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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Post con #economia categoria

LE TASSE AUMENTANO, E ORA CONTROLLERANNO I CONTI CORRENTI

Pubblicato su 15 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Tassazione sempre più pesante sui salari in Italia. Secondo il rapporto Taxing Wages dell’Ocse, il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti è ormai alle soglie del 50%. Nel 2014 la differenza tra il costo totale del lavoro e il salario netto in busta paga per un single con una retribuzione media ha infatti raggiunto il 48,2%, in incremento di 0,4 punti rispetto al 2013. Il dato supera di oltre 12 punti la media Ocse che è del 36% (+0,1 punti sull’anno precedente) e l’aumento deriva dalle imposte sul reddito, mentre non emergono variazioni nell’incidenza dei contributi sociali.

E come se non bastasse, l’operazione 730 precompilato (con tutte le sue falle) è solo la prima tappa di quello che si prevede un inferno per i contribuenti. Lo promette Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle Entrate, che annuncia altri importanti cambiamenti. In un’intervista a Repubblica spiega che è finito il tempo dei blitz a Cortina. La caccia al nero, ora, passerà per una stretta sulla privacy: “L’uso di massa dei dati bancari – spiega – ora è escluso per via della privacy, e così il pacchetto promesso è fermo da due anni. Ma chi invoca la tutela della privacy dimentica che tutti i dati sono elaborati dalla Sogei, un fortino informatico a prova di intrusione, che garantisce un uso più che corretto dei flussi finanziari grazie a severissime procedure di accesso”. La direttrice, insomma, annuncia le intenzioni: rendere il “Grande Fratello fiscale” sempre più potente e invasivo. Comunque, garantisce: “Nessuno potrà impropriamente avvalersi di dati sensibili, questo è certo”. Alle accuse di abusi da parte delle Entrate, risponde così: “I nostri funzionari non possono avere la discrezionalità di separare la cosiddetta evasione di necessità dall’abuso. Sarebbe pericolosissimo. E comunque teniamo la situazione sotto controllo”.

Tratto da:http://www.stopeuro.org

LE TASSE AUMENTANO, E ORA CONTROLLERANNO I CONTI CORRENTI
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L’EURO CHE DIVIDE: LOTTE NAZIONALI E SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Pubblicato su 15 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Due accademici italiani, Del Savio e Mameli, denunciano su Truthout mistificazioni e pericoli del cosiddetto progetto di integrazione europea: l’unione monetaria è stata innanzitutto lo strumento per favorire l’unione degli oppressori (le élite finanziarie e industriali) contro gli oppressi (le classi lavoratrici), nonché il catalizzatore di quegli squilibri di finanza privata che si vorrebbero ora risolvere scaricandone il peso sui contribuenti e sollevando un popolo contro l’altro. È tempo di ritrovare una solidarietà tra gli oppressi, a cominciare però da quella dimensione che già Marx e Mazzini nell’Ottocento dicevano essere quella fondamentale: la dimensione nazionale, entro cui bisogna ricondurre scelte e sovranità. (La citazione di Bagnai a metà articolo sembra giustamente dare credito a chi in Italia — e anche in Europa — ha avviato questo discorso)

 

di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli, 26 marzo 2015

L’euro, così come le politiche e le istituzioni che lo mantengono, hanno avuto un impatto che ha creato profonde divisioni ed è stato distruttivo sull’Europa. Ciò è in forte contrasto con la retorica spesso usata dall’élite politica dell’Unione Europea (UE), secondo la quale la moneta unica sarebbe necessaria per promuovere e migliorare la cooperazione pacifica in Europa.

L’impatto divisivo dell’euro si è manifestato in una quantità di modi diversi. Sottraendo la politica monetaria agli stati nazionali, irrigidendo il sistema dei cambi, e adottando delle politiche che hanno avvantaggiato soprattutto l’economia e i settori finanziari dei paesi economicamente più forti, la moneta unica ha ampliato il divario tra i paesi più deboli (come la Grecia e la Spagna) e i paesi più forti (specialmente la Germania). Ciò ha comportato nei paesi più deboli la distruzione di potenzialità industriali ed economiche, e livelli molto elevati di disoccupazione, rendendoli così ancora più deboli.

Gli accordi all’interno dell’eurozona hanno avvantaggiato soprattutto le élite finanziarie e industriali dei paesi più forti. Specialmente prima della crisi del 2008, queste élite hanno potuto trarre profitti prestando denaro alle banche dei paesi più deboli, finanziando in questo modo il consumo di beni che venivano prodotti dalle loro stesse imprese. Queste élite hanno potuto attingere al vasto bacino di lavoratori qualificati, ma disoccupati, dei paesi economicamente più deboli. Hanno anche potuto acquistare a basso prezzo alcune delle più pregiate attività industriali di tali paesi.

La crisi del 2008 ha messo a nudo alcuni dei problemi di questo modello che crea così profonde divisioni, e ha fornito l’occasione per smantellarlo. Tuttavia, la reazione di fronte alla crisi è stata ancora più divisiva. Quando la crisi finanziaria ha iniziato a manifestarsi, la Banca Centrale Europea (BCE) e altre istituzioni UE hanno intrapreso una serie di misure finalizzate a salvare il sistema bancario europeo e la moneta unica. Queste misure hanno trasformato quello che essenzialmente era un problema delle banche e delle imprese finanziarie dei paesi economicamente più forti – i quali, nella ricerca di maggiori profitti, avevano corso dei rischi eccessivi prestando enormi somme di denaro a bassi tassi d’interesse a banche, governi e consumatori dei paesi economicamente più deboli – in un problema dei contribuenti europei, mettendo i cittadini di diversi paesi gli uni contro gli altri.

Il caso greco è particolarmente estremo e drammatico: nel 2010 lo Stato greco fu costretto a prendere denaro in prestito dalla BCE, e dunque dai contribuenti degli altri paesi dell’eurozona, principalmente per salvare le banche greche. Il crollo di queste banche avrebbe causato un crollo di quelle banche (specialmente del nord Europa) che avevano incautamente prestato denaro alle banche greche, il che a sua volta avrebbe causato il crollo della moneta unica. Il risultato di tutto ciò è che ora i contribuenti greci hanno un debito verso i contribuenti di altri paesi europei, debiti che non avevano prima che la crisi iniziasse. Per salvare l’eurozona, la Grecia è stata trasformata in una colonia del debito, e all’interno dell’attuale quadro politico europeo non ha essenzialmente alcuno spazio per contrastare la servitù del debito che le è stata imposta. Questa servitù del debito sta distruggendo la sua economia e, più in generale, la sua società. Se non si fa qualcosa, è facile che vada avanti così per generazioni.

Salvare il sistema bancario europeo potrebbe anche essere giustificabile, ma il modo in cui lo si è fatto, la retorica usata per difendere quel che è stato fatto, questo non è giustificabile. Le istituzioni europee hanno presentato il salvataggio come un’azione necessaria per risolvere il problema causato dal fatto che la gente comune nei paesi deboli avrebbe “vissuto al di sopra dei propri mezzi”. Ciò significa nascondere i meccanismi attraverso i quali il credito a basso costo offerto a governi e consumatori di tali paesi ha avvantaggiato le economie dei paesi più forti. Significa anche nascondere i modi in cui i salvataggi hanno tutelato gli interessi delle istituzioni finanziarie (e gli ultra-ricchi) e danneggiato gli interessi della gente comune di tutta l’Europa.

L’impatto divisivo dell’euro non ha solo un aspetto economico. Ha anche un aspetto sociale e culturale. I sentimenti anti-greci si sono ora ampiamente diffusi in Germania e in altri paesi dell’eurozona. Le élite UE hanno alimentato questi sentimenti per nascondere il fatto che il salvataggio greco è stato necessario per salvare le banche dei paesi economicamente più forti, e per nascondere il fatto che i prestiti fatti dalle banche del nord verso i paesi del sud hanno avvantaggiato l’economia tedesca.

Le élite dell’UE hanno incolpato lo Stato greco per la crisi dell’eurozona, per quella che essi vedono come inefficienza e corruzione, e in generale per i difetti dei sistemi economici dell’Europa del sud. Non è una sorpresa che questo tipo di retorica abbia dato origine, nel dibattito pubblico del nord Europa, ad un riemergere di vecchi stereotipi secondo i quali gli europei dei sud, e i greci in particolare, sarebbero pigri, inclini alla corruzione e antropologicamente inferiori. La scioccante campagna che ha rappresentato i greci come “avidi” sulla prima pagina del Bild, il giornale tedesco a maggior tiratura, è solo uno degli ultimi sintomi del modo in cui l’euro è riuscito a far rivivere vecchie e pericolose divisioni.

