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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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SE AD EST SI SPEGNE IL SOGNO EUROPEO

Pubblicato su 2 Giugno 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Sul finire degli anni novanta, quando le ferite della divisione in blocchi contrapposti dell’Europa non si erano ancora del tutto rimarginate, Slavenka Drakulić, giornalista croata di Fiume, nota per i suoi reportage dalla Jugoslavia in guerra, diede alle stampe un libro dal titolo molto evocativo: “Caffè Europa, siamo ancora un continente diviso?”.

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Guardando a quello che sta accadendo in Europa oggi, e segnatamente nei paesi che un tempo appartenevano al campo “socialista”, mi sono tornate alla mente alcune istantanee scattate dall’autrice tra le pieghe del suo lavoro. In particolare quelle che ritraevano le insegne con i nomi dei bar più alla moda nelle strade di Sofia o di Varsavia, di Vilnius o di Praga, di Zagabria o di Lubiana, perfino di Tirana. Nomi inglesi o francesi, prevalentemente, e la parola “Europa” dappertutto.

Era l’aspirazione a lasciarsi alle spalle il proprio passato, che aveva fatto di quelle città le capitali dell’”altra Europa”, quella più povera e disgraziata. Perché l’Europa, quella vera, era un’altra cosa, a prescindere dal dato geografico: era l’abbondanza, la terra promessa, la libertà.

Passò qualche anno ancora e il sogno sembrò avverarsi, per davvero. Uno dietro l’altro i principali paesi che un tempo costituivano l’Europa dell’est iniziarono ad entrare nell’Unione e alcuni, quelli più diligenti, anche nel club dell’Euro. Era finalmente caduta ogni barriera tra il “di qua” e il “di là”, non più “noi” e “loro” ma “europei”, tutti insieme.

È durato poco però questo sogno, perché oggi questi paesi si trovano a fare i conti con una crisi di proporzioni gigantesche, che ha dimostrato tutti i limiti del modello di integrazione economica e di unificazione monetaria scelto dalla dirigenza della Ue.

Dopo i primi anni in cui il dividendo dell’integrazione è stato piuttosto elevato, sia in termini di stabilità economico-finanziaria, sia per la possibilità di accedere a risorse finanziarie aggiuntive a quelle nazionali, da utilizzare per investimenti sul patrimonio infrastrutturale pubblico e per sostenere la crescita delle imprese in un quadro di politiche di convergenza, ai primi venti di crisi sviluppatisi oltreoceano le economie ed i sistemi finanziari di questi paesi hanno immediatamente mostrato la corda. Con difficoltà specifiche nei paesi che hanno adottato l’Euro.

Alla caduta di competitività dei sistemi produttivi ed ai contraccolpi, in taluni casi, di spericolate gestioni bancarie, si sono aggiunti gli effetti delle politiche di austerità che hanno prostrato l’economia, compresso i consumi, rallentato o azzerata la crescita. Per milioni di cittadini il sogno europeo si è repentinamente trasformato in un incubo. Alla lunga non hanno retto quei sistemi che avevano drogato la crescita per anni con politiche di credito permissive, con giochi di finanza speculativa a limite dell’illecito, aumentando esponenzialmente i livelli di indebitamento, sia dello stato che dei cittadini. E la medicina, quella imposta dall’Europa, è stata peggiore del male.

Così se in Romania si è arrivati al punto che centinaia di famiglie ogni anno sono costrette per vivere a vendere perfino i propri figli per poche centinaia di euro, in Bulgaria quasi la metà della popolazione è già sotto la soglia di povertà. In entrambi i paesi il salario lordo di un lavoratore non va oltre i 300 euro mensili, mentre il rischio di finire in povertà per i minori è rispettivamente del 49% e del 52%, contro la media Ue del 27%.

Non vanno meglio le cose se ci spostiamo in Repubblica ceca, in Slovacchia o in Ungheria. In tutti e tre i paesi la disoccupazione viaggia ormai su percentuali a due cifre (Solo in Repubblica ceca è all’8%, sotto la media europea, ma la percentuale è la più alta di sempre dal crollo del comunismo e continua a salire), cresce il disagio sociale, tra austerità, recessione e sofferenza dei settori trainanti dell’economia. Nel paese magiaro a quella economica si aggiunge anche l’emergenza democratica, per la torsione autoritaria imposta alle istituzioni dal premier Victor Orbàn.

C’è poi il caso della Slovenia, la piccola diligente Slovenia. Qui il crac delle principali banche commerciali del paese ha innescato una spirale pericolosissima, che potrebbe portare il paese a chiedere ben presto aiuti alla Ue. Un rischio che il governo della signora Bratušek cerca di scongiurare con un nuovo pacchetto di austerità che prevede, tra l’altro, la svendita delle maggiori aziende pubbliche del paese. Nel frattempo crescono disoccupazione e debito pubblico, mentre l’economia rimane imperterrita nel guado della recessione.

Le cose vanno un pochino meglio in Polonia, che, bisogna ricordarlo, è fuori dall’Eurozona, ma solo un pochino. Perché la crescita stimata per i prossimi anni sarà poco sopra l’1%, a fronte del 3-4% degli anni passati. Intanto cresce la paura da queste parti e l’ingresso nell’Euro non è più visto come un obiettivo da raggiungere a tutti costi.

Dei paesi baltici si dice che abbiano reagito meglio alla crisi e che l’austerità ha avuto i suoi effetti positivi. L’affermazione è in parte vera, in particolare se si guarda ai bilanci pubblici e al dato aggregato della crescita, ma nasconde una verità di fondo: qui la crisi è stata molto dura e le politiche di rigore hanno prodotto danni sociali ingenti. Un esempio su tutti: la Lituania, per far fronte alla crisi,  ha tagliato la spesa sociale del 30%, ha ridotto i salari del 20 o del 30%, le pensioni dell’11%. Ha aumentato le imposte sia dirette che indirette, caricando molto sui cittadini il peso del risanamento. Cosicché, mentre dell’economia e del bilancio si può dire che stanno un po’ meglio di qualche anno fa, la stessa cosa non si può dire dei lituani!

In tutti questi paesi la fiducia nell’Europa è così crollata ai minimi storici, cresce il disincanto, si avvertono chiusure nazionalistiche ed identitarie, dilagano proteste, scioperi, perfino rivolte. Un po’ ovunque crescono i partiti critici o nemici giurati dell’Europa unita e anche le formazioni un tempo europeiste oggi si guardano bene dall’enfatizzare il tema dell’integrazione.

Singolare a tal riguardo il caso della Bulgaria, dove alle ultime elezioni ha preso la maggioranza relativa la formazione del premier uscente Boyko Borisov, il “Partito dei cittadini per una Bulgaria Europea”, che in passato ebbe successo proprio per la sua linea filo-europea ed oggi, dopo la caduta del governo per le prolungate proteste di piazza contro la povertà ed il caro-bollette, è riuscito a rimanere a galla con un programma decisamente più critico verso l’Europa.

Da Bucarest a Varsavia, passando per Sofia, Budapest, Lubiana, l’Europa è ormai per molti il simbolo delle “illusioni perdute” dal 1989 ad oggi. Ecco perché se all’inizio degli anni novanta faceva un pò tenerezza imbattersi in un  negozio-catapecchia nel cuore di Bucarest ribattezzato “Point West” in omaggio al nuovo corso occidentalista del paese, oggi non stupisce più di tanto che il 60% dei romeni, secondo l’Istituto per la ricerca dei crimini del comunismo (Iiccmer), dichiari senza esitazione che “si stava meglio sotto Ceaucescu”.

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/luigi-pandolfi/se-ad-est-si-spegne-il-sogno-europeo_b_3352702.html?utm_hp_ref=italy

Tratto da: informarexresistere.fr

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LA MENZOGNA DELLA GLOBALIZZAZIONE: FIAT E I 306 EURO DI STIPENDIO

Pubblicato su 1 Giugno 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Turni di lavoro massacranti e uno stipendio da fame. Quando l’operaio della Fiat dello stabilimento di Kragujevac in Serbia ha aperto la busta paga e ha trovato solo 306 euro ha dato fuori di testa. Ha preso un oggetto metallico e si è messo a incidere su trentuno 500L appena prodotte scritte che non lasciano adito a dubbi: “Mangiatori di rane (termine dispregiativo per indicare gli italiani, ndr) andate via dalla Serbia”.

