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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

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DIETRO LE GUERRE CI SONO I BANCHIERI

Pubblicato su 28 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

FONTE: WASHINGTONBLOG.COM

Tutte le guerre sono guerre di banche


L’ex amministratore delegato di Goldman Sachs – e capo del gruppo di analisti internazionali presso la Bear Stearns a Londra (Nomi Prins) – sostiene che“Per tutto il secolo che ho esaminato, che ha avuto inizio con il Panico del 1907 … quello che ho rilevato, accedendo agli archivi di ogni presidenza, è che nel corso di numerosi eventi e periodi particolari i banchieri sono sempre stati in costante comunicazione con la Casa Bianca – e non solo riguardo a temi finanziari e di politica economica, e quindi di politica commerciale, ma anche riguardo ad argomenti strettamente legati alla I Guerra Mondiale, alla II Guerra Mondiale e poi alla Guerra Fredda, in termini di piani di espansione politica dell’America come superpotenza del mondo, alimentata dalla sua espansione finanziaria attraverso lo sviluppo della sua comunità bancaria.”

***

All’inizio della I Guerra Mondiale, Woodrow Wilson aveva adottato una politica di neutralità. 

Ma quelli della Banca Morgan, la più potente banca del tempo, che durante la I Guerra Mondiale aveva raccolto oltre il 75% dei finanziamenti per le forze alleate, indussero Wilson fuori dalla sua posizione di neutralità prima di quanto avesse voluto fare,  dato il loro forte desiderio di essere in qualche modo coinvolti nella guerra. Ora, dall’altro lato di quella guerra, c’era, ad esempio, la National City Bank, che, anche se lavorava a fianco della Morgan nel finanziamento ai francesi e agli inglesi, non si faceva problemi a lavorare anche per finanziare alcune cose sul fronte tedesco, come anche fece la Chase…

Quando Eisenhower divenne presidente, gli Stati Uniti stavano vivendo quest’espansione, fornendo, sotto la sua guida, aiuti e sostegni militari a quei paesi sotto la cosiddetta “minaccia” di essere sopraffatti dal comunismo … Quello che fecero i banchieri fu l’insediamento di presidi in zone come Cuba e Beirut in Libano per stabilire delle roccaforti statunitensi nella Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica.  E fu così che finanza e politica estera iniziarono a essere molto ben allineate.

Poi, negli anni ’70, divennero un po’ meno allineate, poiché mentre l’America continuava la sua politica estera di espansione, i banchieri trovarono il petrolio e fecero uno sforzo immane per attivare delle nuove relazioni in Medio Oriente, relazioni che poi il Governo Americano finì con il seguire. Ad esempio, in Arabia Saudita ed altri luoghi simili, ottennero l’accesso ai petrodollari per poi riciclarli in debiti dell’America Latina e altre forme di prestiti nel resto del mondo.   Questo faceva in quegli anni il Governo Americano.

La JP Morgan, inoltre, aveva acquisito il controllo dei 25 principali quotidiani americani, allo scopo di propagandare l’opinione pubblica statunitense pilotandola in favore dell’entrata degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale.

E possiamo dirlo:  molte grandi banche hanno realmente finanziato I Nazisti.

Nel 1998 la BBC riportò che“La Barclays Bank ha accettato di pagare $ 3.6 milioni a favore degli ebrei i cui beni erano stati sequestrati dai rami francesi della banca britannica durante la seconda guerra mondiale”.

***

La Chase Manhattan Bank ha ammesso di aver sequestrato, durante la Seconda Guerra Mondiale, circa 100 conti intestati ad ebrei nella sua filiale di Parigi…. “Recenti rapporti non classificati dal Tesoro degli Stati Uniti sulle attività di Chase a Parigi nel 1940 indicano che la branch locale ha lavorato in stretta collaborazione con le autorità tedesche per bloccare i beni degli ebrei”.   

Il New York Daily News riportò, lo stesso anno: “I rapporti tra la Chase ed i nazisti, a quanto pare, erano piuttosto amichevoli, talmente che Carlos Niedermann, capo della filiale Chase di Parigi,  scrisse al suo supervisore di Manhattan che la ‘banca godeva di molta stima presso i funzionari tedeschi’ e vantava ‘una rapida crescita dei depositi’ (Newsweek).”

