista si contentano di 4 euro l’ora, ossia 720 euro mensili per un lavoro a tempo pieno.
I salariati con mini-job non sono i soli mal pagati. In Germania non esiste un salario minimo stabilito  per  legge (situazione unica in Europa).  I “lavoratori poveri” (che restano in miseria pur lavorando) sono il 20% degli occupati germanici.
Quelli che lavorano per meno di 15 ore settimanali, con paghe in proporzione, sono chiamati Aufstocker: sono un milione, ed integrano il magrissimo salario con i magrissimi  sussidi sociali. Il loro numero è in continua crescita.  Quanto ai sussidi sociali, rende noto lo studio francese, non sono completamente cumulabili: “Per 100 euro  di salario, il lavoratore perde il 20% del susidio, per un impiego da 800 euro ne perde l’80%.”
Il caso è stato portato da tre famiglie alla Corte costituzionale di Karlsruhe nel febbraio 2010:  i loro sussidi non consentivano “un minimo vitale degno”, era la lagnanza. La Corte ha  sancito la costituzionalità della Hartz IV, ma ha chiesto al legislatore di rivalutare l’allocazione di base. E’ stata infatti aumentata: da 359 euro a persona, a 374 euro. Adesso è “un degno minimo vitale”.
Se si toglie il milione di Austocker ai 4,9 milioni di attivi beneficiari di sussidi, si hanno 3,9 milioni di disoccupati di lunga durata, che vivono eslusivamente delle suddette allocazioni: essenzialmente famiglie con un solo genitore e anziani. 
Un dirigente del centro-impiego (Arbeitsagentur) di Amburgo, sotto anonimato, dichiara: “Ma quale miracolo economico. Oggi, il governo ripete che siamo sotto i 3 milioni di disocupati, e se fosse vero sarebbe un fatto storico. Ma la verità è diversa, sono 6 milioni di persone beneficiarie di Hartz IV (che prendono i sussidi, ndr.), e sono tutti disoccupati o ultra-precari.  La vera cifra non è 3 milioni di senza-lavoro, ma 9 milioni di precari”.
Si aggiunga che la percentuale trionfale di 6,9% di senza-lavoro nasconde forti disparità regionale. I disoccupati sono il 3,4% nella ricca e prospera Baviera, ma il 12,7 a Berlino.  E ogni minimo accenno di rallentamento dell’economia colpisce più duramente, com’è ovvio, i milioni di precari o mini-jobs: i primi ad essere licenziati, come si vede nella tabella seguente (le riduzioni del 2009 rispetto al 2008, riguardano soprattutto gli “atipici”). 
Che dire? La competitività tedesca ha il suo segreto in quel 20 per cento di sotto-salariati; il miracolo germanico si regge su un gigantesco dumping sociale. E’ questo il modello che ci  viene proposto ad esempio: la cinesizzazione della forza-lavoro a basso livello di qualificazione. 
Bisogna  constatare che, nella nuova economia globalizzata, i popoli diventano superflui – o almeno, grandi porzioni dei popoli. Il che forse spiega la  “crisi” della democrazia, ossia la devoluzione della sovranità popolare ai tecnocrati, operata dai politici di professione: maggioranze di cui non si ha bisogno per produrre o consumare, sono inutili  anche politicamente.  Hanno perso la dignità di cittadini.
Naturalmente, la medaglia ha anche un’altra faccia:  in Germania, il costo  della vita è inferiore a quello  di Francia e Italia (perchè esiste, come abbiamo visto, un “mercato del consumo pauperistico”, per i sottoccupati), e i salari delle classi medie qualificate sono alti. Un professore di liceo ha uno stipendio iniziale di 3 mila euro netti.  Il boom esportativo  produce persino una mancanza di lavoratori qualificati, tanto che attualmente  si arruolano giovani diplomati spagnoli.  E’, fra l’altro, un effetto della crescita-zero demografica tedesca. “La riserva di persone disponibili al lavoro sta calando”, ha avvertito la ministra del lavoro, Ursula Van der Leyen.  Attualmente, il numero di entranti nel mercato del lavoro è inferiore al numero di quelli che ne escono per anzianità, ed ecco un’altra causa che fa’ calare meccanicamente la disoccupazione…



