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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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''LA GERMANIA STA ATTUANDO IL PROGETTO ECONOMICO PER L'EUROPA DEGLI ECONOMISTI NAZISTI'' (PROF.GATTEI UNIVERSITA' BOLOGNA)

Pubblicato su 27 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Sembra che la Grande Germania, ritornata soggetto geopolitico egemone in Europa, stia realizzando attualmente la prospettiva immaginata dai politici e dagli economisti nazisti per il loro dopoguerra vittorioso: di rendersi esportatrice netta di merci verso una periferia monetariamente subalterna ad una moneta unica che allora sarebbe stato il marco e adesso è l’euro.

Alla metà degli anni ’30 la stabilità degli scambi commerciali con l’estero era stata raggiunta in Germania mediante accordi bilaterali di clearing che consentivano di scambiare le merci senza “consumare” moneta perché le importazioni, non coperte da esportazioni, venivano contabilizzate in una “stanza di compensazione” e rinviate al futuro, senza interessi, in attesa d’essere saldate con esportazioni a venire.

A seguito dei successi militari del 1940 una sua evoluzione venne ritrovata nella compensazione multilaterale tra le nazioni progressivamente alleate o conquistate, così che se la Germania si trovava con un debito verso A ma pure con un credito verso B, B pagava A e la Germania era libera dal debito senza nessun movimento di valuta.

Nasceva in questo modo l’idea di costituire un Grande Spazio di scambi commerciali europei di cui la Germania sarebbe stata il centro, come nel 1940 spiegava una nota della Cancelleria del Reich: «i grandi successi della Wehrmacht tedesca hanno creato i fondamenti per il Nuovo Ordine Economico Europeo sotto il dominio tedesco. La Germania, dopo aver concentrato negli ultimi anni le proprie forze principalmente sul riarmo militare, potrà seguire in futuro anche la strada della crescita economica e dello sviluppo delle proprie forze produttive su ampia base e una grossa crescita del tenore di vita ne sarà la conseguenza»[1].

Questo Nuovo Ordine Economico Europeo sarebbe però nato asimmetrico perché gli stati aderenti si sarebbero collocati in due diversi gironi d’importanza: un «cerchio interno» composto dalla Germania allora impinguata dell’Austria e dei Sudeti, dal Protettorato di Boemia e Moravia, dal Governatorato Generale polacco e da Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Lussemburgo in quanto nazioni razzialmente affini ma pure economicamente omogenee, tanto da potersi pensare   ad un unico livello dei prezzi, dei redditi e dei salari; ed un «cerchio esterno» in cui avrebbero gravitato Svezia, Svizzera e poi Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (i PIGS, i paesi “maiali” già previsti!) con estensione all’Unione Sovietica (quando sconfitta), alla Turchia e all’Iran per proiettare il Grande Spazio fino al Pacifico e al Golfo Persico. Qui però prezzi e salari sarebbero stati mantenuti più bassi per favorire le esportazioni verso il cerchio interno. Il marco avrebbe dovuto diventare la moneta comune (in mancanza, «la fissazione di tassi di cambio stabili sarebbe assolutamente necessaria»), mentre sarebbe stata istituita una Banca Centrale Europea con sede a Vienna, che allora era tedesca, per il conteggio incrociato dei saldi tra i paesi associati «in cui, naturalmente, la Germania deve essere predominante».

Tanto progetto d’unificazione commerciale e monetaria europea non ha però mai visto la luce, travolto dal rovesciamento delle sorti della guerra dal 1942 in poi. Ma si può avanzare il legittimo sospetto che, dopo la costituzione della Unione Monetaria, la Germania post-1989 abbia ripreso con determinazione l’idea del Grande Spazio europeo partendo dall’adozione di una  politica commerciale lucidamente “mercantilistica” per compensare con l’esportazione all’estero il rigore fiscale e la moderazione salariale interne (e qualcuno ha scritto che «se non ci fossero state le robuste esportazioni verso l’Europa periferica, la Germania sarebbe scivolata dalla bassa crescita alla stagnazione»[2]). Ma il disavanzo commerciale che si veniva a formare in periferia, non più correggibile con le “svalutazioni competitive” di un tempo per il vincolo della moneta unica, come sarebbe stato coperto? A sostenere la capacità di spesa dei paesi “maiali” sono  intervenuti i prestiti di capitale dal centro per cui, se quelli s’indebitavano, questo otteneva il doppio vantaggio di guadagnare interessi sul denaro prestato assicurandosi contemporaneamente  un mercato di sbocco privilegiato perché privo di rischio di cambio.