Lo scopo di questa campagna era quello di opporsi al rinnovo del programma di salvataggio greco, un rinnovo che il nuovo governo greco è stato costretto ad accettare, dato che la BCE ha minacciato di lasciar collassare il sistema bancario greco. Questo rinnovo ha fatto sì che Syriza, il partito di governo in Grecia, abbia dovuto ripudiare o posticipare molte delle promesse contenute nel suo manifesto elettorale, tra cui la richiesta di una Conferenza Europea sul debito, l’immediata sospensione delle politiche di austerità – che nel caso greco significa accumulare dei surplus primari, economicamente devastanti, per ripagare i debiti – e il rovesciamento delle cosiddette “riforme strutturali”, che portano avanti gli interessi delle grandi aziende.

Nonostante quella che da molti è stata vista come una resa da parte di Syriza nei confronti degli interessi tedeschi, il Bild e molti dei suoi lettori hanno visto l’accordo come un atto di ingiustificata generosità verso dei greci moralmente corrotti, che non la meritavano. Le élite dell’UE hanno la responsabilità di queste nuove forme di razzismo che stanno emergendo. In questo modo hanno forse evocato delle forze distruttive che potrebbero poi rivelarsi difficili da tenere a bada.

Micheal Pettis ha recentemente affermato che “i nazionalisti europei sono riusciti a convincere la gente, contro ogni logica, che la crisi europea sia un conflitto tra le nazioni, e non tra settori dell’economia”. Certo, egli ha ragione nel dire che la crisi dell’euro è il campo di battaglia di un conflitto di classe, ma non sono i nazionalisti europei che stanno cercando di ingannarci per farci credere che l’attuale conflitto sia un conflitto tra stati nazionali. Sono piuttosto le élite europee che, cercando di nascondere il conflitto di classe, stanno irresponsabilmente trasformando la crisi in un conflitto tra nazioni.

L’euro è stato usato per portare avanti politiche che vanno contro gli interessi delle persone comuni in tutti i paesi dell’eurozona, Germania inclusa. Negli ultimi decenni la classe dirigente tedesca (sia di centrosinistra che di centrodestra, e senza particolare opposizione da parte dei sindacati) è riuscita a far passare leggi contro il lavoro, causando una stagnazione dei salari. Per di più, attraverso le rigidità causate dalla moneta unica, è riuscita a esportare in altri paesi le proprie politiche basate sulla strategia del “beggar-thy-neighbor”. Nei paesi economicamente più deboli, le élite locali hanno tratto vantaggio dal “vincolo esterno” (il vincolo esterno generato dalle politiche tedesche e da una politica monetaria europea dominata dalla Germania) per “spremere” lavoratori e piccole imprese nei propri rispettivi paesi.

Per questa ragione, la grande maggioranza della gente in tutti i paesi dell’eurozona ha in comune qualcosa di importante: è infatti loro comune interesse opporsi al sistema oppressivo che sta preservando l’euro. E di conseguenza c’è un bisogno urgente e disperato di solidarietà europea tra la gente comune, in opposizione alle élite politiche europee e ai poteri finanziari di cui finora hanno curato gli interessi.

Alcuni commentatori hanno sostenuto che la crisi dell’eurozona può essere risolta con dei trasferimenti fiscali dai paesi che hanno beneficiato della moneta unica verso quei paesi che non ne hanno beneficiato. Questo è quello che intendono per solidarietà europea. Ma la situazione, in Germania e negli altri paesi creditori, dimostra che trasferimenti fiscali di questo genere non sarebbero al momento politicamente fattibili, perché gli elettorati li rifiuterebbero. Per di più, anche se fossero politicamente fattibili, non è chiaro se questi trasferimenti potrebbero davvero fermare la distruzione economica e sociale che sta avvenendo in Grecia e negli altri paesi debitori, come conseguenza delle politiche legate alla moneta unica.

Questo non è il tipo di solidarietà di cui gli europei hanno bisogno. La solidarietà di cui hanno bisogno è la solidarietà degli oppressi contro gli oppressori o, in questo caso, la solidarietà delle vittime dell’eurozona contro le élite europee e coloro i cui interessi vengono tutelati da queste élite. Comunque parlare di solidarietà europea in termini astratti non è molto utile. La solidarietà deve essere costruita concretamente, tra le persone, su un terreno di lotta. Al momento il terreno europeo di lotta è un terreno che l’élite politica europea è riuscita a tenere separato, almeno in parte, lungo i confini nazionali. Per questa ragione, in questa fase della lotta, la solidarietà locale e nazionale è uno strumento molto importante. L’esempio greco è, anche stavolta, istruttivo.

Negli ultimi anni in Grecia sono emerse molte iniziative spontanee di solidarietà. Per esempio, ci sono state molte iniziative di solidarietà che hanno cercato di affrontare il crollo del sistema sanitario, altre hanno tentato di gestire la distribuzione di generi alimentari tra quelle fasce di popolazione che non hanno abbastanza da mangiare, e così via. Queste iniziative sono state solitamente costruite dal basso, in contrapposizione agli interventi dall’alto, come gli invasivi programmi del governo o le iniziative di beneficienza delle organizzazioni non-governative. Inoltre, queste iniziative hanno spesso una dimensione politica e sociale, in quanto cercano di fornire degli spazi per ricostruire dei legami sociali e per delle discussioni collettive su come gestire la situazione attuale. Prendendo ispirazione da queste iniziative, e forse anche aiutati dai sentimenti anti-greci espressi quotidianamente dai media dei paesi economicamente più forti, gli attivisti e i leader di Syriza hanno iniziato a fare discorsi patriottici e nazional-popolari, come ha notato Stathis Kouvelakis, che ha contrapposto il discorso nazional-popolare a quello nazionalistico-preclusivo. È curioso che la bandiera greca si veda ogni volta che alle assemblee pubbliche la folla protesta contro le élite europee.

Alcuni critici delle politiche europee sono preoccupati per questi discorsi di solidarietà nazionale e all’idea che la Grecia e altri paesi dell’Europa del sud possano uscire dall’eurozona e riguadagnare la sovranità nazionale sulle materie economiche, fiscali e monetarie. I critici vedono gli strumenti della sovranità nazionale come pericolosi, o quantomeno inutili, strumenti che non potrebbero mai essere utilizzati in favore degli oppressi. Essi talvolta paragonano i discorsi nazional-popolari e patriottici al nazionalismo del peggior genere, e al razzismo che lo accompagna. Ma, se si vuole giungere a una liberazione, è importante opporsi a questa equazione.

Alberto Bagnai, un importante economista italiano anti-euro, ama ripetere che “dovremmo lasciare l’internazionalismo a quelli che se lo possono permettere. In un certo senso, ha assolutamente ragione. La dimensione transnazionale del controllo politico è molto apprezzata dalle multinazionali e dalle élite politiche che tutelano i loro interessi. Il motivo è che questa è una dimensione che le multinazionali e le élite possono facilmente gestire e utilizzare a proprio vantaggio. All’opposto, coloro che non appartengono alle élite hanno difficoltà ad accedere a questa dimensione e possono avere un impatto su di essa solo tramite degli intermediari poco affidabili, per lo più legislatori e rappresentanti eletti che possono facilmente essere “catturati” dalle élite economiche. Come dice il magnate Warren Buffett, “c’è stata una lotta di classe negli ultimi vent’anni, e la mia classe l’ha vinta“. La classe è quella degli ultra-ricchi, che abitano molto comodamente la dimensione internazionale, la dimensione nella quale i membri delle élite economiche e politiche sono solidali gli uni con gli altri a discapito delle richieste e degli interessi della gente comune.

Karl Marx una volta disse: “L’unificazione e la fratellanza tra le nazioni è una frase che oggi sta sulle labbra di tutti i partiti, specialmente di quelli della borghesia liberoscambista. È certo che esista un particolare tipo di fratellanza tra le classi borghesi di tutte le nazioni. È una fratellanza degli oppressori contro gli oppressi, degli sfruttatori contro gli sfruttati“. Ciò che Marx diceva delle “classi borghesi” nel diciannovesimo secolo è vero tuttora per quanto riguarda le élite economiche e le élite politiche e burocratiche che tutelano i loro interessi. Gli ideali internazionalisti di pace e di cooperazione sono stati usati ingannevolmente dai politici pro-UE per dare una credibilità morale a quella particolare versione del progetto di integrazione europea che piace a loro, e per nascondere l’oppressione e i rischi di divisione che quel progetto ha sempre portato con sé. Questo non è certo il tipo di internazionalismo che la gente comune può permettersi, e non lo dovrebbe accettare.

