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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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Arrestano agenti USA e israeliani che aiutano l'ISIS? Tutti zitti!

Pubblicato su 15 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

I grandi media ignorano la notizia sugli elementi operativi israeliani e statunitensi arrestati mentre aiutavano l'ISIS in Iraq

 
di Kurt Nimmo.
 
Un episodio emerso durante lo scorso settimana, riferito a consiglieri militari americani e israeliani che sono stati arrestati in Iraq mentre assistevano l'ISIS non è stato raccontato dai media dell'establishment.
Secondo l'agenzia irachena Sarma News e l'agenzia iraniana Tasnim News, i quattro consiglieri militari stranieri sono stati catturati durante un'operazione militare nel deserto Tal Abta, vicino alla città di Mosul, nella provincia settentrionale irachena di Ninive.
Tre degli arrestati avevano doppia cittadinanza USA-Israeliana e una quarta di un paese del Golfo Persico.
Giovedì Qasim al-Araji, il capo dell'Organizzazione Badr in Iraq, ha riferito al Parlamento di avere prove che gli Stati Uniti stiano armando l'Esercito Islamico, secondo un rapporto diffuso dal sito di lingua araba Almasalah.
«Quel che è importante è che gli USA inviano queste armi solo a quelli che collaborano con il Pentagono, e questo indica che gli Stati Uniti giocano un ruolo nella armare l'ISIS», hanno sostenuto i servizi segreti iracheni a dicembre.
Altri rifornimenti aerei in favore dell'ISIS da parte degli Stati Uniti sono stati totalmente omessi dai grandi mass media commerciali.
«In ultima analisi, se un pallet sia scivolato nella mani ISIS per puro caso in un recente rifornimento paracadutato è una questione controversa», scrive Tony Cartalucci. «Miliardi in contanti, armi, attrezzature e veicoli sono stati già forniti deliberatamente ai numerosi gruppi che ISIS rappresenta, come pianificato già nel 2007. L'ISIS è una creazione intenzionale da parte degli Stati Uniti nell'ambito del loro intento di esercitare un'egemonia regionale in Medio Oriente, e le atrocità dell'ISIS sono state previste molto tempo prima che i colpi iniziali fossero sparati nel 2011 nel conflitto siriano, assai anteriormente rispetto a quando il termine 'Stato Islamico' sarebbe diventato espressione corrente».
 
 
Traduzione per Megachip a cura di Ariel Pisanu.
Arrestano agenti USA e israeliani che aiutano l'ISIS? Tutti zitti!
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BAILOUT DEL FMI PER L’UCRAINA: PRENDERE SOLDI AI PENSIONATI GRECI E DARLI ALLA GAZPROM

Pubblicato su 15 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

FONTE: RUSSIA-INSIDER-COM 

I pensionati greci stanno pagando il FMI, che sta pagando Kiev, che sta pagando la Gazprom, che sta pagando Putin

A tutti quei Greci che si stiano chiedendo perché il loro governo 
stia saccheggiando le loro pensioni, per fare pagamenti regolari al FMI, ecco la risposta:


 

•    Il comitato che controlla il FMI ha siglato un programma di prestito in 4 anni da 17,5 miliardi di dollari a favore dell’Ucraina   

•    Il capo del FMI Lagarde sostiene che l’Ucraina ha iniziato a discutere con i detentori del suo debito pubblico per intavolare un programma di rientro a medio-termine

•    Lagarde dice che il programma ucraino è ambizioso, comporta dei rischi, ma dice che ci sono “discrete possibilità di successo”

•    Lagarde dice che l’Ucraina mostra forte propensione alle riforme
Detto ciò, ci sono dei rischi, ad esempio una guerra civile:

•    Lagarde sostiene che il conflitto nell’Ucraina dell’Est mette a repentaglio i prestiti
Ma va bene, dato che:

•    Lagarde dice che il cessate il fuoco di Minsk per ora sta tenendo.

Stranamente, non è ciò che gli USA hanno detto ieri ed oggi, quando hanno usato l’interruzione del cessate il fuoco come pretesto per inviare carri armati in Lituania e veicoli corazzati e droni in Ucraina.

Detto ciò, questa è una grande notizia per la Gazprom, alla quale sono stati assicurati i pagamenti per il gas da parte dell’Ucraina per gli anni a venire. L’unica domanda da porsi è quanto ci vorrà al governo fantoccio a drenare fondi in svariate società illegali e fondi offshore prima che il FMI debba fare un passo in dietro come con la Grecia per un bailout numero due.

Come promemoria, ecco cosa ha detto il FMI un mese fa quando il bailout da 17,5 miliardi di dollari è stato proposto per la prima volta:

Miss Christine Lagarde, Direttore del FMI, ha rilasciato la seguente dichiarazione oggi a Bruxelles, Belgio:

“Sono lieta di annunciare che il team del FMI che sta lavorando a Kiev ha raggiunto un accordo di base con il governo ucraino per un nuovo programma di riforme economiche che sarà supportato da un finanziamento di 17,5 miliardi di dollari dal FMI, oltre ad altre risorse da parte della comunità internazionale. Intendo raccomandare questo programma al comitato esecutivo del FMI. Questo nuovo accordo quadriennale supporterà immediatamente una stabilizzazione dell’economia ucraina, insieme ad una serie di sostanziose riforme che puntino a riportare una crescita a medio termine e a migliorare gli standard di vita per la popolazione ucraina.

È un programma ambizioso, un programma impegnativo e non è senza rischi, ma è al contempo un programma realistico e una sua implementazione efficace – dopo la valutazione e ratifica del comitato esecutivo – può rappresentare una svolta per l’Ucraina.

Ci sono svariate ragioni per le quali potrebbe avere successo:

In primis la provata volontà a riformare.

Negli scorsi anni, nonostante un ambiente complicato, le autorità ucraine hanno mostrato chiaramente la loro volontà a fare riforme in molti settori fondamentali. Hanno mantenuto una forte disciplina fiscale (un deficit del 4,6% del PIL nel 2014, contro un obiettivo del 5,8%), hanno adottato un regime di cambio flessibile e hanno significativamente aumentato il prezzo delle forniture domestiche di gas al 56% del prezzo di importazione e quello del riscaldamento a circa il 40% del prezzo di importazione nel 2014. In aggiunta, per la prima volta da molti anni a questa parte, hanno iniziato a rafforzare il sistema anticorruzione e la rete antiriciclaggio.

Secondo, le azioni dirette continueranno

Il governo è concentrato su azioni dirette in questo nuovo programma – tra cui ulteriori aumenti alle tariffe energetiche, ristrutturazione bancaria, riforma delle aziende statali e cambi nella legislazione per migliorare la lotta alla corruzione e riformare la giustizia. Questo programma necessiterà una forte determinazione delle autorità a riformare l’economia. Per supportare il cambiamento, specialmente per le classi più povere, verranno intraprese misure per rafforzare e targettizzare meglio la rete di sicurezza sociale.