Il gioco non è tuttavia senza difetto perché, mentre la periferia si deindustrializza per l’invasione delle merci straniere, il centro si fa partecipe della sua progressiva instabilità finanziaria  per quell’indebitamento crescente di cui è creditore. E così quando, e ai primi casi d’insolvibilità periferica (in Grecia, ma soprattutto a Cipro), il centro ha temuto che i propri crediti potessero venire “ripudiati”, è corso ai ripari richiedendone alla periferia il rientro, almeno in parte, coatto. Sta in questo il senso del Trattato per la stabilità, il coordinamento e la governance, sinteticamente noto come “Fiscal Compact”, approvato il 23 luglio 2012 dal Parlamento italiano. Con esso si sono a tal punto irrigiditi i vincoli di bilancio pubblico e di debito sovrano da poter essere giudicato, dopo il Trattato di Maastricht (1991) ed il Trattato di Lisbona (1999), come «il terzo atto della storia dell’euro che radicalizza in maniera inedita i principi neoliberisti che hanno caratterizzato fin dall’inizio la costruzione della moneta unica»[3] , anche a rischio di realizzare una forma di austerità perpetua che potrebbe fare esplodere l’Unione Monetaria Europea.

Il Fiscal Compact richiede all’articolo 3 che le spese statali vengano integralmente coperte da imposte e tasse (al netto di variazioni minimali emergenziali); in caso contrario è previsto «un meccanismo automatico di correzione» che di fatto priva i paesi colpevoli d’infrazione d’ogni potere decisionale proprio. L’articolo 4 impone invece il rientro del debito pubblico al 60% del PIL a partire dal 2015 (un impegno confermato dalla “Agenda Monti” del 24 dicembre 2013), il che significherebbe per l’Italia, che ha un debito pubblico del 134% su di un PIL di oltre 2000 miliardi di euro, un aggravio sul bilancio statale e per vent’anni di una quota di restituzione del debito di oltre 50 miliardi all’anno. Ma perché un simile provvedimento è stato introdotto? Chi l’ha pensato si è affidato a certe stime del Fondo Monetario Internazionale secondo le quali ad un punto di “contrazione fiscale” (più imposte e tasse e/o meno spesa pubblica) corrisponderebbe un calo del PIL dello 0,5%, e quindi una riduzione del rapporto Debito/PIL. Però all’inizio del 2013 lo stesso FMI ha convenuto che quella stima funziona soltanto in caso di crescita economica, perché in recessione la riduzione del PIL sale all’1,7%, aumentando (e non diminuendo) il rapporto Debito/PIL e quindi costringendo ad ulteriori interventi d’austerità che peggiorano il rapporto e così via seguitando[4] (come s’è visto in Italia con le manovre di riduzione del debito dei governi Monti e Letta che, invece di diminuirlo, lo hanno aumentato).

Ma se tutto questo succede in periferia, che capita al centro? Di fronte ad un eventuale collasso economico periferico, esso vedrebbe restringersi l’area privilegiata d’esportazione dovendo ricercare altri sbocchi fuori dalla zona-euro, dove però il rischio di cambio esiste. E qui, a fronte di un euro troppo rivalutato, la sostituzione delle esportazioni potrebbe non risultare “a somma zero”, come sta già succedendo alla Germania: calano le esportazioni verso i paesi UE, ma «Berlino sbaglierebbe davvero molto se d’ora in poi potesse pensasse di poter puntare tutte le sue carte solo sul resto del mondo. Con una domanda interna tendenzialmente debole e senza la vecchia Europa che torni a comprare il “made in Germany”, il suo attivo rischia di non correre più come quello di un tempo, sicché nel 2012 la somma del saldo complessivo UE ed extra-UE ha fatto segnare soltanto quota 185 miliardi, un livello ancora lontano, dopo cinque anni, dal record storico di 194 miliardi toccato nel 2007»[5].