Molti greci probabilmente percepiscono che la solidarietà locale e nazionale è tra i pochi strumenti che essi hanno per proteggersi contro l’azione delle élite europee e dei creditori. Questa percezione è giustificata. Ma per essere davvero emancipatorio, il discorso patriottico, così come l’idea stessa di solidarietà locale e nazionale, deve articolarsi in termini non-esclusivisti e pertanto non razzisti. Deve essere articolato in modi compatibili con un uso corretto degli ideali internazionalisti di solidarietà tra gli oppressi. Deve articolarsi sulla base di una visione inclusiva delle persone, che non sia ostile verso gli immigrati o le minoranze in generale.

Il contesto nazionale – se usato in modi non-esclusivisti – è attualmente un importante terreno di lotta per combattere contro le brutali e oppressive politiche dell’UE. Queste politiche stanno stanno colpendo negativamente non solo i comuni cittadini in Grecia, e non solo i comuni cittadini negli altri paesi dell’Europa del sud, ma anche i lavoratori tedeschi, i cui salari sono rimasti stagnanti per decenni. Comunque, per parafrasare Friedrich Engels, sembra che la liberazione dei lavoratori tedeschi non possa avvenire senza la liberazione della Grecia – e degli altri paesi della “periferia” dell’eurozona – dall’oppressione delle élite politiche europee e tedesche.

Ancora più ottimista di Marx ed Engels sulla potenzialità di emancipazione delle lotte di liberazione nazionale, fu il loro contemporaneo Giuseppe Mazzini – il rivoluzionario italiano che sosteneva che usare il terreno della lotta nazionale non porta necessariamente al nazionalismo preclusivo e bellicoso, ma anzi è in realtà un passo importante e necessario verso il perseguimento della solidarietà internazionale. Alcune delle idee di Mazzini furono poi usate da Benito Mussolini per giustificare misure oppressive contro il lavoro e una visione autoritaria e totalitaria della società.

Ciò illustra chiaramente le potenziali ambiguità di ogni forma di appello alla solidarietà nazionale, e i rischi che porta con sé. Si tratta, tuttavia, di un’ambiguità condivisa anche con altri tipi di appelli alla solidarietà: dopotutto, le élite europee hanno fatto appello alla cooperazione pacifica in Europa per dare legittimità ad un sistema oppressivo e divisivo. Gli appelli alla solidarietà nazionale possono essere emancipatori e inclusivi, e oppure possono essere oppressivi, preclusivi e razzisti. Dipende da come vengono articolati e usati – o abusati. Lo stesso è vero anche per gli appelli all’unità europea, come ben mostrato dal modo in cui il progetto di integrazione europea è stato portato avanti.

Il linguaggio preclusivo e nazionalista viene spesso usato da alcuni membri e attivisti dei partiti anti-UE di destra. Ciò non sorprende, data la natura divisiva delle politiche delle élite europee. Ma questa non giustifica che i partiti e gli attivisti di sinistra rifiutino sdegnosamente qualsiasi genere di appello patriottico alla solidarietà nazionale. Piuttosto, è una forte ragione per chiunque voglia cercare di articolare questi appelli, e altri simili appelli di solidarietà, in termini inclusivi. Confondere il discorso nazional-popolare con quello esclusivista va solo a vantaggio dell’internazionalismo anti-democratico e anti-lavoro delle élite europee, come anche a vantaggio delle varie forze razziste, autoritarie e guerrafondaie che sono presenti in Europa e in giro per il mondo. Questa confusione deve essere risolta.

Anche se le visioni eccessivamente ottimistiche di Mazzini sulla possibilità e la necessità politica di un “nazionalismo buono” fossero in definitiva da respingere, si può sostenere che oggi il terreno nazionale in Europa può – quantomento nell’immediato – essere utile per sviluppare dei legami di solidarietà tra gli oppressi, e in questo modo può aiutare i veri ideali internazionalisti a riemergere. Bisogna riconoscere che può essere difficile articolare un discorso nazional-popolare in modi non-esclusivisti e assicurarsi che un tale discorso non venga sequestrato dai razzisti. Qualsiasi genere di lotta di emancipazione comporta dei rischi e può ritorcersi contro.

Le lotte nazionali non hanno alcun vantaggio intrinseco rispetto ad altre forme di lotta di emancipazione, né le identità nazionali hanno alcuna priorità rispetto ad altre identità che ci si attribuisce, per quanto riguarda la legittimazione politica delle persone. Ma per una serie di motivi il terreno nazionale offre delle opportunità di emancipazione che non possono essere trascurate.

Questi motivi comprendono la condivisione della stessa lingua  e della stessa cultura, che rende più semplice la creazione di legami di solidarietà e di organizzazione della lotta, ma includono anche la possibilità potenziale di riconoscere di avere un interesse comune a combattere contro i propri oppressori. Oggi è più semplice, per un disoccupato greco, convincere altri cittadini greci che è necessario liberarsi dalle catene dell’eurozona, che per lo stesso disoccupato greco convincere i lavoratori tedeschi che anche loro avrebbero bisogno di liberarsene. L’appello alla solidarietà nazionale deve essere considerato alla luce dei particolari del contesto attuale, e alla luce dell’attuale equilibrio di potere economico e ideologico all’interno dell’Europa.

È della massima importanza assicurarsi che gli errori commessi dall’Europa nella prima metà del ventesimo secolo non si ripetano. Al tempo stesso, è importante anche riuscire a fare appello alla solidarietà locale, nazionale e internazionale degli oppressi contro gli oppressori, per combattere quelle politiche che stanno causando una devastazione economica e sociale in tutta Europa.

Come mostrano gli eventi più recenti, la Grecia è estremamente vulnerabile, sia politicamente che economicamente, ed è pertanto improbabile che riesca da sola a spezzare le catene oppressive dell’eurozona. Se i popoli dell’Europa del sud e altri paesi “periferici” (come l’Irlanda) unissero le forze contro la versione attuale del progetto di integrazione europea, questo euro divisivo potrebbe essere (o almeno cominciare ad essere) smantellato. Tuttavia, fino a che la rabbia anti-austerità sarà mediata da forze e partiti favorevoli all’euro, che pensano che l’eurozona possa essere riformata “dall’interno”, non potrà accadere nulla di tutto ciò. Nella misura in cui si articolano in modi solidaristici, non-razzisti e più in generali non-esclusivisti, i discorsi e le mobilitazioni nazional-popolari contro l’UE in Spagna, Francia e Italia – paesi che sono molto meno vulnerabili di quanto lo sia la Grecia – possono essere delle risorse fondamentali per spezzare le catene dell’eurozona e sottrarre la vera solidarietà europea e internazionalista dalle azioni e dai progetti divisivi delle élite europee.

Tratto da:http://vocidallestero.it/

L’EURO CHE DIVIDE: LOTTE NAZIONALI E SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE
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J’ACCUSE (di Paolo Savona)

Pubblicato su 15 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

 

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Da anni richiamo l’attenzione dei governanti italiani ed europei che i motori della crescita sono due: le costruzioni e le esportazioni.

Ho fornito alcuni dati a sostegno per l’Italia dai quali già emergeva che il peso delle costruzioni era il doppio di quello delle esportazioni.

Non disponendo di tecnostrutture che completassero con più precisione il quadro – perché mi sono state precluse dai Centri che avrebbero dovuto produrlo – ho beneficiato dell’opera preziosa di Antonio Rinaldi e dello staff del blog Scenarieconomici.it , che mi ha preparato un grafico comparato degli andamenti delle tre variabili considerate per Italia, Stati Uniti e Germania, da cui emerge un quadro visivo chiaro a conferma dell’interpretazione da me avanzata in più sedi, che così riassumo:

 

  1. la crescita delle esportazioni non basta per una ripresa del PIL senza il traino delle costruzioni;
  2. negli Stati Uniti il collegamento diretto tra edilizia e quantitative easing ha funzionato, contrariamente a ciò che ha deciso la ECB, escludendo esplicitamente dal TLTRO il finanziamento dell’edilizia e ora tacitamente dal suo QE;
  3. la Germania ha invece acceso i due motori immediatamente dopo lo scoppio della crisi finanziaria spingendo le costruzioni fino a temere una bolla speculativa e inducendo per questo motivo la BCE a non usare i suoi strumenti per finanziare questo settore.

 

In Italia sono stati fatti piccoli progressi nel settore, più dettati dalla demagogia della piccola assistenza al settore per fini elettorali che da un disegno di sviluppo coerente per l’intera economia.