La lettera di Niedermann fu scritta nel maggio del 1942, ovvero cinque mesi dopo che i giapponesi avevano bombardato Pearl Harbor e che gli Stati Uniti erano entrati in guerra contro la Germania.

Nel 1999 la BBC riportò che: “Una commissione governativa francese, indagando sul sequestro dei conti bancari ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale,  riferì che erano coinvolte cinque banche americane: Chase Manhattan, JP Morgan, Guaranty Trust Co. di New York, la Banca della città di New York e American Express.  Emerse inoltre che le loro branch di Parigi consegnarono agli occupanti nazisti circa un centinaio di questi conti”.

Uno dei principali quotidiani britannici – il Guardian – riportò nel 2004 che: “Il nonno di George Bush, (padre di George H.W., padre di Bush), il compianto senatore degli Stati Uniti Prescott Bush,  era amministratore e socio in società che trassero largo profitto dal loro coinvolgimento nel finanziare la Germania nazista”.

The Guardian ha ottenuto la conferma, da documenti dell’Archivio Nazionale degli Stati Uniti recentemente scoperti, che la società di cui Prescott Bush era amministratore fu direttamente coinvolta con gli architetti finanziari del Nazismo.
I suoi rapporti di affari…continuarono fino a che il patrimonio della società fu sequestrato nel 1942 nell’ambito del Trading with Enemy Act (legge che sequestrava i beni di chi aveva fatto affari con il nemico in tempo di guerra n.d.t.).

***

Alcuni documenti rivelarono che la ditta per cui Prescott Bush, la Brown Brothers Harriman (BBH), agì come base statunitense per  l’industriale tedesco Fritz Thyssen, che contribuì a finanziare Hitler nel 1930 prima di cadere con lui alla fine del decennio. The Guardian ha materialmente visto la prova che dimostra che Bush è stato il direttore della UnionBanking Corporation  di New York (UBC), che rappresentava gli interessi di Thyssen negli Stati Uniti, e continuò a lavorare per la banca anche dopo che l’America entrasse in guerra.

***


Bush fu uno dei membri fondatori della banca (UBC).  … La banca era stata fondata da Harriman e dal suocero di Bush per mettere una banca statunitense al servizio dei Thyssen, la più potente famiglia di industriali della Germania.

***


Alla fine del 1930, la Brown Brothers Harriman, che si considerava la più grande banca privata d’investimento del mondo, e la UBC, avevano acquisito e trasferito milioni di dollari in oro, petrolio, acciaio, carbone e buoni del tesoro USA alla Germania,  alimentando e finanziando l’ascesa di Hitler fino alla guerra.

Tra il 1931 e il 1933 la UBC acquisì più di 8 milioni di dollari in oro, di cui 3 milioni inviati all’estero. Secondo i documenti visti dal Guardian, dopo la sua istituzione, la UBC trasferì $ 2 milioni di dollari a conti BBH e tra il 1924 e il 1940 il suo giro di affari sfiorò in media i 3 milioni di dollari, scendendo solo saltuariamente a 1 milione.

***

La UBC fu colta in flagrante a gestire una società di comodo americana per la famiglia Thyssen otto mesi dopo che l’America era entrata in guerra, e si scoprì che era questa la banca che aveva finanziato in parte l’ascesa di Hitler al potere.

In verità, la banche spesso finanziano entrambi i lati di una guerra:

(Il San Francisco Chronicle documentò che anche Rockefeller, Carnegie e Harriman finanziarono i programmi eugenetici nazisti,  ma di questo parliamo un’altra volta…).

Anche la Federal Reserve ed altre banche centrali hanno contribuito ad iniziare delle guerre finanziandole.

Il militare Americano più decorato nella storia ha dichiarato che la guerra è un racket, e ha aggiunto: “Non dimentichiamoci dei banchieri che hanno finanziato la grande guerra. Se c’e’ qualcuno che ne ha tratto profitto, quelli sono stati i banchieri.”

Le grandi banche hanno anche riciclato denaro sporco per i terroristi.  Quell’ impiegato di una grande banca che ha faytto la soffiata sulle  operazioni di riciclaggio di denaro per i terroristi ed i cartelli della droga, ci dice: che la grande banca sta ancora aiutando i terroristi: “La gente deve sapere che il denaro è tuttora convogliato attraverso la HSBC direttamente verso chi compra le armi ed i proiettili che uccidono i nostri soldati…Le banche che finanziano i terroristi è un fatto che riguarda tutti gli Americani, nessuno escluso.”