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Lui, come i suoi 2.400 colleghi, guadagna un quinto degli operai italiani e lavora fino a 12 ore al giorno e alla fine si porta a casa solo 34 mila dinari (306 euro circa), mentre il salario medio in Serbia è stato calcolato per aprile a 46 mila dinari (414 euro). Nelle ultime settimane, a causa di una forte domanda del nuovo modello di 500L, sono stati intensificati i turni di lavoro, che sono ora tre. Ma alla Fiat dei Balcani non si usa dire di no. Perché in Serbia un lavoratore su quattro è disoccupato. E allora, con la disoccupazione al 25 per cento, l’inflazione al 10 e le casse dello Stato ormai allo stremo, si continua a lavorare sottopagati e sfruttati, almeno finchè qualcosa scatta dentro e fa dire no.

La direzione di Fiat Serbia ha avviato un’inchiesta interna interrogando tutti gli operai attivi in quel turno per capire se l’operaio è stato aiutato da qualcuno nel suo atto di sabotaggio. I giornali non escludono che l’operaio abbia avuto un litigio con il caporeparto a causa di una intensificazione dei ritmi di lavoro alla catena di montaggio. Zoran Mihajlovic, leader del sindacato interno allo stabilimento Fiat di Kragujevac, ha detto che la grafia dei messaggi ostili è identica, e per questo si pensa che a danneggiare le trentuno 500L sia stata la stessa persona. Si sarebbe quindi trattato di una protesta non collettiva, ma di un singolo operaio. Nei giorni scorsi è cominciato l’export della 500L prodotta a Kragujevac anche in America, e nell’ultimo fine settimane una nave con le prime 3.200 vetture Fiat è arrivata al porto di Baltimora, negli Usa.

http://www.liberoquotidiano.it/news/lavoro/1250891/Trecento-euro-per-dodici-ore-di-lavoro–Operai-serbo-della-Fiat-si-ribella–Incide-sulle-500—Italiani-andate-via—.html

A parte il termine colorito – io credevo fossero i francesi i “mangiarane” – questa vicenda espone bene tutto il dramma della Globalizzazione. Come potete pensare voi, operai italiani, di competere non solo con i cinesi, ma anche con i serbi. Ed è chiaro che i giornali come LaStampa e Corrierino siano fanaticamente supporters della Globalizzazione: fa guadagnare i loro padroni.

Cavolo. Pensate se voi poteste pagare un vostro dipendente circa 1/4 di quanto lo pagate ora…Questo fa la Fiat producendo fuori dall’Italia: paga gli operai 1/4 di quanto li pagherebbe in patria. Sempre che “patria” sia un termine adatto a descrivere i cosmopoliti alla Marchionne-Elkann.
Ecco, questo deve finire. La Globalizzazione è una grande menzogna propagandata da media al soldo delle multinazionali. Conviene solo a pochi ricchi e penalizza tutto il resto della società. Dalla classe media a quella operaia. Ma i sindacati tacciono, anche loro inebetiti dal nuovo dogma dell’Internazionalismo.

Tratto da: identita.com

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SPAGNA E' INIZIATA LA GUERRA TRA POVERI. POLIZIA CARICA I VIGILI DEL FUOCO

Pubblicato su 31 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Naturalmente nei tg nazionali e' vietato parlarne.

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L'immagine sta facendo il giro della rete, diventando simbolo della crisi che lentamente sta uccidendo la Spagna ... ci troviamo a Barcellona, davanti al parlamento regionale dove centinaia di vigili del fuoco sono stati caricati dalla polizia mentre manifestavano contro i tagli decisi dal governo ...

http://www.stopcensura.com/2013/05/barcellona-la-foto-simbolo-della-crisi.html

 

Circa 450 vigili del fuoco hanno manifestato il 29 maggio a Barcellona davanti alla sede del parlamento catalano per protestare contro i tagli del personale previsti per i prossimi mesi. Una serrata sedata dall'intervento della polizia che ha generato violenti scontri provocando alcuni feriti (nessuno in maniera grave) e un arresto tra i manifestanti.

http://www.lettera43.it/foto/barcellona-scontri-tra-polizia-e-vigili-del-fuoco_4367597183.htm

Tratto da: terrarealtime.blogspot.it

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LA CINA CREERA' UN TERZO DISTRETTO FINANZIARIO A LONDRA

Pubblicato su 30 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Attenti al pericolo giallo....diceva qualcuno, qualche anno fa. Claudio Marconi

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Un accordo da un miliardo di sterline potrebbe trasformare la zona portuale ad est di Londra in una porta di business per attrarre le aziende cinesi e asiatiche a sviluppare un mercato in Europa. La ABP Cinese, società privata fondata nel 2003, progetta di costruire nella capitale inglese un porto d’affari asiatico, il primo in Europa, e un nuovo centro finanziario verso la zona di Newham, a est di Londra. Entrambe le parti si sono definite molto contente ed orgogliose di questa decisione, definendo questo progetto come molto significativo per le economie cinesi e britanniche.

L’obiettivo degli asiatici è quello di sviluppare un quartiere d’affari mondiale di classe internazionale, che sarà inizialmente indirizzato alle aziende asiatiche per poterle aiutare a garantirsi una destinazione a Londra, città che in Cina è vista come la porta di accesso sia per il Regno Unito che per la più grande economia europea. Si prevede che il porto d’affari asiatico possa contribuire a promuovere l’occupazione e a promuovere la crescita economica locale, attirando le imprese cinesi e le imprese asiatiche.

Il progetto di investimento dovrebbe creare 20.000 posti di lavoro inInghilterra e contribuire per circa 6 miliardi di sterline all’incremento dell’economia britannica. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, ha detto che “la creazione di un terzo distretto finanziario nella capitale diventerà un punto di riferimento per gli investitori orientali verso ovest, portando con sé decine di migliaia di posti di lavoro e miliardi di sterline di investimenti per l’economia del Regno Unito”.

Il progetto dovrebbe essere concepito per essere svolto in cinque fasi e completato entro un massimo di 8 o 10 anni. Si tratta di una ventata di freschezza nell’economia inglese, sicuramente, considerando che la Cina è la seconda economia più ricca del mondo e che può fornire dei capitali preziosi per aiutare altri paese a crescere dal punto di vista economico.

Fonte: mondoforex.com

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SPAGNA. BANCHIERE IN CARCERE PER GLI ABUSI FINANZIARI CHE HANNO PROVOCATO LA CRISI

Pubblicato su 19 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Da noi è pura utopia: in questa Italya la colpa è sempre e solo del popolo che ha vissuto " al di sopra delle proprie possibilità". Capito l'antifona ? Claudio Marconi

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Miguel Blesa già direttore dal 1997 al 2010 della Caja Madrid, una delle maggiori banche spagnole, è finito in galera per abusi finanziari. 

Blesa è il primo banchiere spagnolo a pagare con il carcere per gli abusi commessi durante il boom economico spagnolo, che saranno poi all'origine della crisi finanziaria

A dare la notizia il quotidiano El Pais, che riporta i capi d'imputazione per i quali Blesa è stato condannato: falso in bilancio, falsificazione di documenti pubblici e appropriazione indebita, quest'ultima in relazione all'acquisto della National Bank of Florida, un'operazione speculativa in vista del crack immobiliare. 

 

Il giudice Elpidio José Silva ha ordinato la carcerazione immediata di Blesa, "esistendo il rischio di fugae di distruzione delle prove da parte dell'imputato". La cauzione è stata fissata in 2 milioni e mezzo di euro.

 

Blesa, arrestato nell'ambito del cosiddetto "Caso Bankia", potrebbe essere presto in buona compagnia. Insieme a lui altri 33 imputati eccellenti, tutti membri del consiglio della Bankia - Banco Financiero y de Ahorros, sono accusati di falso in bilancio, macchinazione, appropriazione indebita.

 

Tra di loro l'ex vicepresidente del Governo Aznar Rodrigo Rato, l'ex ministro dell'Interno Ángel Acebes, l'ex presidente della Asamblea de MadridJesús Pedroche, l'ex presidente di Bancaja José Luis Olivas etc.

Fonte: http://www.agoravox.it/Spagna-banchiere-in-carcere-per.html

Tratto da: nocensura.com

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AI TEDESCHI CONVIENE CHE IL SUD EUROPA NON SI RIPRENDA

Pubblicato su 4 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La scelta di Berlino non è tra eurobond o breakup, ma su guidare o meno l’Europa fuori dalla crisi


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BERLINO - Quando si parla di salvare l’euro – e possibilmente l’Europa – il punto di vista tedesco risponde spesso a una forma estrema di ortodossia politica: la colpa del disastro è del “Sud che non si è riformato”, per questo la via della salvezza deve passare attraverso le riforme. Si sostiene che “la maggior sfida per paesi come la Spagna e l’Italia rimane la competitività. La periferia può crescere di nuovo solo se riuscirà a esportare di più”, nelle parole del tedesco Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles. Anche secondo il noto professore di economia di Monaco Hans-Werner Sinn, “per riacquistare competitività, i paesi meridionali devono ridurre il prezzo dei propri servizi”.