Quale soluzione allora ci sarebbe per il centro se non quella di una svalutazione competitiva dell’euro per guadagnare maggiori quote di mercato? Ma questa decisione, favorevole agli industriali, danneggerebbe il sistema finanziario, che vedrebbe minacciato quell’euro forte difeso fino ad ora a spada tratta. Ecco perché non è da escludere l’alternativa di un arroccamento su di un euro del nord che abbandoni al proprio destino i paesi “maiali” per riciclare il centro come luogo privilegiato d’importazione di capitali invece che di esportazione di merci.

E’ quest’ultima una soluzione praticabile? L’antagonismo tra finanza e industria è un tema ricorrente nella storia economica.

Note.

[1] Cfr. P. Fonzi, La moneta nel Grande Spazio. La pianificazione nazionalsocialista della integrazione europea 1939-1945, Milano, 2012.

[2] S. Cesaratto e A. Stirati, Germany and the European and Global Crisis, in “Quaderni del Dipartimento di Economia politica dell’Università di Siena”, 2011, n. 607, p. 3.

[3] B. Coriat, T. Coutrot, D. Lang e H. Sterdyniak, Cosa salverà l’Europa. Critiche  e proposte per un’economia diversa, minimum fax, Roma, 2013, p. 8.

[4] Cfr. O. Blanchard e D. Leigh, Growth forecast errors and  fiscal multipliers, in “IMF Working Paper”, 2013, n. 1.

[5] M. Fortis, Il made in Germany sta peggio, “Il Sole-24ore”, 17 maggio 2013.

Autore dell'articolo: GIORGIO GATTEI, Professore nell’Università di Bologna

Tratto da:http://www.ilnord.it

''LA GERMANIA STA ATTUANDO IL PROGETTO ECONOMICO PER L'EUROPA DEGLI ECONOMISTI NAZISTI'' (PROF.GATTEI UNIVERSITA' BOLOGNA)
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" GENOCIDIO " DELLE IMPRESE ARTIGIANE

Pubblicato su 26 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

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Aprilia. Le bugie dell'euro. Presentazione del libro Eurocidio

Pubblicato su 26 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Grazie al coraggio e alla lungimiranza degli organizzatori della Mostra Agricola di Campoverde 2014, si svolgerà giovedì 1 Maggio alle ore 11.30 nell’area convegni all’interno del sito di Aprilia Fiere, la conferenza “Le bugie dell’Euro” introduttiva alla presentazione del libro del noto saggista economico Giovanni Passali, dal titolo “Eurocidio”.

In tale importante appuntamento, organizzato dal nostro Comitato,  sarà spiegato dati alla mano come l’Euro sia, la principale causa della crisi del sistema economico poiché esso, è uno strumento che sin dall’atto della sua emissione crea debito. Il debito è il simbolo di questo sistema, esso è usato come cappio al collo sia dei cittadini sia della classe politica poiché, chi è debitore non è pienamente libero di curare i propri interessi. Se in questa condizione finisce uno Stato – attraverso politiche criminali di cessione di Sovranità – allora esso non può portare avanti politiche di sviluppo nell’interesse della sua collettività. L’Euro è una moneta che palesemente non funziona, e viene tenuta forzatamente in piedi anche a rischio di catastrofi sociali enormi come dimostra ad esempio la situazione della Grecia. Una moneta privata creata dalle banche centrali degli stati già economicamente forti e non adatta ai sistemi economici degli stati del bacino del Mediterraneo, che ha aumentato le disparità all’interno dell’Unione Europea e che ha palesemente fallito in merito alla costruzione di uno spirito solidaristico tra i popoli. Essere contro l’Euro non vuol dire essere anti europei, circolano infinite bugie sparse ad arte per terrorizzare i cittadini senza informarli. Scopo di questa conferenza è proprio fare luce su alcuni temi oggetto di evidente disinformazione, attraverso l’esposizione di dati oggettivi spesso provenienti dalla BCE – non certo da un “centro studi no euro” – che mettono in risalto l’inconsistenza delle politiche finora adottate. Aumento dell’inflazione, aumento dei prezzi delle materie prime e dei carburanti, impennate dei mutui e altri scenari apocalittici, sono gli argomenti falsi e privi di qualsiasi base economica che vengono ripetuti continuamente nel tentativo di convincere gli italiani a proseguire su questa strada fatta di fallimenti, morti per disperazione e disoccupazione. Tutto questo ha uno scopo, mantenere il “reddito da Signoraggio” nelle mani dei padroni della grande finanza internazionale e impedire che i popoli riguadagnino la loro Sovranità anche in campo monetario. A spiegare tutto questo sarà Giovanni Passali presentando il suo ultimo libro “Eurocidio”. Questo è un grande appuntamento al quale speriamo tanti intervengano non solo per “sete di sapere” ma anche per puro spirito di sopravvivenza poiché questa non è semplicemente una crisi, è una vera e propria guerra con morti e distruzione ormai diffusa in tutte le classi della società.            