Il più importante motore della crescita italiana gira tuttora a bassissimo regime, trascinando le sofferenze delle banche; a loro volta, queste sono state incapaci di contrastare la politica nichilista nel settore contribuendo alla crisi con restrizioni del credito, causando effetti involutivi per se stesse e per l’economia in generale.

 

Oltre all’ignoranza, che ha un suo buon peso tra i governanti improvvisati figli della crisi, quali sono i motivi per cui ancora non si affronta seriamente a livello delle persone istruite il problema della riaccensione del motore delle costruzioni?

Indicherei nell’ordine: un asservimento alle politiche europee orientate a un recupero di un modello di sviluppo di tipo export-led e preclusioni ideologiche verso il settore. Nella prima categoria ricadono la gran parte delle riforme richieste dall’Europa e sollecitate dalla Confindustria italiana per il rilancio della competitività, sottovalutando l’importanza della domanda interna legata alle costruzioni, anche per la capacità di traino di ben 18 dei suoi settori connessi con l’attività edilizia. Con questa politica, alla quale si è associata la BCE rilanciando il vecchio modello di sviluppo basato sulle svalutazioni dell’euro e permettendo una crescita dei valori azionari indipendente da quella dei profitti, l’economia italiana è caduta nel paradosso europeo di un eccesso di risparmio, testimoniato da un surplus della sua bilancia estera corrente, pur in presenza di una bassa crescita e di un’elevata disoccupazione. Il rilancio del modello export-led dei beni tradizionali prodotti dalle imprese esportatrici è incoerente con la reali condizioni geopolitico-economiche che non possono essere rimosse aggiustando sul benessere dei lavoratori e dei risparmiatori a causa dei dislivelli di costo del lavoro e di welfare con i paesi emergenti e quelli che emergeranno.

 

Il successo anche occupazionale del rilancio della domanda interna attuato dagli Stati Uniti dovrebbe pur insegnare qualcosa all’EU; esso si incrocia con la naturale vocazione dei paesi emergenti a tenere un surplus nella bilancia estera corrente per prudenza e per incapacità di usare l’intero risparmio da essi prodotto. Nel caso della Cina, vi è anche il desiderio di accumulare riserve ufficiali da investire nell’espansione della loro influenza geopolitica.

 

Più complesse sono le radici delle preclusioni al rilancio delle costruzioni che ho definito ideologiche, per contrapporle alle istanze pragmatiche che dovrebbero prevalere: la corruzione nel settore, che però nasce dalla collusione delle imprese con la burocrazia e proprio con chi deve gestire una diversa politica nel settore; le reazioni sociali agli elevati profitti degli immobiliaristi, che possono però essere trattati fiscalmente per rientrare negli schemi vigenti di giustizia sociale; le preoccupazione degli ambientalisti per gli effetti che hanno le costruzioni sulla ecosostenibilità del territorio, che però possono essere controllati affidando progetti e realizzazioni in mano capaci e serie. Non saranno certo norme sempre più severe a frenare le conseguenze negative delle tre categorie di preclusioni indicate, le quali sovente le accelerano e innalzano il prezzo della corruzione senza combatterla, ma scegliendo persone affidabili, che abbondano nel nostro Paese e vengono emarginate per proseguire secondo le vecchie linee politiche che gli elettori non sembrano capaci di combattere scegliendo meglio i propri delegati.

 

Per ora il mio atto di accusa finisce qui. Ci sarebbe molto altro da aggiungere. Non mancherà certo occasione, mentre mancherà quasi certamente attenzione.                 

 

Paolo Savona

Tratto da:http://scenarieconomici.it/jaccuse-di-paolo-savona/

J’ACCUSE (di Paolo Savona)
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Il nuovo ordine dei banchieri, a Basilea

Pubblicato su 14 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA, IPHARRA

Con la massima riservatezza, il comitato della BIS domina il mondo. È un club esclusivo, composto da 18 membri, che si vedono con cadenza mensile dagli Anni 30.

 
NEW YORK (WSI) - C'è una banca che domina il mondo in gran segreto: la Bank of International Settlements. Il suo board è composto dai banchieri centrali più potenti del pianeta, tra cui Mark Carney della Banca d'Inghilterra, Janet Yellen della Federal Reserve e Mario Draghi della Banca centrale europea. 

È un club esclusivo composto da appena 18 membri. Si incontrano ogni mese la domenica alle 19 di sera in una sala conferenza all'interno della torre di Basilea le cui finestre danno sulla stazone dei treni.

Ne rende un resoconto completo l'autore Adam LeBor nel suo libro "Tower of Basel: The Shadowy History of the Secret Bank that Runs the World", che è stato appena ripubblicato con il consenso di PublicAffairs.

"Di solito alcuni dei banchieri portano un collega con loro, ma gli assistenti non aprono mai bocca durante una sorta di conclave che si svolge in gran segreto al riparo dai media e le speculazioni", si legge nelle pagine della ristampa del testo prezioso. 

"Una volta che gli aiutanti lasciano il conclave, le persone rimanenti si trovano a cena al 18esimo piano. Il pasto, che si conclude alle 23 di sera, massimo mezzanotte, è probabilmente il momento in cui si stringono in gran segreto gli accordi più importanti".  

I banchieri più potenti al mondo, che fanno parte del comitato della banca centrale delle banche centrali, si trovano con cadenza mensile a Basilea per l'Economic Consultative Committee (ECC), un vertice che prima era conosciuto come il meeting dei governatori del G10. 

Il protocollo è molto chiaro: tutto quello che viene discusso e deciso a tavola non viene divulgato atrove. È ormai da 80 anni che l'incontro avviene. Il primo incontro risale infatti all'aprile del 1930.

SI tratta della riunione più importante della banca delle banche centrali ed è accessibile solo a un ristretto gruppo di banchieri centrali provenienti dalle economie industrializzate dei paesi più potenti al mondo.

Le trattative devono essere confidenziali, come ha spiegato l'ex governatore britannico Mervyn King: "Quando sei al vertice de posto più importante, ti puoi sentire solo a volte. Aiuta riuscire a incontrare altri numeri uno e chiedere una mano ai presenti, 'io ho questo problema, come lo affrontereste voi"?

Nel libro investigativo, una resoconto dettagliato dell'organizzazione bancaria più segreta al mondo, vi è anche un'intervista a Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve.

È la banca stessa a occuparsi dell'organizzazione. Una serie di limousine si occupa del trasporto dei banchieri dall'aeroporto di Zurigo a Basilea, un tragitto che senza traffico si percorre in meno di un'ora. 

"Durante i due giorni di incontri ai governatori viene assicurata la massima confidenzialità, discrezione e i più alti livelli di sicurezza possibili".

Legioni di giornalisti agguerriti, blogger e reporter investigativi hanno tentato di avere informazioni sul meeting, mettendo sotto intenso scrutinio le mosse della banca. Ma a parte qualche rara citazione nelle pagine dei giornali finanziari, "il vertice segreto della BIS è riuscito a restare al riparo dalle critiche" ed evitare anche la minima indiscrezione stampa. 

Creata dai governatori della Bank of England e della Reichsbank nel 1930, e sotto la protezione di un trattato internazionale, legalmente parlando la BIS e i suoi attivi sono fuori dal controllo dei governi e delle giurisdizioni nazionali. Come si legge nell'introduzione del libro, la BIS ha solo 140 clienti ma ha registrato profitti esentasse pari a 1 miliardo e 170 milioni di dollari nel biennio 2011–2012.

Fonte: Tower of Basel: The Shadowy History of the Secret Bank that Runs the World

(DaC)
 
Tratto da:http://www.wallstreetitalia.com/article/1810022/il-nuovo-ordine-dei-banchieri-a-basilea.aspx
Il primo vertice tenutosi in via non ufficiale a Basilea nell'aprile del 1930. Immagine di repertorio pubblicata nel libro di LeBor.

Il primo vertice tenutosi in via non ufficiale a Basilea nell'aprile del 1930. Immagine di repertorio pubblicata nel libro di LeBor.

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La legge di Gresham: dalla storia una via d’uscita dolce dall’euro ?

Pubblicato su 13 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

L’Euro ha generato squilibri fortissimi fra le bilance commerciali dei paesi europei, come recentemente ha sottolineato l’ex presidente della FED Ben Bernake, il che genera , come sappiamo bene, forti squilibri nei tassi di sviluppo dei diversi paesi, nei loro tassi di disoccupazione e nel loro tessuti sociali. La situazione di Grecia, Italia, Francia, Portogallo, Cipro e Spagna sono portate al proprio limite sociale da una gabbia costituita dalla moneta unica, che ha posto in concorrenza diretta sistemi economici molto diversi. Consideriamo che poi i paesi nordici spingono sempre per una politica di contenimento folle della spesa e degli investimenti, rendendo ancora più complesso il riequilibrio all’interno dell’Unione, e che la recente politica monetaria espansiva della BCE non ha ancora dato, nella realtà, frutti  sufficienti.