Il concetto rimane sempre lo stesso da ormai un paio d’anni: austerity e riforme, così che i paesi si rimettano in piedi. Il problema è che in questo approccio c’è una contraddizione in termini: se i paesi tornassero veramente “competitivi” sul modello tedesco, e se riprendessero a esportare, il primo paese a rimetterci sarebbe la Germania. Ci sono molti segnali in questo senso.

Più che teoria economica, quella dell’austerity e delle riforme sull’impronta germanica – e in particolare sullo stile delle riforme “Agenda 2010” volute dall’SPD nel 2004 – è ipocrisia economica. Sono i numeri a parlare, e sembrano essere più eloquenti di Daniel Gros: le esportazioni dei paesi in crisi sono già in piena crescita, quasi in boom. Tra il 2009 e il 2012, le esportazioni greche sono aumentate del 76%, quelle portoghesi del 43%, le spagnole del 33% e le italiane del 28%. Ciò tanto varrebbe per sostenere che il modello “export-intensive” non è la formula magica per risollevare le sorti dell’euro.

Fonte: Totale esportazioni annuali delle prime dodici economie dell'area euro in milioni di euro (Eurostat)
Anche perché, nonostante le esportazioni in crescita, le economie dei PIGS si sono contratte. C’è di più: considerando le maggiori dodici economie dell’euro, il totale del Pil al 2013 non tornerà ancora al livello del 2010 – ed è in costante diminuzione dal 2011. In Europa non si è creata ricchezza: la si è solo trasferita.

Evoluzione del Pil nelle principali 12 economie europee, ordinate per tassi di crescita dal 2010 al 2013 (Eurostat)

Lo stesso professor Sinn da Monaco non trascura di riconoscere che il sospirato aumento di competitività nei paesi meridionali, comunque necessario, sta già avvenendo perché la crisi sta abbassando i costi produttivi. Secondo Sinn, una soluzione migliore sarebbe quella di una “crisi meditata”, che passi attraverso le sacrosante riforme e l’austerity.

Sembra quindi che ci siano due soluzioni. La prima è quella che sembra sia stata adottata dai PIGS: massacrarsi di crisi, non riformare, e esportare meglio con costi più bassi. Come abbiamo visto, non funziona – o meglio, funziona ma avvantaggia solo settori limitati dell’economia. Come tutti i sistemi economici orientati all’esportazione, anche l’Italia se si concentra sulle vendite all’estero come panacea risente di polarizzazione economica (di redditi e rendite). È anche per questo che in Italia tirano il lusso e la distribuzione a basso costo, senza classe media.

E per quanto riguarda l’austerity con le riforme? Il problema, con buona pace di Sinn e Gros, non sono le esportazioni, ma la domanda interna dei PIGS. I consumi sono a terra, e i tedeschi lo dovrebbero sapere bene. Nel 2012 le esportazioni italiane verso la Germania sono scese lievemente (-1,1% rispetto al 2011), mentre le esportazioni tedesche verso l’Italia sono crollate (-11,5%). Aumentare le tasse e diminuire la spesa non aiuta granché. Non crediate che i tedeschi credano all’euro: sanno bene anche loro che è una follia, ma serve altri interessi, economici e politici.
In questo senso, la domanda che George Soros continua a ripetere ai tedeschi dalle pagine di Project Syndicate (Germany, lead or leave! Guida o vattene!) significa che la Germania non può pretendere ancora a lungo di avere la botte piena e la moglie (italiana, possibilmente) ubriaca. I vantaggi strutturali dell’euro hanno un costo, e ammantare questo difetto di progettazione di “colpe meridionali” (oltre il dovuto) non porta lontano. La Germania potrà pagare la propria salvezza o direttamente, concordando riforme e accettando gli Eurobond; o dovrà pagarla tramite una crisi economica, a causa del destino geoeconomico di non essere un’isola.

Ragioniamo per assurdo: se l’austerity funzionasse, se risanasse i bilanci statali, se rendesse i PIGS competitivi, questi paesi inizierebbero a esportare ancora meglio all’estero (oltre l’Europa). I settori esportativi italiani sono in gran parte coincidenti a quelli tedeschi; se escludiamo le forniture italiane alle aziende tedesche, l’Italia globalmente si metterebbe a far concorrenza alla Germania. 

C’è di più: se i PIGS beneficiassero di un avanzo nella bilancia commerciale extra-eurozona (esportazioni maggiori delle importazioni), la quotazione dell’euro schizzerebbe alle stelle, con maggior danno per le aziende tedesche.

Sembra, cioè, che fino a settembre 2013, data delle elezioni tedesche, il dibattito economico sull’euro dovrà essere catalizzato da scemenze populiste in chiave pseudo-elettorale, battezzate “austerity” come se fossero un precetto evangelico protestante da paesino puritano del Nord Europa. Del resto, è assai più facile addossare la colpa di tutto “agli altri”, soprattutto se parlano italiano o spagnolo. Quella tedesca è ipocrisia, è interesse, e soprattutto è il nuovo atto di uno scontro economico continentale: si propone una non-soluzione che trascina avanti il più possibile una situazione di vantaggio.

Bravi tedeschi: si sono riformati prima degli altri e hanno occupato una posizione per cui c’è posto per un solo paese. Ma ora la vera scelta non è tra eurobonds o spaccatura dell’euro. La vera scelta è sulla responsabilità di guidare un continente fuori dalla crisi, per dimostrare che tutto il movimento europeista nato dal dopoguerra non è stato un’eccezione in secoli di scontro permanente. Perché, se poi la crisi in Germania dovesse arrivare piena e sul serio, sarà difficile far cambiare idea ai tedeschi: la colpa rimarrà sempre “degli altri”.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/austerity-germania-crisi-euro#ixzz2SJESRuze
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MENTRE L'ISLANDA SI PREPARA A DIRE " NO " ALL'UE, SENTIAMO COS'HA DA DIRE IL PRESIDENTE GRIMSSON

Pubblicato su 29 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Correva l’anno 2007 e nel mondo le cose andavano avanti. L’ONU stilava la sua annuale graduatoria dell’Indice di sviluppo umano e la medaglia d’oro di questa graduatoria andava a un’isola del Mare del Nord abitata da circa 300mila abitanti, ovvero l’Islanda.

 

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Sì, stando alle sirene onusiane, alle agenzie di rating e ai media non c’era posto migliore in cui vivere dell’Islanda. Il settore finanziario deregolamentato e liberalizzato agli albori del millennio aveva creato un benessere mai visto prima in quella terra fredda e isolata dal resto del mondo. Ma quando nel settembre del 2008 Lehman Brothers, dotata di valutazione AAA secondo le tre Parche del rating, dichiara il proprio fallimento, il sogno islandese finisce bruscamente. Di colpo infatti l’Islanda scopre di essere seduta su un vulcano ben più pericoloso ed esplosivo di tutti i suoi celebri geyser messi insieme. Le tre banche, che con politiche finanziarie allegre e credito facile avevano aiutato il boom dell’isola di ghiaccio, Landisbanki, Kaupthing e Glitnir, si ritrovano al collasso e vengono nazionalizzate, mentre la libera circolazione dei capitali viene temporaneamente limitata.

L’Islanda, la perla del Nord si ritrova a chiedere un prestito al Fondo Monetario come un qualsiasi paese africano. Il sogno islandese diventa un incubo. Oggi però, a cinque anni di distanza dall’apocalisse, l’Islanda pare essere uscita dal tunnel. L’isola di ghiaccio, devastata dai disastri della cieca cupidigia di banchieri e speculatori, sembra si stia avviando verso un nuovo inizio.

L’economia islandese è ben lontana dai fasti del 2007, ma cresce del 2% l’anno e la disoccupazione, schizzata dal 3 all’8% dopo la crisi, è ora in calo intorno al 5%. Nell’indice di sviluppo umano l’Islanda, crollata dal primo al diciasettesimo posto, è ora risalita in quattordicesima posizione. Come abbiamo detto l’isola di ghiaccio è ben lontana dal tenore di vita precedente alla crisi, ma con forza ed orgoglio è riuscita a rialzarsi e ora può guardare al futuro con cauto ottimismo, consapevole che la lezione è stata appresa e che certi errori non saranno ripetuti. Ma cosa ha reso possibile per Reykjavik uscire dalla crisi economica? Perché l’Islanda ce l’ha fatta e l’Europa è invece ancora impantanata nel disastro?