Maurizio Blondet


Fonte: www.rischiocalcolato.it - Tratto da: ariannaeditrice.it - Tratto da: noncensura.com

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L’Unione europea, una congerie di tecnocrati liberticidi

Pubblicato su 28 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

In un discorso tenuto all’Assemblea di Strasburgo, il presidente Martin Schulz condanna le ingiustizie sociali e il dominio di Bruxelles sui parlamenti nazionali e su tutti i popoli del Vecchio Continente

 

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Euroscetticismo, poteri forti e diseguaglianze sociali sono i frutti avvelenati che mettono a rischio il futuro dell’Unione europea per colpa delle ricette tecnocratiche e iperliberiste imposte da Bruxelles. A farsi portavoce di queste critiche è stato l’attuale presidente dell’Europarlamento, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz (nella foto), che ha ammesso come alcune delle preoccupazioni di Londra sul futuro dell’Ue sono valide e che non è più accettabile respingere in maniera critica assoluta coloro che sono critici nei confronti di questa Unione europea come se fossero semplicemente ed esclusivamente degli euroscettici.

In una conferenza stampa per celebrare il nuovo anno Schulz ha dichiarato senza timore di condividere alcuni “disagi” espressi dal  premier britannico David Cameron, delineati nel suo discorso tenuto all’inizio della settimana scorsa. “Questo disagio nei confronti dell’Ue come è ora, è una cosa che condivido. Penso che vi siano anche molte persone in Europa che hanno questo disagio”, ha sottolineato Schulz, ribadendo il concetto. “Ed è per questo che consiglio davvero di non etichettare tutti coloro che criticano l’Unione europea come euroscettici”, ha proseguito.

Ma oltre a questi segnali di crisi generale e strutturale dell’Ue, il presidente dell’Europarlamento è intervenuto sottolineando anche altri problemi legati alle disuguaglianze sociali. “L’Unione europea – ha dichiarato Schulz – non se la passa bene. Dobbiamo fare di meglio”. Per quanto riguarda i difetti – ma sarebbe meglio definirle piaghe – il presidente ha puntato il dito contro gli sviluppi economici che hanno portato a più “ingiustizia sociale” e a un deficit di democrazia che - a suo dire - non ha tanto a che fare con le istituzioni europee stesse, ma piuttosto con “un’opaca capacità decisionale dell’Ue”. 
E questo perché, ha proseguito il presidente dell’Assemblea di Strasburgo, le istituzioni dell’Unione si riuniscono a porte chiuse. “Tutto quello che accade a porte chiuse è anonimo e lascia ampio spazio alle interpretazioni”, ha voluto precisare Schulz.

Insomma il politico socialdemocratico tedesco è stato piuttosto esplicito e chiaro nel sottolineare che le scelte decisionali europee sono prese all’insaputa dei popoli europei che invece subiscono passivamente il potere dei tecnocrati di Bruxelles, legati mani e piedi a lobby, multinazionali, banche e poteri forti dell’Occidente euro-atlantico, e a cui devono spesso la loro nomina quali commissari o presidenti alle più alte cariche nelle istituzioni europee.

Molte delle critiche legittime sull’Ue riguardano il futuro ruolo degli stessi parlamenti nazionali, poiché le questioni riguardanti il nucleo stesso di uno Stato sovrano a livello nazionale – come ad esempio la politica di bilancio – vengono sempre più decise a Bruxelles. Dove è ormai evidente che vengono prese le decisioni più importanti per il futuro dell’Unione e dove i tecnocrati stanno decidendo la creazione progressiva di un Superstato Ue sotto la loro regia e quella del mondo euro-atlantico che muove ogni cosa per volere dell’impero a stelle e strisce. A questo punto Schulz ha suggerito che il blocco dei Ventisette dovrebbe concentrarsi su ciò che i singoli Stati non possono fare da soli e, al tempo stesso, essere più disposta a delegare la soluzione di alcuni problemi a livello locale. “Dovremmo essere abbastanza pronti a delegare alcune questioni più piccole agli Stati membri. Mi piacerebbe discutere anche di questo in Parlamento”, ha commentato.

