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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL PRESIDENTE GIORGIO NAPOLITANO: TROPPA LIBERTA' SUL WEB. ADESSO BASTA. POLIZIA INTERVENGA

Pubblicato su 16 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

É davvero conflittuale il rapporto tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il web. Nell’Italia repubblicana esiste un reato che si chiama “Vilipendio”. L’articolo 278 del Codice penale lo riporta “Offese all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica. Chiunque offenda l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.
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Illustre Presidente Giorgio Napolitano,
prima che lei approdasse sul Web, avrebbe dovuto chiedere al suo ufficio stampa, cosa sono i Forum, blog o Social Network.
I Forum, Blog o Social Network, non sono controllati o gestiti da “editori o giornalisti leccaculo”, i quali scrivono solo quello che più le piace o conviene. I Forum, blog o Social Network, sono gestiti dal POPOLO, non ESISTE alcuna censura, silenzio o dittatura. Questi strumenti sono LIBERI.
Illustre Presidente Giorgio Napolitano, credo che nel nostro Paese ci siano problemi ben più seri a cui pensare, non crede?
Anziché preoccuparsi OGGI del Web, perché in questi anni non si é mai preoccupato dei tanti corrotti, collusi e mafiosi, presenti in Parlamento?
  • Illustre Presidente, chi pagava e chi prendeva tangenti, non andava candidato, non andava giustificato, non andava elogiato; ma andava semplicemente isolato, punito e CONDANNATO.
  • Illustre Presidente, i corrotti, i collusi ed i mafiosi, non andavano candidati, non andavano giustificati, non andavano elogiati: ma andava semplicemente isolati, puniti e CONDANNATI.
  • Illustre Presidente, chi usava i nostri soldi per farsi rimborsare massaggi, escort, iPhone, iPad, iPod, profumi, matrimoni, pranzi, cene, nutella e carta igienica; non andava candidato, non andava giustificato, non andava elogiato: ma andava semplicemente isolato, punito e CONDANNATO.
Illustre Presidente, quando sbattete in faccia al popolo stremato e in recessione tutti i vostri privilegi e gli sprechi pubblici, quando chiedete tasse e sacrifici per finanziare le banche estere, quando spolpate fino all’osso il popolo mentre voi ve la godete tra auto blu, escort, benefits e pensioni milionarie… beh questo non è un vero e proprio insulto a tutti noi comuni cittadini?
Illustre Presidente, avrebbe dovuto tirare i pugni sulla scrivania, urlando ai suoi Parlamentari, Onorevoli e Senatori; chi DERUBA i soldi nelle casse dello Stato, non é un furbo da imitare o invidiare, ma un CRIMINALE da punire, condannare e detestare; perché deruba i soldi di tutti NOI comuni ed onesti cittadini. Cazzo!
Adesso può ordinare ai suoi “angeli custodi”, di farmi arrestare.
Tratto da: campagnadisobbedienzacivileedimassa.blogspot.it

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TORINO: IL COMUNE DA 5 MLN DI EURO AGLI ZINGARI E TAGLIA I SOLDI ALLE SCUOLE

Pubblicato su 16 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in COMUNITA

Via libera dalla Giunta comunale di Torino alla delibera che autorizza Palazzo civico a sottoscrivere un accordo con la Prefettura di Torino che consentira’ di sbloccare il finanziamento di 5 milioni di europer ristrutturare gli insediamenti Rom e Sinti.
Le risorse finanziarie potranno cosi’ ritornare nella disponibilita’, per ammodernare i Campi Nomadi con nuove strutture sanitarie e ricettive.

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…Intanto sempre il Comune di Torino

TORINO – Le scuole di Torino continuano a subìre l’impatto dei tagli sui fondi destinati all’istruzione pubblica. Il Comune ha preso la decisione di tagliare il 65% dei finanziamenti per l’acquisto di prodotti igienici e detersivi.
Le scuole di ogni grado presenti sul territorio del comune dovranno dunque adattarsi a pulire le aule ed i servizi meno frequentemente. Nicola Puttilli, preside della scuola elementare Mazzini e presidente dell’associazione Andis, che unisce i dirigenti scolastici, ha dichiarato ai giornalisti: “Il Comune ha tagliato del 65 per cento il contributo che ogni anno stanziava per acquistare detersivi e altri prodotti. Ora ci tocca spiegare alle famiglie che le aule saranno pulite solo per un terzo dell’anno scolastico”.
Puttilli ha anche sottolineato: “Dai 5.200 euro che ci dava il Comune l’anno scorso, scenderà a 1.600. Ho sentito che i colleghi di altre scuole hanno ricevuto un taglio analogo. Così come in due anni c’è stata una riduzione del 30-40% delle risorse per le piccole manutenzioni”.