Molte versioni, spesso discordanti tra loro, sono rimbalzate nella rete in questi anni riguardo l’Islanda e quanto accaduto, io credo che sia meglio sentir parlare chi è stato tra i protagonisti della risoluzione della crisi dell’isola di ghiaccio, ovvero il presidente della repubblica Olafur Grimsson, diventato celebre nella rete per aver posto il veto ai due piani di rimborso del debito del conto “Icesave”, un fondo creato da Landisbanki, verso investitori inglesi e olandesi. Questa è un’interessate intervista, rilasciata dal presidente Grimsson a febbraio al sito francese “Rue 89” (di cui qui ho trovato una traduzione in italiano) in cui quello che per molti nella blogosfera è diventato un eroe, ripercorre i passaggi e dice la sua su come l’Islanda è riuscita a oltrepassare la terribile crisi finanziaria che la attanagliava.

di Pascal Riché – Rue89.

Björk non era la sola star islandese in tournée in Francia, questa settimana. Il presidente del paeseÓlafur Ragnar Grímsson, 69 anni, era in visita ufficiale, con l’aureola dei successi islandesi contro la crisi, nonché del ruolo che ha giocato in questa correzione di rotta spettacolare con cui ha deciso, in due riprese, di consultare il popolo via referendum.  Ha incontrato per 35 minuti François Hollande. Si dice che abbiano parlato di tre questioni: «La ripresa economica in Islanda e le lezioni da trarne; la cooperazione economica nell’Artico e l’esperienza islandese in materia di geotermia – che assicura il 90% del riscaldamento degli abitanti – e come potrebbe essere sviluppata in Francia». Il presidente islandese, attualmente al suo quinto mandato, cammina sopra una piccola nuvola. Quattro anni dopo l’esplosione delle banche islandesi, il suo Paese è ripartito più forte della maggior parte degli altri in Europa, e ha appena vinto una battaglia davanti alla giustizia europea. Lo Stato islandese - ha giudicato la corte dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) a fine gennaio, era nel suo diritto quando si è rifiutato di rimborsare i risparmiatori stranieri che avevano piazzato i propri soldi presso le sue banche private.

 

Rue89: Ha richiamato assieme a François Hollande le lezioni da trarre dalla correzione di rotta islandese. Quali sono?

 

Ólafur Ragnar Grímsson: Se fate un paragone con quanto è successo in altri paesi dell’Europa, la riuscita esperienza islandese si è avverata in modo diverso su due aspetti fondamentali.

Il primo, consiste nel fatto che noi non abbiamo seguito le politiche ortodosse che da trent’anni in qua si sono imposte in Europa e nel mondo occidentaleNoi abbiamo lasciato che le banche fallissero, non le abbiamo salvate, le abbiamo trattate come le altre imprese. Abbiamo instaurato dei controlli sui cambi. Abbiamo cercato di proteggere lo stato previdenziale, rifiutandoci di applicare l’austerità in modo brutale.

Seconda grande differenza: abbiamo subito preso coscienza del fatto che questa crisi non era solamente economica e finanziaria. Era anche una profonda crisi politica, democratica e perfino giudiziariaCi siamo quindi impegnati in riforme politiche, riforme democratiche, e anche riforme giudiziarie [un procuratore speciale, dotato di una squadra, è stato incaricato di investigare sulle responsabilità della crisi, ndr]. Questo ha permesso alla nazione di affrontare la sfida, in modo più ampio e più globale rispetto alla semplice attuazione di politiche finanziarie o di bilancio.

 

 LIslanda ha 320mila abitanti. Queste politiche sono esportabili in paesi più grandi, come la Francia?

 

Innanzitutto, esito sempre nel dare raccomandazioni concrete ad altri paesi, perché ho sentito una caterva di pessime raccomandazioni propinate al mio!

Quel che posso fare, è semplicemente descrivere ciò che l’Islanda ha fatto, così ognuno può trarne le sue proprie lezioni. Ma è chiaro che molte delle scelte che noi abbiamo fatto potrebbero essere fatte in altri paesi. Per esempio, guardarsi bene da un’austerità troppo rigida.

 

 Quindi avete perseguito una politica di austerità rigidissima…

 

Senz’altro. Ma uno degli assi delle politiche ortodosse sta nel tagliare aggressivamente le spese sociali. Non è quel che abbiamo fatto. Abbiamo invece protetto i redditi più modesti.

L’ approccio ampio alla crisi – politico e giudiziario – può essere seguito anche in altri paesi oltre all’Islanda. La misura che è impossibile applicare in Francia, così come in altri paesi della zona euro, è evidentemente la svalutazione monetaria.

 

 Per quanto riguarda il non aver salvato le banche, lIslanda aveva davvero scelta? Sarebbe possibile lasciar affondare le grandi banche europee?

 

Le nostre banche erano importanti. Pesavano dieci volte la taglia della nostra economia. Io non dico che la dimensione non conti, ma se la si mette in termini di dimensioni, allora chiedetevi: il Portogallo è un paese grande o piccolo?  La Grecia è un paese grande o piccolo?

Se avessimo potuto fare altra cosa piuttosto che lasciare che le nostre banche fallissero, questo è un dibattito ancora aperto. In ogni caso tutto ciò corrispondeva a una scelta. Quelle banche erano private: perché mai delle imprese nel settore bancario dovrebbero essere trattate in modo diverso da altre aziende private di altri settori come le tecnologie informatiche, internet, le compagnie aeree? Queste imprese sono indispensabili alle nostre società, eppure lasciamo che falliscano. Anche le compagnie aeree. Perché mai le banche sono trattate come dei luoghi santi?

 

 La risposta tradizionale è che il loro fallimento possa trascinarne altri e mettere in ginocchio il sistema finanziario: c’è un rischio “sistemico”.

 

Sì, questa è l’argomentazione che viene avanzata; eppure badate a cosa è successo in Islanda con il caso IcesaveIl governo britannico e quello dei Paesi Bassi, sostenuti dall’Unione Europea, pretendevano che i contribuenti islandesi rimborsassero i debiti di questa banca privata, anziché lasciare che il liquidatore fosse il responsabile di tali debiti. A quel punto ho fatto fronte a una scelta: era il caso di sottoporre la questione a referendum? Un esercito di esperti e di autorità finanziarie mi dicevano: se voi autorizzate la gente ad esprimersi, isolerete finanziariamente l’Islanda per decenni. Uno scenario catastrofico senza fine… Ero davanti a una scelta fondamentale: da una parte gli interessi della finanza, dall’altra la volontà democratica del popolo. E io mi son detto: la parte più importante della nostra società – e l’ho detto anche ai nostri amici europei – non sono mica i mercati finanziari. È la democrazia, sono i diritti umani, lo Stato di diritto.

Quando siamo di fronte a una profonda crisi, sia quella islandese sia quella europea, perché non ci dovremmo lasciar guidare sulla via da seguire dall’ elemento più importante della nostra società? Ed è quel che ho fatto. Dunque abbiamo indetto due referendum. Nel primo trimestre dopo il referendum, l’economia è ripartita. E in seguito la ripresa è continuata. Ora abbiamo un tasso di crescita annuale del 3%, uno dei più elevati in Europa. Abbiamo un tasso di disoccupazione del 5%, uno dei tassi più bassi. Tutti gli scenari dell’epoca, di un fallimento del sistema, si sono rivelati fasulli. Il mese scorso c’è stato l’epilogo: l’EFTA ci ha dato ragione. Non solo la nostra decisione era giusta, era democratica, ma era anche giuridicamente fondata. I miei amici europei dovrebbero riflettere su tutto questo con uno spirito aperto: come mai erano loro in errore politicamente, economicamente e giuridicamente? L’interesse di porsi questa questione è più importante per loro che non per noi, perché continuano, loro, a lottare contro la crisi applicando a se stessi certi principi e certi argomenti che usavano contro di noi.

Il servizio che può rendere l’Islanda è dunque quello di essere una sorta di laboratorio, che aiuta i Paesi a rivedere le politiche ortodosse fin qui da essi seguite. Io non vado certo a dire alla Francia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo o l’Italia: fate così, fate cosàMa la lezione dataci dall’esperienza da questi quattro anni in Islanda è che gli scenari allarmisti, delineati come delle certezze assolute, erano fuori bersaglio.

 

 LIslanda è diventata un modello, una fonte di speranza per una parte dellopinione pubblica, specie la sinistra anticapitalista. La cosa le fa piacere?

 

Sarebbe un errore interpretare la nostra esperienza attraverso una vecchia chiave di lettura politicaIn Islanda i partiti di destra e di sinistra sono stati unanimi sulla necessità di proteggere il sistema sociale. Nessuno, né a destra né al centro, ha difeso quelle che voi definireste come “politiche di destra”.

 

 È la via nordica...