Ha anche detto“E’ una cosa tremendamente disgustosa che le nostre banche, il 9 settembre del 2013, STIANO ANCORA finanziando i terroristi”.

Leggete qui: Secondo la BBC ed altre fonti, Prescott Bush, JP Morgan e altri investitori importanti, hanno anche finanziato un colpo di stato contro il presidente Franklin Roosevelt, nel tentativo – fondamentalmente – di attuare un regime fascista negli Stati Uniti. Leggere quiquiqui e qui.

Kevin Zeese scrive“Gli americani stanno imparando a riconoscere il legame tra il comparto militare/industriale e gli oligarchi di Wall Street, una connessione che risale agli inizi dell’impero americano moderno. Le banche hanno sempre tratto profitto dalla guerra perché il debito creato dalle banche si traduce in un grasso bottino di guerra per la grande finanza; e perché sono state utilizzate per aprire i paesi esteri agli interessi corporativi e bancari degli Stati Uniti”.

Il Segretario di Stato William Jennings Bryan, ha scritto: “C’erano grandi interessi bancari legati alla guerra mondiale poiché grandi erano le opportunità di profitto”.

Ora molti storici riconoscono che un motivo nascosto alle origini dell’entrata in guerra degli Stati Uniti era quello di tutelare gli interessi degli investitori statunitensi. Grandi interessi commerciali statunitensi avevano fortemente investito negli alleati europei prima della guerra: “Nel 1915, la neutralità degli Americani fu oggetto di critica, mentre banchieri e commercianti iniziarono a prestare denaro e a offrire prestiti alle parti interessate dal conflitto, anche se le Grandi Potenze ne ricevettero di meno. Tra il 1915 e il 1917, gli Alleati ricevettero 85 volte l’importo prestato alla Germania”.  Il totale dei dollari prestati a tutti i mutuatari alleati in questo periodo fu di 2.581,3 milioni di dollari.

I banchieri ritennero che, se la Germania avesse vinto la guerra, i loro prestiti agli alleati europei non sarebbero stati rimborsati. Il più grande banchiere statunitense dell’epoca,  J.P. Morgan ed i suoi associati, fecero di tutto pur di trascinare gli Stati Uniti in guerra a fianco dell’Inghilterra e della Francia.  Morgan disse: “Abbiamo convenuto che dobbiamo fare tutto ciò che è legittimamente in nostro potere per aiutare gli alleati a vincere la guerra il più presto possibile”.  Il Presidente Wilson, che in campagna elettorale disse che avrebbe tenuto gli Stati Uniti fuori dalla guerra, alla fine vi entrò allo scopo di proteggere gli investimenti delle banche americane in Europa.

Il Marine più decorato nella storia, Smedley Butler, ci ha parlato delle sue guerra combattute per le “banche americane”. Ci ha detto: “Ho alle spalle 33 anni e 4 mesi di servizio militare attivo e ho trascorso la gran parte di questo tempo a fare il supersoldato per quelli del Big Business, per Wall Street e per tutti i grandi banchieri.  In poche parole, sono stato un camorrista, un gangster del capitalismo. Nel 1914 ho aiutato a mettere in sicurezza il Messico e soprattutto Tampico per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. Ho contribuito a rendere Haiti e Cuba dei luoghi decenti per i “ragazzi” della National City Bank;  per aiutarli ad arricchirsi ho contribuito allo stupro di una mezza dozzina di repubbliche dell’America Centrale, a beneficio di Wall Street.   Dal 1902 al 1912 ho aiutato a “purificare” il Nicaragua per la International Banking House degli Brown Brothers. Nel 1916 ho portato alla luce la Repubblica Dominicana per gli interessi americani dello zucchero. Ho aiutato a rendere l’ Honduras un posto adeguato per le compagnie frutticole americane nel 1903. In Cina, nel 1927, ho fatto in modo che la Standard Oil passasse indisturbata.  Guardando indietro, avrei potuto dare dei buoni suggerimenti ad Al Capone. Il massimo che è riuscito a fare è stato imporre il suo racket in tre distretti: io l’ho fatto su tre continenti.”