Terzo, più forte supporto esterno

Il cambio nel programma di supporto del FMI (dallo Stand-by Arrangement all’ External Fund Facility) porterà più fondi, più tempo, più flessibilità e migliori condizioni finanziarie per sostenere il processo di riforme in Ucraina. Queste risorse del FMI saranno integrate da altri finanziamenti bilaterali e multilaterali. Inoltre, come già annunciato dal governo ucraino, è intenzione intavolare trattative con i detentori del debito estero per ottenere una sostenibilità a medio termine. Considerando tutte queste fonti messe assieme, si otterrà un pacchetto totale di finanziamenti stimato in circa 40 miliardi di dollari per i prossimi 4 anni.

In breve, questo nuovo programma offre una grande opportunità all’Ucraina di guardare avanti con la sua economia in questo momento critico della storia nazionale. Benché questo programma sia strutturato e forte, è comunque soggetto a rischi. Il rischio più grande, ovviamente, è legato agli sviluppi geopolitici che potrebbero avere conseguenze il mercato e la fiducia degli investitori. Per questa ragione, il programma è basato su fondamenti macroeconomici conservativi che mitighino ancor di più l’impatto del conflitto nella zona orientale.

Ovviamente la risoluzione del conflitto, fondamentale per la popolazione, rafforzerebbe e velocizzerebbe il processo di stabilizzazione economica e crescita”

Ricapitolando: I pensionati greci stanno pagando il FMI, che sta pagando Kiev, che sta pagando la Gazprom, che sta pagando Putin

Fonte: http://russia-insider.com/
Link: http://russia-insider.com/en/2015/03/12/4381
12.03.2015

 

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Zero Hedge

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org - Traduzione: Franco

BAILOUT DEL FMI PER L’UCRAINA: PRENDERE SOLDI AI PENSIONATI GRECI E DARLI ALLA GAZPROM
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Divieto di entrata in Venezuela per George W. Bush e Dick Cheney

Pubblicato su 14 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

L'ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, il suo vice Dick Cheney e i membri Repubblicani del congresso statunitense Ileana Ros-Lehtinen, Robert Menendez, e Marco Rubio non potranno più mettere piede in Venezuela.

Il governo guidato da Nicolas Maduro, successore di Hogo Chavez, ha infatti etichettato come “terroristi” alcuni tra gli (ex) uomini più potente del mondo. L'ex inquilino della Casa Bianca non potrà più ottenere un visto per entrare in territorio venezuelano per aver violato i diritti umani e “bombardato i villaggi di Iraq e Afghanistan”.

La misura, che ha un carattere prevalentemente simbolico, vuole inviare un chiaro e netto segnale ai diplomatici degli Stati Uniti, recentemente accusati di stare architettando un golpe a Caracas.

In questo quadro il governo venezuelano ha annunciato che i cittadini statunitensi saranno obbligati a ottenere un visto per entrare nel paese. Si tratta - ha spiegato Maduro - “di una misura di reciprocità: ora tutti gli americani dovranno pagare una tassa per ottenere il visto pari a quella che un venezuelano paga per potersi recare negli Stati Uniti”. 

Il successore del colonnello Chavez ha ricordato come le autorità di Caracas abbiano catturato negli ultimi mesi dei cittadini statunitensi “intenti a svolgere attività di spionaggio”.

Il riferimento, in particolare, è a un pilota di linea americano arrestato nella regione di Tachira perché coinvolto in operazioni “sotto copertura” e a quattro “missionari” interrogati dopo aver partecipato a una campagna di presunta “assistenza medica” nella città di Ocumare de la Costa.

Autore: Davide Falcioni / Articolo originale: rt.com / Fonte: fanpage.it

Tratto da:http://www.ecplanet.com

Divieto di entrata in Venezuela per George W. Bush e Dick Cheney
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Mosca comunica all’Occidente: ” Adesso Basta!”

Pubblicato su 9 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI, POLITICA

Dopo 23 anni di compiacenza verso l’Occidente, la Russia ha adottato una politica autonoma ed indipendente, questo ha subito provocato l’ira di Washington e di Bruxelles, lo afferma il giornalista inglese Peter Hitchens.

Più la politica estera di Mosca è indipendente ed attenta ai propri interessi nazionali, più l’Occidente vede questo come un attacco, scrive il giornalista inglese Peter Hitchens sulle pagine del Spectator.

“La Russia è divenuta oggi meno docile e la sua politica autonoma è considerata come una forma di aggressione”, afferma Hitchens nel suo articolo intitolato “Non è Putin quello che ha costruito un impero, ma piuttosto è la NATO.

 

Dopo aver constatato che una buona parte dei territori ceduti dall’ex Unione Sovietica sono passati attualmente sotto il controllo dell’Unione europea e sono entrati nell’Alleanza Atlantica, al giornalista viene naturale chiedere: “Quale di questi poteri è in espansione, la Russia o l’impero della NATO?”

Restano una parte di questi territori  dell’ex URSS che erano rimasti formalmente neutrali tra i due schieramenti, soprattutto l’ Ucraina. Dal punto di vista di Mosca, questo paese è già un grave, irrimediabile perdita .

Come aveva scritto Zbigniew Brzezinski, uno degli strateghi della vecchia guerra fredda, nel 1997, “l’Ucraina … è un paese che costituisce un perno geopolitico perché la sua stessa esistenza, come paese indipendente, aiuta a trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico “.

La Russia ha subito senza reagire questa espansione della UE e della NATO. quale suo braccio armato, come un colpo assestato alla sua sicurezza. Nel febbraio 2007, per esempio, Vladimir Putin aveva chiesto imbronciato, ‘Contro chi è prevista questa espansione ?

Non si è voluta integrare la Russia nel sistema di alleanze occidentali e questa è stata considerata un paese troppo grande e troppo esteso che avrebbe potuto destabilizzare il sistema di alleanze e la stessa UE.

Piuttosto in Occidente si è intrapresa una crociata morale contro questo grande paese slavo sostenendo che il regime di Putin sia un regime tirannico, come se l’Unione Europea non fosse alleata con la Turchia di Erdogan, non certo un regime democratico che fa parte della NATO, un paese che ha occupato fra l’altro una metà dei Cipro e la mantiene ancora sotto il suo dominio. Neppure si è guardato per il sottile circa l’alleanza dei paesi occidentali con l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo, paesi tirannici con cui esiste un grande rapporto di affari e di alleanza strategica.

“La nuova guerra fredda con la Russia è iniziata di fatto nel 2011, dopo che il signor Putin aveva osato contrastare i piani di Occidente e dell’Arabia Saudita in Siria”, ha detto l’analista. Questo conflitto si è aggravato con l’ingerenza degli USA e della UE in Ucraina.