 

Sì, è la via nordica. E se osservate cosa è accaduto nei Paesi nordici in questi ultimi 25 anni, hanno tutti conosciuto delle crisi bancarie: Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca e infine Islanda, dove sempre abbiamo un momento di ritardo. La cosa interessante è che tutti i nostri paesi si sono ripigliati relativamente presto.

 

 Rimpiange di aver incoraggiato lei stesso la crescita della banca negli anni 2000? All’epoca, lei paragonava lIslanda a una nuova Venezia o Firenze?

 

Fra l’ultimo decennio del XX secolo e i primi anni del XXI, si sono sviluppate imprese farmaceutiche o di ingegneria, tecnologiche, bancarie e hanno procurato ai giovani islandesi istruiti, per la prima volta nella nostra storia, la possibilità di lavorare su scala globale senza dover lasciare il proprio Paese.

Anche le banche facevano parte di questa evoluzione. Se la cavavano bene. Nel 2006 e nel 2007, abbiamo sentito le prime critiche. Io mi sono chiesto a quel punto: cosa dicono mai le agenzie di rating? Redigevano per le banche islandesi un ottimo certificato di salute. Le banche europee e americane facevano tutte affari con le nostre banche e desideravano farne sempre di più!

Le agenzie di rating, le grandi banche, tutti in generale, avevano torto. E anche io. È stata un’esperienza costosa, che il nostro Paese ha pagato pesantemente: abbiamo conosciuto una grave crisi, delle sommosse… Ce ne ricorderemo a lungo. Oggi il pubblico continua ad ascoltare le agenzie di rating. Bisognerebbe chieder loro: se vi siete sbagliate così tanto sulle banche islandesi, perché dovreste avere ragione oggi sul resto?

 

 Quelle che lei definisce “sommosse”, non fanno forse parte del necessario “approccio politico” alla crisi, da lei descritto un instante fa?

 

Non la direi in questa maniera. L’Islanda è una delle democrazie più stabili e sicure al mondo, con una coesione sociale solida. E tuttavia, a seguito del fallimento finanziario, la polizia ha dovuto difendere giorno e notte il Parlamento, la Banca Centrale e gli uffici del Primo Ministro… Se una crisi finanziaria può, in un lasso di tempo brevissimo, far precipitare un tale paese in una così profonda crisi politica, sociale e democratica, quali potrebbero essere le sue conseguenze in paesi che abbiano un’esperienza più corta di stabilità democratica? Posso dirvi che durante le prime settimane del 2009, al mio risveglio, il mio cruccio non era quello di sapere se avremmo ritrovato o meno la strada per la crescita, bensì quello di sapere se non avremmo assistito al crollo della nostra comunità politica stabile, solida e democratica.

Ma noi abbiamo avuto la fortuna di poter rispondere a tutte le domande dei manifestanti: il governo è caduto, sono state organizzate delle elezioni, sono state sollevate dall’incarico le direzioni della Banca Centrale e dell’autorità di sorveglianza delle banche, abbiamo istituito una commissione speciale d’inchiesta sulle responsabilità, ecc.

C’è un’idea, diffusa nelle società occidentali, secondo cui i mercati finanziari devono rappresentare la parte sovrana della nostra economia e dovrebbero essere autorizzati a ingrandirsi senza controllo e nella direzione sbagliata, con l’unica responsabilità di fare profitti e svilupparsi… Ebbene, questa visione è pericolosissima. Quel che ha dimostrato l’Islanda è che quando un tale sistema ha un incidente, fa derivare tragiche conseguenze politiche e democratiche.

 

 In questo approccio politico, un progetto di nuova Costituzione è stato elaborato da unassemblea di cittadini eletti. Sembra che per il Parlamento non sia urgente votarlo prima delle elezioni del 17 aprile. Pensate che questo progetto abortirà?

 

La Costituzione attuale ha giocato il suo ruolo nella crisi: quello di far tenere delle elezioni e indire dei referendum… Questo non vuol dire che sia perfetta, essa può essere migliorata.

Con la crisi, il bisogno di rinnovare il nostro sistema politico ha trovato una sua espressione. Si è dunque attivato un processo di riforma costituzionale assai innovativo: è stata eletta un’assemblea di cittadini, i cittadini sono stati consultati via internet… ma, secondo me, non hanno avuto abbastanza tempo: appena quattro mesi.

Solo dei superuomini avrebbero potuto realizzare un testo perfetto in soli quattro mesi.

In questi ultimi sei mesi, c’è stato un dibattito in Parlamento, con dei propositi… il Parlamento adotterà forse certe misure, o forse si accorderà su un modo di proseguire il processo, o adotterà una riforma più completa.

Nessuno lo sa.

 

 La svalutazione ha aiutato la ripresa dell’Islanda. Lidea di raggiungere un giorno l’euro è stata scartata per sempre?

 

La corona è stata una parte del problema che ha portato alla crisi finanziaria, ma è stata anche una parte della soluzione: la svalutazione ha reso i settori dell’esportazione (pesca, energia, tecnologie…) più competitivi, così come il turismo, certamente.

C’è una cosa di cui non si è ancora preso bene coscienza nei paesi dell’Europa continentale : i Paesi del Nord dellEuropa – Groenlandia, Islanda, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Svezia - non hanno adottato leuro, a parte la Finlandia. Nessuno di questi Paesi si è unito alleuro. E comparativamente, questi Paesi si sono comportati meglio, economicamente, durante gli anni successivi alla crisi del 2008, dei paesi della zona euro, eccetto la Germania.

È quindi piuttosto difficile sostenere che l’adesione all’euro sia una condizione indispensabile per il successo economico. Da parte mia, non vedo nessun nuovo argomento che possa giustificare l’adesione dell’Islanda all’euro.

 

 Banche addio… oppure i giovani islandesi che abbiano fatto studi superiori vi troveranno un impiego?

 

Le banche, che siano in Islanda o all’estero, sono diventate delle imprese molto tecnologiche, che danno lavoro a numerosi ingegneri, informatici e matematici. Attraggono talenti da settori innovativi, quali le alte tecnologie o le tecnologie dell’informazione.

Dopo la caduta delle banche, questi talenti si sono ritrovati sul mercato del lavoro. In sei mesi, avevano tutti trovato lavoro … E le imprese tecnologiche o di design hanno avuto un rapidissimo sviluppo nel corso degli ultimi tre anni. Centinaia di nuove aziende sono state create. Sono ben lieto di constatare che le giovani generazioni hanno risposto alla crisi in modo molto creativo.

Morale della favola: se volete che la vostra economia sia competitiva nel settore delle tecnologie innovative, il fatto di avere un grosso settore bancario, ancorché capace di notevoli prestazioni, è una cattiva notizia.

 

E questo è quanto, e a parlare non è qualche complottista paranoico, ma un capo di stato democraticamente eletto. Il presidente Grimsson in questa intervista ha toccato diversi punti caldi e smentito luoghi comuni a raffica. In particolare esprime posizioni scettiche sull’Euro e sull’adesione dell’Islanda all’Unione Europea. E proprio questo argomento, l’adesione all’Unione Europea, è stato l’argomento cardine della campagna elettorale che ha portato alle elezioni di oggi. Dopo la crisi finanziaria l’Islanda sembrava in procinto di aderire all’Unione Europea ma, visto che gli islandesi se la sono cavata benissimo da soli, le pratiche sono state congelate dal governo uscente. Se i sondaggi non sbagliano, alle elezioni odierne i primi due partiti saranno il Partito Progressista e il Partito dell’Indipendenza che probabilmente formeranno una coalizione di governo. Come in Italia insomma, direte voi, beh non esattamente. Perché in Italia i partiti si sono uniti al grido di “Ce lo chiede l’Europa” dietro un oscuro figuro, che quando s’è candidato alla guida del suo partito ha preso meno voti perfino di Rosy Bindi, che nel ’97 scriveva “Morire per Maastricht”. In Islanda invece i due maggiori partiti si uniranno al grido di “Europa? No grazie, qui ce la caviamo da soli!” e come primo atto di governo getteranno in un geyser le trattative con l’idra di Bruxelles. Ah, avercelo noi un Grimsson come capo dello stato al posto di Giorgio “L’URSS ha contribuito alla pace nel mondo” Napolitano.