Una soluzione al problema potrebbe essere la frattura, parziale o totale, dell’Eurozona, ma questa proposta si scontra con problemi non facilmente risolvibili legati alla conversione dei crediti e dei debiti nei confronti del sistema creditizio e delle aziende private, oltre al problema della conversione del debito pubblico dei singoli paesi. Aggiungiamo a questi fattori il problema psicologico legato alla comunicazione della necessità della riconversioni alle valute nazionali ad una popolazione spaventata, stanca e poco informata, ed il problema politico di ottenere questa operazione da parte di una classe politica malata ed egoista che, di punto in bianco, dovrebbe sconfessare completamente le politiche economiche e monetarie che ha seguito negli ultimi venti anni.  Quindi questa soluzione, per quanto logica ed auspicabile, diviene i di improbabile applicazione.

Una seconda soluzione , diciamo così di ripiego, potrebbe essere l’introduzione di monete complementari nazionali o regionali, la cui circolazione legale dovrebbe essere limitata ad aree economicamente uniformi.  Queste monete non sostituirebbero l’euro, ma dovrebbero accompagnarlo, restituendo alle autorità nazionali o regionali una certa  autonomia monetaria ed incrementando una base monetaria asfittica. La moneta complementare regionale o statale avrebbe corso legale al fianco dell’euro nelle are di competenza con un regime, almeno iniziale di parità. Ricordiamo che monete complementari regionali già esistono anche in Italia (vedi Sardex) ed hanno un certo successo.

Quale sarebbe l’interazione fra moneta complementare e moneta principale, cioè l’euro? Lo studio fra monete diverse aventi  uguale valore legale, ma caratteristiche intrinseche diverse ha dato origine all’elaborazione della Legge di Gresham, ed è forse uno dei temi più studiati nella storia dell’economia.

 

ENUNCIATO DELLA LEGGE DI GRESHAM

Quando un governo mantiene due specie monetarie in circolazione legale, una delle quali si trova sopravvalutata rispetto all’altra per una o più caratteristiche, la moneta sottovalutata sparirà dalla circolazione e verrà tesaurizzata, mentre la specie monetaria sopravvalutata verrà utilizzata negli scambi. Questa affermazione è più comunemente conosciuta nella forma popolare : “La moneta cattiva scaccia la moneta buona”. 

Perchè la legge di Gresham abbia valore è necessario che le due speci monetarie diverse abbiano entrambe corso legale. Non è importante la natura delle monete in questione, nè il conio metallico o cartaceo, ma che entrambe siano, per forza di legge , accettate come strumento di pagamento.

 

BREVE STORIA DELLA LEGGE DI GRESHAM

Gli studi sul funzionamento dei sistemi multivaluta sono antichi quanto l’economia. In occidenti i primi studi, con le prime espressioni della “Legge di Gresham” risalgono al Medioevo.

 

Oresme

 

(Niccolò Oresme – 1322-1382)

Una prima versione di questa legge fu espressa dal vescovo, filosofo, matematico ed economista  francese Niccolò Oresme. nel suo trattato De origine, natura, jure et mutationibus monetarum, oltre ad  affermare che la moneta è del popolo e non del principe che non può manipolarne il valore,( divenendo quindi il primo economista anti euro della storia…. ) , per la prima volta osservava la sparizione delle moneti più “Forti” in un sistema multivalutario.

 

copernico1

Niccolò Copernico (1473-1543)

 L’astronomo Niccolò Copernico nel suo Monetae Cutendae Ratio, cioè Sul principio di coniazione delle monete, scritto per il re di Polonia e presentato alla Dieta di Prussia, all’epoca parte della Polonia,  oltre ad intuire i principi che regolano la massa monetaria, la sua velocità di circolazione ed i principi inflattivi, registrava l’effetto della “Legge di Gresham” nell’ambito della Prussia dove circolavano legalmente tre diverse monete di cui le due con valore intrinseco più elevato erano scomparse , mentre quella di valore inferiore continuava a circolare ed essere utilizzata.

 

gresham2

Sir Thomas Gresham (1519-1579)

 Passiamo quindi ad occuparci del personaggio storico a cui questa legge è dedicata: Sir Thomas Gresham. Proveniente da una famiglia di tradizioni mercantili da giovane si spostò ad operare nei paesi bassi, dove acquisì una notevole pratica nel principale mercato valutario dell’epoca, quello di Antwerp.  le sue capacità non rimasero nascoste e presto  il re Edoardo VI si rivolse a lui per rafforzare il corso della sterlina inglese sui mercati internazionali, cosa che il nostro svolse benissimo tanto da liberare dal fardello del debito il suo committente. Successivamente svolse attività diplomatiche e di politica monetaria per le regine Maria ed Elisabetta. Nel  1565 fonda il Royal Exchange a Londra, sul modello della borsa valute di Antwerp. La sua straordinaria carriera si chiuse con un atto di beneficenza che portò alla fondazione del Gresham College a Londra. Curiosamente egli non affermò mai in via esplicita la legge che porta il suo nome, anche se i suoi scritti e le sue attività, come ad esempio quando domandò la restaurazione di una valuta inglese svalutata alla regina Elisabetta, lasciano intuire che ne conosceva le ricadute pratiche. Fu un economista del XIX secolo, Henry Dunning Macleod, che lesse fra le righe delle opere di Gresham la famosa legge e che  glie ne assegnò, immeritatamente, la paternità.

ESEMPI DI APPLICAZIONE DELLA LEGGE DI GRESHAM 

I casi in cui si è vista in pratica un’applicazione della legge di Gresham sono innumerevoli, soprattutto nelle epoche in cui era normale monete con diverso saggio di metallo prezioso avessero corso legale nello stesso momento. Potremmo partire proprio dal caso affrontato da Gresham: durante il regno di Enrico VIII il re, per evitare di aumentare la tassazione e, nello steso tempo, finanziare le proprie guerre in Francia, aveva emesso un penny con il 40% di argento in meno, ma che aveva corso legale come le altre monete emesse dai regnanti precedenti. La comparsa di questa moneta aveva spinto i mercanti inglesi  alla tesaurizzazione  delle monete più pregiate, lasciando alla circolazione .

Altri casi di applicazione della legge di Gresham sono avvenuti nel XX secolo quando le ultime monete  in argento convivano con quelle in materiale non prezioso, quale , ad esempio, la sparizione dei mezzi dollari d’argento anteriori al 1965, con il o90% di argento quando, successivamente, furono emesse monete con un tenore d’argento pari solo al 40%. Quando nel 1971 il tesoro statunitense rinunciò ad includere metallo prezioso nelle monete anche i mezzi dollari successivi al 1965 scomparirono, perchè comunque con valore intrinseco superiore alle emissioni successive.

In forma più curiosa questo si è ripetuto dopo il 2007 con i centesimi di dollaro, contenti rame e zinco per un valore superiore al loro valore facciale , il che portò prima alla loro sparizione e quindi all’emissione del divieto di esportazione di monete metalliche per fusione.

Esistono anche varianti particolari della legge di Gresham, quale la “Legge di Thiers” o “Legge di Gresham inversa”. Questo effetto particolare si crea quando una valuta diviene talmente debole da non essere, apparentemente, più accettata come mezzo di scambio ed uscire dal mercato. Prendiamo ad esempio i fenomeni di dollarizzazione delle economie dell’est europa nei primi anni ’90, oppure dell’economia Israeliana nel 1980: in questi casi il dollaro sostituì nell’uso comune le svalutate monete locali, ma il dollaro in teoria NON aveva corso legale in quei paesi, che avevano un sistema di cambi fissi di stato. Il premio nobel Mundell notò allora che la legge di Gresham funziona quando tutte le valute hanno corso legale , cioè : “La moneta cattiva scaccia la moneta buona quando queste sono scambiate allo stesso valore”. Notiamo che , nel caso della dollarizzazione delle economie , il problema era che il dollaro era  scambiato a tasso fisso di stato, per cui, rispetto al mercato, il dollaro era sottovalutato rispetto alla moneta nazionale, che era sopravvalutata. Quindi la moneta “Cattiva”, secondo il corso forzoso applicato, ha cacciato via quella “sopravvalutata”, cioè la moneta nazionale, che , nel caso specifico, non è stata tesaurizzata, ma è proprio sparita… Quindi la legge di Gresham estesa può essere applicata anche a casi in cui una valuta non ha corso legale, ma viene comunque utilizzata come mezzo di pagamento degli scambi, anche se in questo caso la moneta forzatamente sopravvalutata più che essere tesaurizzata verrà a scomparire dagli scambi comuni venendo riservata a categorie di scambi particolari, come le transazioni fra nazioni e pubbliche amministrazioni.