Secondo l’analista britannico, né Washington né Bruxelles avevano previsto la reazione violenta della Russia alla decisione dell’Ucraina di firmare un accordo di associazione con l’Unione europea ed il colpo di stato di Kiev che ha spodestato il presidente legittimamente eletto Viktor Yanukovich. A questo è seguita l’annessione della Crimea dopo un referendum popolare e la guerra civile nel Donbass dove esiste una forte minoranza di popolazione russa.

Una azione comprensibile per gli interessi di una nazione sovrana, anche se l’Occidente dissente da queste azioni, il comportamento della Russia in relazione a questa espansione continua della UE e della NATO presso i suoi confini, era facilmente prevedibile. (………………………………………)

“Dopo 23 anni di compiacenza mantenuta dalla Russia verso l’Occidente, Mosca finalmente detto basta!”, Conclude Peter Hitchens.

Tratto da Sputinik International

Tratto da: http://www.controinformazione.info

Mosca comunica all’Occidente: ” Adesso Basta!”
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Il condotto nero che porta alla Libia

Pubblicato su 25 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

Di: Sara Santolini

Ci sono delle regole che non ammettono eccezioni. “Segui il denaro” per capire le ragioni di certe politiche, che fa da corollario a un più specifico “segui il petrolio”, nel caso specifico odierno.

Senza voler essere esaustivi sulle problematiche della Libia, a proposito di “guerre utili”, seguire il filo nero dell’idrocarburo porta a leggere quello che è stato definito da più parti il “caos” libico come la creazione di una pagina bianca sulla quale poter scrivere un nuovo capitolo dell’imperialismo occidentale. Dopo i titoli d’effetto, i nomi in inglese dati ai decreti, l’uso di twitter e l’ostentazione di una cultura del web che si stenta a credere abbia davvero, Matteo Renzi cerca di imitare l’arte dell’occupazione “che non si vede” dagli Stati Uniti d’America. Tragedie in mare e barconi di immigrati clandestini, per quanto possano dare fastidio o al contrario provocare moti di solidarietà, non sono una ragione sufficiente a mobilitare mezzi e uomini (e soldi) verso la scatola di sabbia di Tripoli. Ma il petrolio, quello sì. 

«State tutti sottovalutando la crisi di uno Stato che è ai confini della Ue e che non è solo un problema di migrazione clandestina, ma anche un terreno di conquista per la minaccia del terrorismo dell’Isis» – ha detto il nostro premier al Consiglio Europeo. «Non è una questione di sicurezza nazionale italiana, ma dell’intera Unione Europea». La soluzione? L’invio di forze di peace keeping italiane (si scrive "peace keeping" ma si legge "invasione di uomini e mezzi armati" certo non inviati al fine di distribuire caramelle ai bambini). D’altra parte già all’indomani dell’attentato di Parigi si era cominciato a preparare il terreno all’avvio di una guerra. E Hollande ha fatto in qualche modo eco a Renzi quando ha fatto uscire un comunicato nel quale dichiara – in solidarietà con al-Sisi, il Presidente egiziano che ha messo in atto una serie di ritorsioni belliche contro la Libia per l’uccisione spettacolo di 21 egiziani sulle spiagge libiche – quanto sia importante che “la comunità internazionale decida nuove misure”. Tutto dice: “guerra”.

E cosa c’entra l’Egitto? Rinsaldare il fronte interno, arrivare per primi sul territorio libico diviso e instabile forti dell'appoggio dell'alleato russo, proteggere e magari controllare il filo nero libico, appoggiare il governo "legittimo" contro i ribelli sono solo i motivi più evidenti. Fare la guerra in Libia per l'Egitto era solo questione di tempo, come dovrebbe esserlo per l'Italia che ha interessi molto simili a quelli egiziani e che ha ritirato la propria ambasciata forse proprio in vista dell'avvio di forze militari. L'Italia comunque non si muoverà da sola, presumibilmente per motivi soprattutto politici e per non irritare Obama: non l'ha fatto a Natale quando, incendiati dai ribelli i depositi petroliferi a Sidra, Tripoli ne invocò l'aiuto - e alla fine si rivolse a una società statunitense che ne guadagnò un contratto da sei milioni di dollari - tanto meno lo farà adesso.

L’Unione Europea tutta dipende in larga misura dal petrolio libico: l’85% del petrolio proveniente dalla Libia è venduto a Stati europei, prima fra tutti l'Italia, seguita da Francia e Germania. Certo ingaggiare una "guerra" è dispendioso, ma chissà che la Nato (leggi: gli USA) non voglia darci una mano: dal punto di vista statunitense la Libia è in posizione strategica per il controllo dell’Africa che il Pentagono esercita con AFRICOM, il commando nato nel 2008 a questo scopo  (l'unico Paese africano a non essere sotto la sua influenza è proprio l'Egitto). Terrorismo e petrolio sono i suoi pensieri fissi, filtrati per l'opinione pubblica con l'esportazione della democrazia, la creazione di forze di sicurezza da mantenere in loco e l'aiuto umanitario. Fin qui, tutto in regola. Se qualcosa c'è di "strano" è l'ufficiale silenzio della Cina - almeno per ora e supponiamo comunque non a lungo - che pure succhia petrolio dal deserto libico. 

Tratto da:http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle

Il condotto nero che porta alla Libia
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“ISIS è l’esercito segreto degli Stati Uniti”

Pubblicato su 24 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

Lo storico statunitense Webster Tarpley dice che gli Stati Uniti hanno creato lo Stato islamico e usano i jihadisti come loro esercito segreto per destabilizzare il Medio Oriente.

 

Lo Stato islamico è un esercito segreto degli Stati Uniti e Abu Bakr al-Baghdadi, leader del gruppo terroristico, è un caro amico del senatore John McCain, dice lo storico statunitense Webster Tarpley. L’autore, noto per il suo libro “9/11 Synthetic Terror: Made in USA”, ha detto che tutto il terrorismo in tutto il mondo è stato creato e facilitato dal governo degli Stati Uniti.

Questi non sono i primi commenti di Tarpley in cui incolpa gli Stati Uniti per la creazione dello Stato Islamico. In precedenza, Press TV ha avuto un colloquio con Tarpley durante i quale egli ha spiegato la sua logica e perché pensa gli Stati Uniti siano dietro la creazione del gruppo terroristico.