- See more at: http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=19236:aprilia-le-bugie-dell-euro-presentazione-del-libro-eurocidio&catid=13&Itemid=652#sthash.oxlhQ4Fh.dpuf

Aprilia. Le bugie dell'euro. Presentazione del libro Eurocidio
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Uscire dall’Euro? Non impossibile, anzi auspicabile

Pubblicato su 26 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Mancano poche settimane alle elezioni del Parlamento europeo, ma l’Italia fa “orecchie da mercante”. Il dibattito politico, come già denunciato su questo spazio la scorsa settimana, si gioca più che altro su questioni interne, in particolare sulla pressione fiscale e sui progetti di riforma presentati dal Governo. Una situazione surreale, in cui i principali partiti evitano clamorosamente di raccontare agli elettori il loro programma relativo le elezioni europee.In questa cappa di silenzio assordante fa notizia “False verità sull’Europa”, il nuovo saggio di Lorenzo Bini Smaghi, già membro del comitato esecutivo della Bce. Il pamphlet è costruito quasi come un atto d’accusa verso la politica italiana, che da troppo tempo colpevolizza l’Europa per gli insuccessi e preoccupa l’estero per la propria incapacità di risolvere i problemi interni. Partendo dalle riflessioni di Smaghi, abbiamo domandato un’opinione al noto economista Paolo Turati, presidente della Fondazione Magna Carta Nord-Ovest e advisor di Istituzioni di art market & finance.

- Nel suo scritto, Smaghi ridicolizza la diffusa opinione che l’Europa sia paralizzata dalla burocrazia. Anzi, afferma che l’Ue abbia ben operato durante la crisi con il Fondo Salva Stati e che ci vorrebbe più Europa.

- Personalmente non sano d’accordo. Durante la crisi di Paesi come Grecia, Portogallo e Italia abbiamo assistito a un imponente interventismo centralistico da parte delle istituzioni europee, in particolare monetarie, di matrice fortemente burocratica. Una scelta che non è sicuramente fonte di giubilo per chi guarda ai mercati internazionali. E quello in cui viviamo è un mercato sostanzialmente adulterato, dove sembra che le perturbazioni finanziarie debbano essere per forza governate. Non è assolutamente così, il risultato è anzi controproducente. Le azioni dell’Ue in questi anni sono state rivolte in pratica a stabilizzare l’euro a un cambio particolarmente alto, che ha penalizzato la competitività interna.

- Insomma, bisognerebbe lasciar fare ai mercati?

- Certamente sì. Sono gli equilibri internazionali che devono fissare il cambio dell’euro. Il rischio è altrimenti quello di lasciare in mano ad altri il boccino sul futuro del nostro tessuto produttivo, fatto di piccole, medie e grandi aziende. Si pensi alla Banca del Giappone, che ha potuto decidere di raddoppiare la massa monetaria, svalutando lo yen, o alla Federal Reserve statunitense che sta proteggendo il cambio favorevole del dollaro per aiutare le esportazioni americane. Il fatto che l’Ue sia ingessata nello svalutare la propria moneta senza alcun patema d’animo è una scelta fatta dall’euroburocrazia, in particolare quella di origine tedesca.