In “Confessioni di un Sicario Economico”, John Perkins descrive in che modo i prestiti della Banca Mondiale e del FMI sono utilizzati per generare profitti per le imprese statunitensi e debiti enormi per i paesi in difficoltà, consentendo così agli Stati Uniti di poterli facilmente controllare. Non è una sorpresa che ex-ufficiali militari come Robert McNamara e Paul Wolfowitz  abbiano continuato a dirigere la Banca Mondiale.  Il debito di questi paesi verso le banche internazionali assicura agli Stati Uniti il loro controllo, forzandoli in un certo senso ad entrare nella “coalizione dei volenterosi”, quella che ha contribuito attivamente all’invasione dell’Iraq, o ad acconsentire all’insediamento nel loro territorio di basi militari statunitensi.  Se i paesi si rifiutassero di “onorare” i loro debiti, la CIA o il Dipartimento di Difesa farebbero in modo da fargli rispettare la volontà politica degli Stati Uniti, provocando colpi di stato o compiendo azioni militari.

***

Sono sempre più numerose le persone coscienti della stretta connessione tra il mondo bancario ed il mondo bellico…

Poiché è così: tutte le guerre sono guerre di banchieri.

Fonte: www.infowars.com

Link: http://www.infowars.com/bankers-are-behind-the-wars/

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org da SKONCERTATA63

- See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2014/04/24/dietro-alle-guerre-ci-sono-i-banchieri/#sthash.jLt1MyjJ.dpuf

DIETRO LE GUERRE CI SONO I BANCHIERI
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Signoraggio bancario: come funziona

Pubblicato su 27 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

link a infografico news

 

Tratto da: http://systemfailureb.altervista.org

Signoraggio bancario: come funziona
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''LA GERMANIA STA ATTUANDO IL PROGETTO ECONOMICO PER L'EUROPA DEGLI ECONOMISTI NAZISTI'' (PROF.GATTEI UNIVERSITA' BOLOGNA)

Pubblicato su 27 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Sembra che la Grande Germania, ritornata soggetto geopolitico egemone in Europa, stia realizzando attualmente la prospettiva immaginata dai politici e dagli economisti nazisti per il loro dopoguerra vittorioso: di rendersi esportatrice netta di merci verso una periferia monetariamente subalterna ad una moneta unica che allora sarebbe stato il marco e adesso è l’euro.

Alla metà degli anni ’30 la stabilità degli scambi commerciali con l’estero era stata raggiunta in Germania mediante accordi bilaterali di clearing che consentivano di scambiare le merci senza “consumare” moneta perché le importazioni, non coperte da esportazioni, venivano contabilizzate in una “stanza di compensazione” e rinviate al futuro, senza interessi, in attesa d’essere saldate con esportazioni a venire.

A seguito dei successi militari del 1940 una sua evoluzione venne ritrovata nella compensazione multilaterale tra le nazioni progressivamente alleate o conquistate, così che se la Germania si trovava con un debito verso A ma pure con un credito verso B, B pagava A e la Germania era libera dal debito senza nessun movimento di valuta.

Nasceva in questo modo l’idea di costituire un Grande Spazio di scambi commerciali europei di cui la Germania sarebbe stata il centro, come nel 1940 spiegava una nota della Cancelleria del Reich: «i grandi successi della Wehrmacht tedesca hanno creato i fondamenti per il Nuovo Ordine Economico Europeo sotto il dominio tedesco. La Germania, dopo aver concentrato negli ultimi anni le proprie forze principalmente sul riarmo militare, potrà seguire in futuro anche la strada della crescita economica e dello sviluppo delle proprie forze produttive su ampia base e una grossa crescita del tenore di vita ne sarà la conseguenza»[1].

Questo Nuovo Ordine Economico Europeo sarebbe però nato asimmetrico perché gli stati aderenti si sarebbero collocati in due diversi gironi d’importanza: un «cerchio interno» composto dalla Germania allora impinguata dell’Austria e dei Sudeti, dal Protettorato di Boemia e Moravia, dal Governatorato Generale polacco e da Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Lussemburgo in quanto nazioni razzialmente affini ma pure economicamente omogenee, tanto da potersi pensare   ad un unico livello dei prezzi, dei redditi e dei salari; ed un «cerchio esterno» in cui avrebbero gravitato Svezia, Svizzera e poi Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (i PIGS, i paesi “maiali” già previsti!) con estensione all’Unione Sovietica (quando sconfitta), alla Turchia e all’Iran per proiettare il Grande Spazio fino al Pacifico e al Golfo Persico. Qui però prezzi e salari sarebbero stati mantenuti più bassi per favorire le esportazioni verso il cerchio interno. Il marco avrebbe dovuto diventare la moneta comune (in mancanza, «la fissazione di tassi di cambio stabili sarebbe assolutamente necessaria»), mentre sarebbe stata istituita una Banca Centrale Europea con sede a Vienna, che allora era tedesca, per il conteggio incrociato dei saldi tra i paesi associati «in cui, naturalmente, la Germania deve essere predominante».