In realtà un senatore usa lo ha già ammesso pubblicamente  Video – Senatore Americano: “ISIS è finanziato da USA e Alleati”    come anche Hillary Clinton   Hillary Clinton: L’Isil è roba nostra, ma ci è sfuggita di mano , un generale francese   Francia, la denuncia del generale Desportes: “Isis è stato creato dagli Usa” ed il Presidente del Sudan   Video – Presidente del Sudan: “Dietro Isis e Boko Haram ci sono Cia e Mossad”

ISIS usa 19mila conti correnti nelle banche Ubs e Hsbc. E Obama lo sa dal 2008

Tarpley ha esordito dicendo che il denaro che sostiene lo Stato islamico e tutte le sue operazioni proviene dall’Arabia Saudita, un alleato chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il principale finanziatore dello Stato islamico è presumibilmente il principe Abdul Rahman al-Faisal, il fratello di Saud bin Faisal Al Saud, ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, e il principe Turki bin Faisal Al Saud, l’ex ambasciatore saudita negli Stati Uniti.

Detto questo, Tarpley conclude che se gli Stati Uniti volessero sbarazzarsi dello Stato islamico, potrebbero facilmente lanciare un ultimatum  all’Arabia Saudita e chiedere di interrompere l’invio di armi e denaro ai terroristi in Iraq e Siria.

In secondo luogo, la Turchia, membro della NATO, con un enorme esercito, si trova proprio accanto alle città in guerra in Siria e Iraq, dove operano i jihadisti. Tarpley pone una domanda importante: perché  l’esercito turco non puo’ entrare in territorio siriano e iracheno e semplicemente pulire i jihadisti dalla faccia della Terra nel giro di qualche settimana, soprattutto se gli Stati Uniti e la NATO sono  così desiderosi di distruggere ISIS?

Se gli Stati Uniti in realtà pensano che lo Stato islamico sia una mostruosità che deve essere distrutta a tutti i costi, Tarpley chiede perché la Casa Bianca non si accorda con il governo di Bashar Assad in Siria, governo legalmente riconosciuto, e gli altri Stati membri delle Nazioni Unite in la lotta contro i jihadisti per schiacciare ISIS una volta per tutte? E ancora, perché le truppe Usa hanno bombardato le unità siriane fedeli ad Assad, quando l’esercito siriano ha iniziato a sconfiggere i jihadisti e cacciarli via? Nella migliore delle ipotesi, è stato controproducente e insensato; nella peggiore, significa  sono sostenitori segreti dei militanti dello Stato Islamico, dice Tarpley.

E, infine, riferendosi al modo in cui il gruppo jihadista sta usando i social media e Internet per diffondere la sua propaganda e reclutare nuovi combattenti, Tarpley ha detto che non vi è alcun  interesse a spegnere la propaganda dello Stato islamico sul web. Tutte le principali società di Internet risiedono negli Stati Uniti e quindi la Casa Bianca potrebbe facilmente limitare, se non chiudere, la presenza dello Stato islamico su Internet, se solo lo volesse.

Anche se il modo di pensare di Tarpley potrebbe sembrare un po ‘troppo provocatorio per alcuni, le domande che si pone sono comunque importanti. Vi è certamente una connessione tra l’emergere di al-Qaeda e il coinvolgimento americano in Afghanistan nel 1980. E dal momento che al-Qaeda era un antenato dello Stato islamico, ci potrebbe essere la possibilità di un rapporto più intimo tra il governo degli Stati Uniti e gli jihadisti, che attualmente  tagliano le teste della gente in Iraq e Siria.

Tratto da: http://www.imolaoggi.it/

“ISIS è l’esercito segreto degli Stati Uniti”
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LIBIA: MINACCIA NUCLEARE SULL’ITALIA? SPARITA LA RISERVA DI URANIO DELL’EPOCA DI GHEDDAFI. CHI SE NE E’ APPROPRIATO?

Pubblicato su 20 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI, POLITICA

Isis e quei barili di uranio spariti
Dall’universo fondamentalista dei tagliagole islamici arriva l’ultima minaccia nei confronti del nostro paese.

Una grossa quantità di uranio grezzo potrebbe essere finita nelle mani dei miliziani dell’Isis.

Si tratta dell’arsenale di Muhammar Gheddafi, che oggi rischia di rendere maggiore la portata della minaccia rappresentata dal nuovo Califfato.

Fonti accreditate assicurano che in Libia non ci sia più nulla: è stato portato via tutto. Ma la vicenda non ha i contorni chiari e ben definiti. E c’è chi ritiene che a Sebha, un tempo la capitale della regione del Fezzan, esista ancora un deposito in cui potrebbero essere custoditi oltre 6mila barili di uranio grezzo, in passato in possesso del defunto Gheddafi. Il rais, nel 2003, accettò di smantellare i suoi armamenti non convenzionali nell’ambito di una verifica condotta a livello internazionale. Ma, dopo la caduta dell’allora leader libico, l’arsenale fu affidato ai ribelli, che avrebbero dovuto distruggerlo. Molti di questi oggi sono passati a combattere tra le file dello Stato islamico.

E, ad oggi, non è chiaro che fine abbia fatto tutto quell’uranio, utilizzato come combustibile nelle centrali nucleari e faccile da commerciare ad un prezzo appetibile.

Fonte: 

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/isis-larsenale-gheddafi-potrebbe-essere-mano-ai-terroristi-1096279.html

Tratto da:http://www.grandecocomero.com

LIBIA: MINACCIA NUCLEARE SULL’ITALIA? SPARITA LA RISERVA DI URANIO DELL’EPOCA DI GHEDDAFI. CHI SE NE E’ APPROPRIATO?
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Libia: la guerra contro ISIS la faccia Al Sisi