Johnny 88

Tratto da: http://www.scenarieconomici.it/mentre-lislanda-si-prepara-a-dire-no-allue-sentiamo-cosha-da-dire-il-presidente-grimsson/

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DIARIO DI UN SACCHEGGIO: ECCO COSA VUOLE VERAMENTE DA NOI LA GERMANIA

Pubblicato su 28 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Qualche settimana fa, un po’ per caso e un po’ per curiosità, sono venuto a conoscenza di una notizia che mi ha parecchio colpito: l’associazione Eures Germania in accordo con quella italiana aveva organizzato un lungo tour in giro per la penisola per reclutare giovani lavoratori qualificati.
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Il suggestivo nome di questa selezione a domicilio era “Job of my life” e ha toccato le più importanti città italiane: Roma, Napoli, Milano, Bologna, Torino, Genova, Bari, Lecce, Padova, Verona, Catania. Durante il giro sono state raccolte circa 6.300 candidature, in particolare di ingegneri e tecnici specializzati fra i 18-35 anni, da proporre alle maggiori aziende tedesche. Il reclutamento non garantiva il posto di lavoro fisso ma solo la promessa che anche in caso di momentanea bocciatura i ragazzi sarebbero stati inseriti in un database, in attesa della fatidica chiamata dalla Germania. Analoghi programmi di selezione di giovani disoccupati di elevata formazione e specializzazione sono stati organizzati pure in IrlandaSpagnaPortogallo. Ovvero nei paesi che sono stati più danneggiati dall’atteggiamento competitivo della Germania, che ha saputo meglio sfruttare le dinamiche di squilibrio commerciale e finanziario messe in moto dalla moneta unica.


Intendiamoci, questi progetti di cooperazione internazionale e di scambio di competenze e conoscenzesono molto interessanti ed efficaci, ma solo quando presentano caratteristiche di reciprocità, multilateralità e non sono a senso unico: dai paesi poveri e disastrati verso l’unica nazione ricca e vincente, e mai viceversa. Perché, allo stesso modo di ciò che accade con lo scambio delle merci e dei capitali, si verrebbe a creare all’interno dell’eurozona uno sbilanciamento di forza lavoro qualificata a vantaggio dell’unico grande paese in surplus e a svantaggio di quelli in deficit. Condannando in pratica questi ultimi alla regressione produttiva e alla marginalizzazione nei settori a scarso valore aggiunto e innovativo. E questa è solo l’ultima sfaccettatura del saccheggio in corso, che sta avvenendo in tempo reale, sotto i nostri occhi. Mentre noi siamo impegnati ad assistere alla seconda elezione di re Giorgio Napolitano II e all’imminente insediamento del prossimo governo Amato, personaggi cioè che sono stati tra i principali artefici della distruzione del tessuto produttivo e sociale italiano, fin dai tempi dell’ingresso dell’Italia nello SME del 1979, e oggi hanno il compito specifico di difendere e tutelare la classe politica corresponsabile del disastro. Gli italiani sono talmente illusi e imbesuiti da credere che coloro che hanno “scientemente” spinto il paese verso il baratro siano gli stessi a farlo riemergere dagli abissi: misteri della fede. Dove arriva l’idolatria mistica, la ragione per forza di cose deve arretrare.   

 


Grazie ai benefici acquisiti con l’introduzione dell’euro, che annullando la normale fluttuazione dei tassi di cambio ha cancellato di colpo l’unico strumento di difesa delle economie deboli nei confronti di quella forte, la Germania ha di fatto stravolto gli equilibri politici-economici fino ad allora esistenti in Europa, diventandol’unico paese egemone in mezzo ad una serie di paesi cuscinetto o colonie. E ben consci di questo ruolo, i tedeschi non hanno più alcun imbarazzo e pudore a comportarsi come un paese di conquistatori ed invasori: in attesa di mettere le mani sugli ultimi pezzi pregiati aziendali e patrimoniali dell’Italia, la Germania si porta via le nostre migliori competenze tecniche disponibili, formate grazie ai sacrifici delle famiglie italiane e agli investimenti nel nostro sistema scolastico statale o privato. Noi seminiamo e i tedeschi raccolgono i frutti. E c’è una ragione precisa che spinge i tedeschi alla ricerca disperata di nuova manodopera qualificata: mentre nell’eurozona continua ad aumentare il numero di persone in età da lavoro, in Germania invece diminuisce progressivamente. Come si può vedere nel grafico sotto, la forza lavoro della Germania fra i 15 e i 64 anni si è ridotta del 2% negli ultimi undici anni, al contrario della media dell’intera zona euro, dove è aumentata del 7%.




Questo potrebbe anche essere uno dei motivi che spiega i livelli record di bassa disoccupazione della Germania, rispetto alla crescita che si registra nell’eurozona, dove gli ultimi dati confermano la salita del tasso di disoccupazione fino al 12%. Da notare poi che i tedeschi non cercano manodopera generica, perché questa può essere reperita a buon mercato tra le folte schiere degli immigrati che arrivano dall’Est Europa, dalla Turchia o dall’Africa, ma persone molto istruite e specializzate, che in qualunque paese rappresentano il serbatoio principale da cui partire per costruire la futura classe imprenditoriale e dirigente: un paese senza quadri e competenze è un paese senza futuro. E questo la Germania pare saperlo bene, mentre l'Italia crede ancora che costringere i nostri migliori cervelli alla fuga e tenersi la feccia sia una mossa furba che ci concede onere e lustro in  tutto il mondo. Ripetiamo che mandare i nostri ragazzi in Germania a farsi le ossa e l’esperienza potrebbe essere un grande vantaggio per noi in un’ottica di lungo periodo (sperando che un giorno l’Italia riesca ad uscire dai pantani e una parte di questi ragazzi possa rientrare in patria con un notevole bagaglio di conoscenze e know how), ma in una fase di crisi come questa risulta solo l’ultimo affronto che i tedeschi hanno fatto al presunto spirito di cooperazione e collaborazione che “dovrebbe” animare questa strampalata unione monetaria. Invece di aiutare la ripresa delle aziende italiane, la Germania non solo ostacola tutti i piani di politica economica espansiva che potrebbero favorire la crescita, ma preferisce addirittura dare il colpo di grazia agli storici concorrenti privandoli della linfa vitale che assicura l’operosità, il rinnovamento, la creatività e il ricambio generazionale delle nostre aziende.


Quelli che ancora credono al sogno europeo, alla chimera degli Stati Uniti d’Europa che fino ad oggi è servita a confondere e depistare gli allocchi di turno, dovrebbero dare un’occhiata alla lunga lista di svendite di pezzi importanti della nostra industria nazionale che si è ampliata senza sosta in questi ultimi anni, per capire meglio la portata della catastrofe economica in cui ci siamo volontariamente impelagati. Nel nome del liberismo selvaggio e dell’apertura incondizionata ai “mercati”, di indirizzi cioè di politica economica più che mai discutibili e anacronistici che in misura così sconsiderata e scriteriata hanno contagiato soltanto i paesi dell’eurozona, mentre il resto del mondo si è guardato bene da seguire alla lettera i dettami di questascellerata dottrina accademica-teologica (i cui dogmi, come abbiamo visto, sono basati perlopiù damanipolazioni e strumentalizzazioni dei dati reali) e ha adottato misure più o meno protezionistiche per difendere il proprio tessuto economico nazionale. Curiosa poi la circostanza che mentre i francesi hanno fatto incetta di tutto ciò che si poteva razzolare in Italia, dalla grande distribuzione all’energia, i tedeschi si sono limitati ad acquisire marchi di prestigio (come per esempio Ducati) dall’elevato grado di innovazione tecnologica, dalla diffusa riconoscibilità a livello internazionale e dalla spiccata tendenza a penetrare nei mercati esteri. Strategia questa che conferma ciò che abbiamo prima detto: la Germania si propone di diventare l’unico polo industriale sviluppato d’Europa, dedicato principalmente alle esportazioni, lasciando ai paesi della periferia il compito di produrre a buon prezzo la componentistica e i beni a basso o nullo contenuto tecnologico (le viti e i bulloni, per intenderci).


Ma c’è un altro aspetto inquietante di tutta la vicenda: la svendita a prezzi di realizzo del patrimonio demaniale dello stato. Mentre in Italia i progetti del ministro Grilli di svendere e privatizzare circa 15-20 miliardi di beni pubblici all’anno (comprese le partecipazioni in aziende come Eni, Enel, Finmeccanica), procedono piuttosto a rilento, in Grecia i programmi vanno avanti rapidamente, a causa delle scadenze di rimborso delle rate dei piani di salvataggio garantiti dalla trojka FMI, BCE, UE. In tutto sono in vendita in questo momento circa 70.000 lotti, che comprendono distese di coste incontaminate, porti turistici, bagni termali, stazioni sciistiche e intere isole. Persino le quote del monopolio statale sul gioco d’azzardo sono in vendita al migliore offerente. L’isola di Rodi che per un terzo è ancora di proprietà dello stato è già per gran parte all’asta e a questa frenetica vendita ad incanto partecipano un po’ tutti, dall’emiro del Quatar, agli immancabili oligarchi russi fino ai soliti tedeschi e francesi. Si tratta in pratica di un’espropriazione forzosa di un pezzo di storia dell’antica e millenaria civiltà greca, che aveva insegnato alle generazioni successive cosa siano la democrazia, l’etica, i pilastri su cui si regge un buon governo. Parole al vento, stuprate dall’ingordigia del denaro e dal meccanismo infernale del debito senza fine, che si perpetua nel tempo senza alcuna soluzione di continuità.