Tanto progetto d’unificazione commerciale e monetaria europea non ha però mai visto la luce, travolto dal rovesciamento delle sorti della guerra dal 1942 in poi. Ma si può avanzare il legittimo sospetto che, dopo la costituzione della Unione Monetaria, la Germania post-1989 abbia ripreso con determinazione l’idea del Grande Spazio europeo partendo dall’adozione di una  politica commerciale lucidamente “mercantilistica” per compensare con l’esportazione all’estero il rigore fiscale e la moderazione salariale interne (e qualcuno ha scritto che «se non ci fossero state le robuste esportazioni verso l’Europa periferica, la Germania sarebbe scivolata dalla bassa crescita alla stagnazione»[2]). Ma il disavanzo commerciale che si veniva a formare in periferia, non più correggibile con le “svalutazioni competitive” di un tempo per il vincolo della moneta unica, come sarebbe stato coperto? A sostenere la capacità di spesa dei paesi “maiali” sono  intervenuti i prestiti di capitale dal centro per cui, se quelli s’indebitavano, questo otteneva il doppio vantaggio di guadagnare interessi sul denaro prestato assicurandosi contemporaneamente  un mercato di sbocco privilegiato perché privo di rischio di cambio.

Il gioco non è tuttavia senza difetto perché, mentre la periferia si deindustrializza per l’invasione delle merci straniere, il centro si fa partecipe della sua progressiva instabilità finanziaria  per quell’indebitamento crescente di cui è creditore. E così quando, e ai primi casi d’insolvibilità periferica (in Grecia, ma soprattutto a Cipro), il centro ha temuto che i propri crediti potessero venire “ripudiati”, è corso ai ripari richiedendone alla periferia il rientro, almeno in parte, coatto. Sta in questo il senso del Trattato per la stabilità, il coordinamento e la governance, sinteticamente noto come “Fiscal Compact”, approvato il 23 luglio 2012 dal Parlamento italiano. Con esso si sono a tal punto irrigiditi i vincoli di bilancio pubblico e di debito sovrano da poter essere giudicato, dopo il Trattato di Maastricht (1991) ed il Trattato di Lisbona (1999), come «il terzo atto della storia dell’euro che radicalizza in maniera inedita i principi neoliberisti che hanno caratterizzato fin dall’inizio la costruzione della moneta unica»[3] , anche a rischio di realizzare una forma di austerità perpetua che potrebbe fare esplodere l’Unione Monetaria Europea.

Il Fiscal Compact richiede all’articolo 3 che le spese statali vengano integralmente coperte da imposte e tasse (al netto di variazioni minimali emergenziali); in caso contrario è previsto «un meccanismo automatico di correzione» che di fatto priva i paesi colpevoli d’infrazione d’ogni potere decisionale proprio. L’articolo 4 impone invece il rientro del debito pubblico al 60% del PIL a partire dal 2015 (un impegno confermato dalla “Agenda Monti” del 24 dicembre 2013), il che significherebbe per l’Italia, che ha un debito pubblico del 134% su di un PIL di oltre 2000 miliardi di euro, un aggravio sul bilancio statale e per vent’anni di una quota di restituzione del debito di oltre 50 miliardi all’anno. Ma perché un simile provvedimento è stato introdotto? Chi l’ha pensato si è affidato a certe stime del Fondo Monetario Internazionale secondo le quali ad un punto di “contrazione fiscale” (più imposte e tasse e/o meno spesa pubblica) corrisponderebbe un calo del PIL dello 0,5%, e quindi una riduzione del rapporto Debito/PIL. Però all’inizio del 2013 lo stesso FMI ha convenuto che quella stima funziona soltanto in caso di crescita economica, perché in recessione la riduzione del PIL sale all’1,7%, aumentando (e non diminuendo) il rapporto Debito/PIL e quindi costringendo ad ulteriori interventi d’austerità che peggiorano il rapporto e così via seguitando[4] (come s’è visto in Italia con le manovre di riduzione del debito dei governi Monti e Letta che, invece di diminuirlo, lo hanno aumentato).