Pubblicato su 20 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA, ESTERI

Di: Claudio Moffa

Coffe Break di ieri. C’è voluto l’ISIS ‘alle porte di Roma’ per far emergere, finalmente, tra i politici e i giornalisti il madornale errore compiuto dall’Occidente nella regione mediorientale a partire dalla fine della guerra fredda? Quello, cioè, di aver sistematicamente contribuito a eliminare la parte più laica dell’Islam, appresso alle strategie del caos dell’oltranzismo occidentale e del suo tragico motto ‘esportare la democrazia’? Così sembra, negli interventi di Roberto Formigoni e Nicola Fratoianni si è sottolineato come le guerre del ‘libero Occidente’ contro Saddam Hussein e Muammar Gheddafi sono state un errore, perché dopo la distruzione dei loro regimi -quale ne sia il giudizio- è arrivato il peggio: un mostruoso, presunto ‘Islam’ che pretende di ridurre la sua ricca e multiforme civiltà agli sgozzamenti e alle stragi delle armate integraliste del Califfo Abu Omar al Baghdadi. Tuttavia questo è solo un pezzo della verità storica sistematicamente occultata dalle grandi reti mediatiche, non solo durante le due guerre contro l’Iraq (1991 e 2003) e la guerra di Libia del 2011, ma in tutte le crisi mediorientali o connesse agli scenari mediorientali, dilagate dopo la fine della guerra fredda. L’altro importante capitolo di cui nessuno parla, riguarda chi veramente ha guidato e guida le concretizzazioni specifiche, di conflitto in conflitto, di strage in strage, dell’oltranzismo occidentale e delle forme più feroci dell’integralismo islamico, da Al Qeda fino all’ISIS. La risposta, elencata in una somma cospicua di fatti, è semplice: Israele e le sue propaggini lobbistiche in tutti i principali Paesi europei e negli Stati Uniti. E’ questo il nocciolo duro dell’oltranzismo occidentale. Il 17 gennaio 1991 Tullia Zevi esultò su ‘Il Corriere della Sera’ per l’attacco all’Iraq, preannunciato da dichiarazioni di un funzionario del Mossad a ‘Le monde’ nell’estate del 1990, e reso possibile, come disse l’inviato de ‘L’Unità’ Siegmund Ginsberg ai microfoni di ‘Radio Città Aperta’ di Roma, dall’Israel Lobby nel Congresso USA: un si alla guerra, poche settimane dopo il no di Yitzhak Shamir a George Bush, su una conferenza internazionale sul Medio Oriente comprensiva non solo della guerra di Saddam al Kuwait, ma anche dell’invasione israeliana di Cisgiordania e Gaza durante la guerra dei 6 giorni. Nel 2003, seconda guerra d’Iraq, denunciarono le trame sioniste dietro l’aggressione angloamericana non solo Saddam Hussein, in diretta sul ‘TG 1’ con la sua conferenza stampa nel giorno dell’attacco aereo, ma anche il congressista USA Jim Moran. Non c’ è spazio per proseguire con tutti gli altri capitoli: posso solo dire che tracce evidenti di una presenza israeliana le si ritrovano nelle guerre di Jugoslavia, Georgia e Ucraina, nelle reiterate minacce ‘occidentali’ all’Iran per il suo stralegittimo progetto di industria nucleare, nella guerra del Darfur, in quella di Libia del 2011, voluta da un Nicolas Sarkozy di cui i mass media hanno sempre taciuto lo smaccato filo sionismo condito da cerimonie ebraiche di tutti i tipi, e fino a definirlo ridicolmente un nuovo Charles De Gaulle . Un occultamento che potrebbe essere letto come una aggiornata tradizione marranica, e che anche gli esperti di strategia della tensione italiana possono ben conoscere, dalla strage di Piazza Fontana, con connesso ruolo di Ordine Nuovo e del suo referente internazionale, l’OAS, all’assasssinio di Aldo Moro ‘preannunciato’ dalla stella a 6 punte del sequestro e omicidio di Pierpaolo Minguzzi ad opera di Mario Moretti, alle bombe del ‘93 rivendicate -fonte il Ministro Nicola Mancino, riferendo in Parlamento- da un organizzazione ‘islamica’ attraverso un cellulare di proprietà di un cittadino israeliano. Si dirà, ma questi sono appunti. Vero, e rimando ai miei interventi sul mio blog o al mio ‘11 settembre, Palestina radice della guerra: la co-regia israeliana dello scontro di civiltà’ del 2002 Ma il problema è a monte, la mera censura di una breve unità di notizia: perché nessuno dei grandi media riporta o ha riportato la denuncia del Governo iraniano secondo cui il califfo Omar sarebbe un ebreo, agente del Mossad? Un’accusa ripetuta ieri dal Presidente sudanese. Perché non riferirla per poi magari demolirla? Perché non ricordare che esistono diversi movimenti islamici, più o meno chiaramente targati Mossad, Bosnia anni Novanta, Cecenia, Darfur, e che persino i curdi sono stati apertamente sostenuti da Benjamin Netanyahu l’estate scorsa? Tanto per far capire che le denunce di Tehran e di Khartum non sono affatto assurde? Perché solo citare Israele fa paura: l’industria dell’olocausto, la ‘crocifissione’ e dunque divinizzazione degli ebrei in quanto Nazione, serve a questo. Disvelare queste verità non vuol dire, del resto, solo rispettare un principio deontologico corretto per storici e giornalisti: è anche un mezzo per impedire di continuare a far danni con scelte pazzesche, come quella originariamente proposta dal Ministro Paolo Gentiloni, che pretende un’altra guerra di Libia, contro l’ISIS. Premetto che anch’io mi sono dichiarato favorevole, negli ultimi mesi, a un intervento dell’Italia contro Tripoli: ma con bombardamenti mirati sulle spiagge, per annientare gli scafisti e i loro barconi, e stando ben attenti a non colpire la massa di i migranti oggetto del traffico di schiavi esasperati. Oggi la situazione è cambiata e una nuova guerra ‘totale’ in Libia sarebbe una follia, perfettamente coerente con l’opposto praticato ed esaltato dagli stessi politici di destra e di sinistra che la pensano come da iniziale sortita del Ministro degli Esteri: l’obbrobrio antiitaliano del Mare Nostrum, il via libera all’immigrazione selvaggia. Guerra oggi alla Libia e immigrazione senza regole, sono due facce di una stessa strategia, antieuropea e antislamica, quella del caos perseguita da sempre da Israele. Meglio evitare, di autoflagellazioni in Medio Oriente, l’Europa ne ha fatte già troppe negli ultimi 25 anni. C’è l’Egitto che ha attaccato la Libia. Lasciamo fare la guerra a Abdel Fattah Al Sisi, sicuramente sarà più bravo e selettivo di noi: penserà a colpire veramente le armate di Al Baghdadi, e a non ‘sbagliare’ bombardando, invece, altri, come accaduto nella stessa Libia con la NATO, e in Siria, le bombe contro l’ISIS piovute in testa all’Esercito regolare di Damasco.

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Libia: la guerra contro ISIS la faccia Al Sisi
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Non credete a Obama, è pronto a usare la bomba atomica

Pubblicato su 18 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

«E’ cambiata la dottrina di guerra degli Stati Uniti: le armi nucleari americane non sono più limitate alla controffensiva, ma sono state elevate al ruolo di attacco preventivo». Lo sostiene Paul Craig Roberts, editorialista e già viceministro di Reagan, citando un recente servizio di Eric Zuesse su “Op-Ed News”: Washington sta mettendo a punto i piani per un primo attacco nucleare contro la Russia di Putin, come se non sapesse che anche un attacco atomico “limitato”, secondo in maggiori esperti, porterebbe a sconvolgimenti planetari capaci di causare la morte di non meno di 2 miliardi di persone nel mondo. Craig Roberts accusa l’America di Obama: si è tirata fuori dai trattati anti-balistici e sta sviluppando il suo “scudo anti-missile” in Europa con l’obiettivo di intercettare l’eventuale reazione russa a un attacco contro Mosca. Attacco che non avverrebbe comunque a freddo: «Washington sta demonizzando la Russia e il suo presidente con una vergognosa propaganda diffamatoria, preparando la popolazione statunitense e i suoi Stati-sudditi alla guerra contro la Russia».