Vediamo ora un caso particolare di applicazione della Legge di Gresham dei nostri giorni. Le notizie dei giornali hanno recentemente riportato la sparizione delle banconote da 500 euro, in quanto le banconote stesso sono state o depositate in banca o tesaurizzate.In questo caso il “Valore intrinseco” delle banconote da 500 euro è superiore al “Valore intrinseco” delle altre banconote, in quanto le prime hanno una maggiore facilità di trasferimento e di conservazione, per cui la “Moneta peggiore” ha cacciato dall’uso la “Moneta migliore”, proprio nella migliore tradizione di Gresham.

MONETA COMPLEMENTARE E LEGGE DI GRESHAM

 

complementare

Moneta complementare cartacea: il “Bristol Pound”

Come interagirebbero , in uno stesso ambiente economico, l’euro ed una moneta complementare nazionale ? Per  valutare l’effetto possiamo premettere che :

- moneta complementare nazionale/locale e moneta sovranazionale avrebbero entrambe corso legale, su base di parità sul territorio di competenza ;

- la moneta sovranazionale avrebbe il vantaggio di essere utilizzabile direttamente sul mercato dell’Unione Monetaria, mentre la moneta nazionale/locale avrebbe un mercato più limitato;

- la moneta complementare partirebbe con una percezione meno positiva rispetto all’euro, che gode di decenni di propaganda europeista la cui veridicità si è rivelata inversamente proporzionale rispetto all’intensità.

Quindi se ipotizziamo una situazione iniziale di parità fra la valuta complementare e la valuta principale, nel caso corretto di pari valore legale per le due valute, avremmo che la legge di Gresham progressivamente porterebbe alla tesaurizzazione e quindi alla sparizione dall’utilizzo quotidiano dell’euro, che , nell’uso comune, verrebbe sostituito dalla moneta complementare. Affinchè questo possa avvenire sarebbe necessaria una legislazione che garantisca il corso legale ad entrambe le valute. 

La legge di Gresham, con le dovute premesse ,permetterebbe un’uscita “Dolce” dalla moneta unica, che, formalmente, non sarebbe abbandonata, ma che verrebbe penalizzata nell’uso pratico, quello di cui dovrebbero occuparsi le politiche economiche.

Tratto da:http://scenarieconomici.it/la-legge-di-gresham-dalla-storia-una-via-duscita-dolce-dalleuro/

La legge di Gresham: dalla storia una via d’uscita dolce dall’euro ?
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A MARZO AUMENTA IL DEFLUSSO DI CAPITALI DALL’ITALIA

Pubblicato su 13 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Financial Mirror mette in luce alcuni recenti deflussi di capitali dall’Italia nel sistema Target 2, che  secondo l’economista tedesco Hans Werner Sinn sono dovuti ad investimenti all’estero fatti da banche italiane coi soldi del QE della BCE.  E i saldi Target2 peggiorano…

 

9 aprile 2015

Un totale netto di 27 miliardi di euro di capitali sono usciti dall’Italia nel mese di marzo, secondo una pubblicazione della Banca d’Italia.

Questo potrebbe essere in parte dovuto a trasferimenti bancari esteri di tipo speculativo da parte delle banche italiane, che ora stanno investendo fuori d’Italia i soldi che hanno ricevuto dalla BCE nel quadro del programma di QE“, ha spiegato Hans-Werner Sinn, presidente del Ifo Institut.

Il deflusso sembra la continuazione di un processo iniziato già nell’agosto 2014, innescato dall’annuncio del QE, con temporanei limitati riflussi  verificatisi nei mesi di ottobre 2014 e gennaio 2015. I crediti in conto corrente Target2 che l’Italia ha ricevuto dall’Eurosistema – e che hanno reso possibili tali deflussi di capitali – sono attualmente pari a 192 miliardi di euro.

Non è chiaro dove sia stato trasferito il denaro proveniente dall’Italia, ha aggiunto Sinn.

La Germania è una potenziale destinazione. La Bundesbank ha dichiarato che i propri crediti nei confronti dell’Eurosistema sono aumentati di ben 18 miliardi di euro in marzo e ora ammontano a 532 miliardi di euro. Ciò significa che la Bundesbank ha concesso alle altre banche centrali dell’Eurosistema dei crediti in conto corrente per 532 miliardi di euro attraverso il sistema Target. I crediti Target non possono essere messi in pagamento e, a differenza del sistema della Federal Reserve degli Stati Uniti, nell’Eurosistema i saldi non sono regolati. E’ solo aggiunto al debito un interesse a un tasso dello 0,05%.

Il debito Target deriva da un accredito automatico in conto corrente concesso dalle altre banche centrali dell’Eurosistema quando effettuano ordini di pagamento senza una corrispondente controtransazione. Questi ordini di pagamento sono principalmente privati e sono fatti per ripagare i debiti internazionali, per l’acquisto di attività estere o per acquistare merci dall’estero.

Tratto da:http://vocidallestero.it

A MARZO AUMENTA IL DEFLUSSO DI CAPITALI DALL’ITALIA
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Lavoro, l’Fmi ci ripensa: “Liberalizzare il mercato non spinge l’economia”

Pubblicato su 12 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Nel World Economic Outlook che uscirà il 14 aprile si legge che non ci sono "correlazioni statisticamente significative" tra la deregolamentazione di assunzioni e licenziamenti e la capacità di crescita dell'economia. Un teorema che lo stesso Fondo, insieme a Bce e Commissione Ue, cavalca da anni. E che è il fondamento teorico del Jobs Act

Lavoro, l’Fmi ci ripensa: “Liberalizzare il mercato non spinge l’economia”
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COLM MCCARTHY: LA GESTIONE DELL’EURO: NASCONDERE I PROBLEMI ANZICHÉ RISOLVERLI

Pubblicato su 12 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA, POLITICA

Sull’Independent Colm MacCarthy analizza le modalità di gestione della crisi europea: i problemi alla base della costruzione europea abbondano, ma i politici europei “donabbondiano”. Col clima politico che si è creato, è ormai impossibile pensare di “redimere” l’Europa e occorrerebbe coordinare un ritorno alle valute nazionali, ma i leader politici mancano di coraggio e si accontentano di tirare a campare, sperando di sopravvivere alla prossima crisi.

 

di Colm Mac Carthy, 5 aprile 2015

Quando uno strumento si guasta, si può aggiustarlo definitivamente, rottamarlo, oppure rattopparlo con mezze misure. L’architettura dell’Eurozona è uno strumento di politica economica che chiaramente non funziona, e la strategia adottata è quella di ideare dei rimedi temporanei uno dopo l’altro.

I leader politici europei hanno trascorso 10 settimane a lottare con l’ultima puntata della crisi greca, cinque anni dopo che è scoppiata nei primi mesi del 2010. Non c’è una soluzione in vista e il tempo trascorso dal momento della vittoria elettorale di Syriza, il 25 gennaio, è stato sprecato in un dialogo tra sordi, intercalato da notizie e contro-notizie, minacce velate ed esplicite. Non è stato impostato per la Grecia alcun chiaro percorso verso una vera ripresa, e sia i leader dell’UE sia i leader greci sembrano soddisfatti di darsi la colpa a vicenda per scopi politici interni. Rimane ancora il grave rischio che la Grecia possa usciri dalla moneta unica, per un incidente o per decisione volontaria.

L’eurozona era destinata a durare per sempre, per tutti i paesi che vi avevano aderito, a essere non solo un’unione monetaria permanente ma il catalizzatore decisivo per il sogno politico di una «unione sempre maggiore». Essa invece si è rivelata prematura, mal progettata, mal riuscita, un freno alla ripresa economica, una sorgente continua di nuove divisioni in Europa e una distrazione da gravi sfide geopolitiche ai confini dell’Europa.

La prova rivelatrice di questa disfunzione è nella pomposa auto-definizione dell’eurozona – ‘Unione Economica e Monetaria’. I pezzi non si staccano da un’Unione Monetaria che funziona. L’Europa ha in effetti raggiunto un notevole grado di integrazione economica. Esiste il libero scambio, equivalente a un mercato unico e la libera circolazione dei lavoratori. Fino a quando è iniziata la crisi dell’euro, c’era anche libera circolazione dei capitali. Questa è ora sospesa da due anni a Cipro e i controlli sui capitali vengono proposti (ironicamente dai funzionari della Banca Centrale Europea) come parte della ‘soluzione’ per la Grecia.