Ma se tutto questo succede in periferia, che capita al centro? Di fronte ad un eventuale collasso economico periferico, esso vedrebbe restringersi l’area privilegiata d’esportazione dovendo ricercare altri sbocchi fuori dalla zona-euro, dove però il rischio di cambio esiste. E qui, a fronte di un euro troppo rivalutato, la sostituzione delle esportazioni potrebbe non risultare “a somma zero”, come sta già succedendo alla Germania: calano le esportazioni verso i paesi UE, ma «Berlino sbaglierebbe davvero molto se d’ora in poi potesse pensasse di poter puntare tutte le sue carte solo sul resto del mondo. Con una domanda interna tendenzialmente debole e senza la vecchia Europa che torni a comprare il “made in Germany”, il suo attivo rischia di non correre più come quello di un tempo, sicché nel 2012 la somma del saldo complessivo UE ed extra-UE ha fatto segnare soltanto quota 185 miliardi, un livello ancora lontano, dopo cinque anni, dal record storico di 194 miliardi toccato nel 2007»[5].

Quale soluzione allora ci sarebbe per il centro se non quella di una svalutazione competitiva dell’euro per guadagnare maggiori quote di mercato? Ma questa decisione, favorevole agli industriali, danneggerebbe il sistema finanziario, che vedrebbe minacciato quell’euro forte difeso fino ad ora a spada tratta. Ecco perché non è da escludere l’alternativa di un arroccamento su di un euro del nord che abbandoni al proprio destino i paesi “maiali” per riciclare il centro come luogo privilegiato d’importazione di capitali invece che di esportazione di merci.

E’ quest’ultima una soluzione praticabile? L’antagonismo tra finanza e industria è un tema ricorrente nella storia economica.

Note.

[1] Cfr. P. Fonzi, La moneta nel Grande Spazio. La pianificazione nazionalsocialista della integrazione europea 1939-1945, Milano, 2012.

[2] S. Cesaratto e A. Stirati, Germany and the European and Global Crisis, in “Quaderni del Dipartimento di Economia politica dell’Università di Siena”, 2011, n. 607, p. 3.

[3] B. Coriat, T. Coutrot, D. Lang e H. Sterdyniak, Cosa salverà l’Europa. Critiche  e proposte per un’economia diversa, minimum fax, Roma, 2013, p. 8.

[4] Cfr. O. Blanchard e D. Leigh, Growth forecast errors and  fiscal multipliers, in “IMF Working Paper”, 2013, n. 1.

[5] M. Fortis, Il made in Germany sta peggio, “Il Sole-24ore”, 17 maggio 2013.

Autore dell'articolo: GIORGIO GATTEI, Professore nell’Università di Bologna

Tratto da:http://www.ilnord.it

''LA GERMANIA STA ATTUANDO IL PROGETTO ECONOMICO PER L'EUROPA DEGLI ECONOMISTI NAZISTI'' (PROF.GATTEI UNIVERSITA' BOLOGNA)
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" GENOCIDIO " DELLE IMPRESE ARTIGIANE

Pubblicato su 26 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

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Aprilia. Le bugie dell'euro. Presentazione del libro Eurocidio

Pubblicato su 26 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Grazie al coraggio e alla lungimiranza degli organizzatori della Mostra Agricola di Campoverde 2014, si svolgerà giovedì 1 Maggio alle ore 11.30 nell’area convegni all’interno del sito di Aprilia Fiere, la conferenza “Le bugie dell’Euro” introduttiva alla presentazione del libro del noto saggista economico Giovanni Passali, dal titolo “Eurocidio”.