Secondo Roberts, la Casa Bianca si è fatta convincere dai neo-conservatori che le forze nucleari russe sono ferme e impreparate, quindi un ottimo Obama e Putinbersaglio per un attacco. «Questa falsa opinione – scrive l’analista, in un post ripreso da “Come Don Chisciotte” – si basa su informazioni vecchie di dieci anni», prima cioè del poderoso riarmo difensivo promosso da Putin, che ha permesso alla Russia di giocare un ruolo-chiave per impedire che la Siria diventasse la scintilla della possibile Terza Guerra Mondiale. In ogni caso, «indipendentemente dalle reali condizioni delle forze nucleari russe, dal successo del “primo attacco” di Washington e dal livello di protezione dello “shield” americano», uno studioso come Steven Starr conferma che «il carattere letale delle armi nucleari» non è arginabile: un conflitto atomico non avrebbe vincitori, perché tutti soccomberebbero nella catastrofe.

Lo ribadiscono autorevoli scienziati atmosferici, in studi come quello pubblicato già nel 2008 da “Physics Today”: nonostante la riduzione degli arsenali nucleari programmata con Gorbaciov nel lontano 1986 (ridurre a circa 2.000 entro il 2012 le 70.000 testate dell’epoca) non si è ancora ridotta la minaccia che una guerra nucleare rappresenta per la vita umana sulla Terra. E’ scontata la distruzione simultanea di centinaia di milioni di persone, mentre il fumo atomico emanato dalle esplosioni nella stratosfera «causerebbe l’inverno nucleare e il collasso dell’agricoltura». Sicché, «gli esseri umani scampati alla morte e alle radiazioni morirebbero comunque di fame». Reagan e Gorbaciov l’avevano ben compreso, ma «purtroppo non c’e’ stato un degno successore tra i governi americani che seguirono», sostiene Craig Roberts. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, Paul Craig Robertsi 9 paesi dotati di armi nucleari ancora possiedono un totale di 16.300 testate atomiche.

E il maggior pericolo viene proprio dagli Usa: «E’ ormai appurato che a Washington ci siano dei politici che pensano, erroneamente, che la guerra nucleare sia una guerra che si può vincere, e che sia un valido strumento per arrestare l’ascesa di Russia e Cina che mette a repentaglio l’egemonia americana nel mondo». Il governo degli Stati Uniti, indipendentemente dal partito in carica, è «una grossa minaccia per la vita sulla Terra», accusa Roberts. E i governi europei, «che si reputano civilizzati», in realtà «non lo sono affatto, poiché permettono a Washington di perseverare nella sua sete di egemonia». E’ quello il problema: «L’ideologia che concede all’eccezionale e indispensabile America questa supremazia è un’enorme minaccia per il mondo».

Iraq e Afghanistan, Libia e Siria, Yemen e Somalia, per non parlare della Jugoslavia. «La distruzione parziale o totale di sette paesi del mondo operata dall’Occidente nel 21° secolo, con l’appoggio di altre “civiltà e mezzi d’informazione occidentali”, è la prova lampante che la leadership del mondo occidentale è completamente svuotata di coscienza morale e di compassione per il genere umano», dichiara Craig Roberts. «Ora che Washington è armata della sua falsa dottrina di “supremazia nucleare”, si prospetta un triste futuro per l’umanità». Secondo l’ex consigliere di Reagan, infatti, «Washington ha dato il via alla preparazione di una Terza Guerra Mondiale, e gli europei sembrano ben disposti a prenderne parte». A fine 2012, il danese Rasmussen a capo dell’Alleanza Atlantica aveva detto che la Nato non considerava la Russia come un nemico, ma «ora che la folle Casa Bianca insieme ai suoi folli vassalli ha dimostrato alla Russia che l’Occidente è ancora un nemico», Rasmussen ha cambiato posizione, dichiarando: «Dobbiamo accettare il fatto Alexander Vershbowche la Russia ci considera suoi avversari»,  per aver sostenuto militarmente l’Ucraina (golpista) insieme agli altri paesi dell’Europa orientale.

L’escalation è ormai avviata: per Alexander Vershbow, ex ambasciatore statunitense in Russia e attuale vicesegretario Nato, la Russia è «un nemico». Pertanto, «i contribuenti americani ed europei devono sostenere l’ammodernamento degli armamenti, non solo per Ucraina ma anche per Moldova, Georgia, Armenia e Azerbaijan». L’apparato militare americano sta riesumando la guerra fredda, scrive Roberts, proprio perché ha appena perso la cosiddetta “guerra al terrore” in Iraq e Afghanistan. «Questo probabilmente è il punto di vista delle industrie di armamenti e di qualcuno a Washington». Ma i neocon sono ancora più ambiziosi: «Non perseguono solo il profitto nel sistema della sicurezza e degli armamenti, il loro scopo è l’egemonia degli Stati Uniti nel mondo, ovvero azioni sconsiderate come la minaccia strategica che il regime di Obama, con la complicità dei vassalli europei, ha lanciato contro la Russia in Ucraina».

Dall’autunno scorso, continua Roberts, il governo americano «non ha fatto che mentire sull’Ucraina, dando la colpa alla Russia per le conseguenze delle azioni di Washington e demonizzando Putin nello stesso modo in cui Washington ha demonizzato Gheddafi, Saddam Hussein, Assad, i Talebani e l’Iran». Il governo conta su formidabili complici: «La stampa “prostituita” e le capitali dei paesi europei hanno assecondato queste menzogne e questa propaganda, ripetendole senza sosta». Così, l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Russia è diventato apertamente negativo. «Come pensate che vedano tutto questo Russia e Cina? La Russia ha visto la Nato spingersi fino ai suoi confini, una violazione degli accordi sottoscritti da Reagan e Gorbaciov». Peggio: Mosca «ha visto gli Stati Uniti violare gli accordi del trattato “Shield” e costituire un proprio “scudo” da guerre stellari». Se poi questo “shield” funzioni o meno «è del tutto irrilevante: il suo scopo è quello Gorbaciov e Reagandi convincere  i politici e l’opinione pubblica che gli americani sono al sicuro».