Ma il politico tedesco non si è fermato qui e ha poi cercato di sottolineare quali sono le altre problematiche che minacciano il futuro dell’Unione. “Quando sono arrivato qui ero convinto che saremmo diventati gli Stati Uniti d’Europa. Ho visto in realtà una sorta di Stati Uniti d’America sul territorio europeo”, ha dichiarato il presidente. Da allora ha realizzato che proprio per questo “avremmo tirato fuori dei texani dai tedeschi o dei californiani dai francesi”. Una bella critica quella di Schulz che ha evidenziato con acume alcuni degli errori che stanno distruggendo definitivamente l’Europa dei popoli e la sua cultura millenaria. Un errore però in qualche modo insito nella natura stessa dell’idea di Stati Uniti d’Europa dopo la sconfitta subita con la Seconda guerra mondiale, per cui il termine ha finito per identificarsi con quello utilizzato per definire gli Usa (ovvero Stati Uniti d’America) e le terminologie utilizzate per indicare il progetto europeo si erano trasformate fin troppo, mutandone il significato originario di mazziniana memoria.

In realtà, proseguendo nella sua disamina il presidente ha segnalato la questione legata alla legittimità democratica dell’Unione europea che è sempre più presa in esame dai politici degli Stati membri dell’Ue. Nel suo discorso, David Cameron ha detto che c'è un sentimento in Gran Bretagna, ma anche altrove nel Vecchio Continente, che l’Unione europea “è subita dalla gente invece di agire per loro conto”. Ma pur essendovi la consapevolezza del problema non vi è accordo su come agire a riguardo per mettere fine alle critiche e alle condanne espresse da tutti i ceti sociali che compongono i popoli europei.

L’Unione europea dei tecnocrati e dei banchieri non è l’Europa delle patrie, fondata su un comune destino storico, politico e culturale. Un diplomatico europeo, rimasto anonimo, ha osservato che i politici dell’Unione, i quali ribadiscono continuamente l’importanza della democrazia e il coinvolgimento dei parlamenti nazionali, al contrario nelle dichiarazioni rilasciate dopo i vertici europei preferiscono lasciare la questione da parte come se fosse di minore importanza, considerando le Assemblee nazionali soltanto una parte del tutto, prive di potere decisionale ma sottoposte invece a quello verticistico di Bruxelles e dei Soloni Ue.

Un dato che la dice lunga sulla possibilità di mettere la parola fine allo strapotere di lobby e poteri forti sul futuro di quella che un tempo fu l’Europa e che va lentamente trasformandosi invece in un Superstato tecnocratico sotto il controllo di banche e multinazionali, che tutto decidono e tutto possono ai danni dei popoli del Vecchio Continente.

Fonte: Rinascita – Tratto da: ilupidieinstein.blogspot.it -

Scritto da: Andrea Perrone

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ATENE PARALIZZATA: AL SESTO GIORNO LO SCIOPERO DEI TRASPORTI

Pubblicato su 22 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

E gli italiani pensano a votare! Claudio Marconi

 

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Prosegue anche oggi, per il sesto giorno consecutivo, lo sciopero dei lavoratori della metropolitana di Atene, che protestano contro l’equiparazione dei loro salari a quelli del pubblico impiego, il che comporterà un taglio di diverse centinaia di euro all’anno. I treni della metropolitana resteranno nei depositi per tutto il giorno.
Negli ultimi giorni alla protesta si sono uniti anche i lavoratori dei tram e dei treni urbani, che oggi si astengono per 4 ore.
I lavoratori del settore dei trasporti pubblici hanno deciso di ignorare la decisione di un tribunale di Atene che nei giorni scorsi aveva dichiarato illegale il loro sciopero, e rispondono con l’intensificazione della lotta alle dichiarazioni del ministro per lo Sviluppo e le Infrastrutture, Costis Hatzidakis, che aveva parlato di ''sciopero finto'', definendo inammissibili e strumentali le mobilitazioni dei sindacati ellenici. Hatzidakis aveva anche sostenuto che allo sciopero partecipa solo una minoranza dei lavoratori mentre una parte di loro continua a percepire lo stipendio mentre é in sciopero.