L’idea che i frutti dell’Unione Monetaria comportino la sospensione della mobilità dei capitali sarebbe divertente, se la posta in gioco non fosse così alta.

L’eurozona non è un’unione monetaria. È solo un’area con una valuta comune. Per capire perché questa distinzione è importante, consideriamo che forma prenderebbe effettivamente un’uscita della Grecia dall’euro. I depositi sui conti delle banche greche formano la maggior parte dell’offerta di moneta in quel paese. Se la convertibilità viene sospesa – vietando i pagamenti all’estero, come è successo a Cipro – un euro in una banca greca cessa di essere equivalente a un euro in qualunque altro posto al di fuori della Grecia. La BCE può sospendere la convertibilità dei depositi bancari greci senza chiedere il consenso alle autorità greche, o facendo collassare le banche greche o negando loro l’accesso al cosiddetto sistema ‘Target2′, che è sotto il suo controllo. Tutti i pagamenti tra le banche dell’Eurozona passano attraverso il sistema Target2.

In questo modo la Grecia potrebbe finire con l’avere una nuova moneta (l’”euro greco”) prima che il governo stampi effettivamente nuove banconote. Alcuni commentatori si aspettano che questo sia precisamente il modo  più probabile per un’uscita greca dall’euro. Anche la gente lo pensa: ci sono stati grandi deflussi dalle banche greche, con fondi trasferiti al sicuro all’estero o convertiti in denaro liquido. Chiunque abbia depositi in una banca greca, dovrebbe sentirsi nervoso, anche se crede che la banca sia interamente solvibile.

C’è una distinzione fondamentale tra una corretta unione monetaria e un’area che ha soltanto una valuta comune. In un’unione monetaria completa, come gli Stati Uniti, la posizione geografica delle banche solvibili non ha importanza. Nessuno teme che California possa lasciare la zona del dollaro, mettendo a rischio il valore dei depositi nelle banche della California, anche se lo stato della California ha fatto un pasticcio con le sue politiche di bilancio (cosa che ha fatto, tra l’altro). Hegli USA l’indirizzo della sede di una banca non ha importanza  e nessuno parla della possibilità che la California abbandoni il dollaro, o sia espulsa dalla zona del dollaro.

Creare una moneta comune per l’Europa prima di un’unione politica più stretta, inclusa un’unione bancaria, è stata una scommessa e la scommessa è stata persa. Il governo greco potrebbe esaurire il denaro in pochi giorni o settimane, salvo un’altra soluzione temporanea. Anche si trova un accordo, il ruolo della Grecia nell’eurozona rimarrà indefinitamente incerto. I leader dell’eurozona hanno lasciato intendere che esistono ‘Firewall’ per evitare contraccolpi su altri paesi se la Grecia fosse espulsa. In effetti, stanno dicendo che la provvisorietà dell’appartenenza all’eurozona è vista come una nuova caratteristica di progettazione.

I tassi di interesse ufficiali nell’eurozona sono ai minimi da sempre e la BCE ha avviato acquisti su larga scala di debito pubblico. Questo rende possibile per i governi indebitati, compreso il governo irlandese, di finanziare i loro deficit e rifinanziare i debiti in scadenza a basso costo. Ma nessuno pensa che questa soluzione-tampone funzionerà per sempre. Sarebbe un naturale sviluppo se i tassi di interesse tornassero leggermente sopra del tasso di inflazione, che dovrebbe essere al 2%. L’attuale regime di tassi di interesse (alcuni fortunati governi possono prendere in prestito denaro per cinque anni a tasso negativo) è un’altra soluzione temporanea e non può durare.

La strategia preferita è far finta che le debolezze intrinseche nella progettazione dell’eurozona siano state superate e tirare a campare, con o senza la Grecia. Questa politica potrebbe funzionare, almeno per un po’, nel senso di mantenere in piedi il carrozzone. Ma i membri più deboli saranno a rischio permanente di bassa crescita, alta disoccupazione e deficit persistenti. Ci saranno altre dispute sul rispetto delle regole di bilancio. Se il prossimo paese ad eleggere un governo non cooperativo sarà uno stato grande (potrebbe essere Francia, Italia o Spagna) l’esperimento potrebbe avviarsi a una fine catastrofica. Espellere la Grecia potrebbe essere gestibile, ma l’euro non durerà a lungo se l’adesione di un grande paese viene messa in discussione.

Questo rischio aumenterà se la Grecia verrà data in pasto ai lupi. L’imposizione di controlli di capitali a Cipro è stato il primo riconoscimento che questa non è davvero una corretta unione monetaria. Se la Grecia esce, allora l’adesione stessa e non solo i termini dell’adesione, cessa di essere garantita. Se uno dei 17 membri rimasti si mette nei guai il deflusso dal sistema bancario sarà enorme e immediato (guardate cosa è successo in Grecia!). Il ‘salvataggio’ greco del maggio 2010 è stato pasticciato, e i greci meritano più simpatia di quella che riscuotono. Ma il problema non è la Grecia, è il tentativo di avere un’unione monetaria senza prendere le necessarie decisioni politiche.

Un sistema meno soggetto ad incidenti, con un’unione bancaria completa, avrebbe potuto essere progettato e implementato nel 1999, quando è stato introdotto l’euro. Il pacchetto di riforme introdotte dal momento di inizio della crisi non rappresenta una nuova progettazione che possa essere durevole. Essa potrebbe ancora essere fatta, ma le riforme necessarie incontrano resistenze, principalmente in Germania, e la volontà politica di condividere la sovranità è diminuita, mentre i litigi e le minacce di espulsione procedono a ritmo sostenuto. La vera alternativa è ammettere che non si può realizzare in questo momento una corretta unione monetaria, e coordinare un ritorno alle monete nazionali. Ma questo sarebbe un fatto dirompente e richiederebbe ancor più coraggio politico.  Quindi, si va avanti con la strategia di tirare a campare.

Tratto da:http://vocidallestero.it

COLM MCCARTHY: LA GESTIONE DELL’EURO: NASCONDERE I PROBLEMI ANZICHÉ RISOLVERLI
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Approvato il DEF di Renzi: +10mld Tasse nel 2015, +41 nel 2016 e +104 nel 2019

Pubblicato su 12 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

E’ stato appena approvato il DEF di Renzi.

QUI lo trovate in versione PDF.

Qui sotto trovate alcuni estratti, con indicazione e calcolo di:

- Entrate Fiscali: salgono di 9,5 mld nel 2015, di 41,3 mld nel 2016, fino a quasi +105 mld nel 2019

- La Pressione Fiscale attualmente elevatissima, al 43,5% del PIL, salira’ in modo deciso nel 2016 al 44,1%

- Le Entrate Fiscali oggi al valore record del 48,1% saliranno al 48,5% nel 2016

 

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Qui mostriamo meglio i calcoli:

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Per la cronaca, le entrate fiscali sopra in aumento, si devono leggere unitamente al grafico sottostante che mostra l’aumento record delle Entrate (delle Tasse) negli ultimi 10 anni

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Renzi ha dichiarato:

“Non ci sono nuove tasse. I sacrifici non li devono fare più i cittadini, piuttosto li faccia qualche politico o qualche amministratore”.

 

Vediamo se nel DEF non c’e’ realmente traccia di nuove tasse?

Ebbene il Ministero dell’Economia e delle Finanze nel DEF cui Renzi ha dato l’OK prevede:

- Un incremento delle Entrate fiscali e contributive di  9,5 mld nel 2015, di 41,3 mld nel 2016

- Ci spiega che l’effetto della Legge di Stabilita’ prevede interventi per maggiori entrate per 12,3 mld nel 2015, di 28,1 mld nel 2016

Ovviamente vi sono anche interventi per minori entrate, ma nel complesso hanno un “peso” inferiore alle nuove entrate (nel 2016 le “maggiori entrate” superano le “minori entrate” per 6,6 mld, e cio’ conferma la forte crescita nel 2016 delle entrate, nonche’ della pressione fiscale in rapporto al PIL).

Date uno sguardo a tutte le Maggiori Entrate nel DEF, elencate minuziosamente, che si sommano a quelle approvate l’anno scorso dal governo Renzi stesso. Tra l’altro e’ messo a bilancio anche un’incremento record dell’IVA e delle Accise.