La notizia peggiore, continua Craig Roberts, è che i russi hanno visto gli Stati Uniti cambiare il ruolo delle armi nucleari, da mezzi deterrenti a strumenti di attacco preventivo. «E ora la Russia  sente ogni giorno fiumi di menzogne ripetute in Occidente e assiste al massacro di civili nell’Ucraina russa da parte del vassallo ucraino degli Stati Uniti». Civili che Washington definisce “terroristi”, e che invece vengono sterminati «con armi come il fosforo bianco». E tutto questo «senza alcuna protesta da parte dei paesi dell’Occidente». E’ cronaca, benché oscurata dai media mainstream: «Attacchi massicci di artiglieria e aerei sulle case dell’Ucraina russa si sono compiuti nel giorno del 25° anniversario di Piazza Tienanmen, mentre Washington e i suoi paesi-marionetta hanno condannato la Cina per un evento che non è mai accaduto». La farsa della presunta “strage” di Pechino è infatti stata smascherata da fonti diplomatiche Usa: il governo cinese non ha Piazza Tienanmen, la repressione sanguinosa fu un falso storicomai sparato sulla folla degli studenti, ma ha contrattato con loro l’abbandono della piazza.

«Come oggi sappiamo, non c’era stato alcun massacro in piazza Tienanmen», sottolinea Craig Roberts. «Era solo un’altra bugia di Washington, come quella del Golfo del Tonchino, come le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, come l’uso di armi chimiche di Assad, come le armi nucleari iraniane». Si stupisce, l’ex viceministro di Reagan: «E’ davvero sorprendente vedere come il mondo stia vivendo una falsa realtà creata dalle bugie di Washington. Il film “Matrix” è una fedele rappresentazione della vita in Occidente: la popolazione vive in una falsa realtà creata dai suoi governanti». L’opinione pubblica è così assuefatta da non riuscire a distaccarsene, come spiega – in quel film – Morfeo, il capo dei ribelli “risvegliati”: «La maggior parte della gente non è pronta a staccare la spina», molti di loro sono «così completamente schiavi del sistema che lotteranno per proteggerlo».

Confessa Craig Roberts: «Vivo quest’esperienza ogni volta che scrivo un articolo: ecco che arrivano le proteste di quelli che non sono disposti a staccare la spina, attraverso e-mail o dai quei siti che nella sezione dei commenti accusano gli scrittori di calunnia verso i loro governi-troll». Se non altro, aggiunge l’analista, ad abboccare è l’Occidente, ma non le popolazioni russe e cinesi, quelle che vedono benissimo il cappio che si sta stringendo giorno per giorno. «Come pensate che reagirà la Cina quando Washington dichiarerà che il Mar Cinese Meridionale è una zona di interesse nazionale degli Stati Uniti, e invierà il 60% della sua flotta nel Pacifico e costruirà nuove basi aeree e navali americane dalle Filippine al Vietnam?». Finora, aggiunge Roberts, russi e cinesi «si sono comportati in modo ragionevole». Sergej Lavrov, il ministro degli esteri di Putin, è estremamente chiaro: «In questa fase, vogliamo dare ai nostri partner la possibilità di calmare gli animi. Vedremo cosa succederà in seguito. Se continueranno le Il ministro russo Lavrovaccuse contro la Russia e i tentativi di pressione su di noi attraverso la leva economica, allora potremo rivalutare la situazione».

«Se la folle Casa Bianca, le prostitute mediatiche di Washington e i vassalli d’Europaconvinceranno la Russia che la guerra è inevitabile, la guerra diventerà davvero inevitabile», avverte Craig Roberts. «E poiché non esiste possibilità alcuna che la Nato sia in grado di montare un’offensiva convenzionale contro la Russia nemmeno lontanamente vicina alle dimensioni e alla potenza delle forze d’invasione tedesche del 1941, che poi incontrarono la distruzione, la guerra non potrà che essere nucleare, e questo significa la fine per tutti. Tenetelo bene a mente, mentre Washington e i suoi canali d’informazione continuano a far rullare i tamburi di guerra». La storia è lì a dimostrare che, oltre ogni dubbio, «tutto quello che Washington e le sue prostitute mediatiche hanno detto e dicono, non sono che bugie al servizio di un fine non dichiarato». E la cosa, purtroppo, «non si risolve votando democratico invece che repubblicano». Thomas Jefferson suggerì una soluzione: «L’albero della libertà di tanto in tanto si deve bagnare con il sangue dei patrioti e dei tiranni. E’ il suo concime naturale». Per Roberts, il guaio è che oggi «a Washington ci sono pochi patrioti e molti tiranni».

Tratto da: libreidee.org

Non credete a Obama, è pronto a usare la bomba atomica
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Gli Usa nei guai, i sauditi boicottano il petrolio americano

Pubblicato su 14 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

Il prezzo del petrolio crolla e gli Usa sono davvero nei guai: da un lato il crollo dei prezzi colpisce anche la Russia, ma soprattutto mette fuori combattimento il petrolio americano, quello di scisto ottenuto col fracking. Geopolitica: al centro della scena c’è l’Arabia Saudita, che si sta “vendicando” degli Usa per la vicenda dell’Isis, la milizia sfuggita al controllo della Cia e decisa a rovesciare la monarchia saudita. Lo sostiene l’economista Dmitry Orlov, secondo cui si sta avvicinando la fine del petrodollaro. Nel corso del 2014 il prezzo del petrolio è caduto da oltre 125 a circa 45 dollari al barile, e potrebbe ulteriormente calare per poi risalire di nuovo. Questo selvaggio saliscendi del mercato del petrolio potrebbe portare l’economia al collasso, insieme alla lotteria dei mercati finanziari, la crisi valutaria, la bancarotta delle società energetiche e quella degli istituti che le hanno finanziate, nonché il default dei paesi che le hanno sostenute. «E senza un’economia industriale funzionante, il petrolio potrebbe essere riclassificato al livello di mero rifiuto tossico. Ma questo evento è da spostare in avanti di due o tre decenni». Nel frattempo, a crollare sarà il petrolio americano.

Il gioco al ribasso dei sauditi, scrive Orlov in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, metterà fuori mercato molti produttori di petrolio non-convenzionale (quello convenzionale, facile da estrarre da pozzi verticali, ha raggiunto il picco di produzione Obama e i sauditinel 2005 e da allora è in calo). La produzione di petrolio non-convenzionale – compreso quello estratto in mare o derivato dalle sabbie bituminose, il petrolio di scisto (idro-fratturazione) o comunque quello la cui produzione richiede tecniche molto costose – è stato finanziato con notevole generosità per compensare il deficit energetico nazionale. Ma al momento, per essere prodotto costa ancora troppo: più di quanto si possa ricavare a venderlo. «Questo significa che intere produzioni – il petrolio pesante del Venezuela (che ha bisogno di essere migliorato per poter essere utilizzato), il petrolio estratto nel Golfo del Messico (Messico e Stati Uniti) e in altre località offshore (Norvegia e Nigeria), le sabbie bituminose del Canada, il petrolio di scisto (Stati Uniti) – rischiano di andare fuori mercato. I produttori, in questo momento, stanno bruciando i loro soldi. Se i prezzi del petrolio resteranno così bassi, saranno costretti a chiudere».