Fonte: contropiano.org                       

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Marine le Pen "Uscire dall'Euro" - intervista Giulia Innocenzi - (Servizio Pubblico 3 maggio 2012)

Pubblicato su 21 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

In Inghilterra Farge, in Francia Marine Le Pen, possibile che solo in Italia siano tutti asserviti ai tecnocrati banchieri ! Claudio Marconi
   
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IL VIZIO COLONIALE ( di Hollande e non solo - ndr)

Pubblicato su 17 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Qualcuno mi sa dire dove si sono rintanati o che fine hanno fatto i PACIFINTI ? Claudio Marconi
 
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Visto che i preparativi del già previsto intervento collettivo in Mali si dilungavano e col passare del tempo aumentavano le riserve degli Stati Uniti da una parte e dall’altra dell’Algeria, la Francia ha deciso di rompere gli indugi. Il fatto compiuto significa anteporre la guerra alla ricerca di una soluzione politica e nello stesso tempo cambiare le modalità dell’operazione. Sembrava scontato che Francia e Stati Uniti si sarebbero limitati a funzioni di addestramento, appoggio logistico e comunicazioni in un’operazione condotta per il resto da soldati africani a fianco o al posto dell’evanescente esercito maliano.

Hollande lo aveva sempre escluso ma ha finito per – o ha cominciato con – schierare le truppe sul terreno. Si era capito che il presidente socialista, pur ripetendo che i tempi della «Françafrique» erano finiti per sempre, voleva dimostrare di essere più energico di Sarkozy e comunque fare «qualcosa di destra». Si è già spinto molto in là anche con la Siria (non certo per motivi umanitari).

Non è il caso di gridare all’usurpazione perché il Mali è di fatto uno stato fallito. Due terzi del territorio sono occupati dai ribelli e a Bamako, la capitale, c’è un precario condominio fra una giunta militare e un governo civile provvisorio insediato dall’esercito impegnati in una gara a chi è più irresponsabile e impotente. Il beau geste di Parigi diventa per ciò stesso ancora più insensato e ipocrita perché non sarà facile per nessuno ristabilire la sovranità in quel che resta del Mali. Per parte sua, il capitano Sanogo, autore del colpo di stato del marzo 2012 contro il presidente in carica e di un secondo colpo in dicembre per togliere di mezzo un capo del governo che si era rivelato indigesto, non ha nascosto di giudicare forze «neocoloniali» tutti coloro che si prodigano per «aiutare» il Mali senza distinguere apparentemente fra paesi vicini e grandi potenze. Del resto, nell’ora delle decisioni la Francia aveva probabilmente in mente il suo diritto-dovere di ex-potenza coloniale. Il Mali stava diventando fin troppo vicino agli Stati Uniti, al punto da figurare come una sede ufficiosa di Africom, il comando militare unificato per l’Africa costituito nel 2007 da Bush e consolidato da Obama. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai una grande potenza si fa cogliere di sorpresa da un Putsch dell’esercito che sta armando, formando e verosimilmente controllando.

Proprio mentre sembrava acquisito che con un’Unione africana risoluta a far valere il principio «soluzioni africane per le crisi africane» le crisi come quelle del Mali (o della Somalia) non sono più crisi africane ma sono promosse d’ufficio a questioni globali e trattate di conseguenza. Con le logiche della war on terror tutte le vacche sono grigie. Poco importa che il Mali, al pari di tutti i paesi della fascia sahelo-sudanese di passaggio fra Africa araba e Africa nera, sia alle prese con delicatissimi problemi di state-building. L’ossessione per la «sicurezza» complica in modo irreparabile i processi interni in un ambiente di per sé vulnerabile per le condizioni climatiche e l’eccezionale fragilità dei sistemi economici.

Al-Qaida è qualcosa di più di un pretesto ma il presidio esasperato messo in atto da Stati Uniti e alleati in un ambiente che è soprattutto uno spazio di movimento riproduce in tutto o in parte i fenomeni che vorrebbe scongiurare e li perpetua. Il fondamentalismo islamico è presente nel Sahel da sessant’anni e solo di recente ha assunto una valenza anti-occidentale.
Il Sahara è il regno dei tuareg e più in generale delle popolazioni berbere dedite al commercio lecito e illecito lungo le antiche linee carovaniere. Gli Stati costituiti, con la città e l’agricoltura come propri segni distintivi, non sopportano i modi di vita dei nomadi. Le frontiere sono una garanzia per gli uni e un impedimento per gli altri. La guerra rischia di ricompattare tutti i ribellismi al di là delle loro rispettive agende. I negoziati contrapposti ai bombardamenti avevano appunto il fine di dividere i movimenti autonomisti che hanno proclamato lo stato di Azawad dalle formazioni islamiste legate direttamente o indirettamente ad Al-Qaida.