Ma se Rodi è in procinto di essere colonizzata senza armi dagli invasori stranieri, Corfù è già di fatto un resortdella famiglia di banchieri internazionali dei Rothschild, che ambisce a mettere le mani anche sullo storico palazzo reale dell’isola. A proposito di palazzi, la Grecia ha anche messo in vendita il colossale palazzo del Ministero della Cultura ad Atene, il quartier generale della polizia, gli edifici che ospitano i ministeri della salute, dell’istruzione, della giustizia e persino l’ambasciata greca in Holland Park a Londra, alla modica cifra di 22 milioni di sterline. Una pessima idea quella di coprire un debito a breve e medio termine con la vendita di beni immobiliari, su cui successivamente si dovrà pagare un flusso costante di affitti ai privati. Lo stato si priva a prezzi di svendita di un asset di proprietà, che a parte la manutenzione periodica non comporta alcun costo, aprendo le casse a delle spese immediate che molto probabilmente causeranno la nascita di nuovo debito a breve e medio termine, che con il passare del tempo e l’alienazione di tutti i beni immobiliari e strumentali, sarà sempre più difficile da rimborsare. Una pazzia contabile e fiscale bella e buona, che però rappresenta uno dei principi fondanti di questa sciagurata e disgraziata eurozona: le privatizzazioni sono infatti un prerequisito essenziale per ricevere i fondi di salvataggio, senza i quali la Grecia dovrebbe immediatamente dichiarare default e uscire dalla zona euro. Un ricatto in pieno stile mafioso, tipico delle peggiori e più spietate organizzazioni criminali.


Tuttavia, la propaganda mediatica e il terrorismo psicologico che agisce a pieno regime in Grecia impedisce ai cittadini di capire che proprio l’uscita dall’euro potrebbe essere l’unica via d’uscita da questa tragedia nazionale, che ha trasformato un intero paese una volta democratico in un emporio a cielo aperto. E nonostante tutti sappiano che le privatizzazioni non riusciranno a risolvere i problemi strutturali della Grecia, si continua ad andare avanti verso il calvario, con i profittatori e gli speculatori di tutto il mondo pronti a fare affari sulle spalle di un popolo ormai stremato ed impotente. L’esempio della privatizzazione dell’acquaè lampante: dopo che il governo greco ha privatizzato la rete idrica, la qualità del servizio è scesa notevolmente ed è aumentato il prezzo di erogazione. E proprio sull’onda di questo fallimento annunciato, i sindacati e i lavoratori stanno attuando una strenua ed eroica resistenza per evitare che venga privatizzata la società ferroviaria pubblica Hellenic e la principale compagnia statale di produzione e distribuzione di energia elettrica, la Public Power Corporation. Probabilmente però le loro proteste rimarranno inascoltate, perché il governo di Samaras si muove ormai sul filo del rasoio e degli equilibrismi linguistici, puntando su uno stato permanente di emergenza e di paura.


Dall'inizio della crisi il debito pubblico è quasi raddoppiato raggiungendo la quota impressionante del 189% del PIL, e sconfessando bruscamente tutte le previsioni dei piani di austerità, che indicavano una progressiva discesa proprio a partire dal 2013. Negli ultimi tre anni sono stati persi posti di lavoro nel settore privato al ritmo di 1000 al giorno, e in cambio degli aiuti della trojka il governo Samaras si è impegnato a licenziare15.000 dipendenti pubblici entro quest’anno: cosa che nella migliore delle ipotesi provocherà un ulteriore crollo dei consumi e delle entrate tributarie, vanificando in pratica la riduzione della spesa pubblica per stipendi. A causa di continui errori nelle stime degli incassi dalle vendite, il governo ha mancato l’obiettivo di privatizzare €3 miliardi di beni pubblici lo scorso anno e per assicurare la trojka ha alzato il tiro per i prossimi anni: €11 miliardi di privatizzazioni entro il 2016 e €50 miliardi complessivi entro il 2019. In buona sostanza si tratta della più grande vendita all’ingrosso di un intero paese mai avvenuta nella storia, la quale creerà un precedente che deve fare riflettere soprattutto noi italiani, che potremo essere i prossimi ad essere spogliati di tutto il nostro patrimonio pubblico, con il solito becero conformismo e l’indifferenza con cui abbiamo accolto in passato simili operazioni di rapina ed espropriazione: è una necessità che ci impongono i “mercati” per evitare di finire come la Grecia e tutti sanno che il nostro stato (cioè noi stessi) è spendaccione e inefficiente, mentre i privati sono bravi, belli e produttivi. E sulla scia di questa scemenza collettiva, al grido di “viva lo stato minimo!” perorato da PD, PDL e persino dal Movimento 5 Stelle (il quale si renderà responsabile di questo scempio, quando gli italiani si accorgeranno che tutto ciò, tutta questa crisi, tutta questa sofferenza, erano fortemente “volute” e non frutto dell’ignoranza e dell’incompetenza), le nazioni forti, prima fra tutte la Germania, non solo si accaparreranno nel silenzio più assoluto gran parte del nostro patrimonio artistico, storico, ambientale, ma stanno già attivandosi per portarsi via la nostra stessa migliore manodopera qualificata.


 
E senza mezzi termini, quando uno stato diventa povero di proprietà e beni pubblici e privo di competenze tecniche (e anche umanistiche, giuridiche, “politiche”), è destinato prima o dopo a diventare una colonia, unanazione satellite, un paese del Terzo Mondo. E questo non lo diciamo solo noi bloggers di frontiera oeconomisti isolati qua e la in mezzo allo sterminato deserto dei Tartari italiano, ma tutti i maggiori analisti economici e finanziari del mondo (basta farsi un giro sui siti e sui giornali americani, inglesi, giapponesi, australiani, per capire di cosa stiamo parlando), non ultimo lo stesso premio Nobel per l’economia americanoPaul Krugman, che riferendosi proprio all’Italia e alla Spagna, aveva detto tempo fa: “Quello che è successo è che entrando nell’euro, la Spagna e l’Italia hanno ridotto loro stessi a paesi del Terzo Mondo, che prendono in prestito la moneta di qualcun’altro, con tutte le perdite di flessibilità che tale operazione comporta. In particolare, siccome i paesi dell’area euro non possono stampare moneta neanche in casi di emergenza, sono soggetti a interruzioni di finanziamenti, a differenza dei paesi che invece hanno mantenuto la propria moneta. Il risultato è quello che abbiamo tutti sotto gli occhi”.
Fonte: tempesta-perfetta.blogspot.it
 
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LA FRANCIA STAMPA EURO......PER GLI ALTRI INVECE....L'AUSTERITY

Pubblicato su 26 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

A seguito delle vicende della Grecia, di Malta e di Cipro e a fronte delle crisi economiche, sociali ed umane che hanno investito questi Paesi, siamo arrivati al punto di essere convinti almeno di una cosa: la BCE non si sposta di un millimetro dalla sua missione e non attua politiche di favoritismo per nessuno, mantenendo fede alla suo ruolo super partes e alla sua indipendenza.

 

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Siamo davvero sicuri?            

Il dubbio ci sale leggendo un articolo del giornale on-line tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten che sostiene che la BCE, nella figura del suo Governatore Mario Draghi, abbia concesso alle banche francesi, non alla Francia intesa come Paese, il diritto di stampare moneta; arrivando finalmente a ricoprire lo stesso ruolo della FED negli USA.

Ma andiamo con ordine.

Verso la fine del 2011 la BCE, per far fronte alla crisi di liquidità in cui erano finite le banche europee che detenevano molti titoli “tossici” dei Paesi colpiti dalla crisi del debito, ha dato via al piano di rifinanziamento a lungo termine (LTRO). source

Secondo questo piano le banche potevano ricevere dei finanziamenti a tassi d’interesse relativamente bassi in cambio di obbligazioni governative, titoli di stato, compresi quelli senza valore, come quelli greci ad esempio.

Questa operazione è stata effettuata in due tranche:

il 22 dicembre 2011, quando 523 banche hanno partecipato all’asta LTRO richiedendo 489,191 miliardi di euro;

il 29 febbraio 2012, quando 800 banche hanno partecipato all’asta LTRO, richiedendo 529,53 miliardi di euro.