In tale importante appuntamento, organizzato dal nostro Comitato,  sarà spiegato dati alla mano come l’Euro sia, la principale causa della crisi del sistema economico poiché esso, è uno strumento che sin dall’atto della sua emissione crea debito. Il debito è il simbolo di questo sistema, esso è usato come cappio al collo sia dei cittadini sia della classe politica poiché, chi è debitore non è pienamente libero di curare i propri interessi. Se in questa condizione finisce uno Stato – attraverso politiche criminali di cessione di Sovranità – allora esso non può portare avanti politiche di sviluppo nell’interesse della sua collettività. L’Euro è una moneta che palesemente non funziona, e viene tenuta forzatamente in piedi anche a rischio di catastrofi sociali enormi come dimostra ad esempio la situazione della Grecia. Una moneta privata creata dalle banche centrali degli stati già economicamente forti e non adatta ai sistemi economici degli stati del bacino del Mediterraneo, che ha aumentato le disparità all’interno dell’Unione Europea e che ha palesemente fallito in merito alla costruzione di uno spirito solidaristico tra i popoli. Essere contro l’Euro non vuol dire essere anti europei, circolano infinite bugie sparse ad arte per terrorizzare i cittadini senza informarli. Scopo di questa conferenza è proprio fare luce su alcuni temi oggetto di evidente disinformazione, attraverso l’esposizione di dati oggettivi spesso provenienti dalla BCE – non certo da un “centro studi no euro” – che mettono in risalto l’inconsistenza delle politiche finora adottate. Aumento dell’inflazione, aumento dei prezzi delle materie prime e dei carburanti, impennate dei mutui e altri scenari apocalittici, sono gli argomenti falsi e privi di qualsiasi base economica che vengono ripetuti continuamente nel tentativo di convincere gli italiani a proseguire su questa strada fatta di fallimenti, morti per disperazione e disoccupazione. Tutto questo ha uno scopo, mantenere il “reddito da Signoraggio” nelle mani dei padroni della grande finanza internazionale e impedire che i popoli riguadagnino la loro Sovranità anche in campo monetario. A spiegare tutto questo sarà Giovanni Passali presentando il suo ultimo libro “Eurocidio”. Questo è un grande appuntamento al quale speriamo tanti intervengano non solo per “sete di sapere” ma anche per puro spirito di sopravvivenza poiché questa non è semplicemente una crisi, è una vera e propria guerra con morti e distruzione ormai diffusa in tutte le classi della società.            

- See more at: http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=19236:aprilia-le-bugie-dell-euro-presentazione-del-libro-eurocidio&catid=13&Itemid=652#sthash.oxlhQ4Fh.dpuf

Aprilia. Le bugie dell'euro. Presentazione del libro Eurocidio
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Uscire dall’Euro? Non impossibile, anzi auspicabile

Pubblicato su 26 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Mancano poche settimane alle elezioni del Parlamento europeo, ma l’Italia fa “orecchie da mercante”. Il dibattito politico, come già denunciato su questo spazio la scorsa settimana, si gioca più che altro su questioni interne, in particolare sulla pressione fiscale e sui progetti di riforma presentati dal Governo. Una situazione surreale, in cui i principali partiti evitano clamorosamente di raccontare agli elettori il loro programma relativo le elezioni europee.In questa cappa di silenzio assordante fa notizia “False verità sull’Europa”, il nuovo saggio di Lorenzo Bini Smaghi, già membro del comitato esecutivo della Bce. Il pamphlet è costruito quasi come un atto d’accusa verso la politica italiana, che da troppo tempo colpevolizza l’Europa per gli insuccessi e preoccupa l’estero per la propria incapacità di risolvere i problemi interni. Partendo dalle riflessioni di Smaghi, abbiamo domandato un’opinione al noto economista Paolo Turati, presidente della Fondazione Magna Carta Nord-Ovest e advisor di Istituzioni di art market & finance.

- Nel suo scritto, Smaghi ridicolizza la diffusa opinione che l’Europa sia paralizzata dalla burocrazia. Anzi, afferma che l’Ue abbia ben operato durante la crisi con il Fondo Salva Stati e che ci vorrebbe più Europa.

- Personalmente non sano d’accordo. Durante la crisi di Paesi come Grecia, Portogallo e Italia abbiamo assistito a un imponente interventismo centralistico da parte delle istituzioni europee, in particolare monetarie, di matrice fortemente burocratica. Una scelta che non è sicuramente fonte di giubilo per chi guarda ai mercati internazionali. E quello in cui viviamo è un mercato sostanzialmente adulterato, dove sembra che le perturbazioni finanziarie debbano essere per forza governate. Non è assolutamente così, il risultato è anzi controproducente. Le azioni dell’Ue in questi anni sono state rivolte in pratica a stabilizzare l’euro a un cambio particolarmente alto, che ha penalizzato la competitività interna.

- Insomma, bisognerebbe lasciar fare ai mercati?