- Smaghi critica fortemente chi chiede regole diverse per l’Europa, e si scaglia contro chi vorrebbe modificare il Fiscal Compact e l’emissione di Eurobond.

- E’ una posizione paradossale. Gli Stati nazionali devono avere facoltà di critica di e modifica delle regole, laddove esse non siano coerenti coi loro interessi. Ad esempio, non vi può essere fiscal compact (cioè l’obbligo di pareggio di bilancio) se non si emettono Eurobond. La creazione di titoli di debito europeo è fondamentale per venire incontro e spalmare su tutta l’Europa quelle sperequazioni di crescita e d’inflazione che alcuni Paesi subiscono a favore di quelli più forti nell’Ue. L’Italia ci ha pensato per più di un secolo prima di diventare uno Stato compiuto: il boom economico nel nostro Paese nacque quando il Nord prese di coscienza che il Sud, pur essendo meno produttivo in termini assoluti, era però fondamentale come massa di consumatori dei prodotti generati. Insomma, è vero che avvenivano dei trasferimenti dal settentrione a meridione (la Cassa del Mezzogiorno ne era una esemplificazione), ma dall’altro lato si riguadagnava in termini di consumi. Chi richiede l’emissione degli Eurobond fa cioé lo stesso ragionamento, per cui non vedo alcuno scandalo. D’altra parte, la Germania ha più del 50% delle proprie esportazioni verso i Paesi deboli dell’Ue: deve solo prendere?

- Nel suo saggio, l’ex membro della Bce afferma che si usano due misure contro le decisioni dell’Ue. La si loda quando interviene contro le multinazionali americane, la si critica quando interviene contro gli aiuti di Stato.

- Bisognerebbe capire quale direzione vuole prendere all fin fine l’Ue: o si ha un libero mercato o si inseriscono i dazi a difesa, altre soluzioni non ne vedo. Ma d’altra parte mi stupisce che Smaghi affermi che l’Ue in questi anni abbia adottato politiche contro le multinazionali. Il caso emblematico è quello della Fiat: azienda nata in Italia, produce in America, ha sede legale in Olanda e sede fiscale nel Regno Unito. Dov’è l’Europa in questo caso?

- Smaghi se la prende infine con chi vuole la fine dell’euro. Secondo la sua opinione, tornando al sistema valutario nazionale avremmo valute schiacciate attorno al marco.

- Parametrandosi in un rapporto fisso col dollaro, l’Argentina è fallita. È un vero caso di scuola, nel quale se un’economia debole si lega ad una forte rischia il default. Non esiste la possibilità di un equilibrio finanziario se non c’è possibilità di svalutazione o di trasferimenti (risarcimenti) surrettizi interni alla comunità europea. Se si uscisse, si avrebbe la creazione di nuove monete con svalutazioni e rivalutazioni del valore queste: sarebbe impensabile altrimenti. Si guardi al differenziale inflazionistico e alla perdita del mancato sviluppo subito (-20% per l’Italia in termini di Pil) a causa dell’euro forte. Questi sono parametri che andrebbero tenuti in seria considerazione. E a chi paventa che con la fine dell’euro avverrebbe una fuga di capitali, rispondo che negli ultimi anni l’Italia ha comunque patito trasferimenti di capitali per circa 300 miliardi. Mi pare che il peggio sia già capitato. Anzi gli italiani, avendo un forte patrimonio immobiliare, vedrebbero rivalutate le proprie ricchezze: altro che depauperate! Oggi, poi, tutte le transazioni sui titoli non sono più cartacee, ma tracciate a livello informatico, quindi controllabili. Scapperebbe al massimo un po’ di contante, che però ormai è quasi ridotto a zero: una delle tante scelleratezze che ha messo in ginocchio interi comparti economici nazionali. Perciò uscire dall’euro è auspicabile, altro che impossibile.

Tratto da:http://bastacasta.altervista.org

Uscire dall’Euro? Non impossibile, anzi auspicabile
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