In un colpo solo la Francia ha scavalcato l’Ecowas, l’Unione africana e la stessa Onu, da cui si aspettava una risoluzione che desse il «fuoco verde». L’Europa ha preso per buona la versione di Parigi. Aspettiamo ora la reazione del governo italiano. Forse il ministro Riccardi, che ha dichiarato molte volte che il Mali «confina» con l’Italia e che ha favorito la nomina di Prodi a rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per il Sahel, farà in tempo a dire la sua. Proprio Prodi era stato bene accolto dagli africani, malgrado l’insuccesso dei loro candidati, perché considerato un «uomo di pace». Chissà se Hollande lo ha informato prima o dopo l’attacco. D’altra parte, si dice che i comandi militari italiani siano ansiosi di trovare qualche altro terreno per dislocare i reparti che saranno ritirati dall’Afghanistan.
Fonte: ilmanifesto - Tratto da: arianna editrice.it - Scritto da: Gian Paolo Calchi Novati
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EUROGENDFOR E MANDATO DI ARRESTO EUROPEO

Pubblicato su 16 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

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ESCLUSIVO: LA GERMANIA STA INIZIANDO A RITIRARE IL SUO ORO

Pubblicato su 15 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Non sta chiedendo il ritiro del suo oro Chavez o qualche dittatore di secondo piano, ma lo sta chiedendo la quarta potenza economica mondiale e la seconda maggiore riserva di oro al mondo

 

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La Germania ha la seconda riserva aurea del pianeta, con circa 3.400 tonnellate d’oro. Di questa quantità solo il 31% è conservato a Francoforte, mentre il restante 45% è negli Stati Uniti, il 13% in Francia e l’11% nel Regno Unito. Ora, secondo le indiscrezioni del tedesco Handelsblatt, la Bundesbank ha deciso di iniziare a rimpatriare una parte dell’oro conservato dalla FED e anche di quello depositato a Parigi, per testare l’autenticità dei lingotti d’oro che verranno consegnati. Inoltre, la testata tedesca sottolinea come la distribuzione di oro tedesco fuori dalla Germania sta per cambiare, quindi la prossima settimana inizierà il rimpatrio parziale dell’oro tedesco e poi gradualmente la quota da rimpatriare incrementerà. Questo è veramente un cambiamento di grandissima importanza perché simboleggia come la fiducia tra le banche centrali sia venuta meno. Ora la questione si complica se si pensa che la Bundesbank a novembre dichiarò questa faccenda della corsa al rimpatrio di oro inutile e che non voleva assolutamente ritirare parte delle sue riserve. Quindi cosa vorrà significare questo improvviso cambiamento? Preoccupazione per la fiducia e credibilità del governo e della banca centrale statunitense?
La FED comunque aveva già avvertito che non fosse importante se ci fosse oro fisico o solo ora cartaceo, perché la cosa fondamentale era la dichiarazione del deposito dei lingotti non se i lingotti ci fossero o meno. Molti hanno sollevato forti dubbi che esistessero effettivamente queste riserve di oro nella Federal Reserve, alcuni ipotizzano addirittura la falsificazione con lingotti di tungsteno. Interessante sarà la reazione degli USA a questa corsa all’oro da parte della banca centrale tedesca, perché non sta chiedendo il ritiro del suo oro Chavez o qualche dittatore di secondo piano, ma lo sta chiedendo la quarta potenza economica mondiale e la seconda maggiore riserva di oro al mondo.
Se si verificasse l’impossibilità di restituire l’oro alla Germania, la fiducia nella Federal Reserve da parte di tutto il mondo crollerà con conseguenze devastanti anche per la fiducia nel dollaro americano. Se la notizia sarà confermata, si tratta di un’ulteriore bomba ad orologeria per Washington già alle prese con l’avvicinarsi inesorabile del tetto del debito.

Fonte: hescaton.com

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