Nel frattempo, continua Orlov, si sta impoverendo il petrolio di scisto americano: lo stanno pompando al massimo, stabilendo nuovi record di produzione, ma il numero di nuovi pozzi sta rapidamente crollando. «I pozzi si esauriscono molto velocemente: le portate si riducono della metà nel giro di pochi mesi e, dopo un paio d’anni, diventano del tutto trascurabili. La produzione può essere mantenuta solo facendo ricorso senza soste alla trivellazione di nuovi pozzi. Ma, al contrario, quest’attività si è pressoché fermata». Morale: «L’intera partita del petrolio di scisto, che alcuni pupazzi dalla testa ciondolante pensavano avrebbe fatto degli Stati Uniti una nuova Arabia Saudita, andrà a finire». Orlov ricorda che l’eccesso di produzione di petrolio, che ne ha fatto precipitare il prezzo, non è stato così grande: «Tutto è cominciato con la decisione, concertata fra Stati Uniti e Arabia Saudita, di scaricare sul mercato internazionale quantità maggiori di petrolio per farne scendere il prezzo». Oggi, «i Un impianto di shale-oilleader degli Stati Uniti sanno benissimo che i giorni del loro paese come “più grande produttore mondiale di petrolio” si misurano in settimane o in mesi, e non in anni».

Secondo Orlov, la leadership Usa si rende conto del fatto che «il crollo della produzione di petrolio di scisto causerà all’economia i tipici problemi che seguono un’ubriacatura». E se oggi tutti pompano petrolio di scisto più che possono, a prescindere dal prezzo, a un certo punto accadrà una di queste due cose: «O la produzione andrà a crollare, oppure i produttori si troveranno a corto di denaro – e la loro produzione crollerà di conseguenza». Secondo Orlov, «gli Stati Uniti stanno scommettendo sul fatto che prezzi del petrolio così bassi finiranno con il distruggere i governi dei tre grandi produttori di petrolio che non sono sotto il loro controllo politico-militare. Questi paesi sono il Venezuela, l’Iran e, naturalmente, la Russia. Le probabilità di successo sono minime ma, non avendo altre carte da giocare, gli Stati Uniti ci stanno disperatamente provando». Il Venezuela non è un “premio” sufficiente, mentre l’Iran si sta legando solidamente alla Cina, oltre che alla Russia. Quanto a Mosca, può fare profitti anche solo vendendo il suo petrolio a 25-30 dollari al barile.

«Gli Stati Uniti – continua Orlov – stanno facendo un tentativo disperato per rovesciare uno o due o tre petro-stati», e di farlo «prima che il suo petrolio di scisto si esaurisca». Ci riusciranno? Ultimamente, gli Usa hanno collezionato solo sconfitte, specie nelle operazioni di intelligence. Persino la Turchia si è sfilata dalla “psy-op” parigina, targata “Charlie Hebdo”: strategia della tensione, per Erdogan, con “terroristi” telecomandati. «E’ la ragione per cui i presunti autori sono stati giustiziati sommariamente dalla polizia, prima che qualcuno potesse scoprire qualcosa su di loro», scrive Orlov. «E’ ormai diventato chiaro che questi eventi sono stati cucinati dallo stesso gruppo di hacker, tutto sommato non così terribilmente creativo. Sembrano stiano riciclando i “Powerpoint”: basta eliminare Boston e inserire Parigi». Idem per l’abbattimento del volo Malaysia Airlines Mh-17 avvenuto nell’Ucraina Orientale: «I funzionari pubblici occidentali addossarono istantaneamente la colpa ai “ribelli supportati da Putin”, che l’avevano proditoriamente abbattuto, ma quando i risultati della conseguente inchiesta portarono ad una diversa conclusione, essi furono secretati». E’ stato un disertore ucraino a rivelare che il jet fu Erdogan non crede alla versione ufficiale su Charlie Hebdoabbattuto da un missile aria-aria sparato da un velivolo ucraino da combattimento. Notizia da prima pagina, censurata dai media occidentali.

E poi c’è il nodo saudita: la monarchia dei Saud è «molto dispiaciuta con gli Stati Uniti», perché Washington «sta mancando il compito di “polizia di quartiere” che gli è stato affidato, e non è più in grado di mettere un coperchio sulle cose», cioè il dilagare dell’Isis, «inizialmente organizzato e addestrato dagli statunitensi», ma che ora «sta minacciando di distruggere la “Casa dei Saud”». Geopolitica fallimentare: «L’Afghanistan sta tornando ad essere il Talebanistan, l’Iraq ha ceduto una parte del suo territorio all’Isis e ora controlla solo quello corrispondente ai regni dell’età del bronzo (Akkad e Sumer), la Libia è preda della guerra civile, l’Egitto è stato “democratizzato” facendolo piombare in una dittatura militare, la Turchia (membro della Nato e candidata ad entrare nell’Ue) sta negoziando soprattutto con la Russia, la missione di rovesciare Assad in Siria è nel caos e i “partner” yemeniti degli Stati Uniti sono appena stati rovesciati dai miliziani sciiti». Infine, «la joint-venture statunitense-saudita, istituita per destabilizzare la Russia fomentando il terrorismo nel Caucaso del Nord, è completamente fallita», dopo aver inutilmente minacciato attentati terroristici alle Olimpiadi Invernali di Sochi (fu il principe saudita Bandar Bin Sultan a minacciare personalmente Putin).

«E così i sauditi stanno pompando petrolio a tutta forza non tanto per aiutare gli Stati Uniti, ma per altre e più evidenti ragioni: per spingere fuori dal mercato i produttori di petrolio non-convenzionale e mantenere la loro quota di mercato», afferma Orlov, che ricorda come gli stessi sauditi siano «seduti su un’enorme riserva di dollari Usa, che vogliono mettere a frutto mentre valgono ancora qualcosa». Anche la Russia dispone di vaste riserve di dollari, e continua a sua volta a pompare petrolio. «Il bene più grande della Russia non è il petrolio, ma la pazienza della sua gente: i russi capiscono che dovranno attraversare un periodo difficile per sostituire le importazioni (da Ovest, in particolare) con la produzione nazionale (e con le importazioni da altri paesi). Tutto sommato possono permettersi una perdita, perché riavranno tutto indietro, una volta che il prezzo del petrolio tornerà a salire». Secondo Orlov, la risalita avverrà «non appena alcuni produttori di petrolio non-convenzionale cesseranno la loro attività, perché non più remunerativa». A quel punto «non ci sarà più alcuna produzione in eccesso, e il prezzo non potrà che risalire». L’instabilità continua moltiplicherà «i cadaveri delle compagnie petrolifere in fallimento», minacciando l’impero economico del petrolio e il suo attuale azionista principale, gli Usa.

Tratto da: libreidee.org

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