- Certamente sì. Sono gli equilibri internazionali che devono fissare il cambio dell’euro. Il rischio è altrimenti quello di lasciare in mano ad altri il boccino sul futuro del nostro tessuto produttivo, fatto di piccole, medie e grandi aziende. Si pensi alla Banca del Giappone, che ha potuto decidere di raddoppiare la massa monetaria, svalutando lo yen, o alla Federal Reserve statunitense che sta proteggendo il cambio favorevole del dollaro per aiutare le esportazioni americane. Il fatto che l’Ue sia ingessata nello svalutare la propria moneta senza alcun patema d’animo è una scelta fatta dall’euroburocrazia, in particolare quella di origine tedesca.

- Smaghi critica fortemente chi chiede regole diverse per l’Europa, e si scaglia contro chi vorrebbe modificare il Fiscal Compact e l’emissione di Eurobond.

- E’ una posizione paradossale. Gli Stati nazionali devono avere facoltà di critica di e modifica delle regole, laddove esse non siano coerenti coi loro interessi. Ad esempio, non vi può essere fiscal compact (cioè l’obbligo di pareggio di bilancio) se non si emettono Eurobond. La creazione di titoli di debito europeo è fondamentale per venire incontro e spalmare su tutta l’Europa quelle sperequazioni di crescita e d’inflazione che alcuni Paesi subiscono a favore di quelli più forti nell’Ue. L’Italia ci ha pensato per più di un secolo prima di diventare uno Stato compiuto: il boom economico nel nostro Paese nacque quando il Nord prese di coscienza che il Sud, pur essendo meno produttivo in termini assoluti, era però fondamentale come massa di consumatori dei prodotti generati. Insomma, è vero che avvenivano dei trasferimenti dal settentrione a meridione (la Cassa del Mezzogiorno ne era una esemplificazione), ma dall’altro lato si riguadagnava in termini di consumi. Chi richiede l’emissione degli Eurobond fa cioé lo stesso ragionamento, per cui non vedo alcuno scandalo. D’altra parte, la Germania ha più del 50% delle proprie esportazioni verso i Paesi deboli dell’Ue: deve solo prendere?

- Nel suo saggio, l’ex membro della Bce afferma che si usano due misure contro le decisioni dell’Ue. La si loda quando interviene contro le multinazionali americane, la si critica quando interviene contro gli aiuti di Stato.

- Bisognerebbe capire quale direzione vuole prendere all fin fine l’Ue: o si ha un libero mercato o si inseriscono i dazi a difesa, altre soluzioni non ne vedo. Ma d’altra parte mi stupisce che Smaghi affermi che l’Ue in questi anni abbia adottato politiche contro le multinazionali. Il caso emblematico è quello della Fiat: azienda nata in Italia, produce in America, ha sede legale in Olanda e sede fiscale nel Regno Unito. Dov’è l’Europa in questo caso?

- Smaghi se la prende infine con chi vuole la fine dell’euro. Secondo la sua opinione, tornando al sistema valutario nazionale avremmo valute schiacciate attorno al marco.

- Parametrandosi in un rapporto fisso col dollaro, l’Argentina è fallita. È un vero caso di scuola, nel quale se un’economia debole si lega ad una forte rischia il default. Non esiste la possibilità di un equilibrio finanziario se non c’è possibilità di svalutazione o di trasferimenti (risarcimenti) surrettizi interni alla comunità europea. Se si uscisse, si avrebbe la creazione di nuove monete con svalutazioni e rivalutazioni del valore queste: sarebbe impensabile altrimenti. Si guardi al differenziale inflazionistico e alla perdita del mancato sviluppo subito (-20% per l’Italia in termini di Pil) a causa dell’euro forte. Questi sono parametri che andrebbero tenuti in seria considerazione. E a chi paventa che con la fine dell’euro avverrebbe una fuga di capitali, rispondo che negli ultimi anni l’Italia ha comunque patito trasferimenti di capitali per circa 300 miliardi. Mi pare che il peggio sia già capitato. Anzi gli italiani, avendo un forte patrimonio immobiliare, vedrebbero rivalutate le proprie ricchezze: altro che depauperate! Oggi, poi, tutte le transazioni sui titoli non sono più cartacee, ma tracciate a livello informatico, quindi controllabili. Scapperebbe al massimo un po’ di contante, che però ormai è quasi ridotto a zero: una delle tante scelleratezze che ha messo in ginocchio interi comparti economici nazionali. Perciò uscire dall’euro è auspicabile, altro che impossibile.

Tratto da:http://bastacasta.altervista.org

Uscire dall’Euro? Non impossibile, anzi auspicabile
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