Tra queste banche naturalmente c’erano anche banche francesi che hanno beneficiato di questi prestiti. Come sottolinea il quotidiano tedesco: “Da molto tempo le principali banche francesi come Societe Generale, Credit Agricole e BNP Paribas sono al centro dei mercati obbligazionari. Come riporta Bloomberg, solo il Crédit Agricole ha dovuto svendere l’anno scorso beni per 3,5 miliardi di euro”. Oltre a questa fonte di flusso di liquidità, le banche francesi hanno potuto avvalersi di un mercato parallelo, fonte quasi inesauribile di finanziamento, il cosiddetto mercato STEP (Short Term European Paper). 

Ma cos’è il mercato STEP..?

Si tratta di: “un mercato commerciale praticamente senza regole, dove vengono immesse obbligazioni societarie e bancarie a breve termine. Qui le obbligazioni negoziate hanno un volume di circa 440 miliardi di euro. Dire che il mondo bancario francese si è ulteriormente sviluppato è estremamente creativo e ora si permette, attraverso il mercato STEP, di ricorrere ad un programma completamente nuovo, sia per la creazione di credito a breve termine, sia per una licenza molto specifica di stampare denaro.”

Questo mercato inoltre è molto pericoloso in quanto è fuori dalla Borsa e quindi con nessuna trasparenza, è orientato solo verso il sistema bancario francese e le banche francesi sono ricche di obbligazioni STEP presso la Banque de France, che a sua volta presenta rischi di default legati alle obbligazioni STEP versate come garanzia presso la BCE.

Ma questi soldi che fine faranno? Verranno iniettati nell’economia reale francese garantendo credito alle imprese e alle famiglie? Non si può che essere scettici al riguardo, è più facile pensare che queste iniezioni di denaro abbiano più a che fare con il trattato di Basilea III e l’obbligo delle banche di aumentare la riserva monetaria al 7% al posto del 2% come avveniva fino a ora, e come avverrà fino al 2019 data d’entrata in regime ufficiale.

Questa anomalia ha portato a delle conseguenze che non sono passate inosservate, almeno fuori dal nostro Paese. Il premio nobel Paul Krugman ha recentemente dedicato un’editoriale sul New York Times, notando come i tassi d’interesse sul debito pubblico francese fossero improvvisamente crollati all’1,72%; praticamente gli stessi degli USA. Krugman sottolinea che:“i mercati hanno concluso che la BCE non vuole, non può, lasciare la Francia a corto di denaro, senza la Francia non vi è più alcun euro-zona. Così per la Francia la BCE è inequivocabilmente disposta a giocare da buon prestatore di ultima istanza, fornendo liquidità. E questo significa che, in termini finanziari, la Francia è entrata nel club dei paesi avanzati che hanno le loro proprie valute e, pertanto, non possono rimanere a corto di soldi – un club i cui membri hanno costi finanziari molto bassi, più o meno indipendenti dai loro debiti e deficit.”

Quindi infine la lezione qual è? La BCE lascia fallire i Paesi periferici e i loro cittadini, condannandoli all’austerità ed ad una preoccupante escalation dal punto di vista sociale, mentre salva le banche dei Paesi “core”, seguendo passo passo le logiche del “too big to fail” che fanno tremare l’economia americana. E l’Italia? In mezzo, nel guado, ignara sul presente e sul suo futuro destino.

 

Pubblicato da TRADER & PASSION ... Ichimoku Kimko Hyo ... by Carlo SCALZOTTO

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GRECIA: CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER GLI INSOLVENTI

Pubblicato su 22 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

 

 

Il Governo Greco sta adattando un campo di addestramento militare vicino alla prefettura di Attica per “ospitare” i Greci insolventi! L’idea è quella di creare delle quasi-prigioni ovvero luoghi non così duri come la prigione (su questo è legittimo qualche dubbio) ma che comunque limitano la libertà dei cittadini.

Dovete sapere che a Febbraio scorso in Grecia è entrata in vigore una legge che impone il carcere per i debitori dello stato

 

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Quando leggerete questo post penserete ad un pesce di aprile in ritardo o ad uno scherzo di dubbio gusto. E invece no è tutto vero, la Grecia sta preparando campi militari (o meglio campi di concentramento) per confinare i “debitori dello stato”. come noto centinaia di migliaia di Greci hanno esportato capitali o li hanno trasformati in contanti (e metalli preziosi) in questi 4 anni, in pratica si sono spossessati del loro patrimonio in Grecia in modo da affrontare la bancarotta. Risultato: ci sono centinaia di migliaia di Greci che devono soldi allo Stato ma che risultano insolventi e non hanno patrimonio aggredibile dallo Stato Greco.

La Soluzione Finale Greca: Il campo di concentramento per i debitori!

Il Governo Greco sta adattando un campo di addestramento militare vicino alla prefettura di Attica per “ospitare” i Greci insolventi! L’idea è quella di creare delle quasi-prigioni ovvero luoghi non così duri come la prigione (su questo è legittimo qualche dubbio) ma che comunque limitano la libertà dei cittadini.

Dovete sapere che a Febbraio scorso in Grecia è entrata in vigore una legge che impone il carcere per i debitori dello stato:

Debts and Prison Penalties

Un debitore (dello Stato) che ha come debito;
5,000 euro può andare in prigione fino a 12 mesi

10,000+ euro – almeno 6 mesi

50,000+ euro – almeno un anno

150,000+ euro – almeno 3 anni

Oppure può decidere di rateizzare in 48 mesi, ma se salta una rata arriva la camionetta delle SS ooops volevo dire della polizia per portarti al campo di concentramento.

Formalmente il campo di concentramento vicino ad Attica viene costruito per offrire una “prigione più umana” ai debitori dello Stato, separandoli da assassini, spacciatori, stupratori, pedofili…. io però avrei qualche dubbio che ci sarà differenza anzi.

Non fatevi illusioni, Presto in Italia. Delocalizzate anche voi stessi se potete.

Da KeepTaking in Greece - traduzione a cura di N. Forcheri

Gradualmente, la Grecia scivola nella versione 21 secolo del sinistro e oscuro mondo di Charles Dickens: famiglie che bruciano la legna per scaldarsi, lavoratori che lavorano per niente, … e ciliegina sulla torta greca, prossimamente prigioni per gli insolventi! Quanto abbiamo riferito a gennaio diventa realtà: prigioni fiscali! Il governo cerca un campo militare per trasformarlo in prigione degli insolventi, nei confronti di fisco o di enti sociali, ad esempio.

Tuttavia, le condizioni di detenzione non saranno dure come quelle della prigione di Marshalsea dove ha passato molto tempo Willam Dorrit .

I detenuti debitori della Moderna Grecia, che devono allo Stato oltre 5000 euro, “vivranno in condizioni umane”, come riferito dal vice ministro della Giustizia al Parlamento martedì scorso.

“Lo Stato sta ricercando un campo militare entro i limiti della prefettura di Attica per ospitare i debitori di Stato che devono scontare una pena detentita” ha detto il vice ministro della Giustizia Kostas Karagounis ai deputati aggiungendo che la prigione speciale per i debitori offrirà condizioni di vita migliori, più umane.

Si, il fattore umano sarà che non saranno detenuti insieme ad assassini, spacciatori di droga e ladri.

Il progetto di costruzione delle prigioni fiscali è inevitabile dopo le decisioni pertinenti e le circolari emanate dal Ministero delle Finanze. A febbraio scorso il ministero ha deciso di imporre pene detentive ai debitori che devono allo Stato oltre  5,000 euro.   I debitori avranno la possibilità di pagare i debiti in rate, entro 4 mesi, prima di essere messi dietro le sbarre.

Il Ministero delle Finanze apparentemente considera le pene detentive come l’unico modo per costringere il piccolo diavolo in bancarotta a “dare allo Stato quello che appartiene allo Stato” foss’anche la tassa di emergenza sulla proprietà, la tassa di solidarietà e quella sul commercio, e altre tasse sul reddito che ammontino in totale a 5000 euro di debito, in due anni, inclusi gli interessi.

Debiti e Pene Detentive

Un debitore che deve:

5,000 euro, rischia una pena dententiva di massimo 12 mesi

10,000+ euro – almeno 6 mesi

50,000+ euro – almeno 1 anno

150,000+ euro – almeno 3 anni

Naturalmente lo Stato preferisce giungere a un accordo di massimo 48 rate in modo che i debitori possano pagare gradualmente le somme che devono.

Ma se non possono pagare? Se non hanno beni che lo Stato possa confiscare? Possono passare vari mesi nelle cosiddette  prigioni fiscali  e godere di condizioni umane…. 

In compagnia di pesci grossi, come uomini di affari che devono allo Stato vari milioni di euro o miliardi! Come l’uomo arrestato giovedì per un presunto debito allo Stato di 6,3 miliardi di euro, secondo quanto riferito da un media greco ……

Tratto da: stampalibera.com

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