 

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Guardando al DEF viene spontaneo pensare che si basi su previsioni di andamento del PIL nominale quanto meno “ottimistiche”

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L’ammontare assoluto delle entrate dello stato, dopo l’aumento record degli anni scorsi, prevede ulteriori aumenti signifivativi

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Ma anche il peso delle Entrate fiscali sul PIL, aumentato negli ultimi 9 anni dal 43% al 48% (specialmente sotto i governi Prodi e Monti), e’ previsto aumentare ulteriormente al livello record del 48,5% nel 2016

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Tratto da: http://scenarieconomici.it/approvato-il-def-di-renzi-10mld-tasse-nel-2015-41-nel-2016-e-104-nel-2019/

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La crisi è finita? No, sta per esplodere...

Pubblicato su 12 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Mentre in molti continuano a raccontarci la favola della crescita che sta per ripartire, basta fare ancora “qualche piccolo sacrificio” - Renzi in Italia, Christine Lagarde per il Fmi – da qualche altra parte si vanno preparando per la prossima tempesta di dimensioni globali.

Non ne stanno parlando in qualche “pensatoio” senza responsabilità operative, ma ai vertici delle principali banche d'affari del pianeta. Strutture multinazionali per definizione, con terminali in ogni angolo del globo e analisti dedicati ad ogni area significativa di business.

A rompere il ghiaccio è stato Jamie Dimon, un paio di giorni fa. Di mestiere fa l'amministratore delegato di Jp Morgan, squalo della finanza secondo soltanto a Goldman Sachs, e in quanto tale ha inviato ai suoi soci la periodica lettera di informazioni in cui viene dipinto un quadro niente affatto roseo.

La tesi è semplice: una nuova crisi sta per abbattersi sui mercati finanziari. Nessun verbo al condizionale. L'unica incertezza è sul quando esploderà e a partire da quale punto. Sono domande centrali per uno che sposta quotidianamente denaro da una parte all'altra del globo – non deve farsi sorprendere nell'ora e nel posto sbagliato – ma assai meno pressanti per noi che non abbiamo un soldo.

A noi interessa soprattutto sapere che un'altra crisi finanziaria, di dimensioni superiori a quella del 2007-08 e con effetti deciamente più devastanti, si va “caricando” nelle viscere del sistema internazionale. E nessuna sa come tenerla sotto controllo.

Dimon impiega ben tre pagine del suo rapporto (poco meno del 10% del testo completo) a disegnare scenari plausibili, per consentire ai suoi soci di prendere decisioni razionali, tempestive, conservative. Due cose gli sembrano comunque certe; una fase caratterizzata da "mercati più volatili" e "un rapido deprezzamento delle valutazioni". Tempesta e grande velocità nell'accumulare perdite, se si sbagliano le mosse.

In fondo Dimon è solo il più “operativo” tra le cassandre che stanno vedendo crescere i segnali di tempesta. Lo scorso anno, un report dell'economista britannico George Magnus, analista della banca svizzera UBS e uno dei pochi ad aver previsto l'esplosione della bolla dei subprime. avvertiva che l'attuale calma sui mercati è la classica "quiete prima della tempesta". Proprio come quella che aveva preceduto il 2008.
Idem ha fatto, poco dopo, il francese Jacques Attali, sul settimanale L’Express, precedendo lo scoppio di una crisi finanziaria con conseguenze durissime soprattutto in Europa.

Stabilito che ci sarà da ballare, il ragionamento di Dimon e degli altri profeti di sventura passa ad esaminare chi è che ci rimetterà per primo – o con costi maggiori – la ghirba.
Rassicurando i soci, Dimon ha ricordato che la capacità di assorbire eventuali shock da parte delle banche è stata molto limitata dalle nuove regole su capitali e liquidità. In fondo sono state salvate dai governi, hanno i bilanci parzialmente ripuliti, hanno scaricato la maggior parte della zavorra alle banche centrali (prima alla Federal Reserve, ora anche alla Bce). Quindi non saranno le banche a essere travolte per prime, né a dare una mano per slavare il sistema.

Hedge fund e grandi gestori di fondi saranno invece costretti a intervenire e acquistare asset finanziari improbabili, ovviamente insieme ai governi nazionali. Uno schema solo in parte originale, anzi già collaudato, che alla fine scaricherà la gra parte dei costi direttamente sui risparmiatori (una volta come aderenti ai fondi di investimento, una volta come contribuenti degli stati nazionali (inevitabilmente costretti ad aumentare la tassazione per far quadrare i bilanci) e un'altra ancora come lavoratori dipendenti che perderanno il lavoro.
La cabala dei previsori indica però anche l'anno dell'esplosione: il 2015.

 

Attali, per esempio, segnala che negli ultimi trent'anni le crisi finanziarie gravi si sono ripetute ogni sette anni: 1987 (il Dow Jones perse il 22,6% in una sola giornata); 1994 (crisi della valute emegenti); 2001 (scoppio della bolla dot.com); 2008 (bolla dei subprime negli Usa). Il problema è che non sianìmo ancora usciti da quest'ultima e già ne sta arrivando un'altra. Non c'è stato insomma possibilità di mettere a posto i vari sistemi e sottosistemi sconquassati dalla crisi del 2008. Per dire: da allora l'Italia ha perso oltre il 12% del Pil, la Grecia quasi il 30, e nenache la Germania ha davvero recuperato il gap con la situazione del 2007.

Il vero elemento che preoccupa i “professionisti dei mercati” è esattamente quello che hanno preteso a gran voce da sette anni a questa parte: la “droga liquida” emessa con assoluta generosità dalle grandi banche centrali (Federal reserve su tutti). Un oceano di denaro che contnua a sgorgare da numerose sorgenti (Bce e Banca del Giappone, in questo momento) senza trovare da nessunaparte vere occasioni di valorizzazione. Ossia di profitto.

Questo oceano di denaro non ha avuto quasi nessun effetto sull'”economia reale”, sulla produzione o i servizi; se non quello, minore, di contenere i crolli di diversi settori. Soprattutto, però, quell'oceano di liquidità si è riversato sulle borse e sui “mercati paralleli”, quelli dove viaggiano prodotti “derivati” dal contenuto (o “sottostante”) irrintracciabile, oppure sulle quotazioni azionarie di borsa. In definitiva: quei prezzi delle azioni, oggi, sono gonfiati dalla droga e non corrispondono affatto – anzi! - alle condizioni di profittabilità delle aziende di cui portano il nome.

Questo fenomeno ha un nome: bolla. Ogni asset finanziario è sopravvalutato, costa troppo rispetto al suo (già incerto) valore. Facile dunque prevedere, per uno come Dimon, un botto fragoroso e velocissimo non appena la “bolla” incontrerà – come sempre avviene – il suo fatale spillo. Ossia l'occasione, magari minore e impensabile (com'è stato per i mutui subprime statunitensi), che fa saltare la catena di santantonio dei titoli finanziari. Con tutti che corrono a vendere e nessuno che si ferma a comprare. Noi consigliamo sempre di dare uno sguardo al film Margin call per farsi un'idea “da dentro” l'esplosione della bolla.

E sembra abbastanza credibile la previsione dell'Europa come epicentro dell'esplosione. In fondo è qui che la Bce sta cominciando a pompare liquidità – sostenendo i valori di borsa – proprio mentre la Federal Reserve Usa sta meditando di “tornare alla normalità”, rialzando i tassi di interesse. Persino la querula regina delle riunioni del Fmi, Christine Lagarde, ha dovut ammettere che proprio in Europa il rischio è più alto per via, anche, di "crediti incagliati per 900 miliardi di euro, che stanno bloccando i canali del credito nell'Eurozona". Una cifra pari al 60% del Pil italiano, non un petardo.

C'è quindi chi azzarda anche la previsione del comparto che esploderà per primo:

 Secondo la molti esperti, tra gli ultimi Lagarde, partirà dal mercato obbligazionario: ha superato i 100.000 miliardi di dollari (erano 70.000 miliardi nel 2007). Un mercato dalle dimensioni colossali, 50 volte il debito pubblico italiano, che sta consentendo alle grandi società statunitensi di scaricare il proprio debito in Europa, dove il costo del denaro è più basso. La prossima bolla a esplodere sarà quella dei bond.

Titoli di stato, ovvero debito pubblico, cioé il canale di scambio tra capitale multinazionale finanziario privato e possibilità di rifinanziamento del debito pubblico degli Stati. Vien quasi da ridere pensando con quale seriosità, per esempio, Schaeuble e Merkel continuano a bacchettare la Grecia mentre sotto le loro auguste poltrone è caricata una bomba nucleare da 100.000 miliardi...

Tratto da:http://contropiano.org

La crisi è finita? No, sta per esplodere...
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