Fantastico. Si trovano 5 milioni di euro per gli Zingari, ma non si trovano 5 mila euro per pulire una scuola. Scuole dove è spesso imposta la presenza di “piccoli portatori di malattie” provenienti da situazioni sanitarie “oltre il limite”, che renderebbero la pulizia delle classi ancora più importante, direi decisiva per la salute degli alunni.
Fassino non la pensa così. E’ questione di priorità, e per lui – e per quelli come lui – la priorità sono gli Zingari.

Fonte: identita.com

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QUSSAYRGRAD DELLA III GUERRA MONDIALE ?

Pubblicato su 16 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Una tranquilla città di confine di 30.000 abitanti circondata da bellissime orchidee, una città un tempo molto bella e in posizione strategica, come tutte le città siriane, la maggior parte strategiche al microscopio internazionale, ma questa volta non a causa di una qualsiasi ragione geografica, storia o artistica, ma per motivi molto più pericolosi, si tratta della guerra nucleare la cui fiamma nucleare potrebbe essere stata già accesa. La città di al-Qusayr prenderà presto il nome di ‘Qusayrgrad’.

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SAA Removing Al Qaeda FSA

Il vecchio Hafiz al-Assad ha detto una volta: “Siamo i migliori a giocare sul bordo del baratro, e se cadiamo, cadiamo sui corpi dei nostri nemici“, il giovane leone della Siria ha ereditato molte funzioni dal padre, e questa è uno di esse. Dopo due anni, gli aggressori pensavano di avere il sopravvento nella crisi siriana, e nonostante le centinaia di avvertimenti da Damasco e dai suoi alleati, tra cui dal Presidente Bashar al-Assad: “Se la Siria cade, vi sarà un terremoto, un errore di calcolo e l’intera regione sarà devastata da un terremoto”. Gli strateghi occidentali notoriamente arroganti e razzisti, in altre parole stupidi, hanno sminuito gli avvertimenti di Assad, che continuava a dire che la Siria è diversa, non è la Libia, l’Iraq, la Somalia o qualsiasi altro Paese ‘democratizzato’ dall’occidente, come andavano dicendo saltellando i media occidentali tradizionali, sapendo e nascondendo l’infiltrazione in Siria più di 40.000 terroristi stranieri dial-Qaida, come l’inviato dell’ONU Ibrahim ha confermato. Sappiamo che è ciò che ne resta, oggi, su un totale di 125.000 almeno, unitisi ai criminali locali reclutati. I terroristi che controllavano la maggior parte delle campagne di Aleppo e la città di Raqqa, i migliaia provenienti dalla Giordania nel sud che occuparono la città di Daraa, caduta nelle loro mani, che infestarono la provincia di Damasco in molti luoghi, soprattutto Daraya e al-Utaibah, da cui i colpi di mortaio iniziarono a cadere sulla capitale. Non poteva andare meglio per i criminali Stati occidentali; la loro base nella città di al-Qusayr è il loro comando e centro di controllo principale, con ufficiali dei servizi segreti qatarioti, sauditi, israeliani turchi, francesi, statunitensi, inglesi e tedeschi infiltratisi dal Libano, in particolare i francesi, che scomparvero dalla loro base nel nord del Libano quando Damasco non cadde.
La Siria di Assad era sul bordo del baratro sempre più sottile, restando solo con il suo vertice superiore, ma le Forze di Difesa Nazionale avevano finito l’addestramento intensivo, a Hezbollah era stato chiesto di custodire i santuari religiosi con l’aiuto dei comitati locali, un’amnistia presidenziale era stata emanata il 16 aprile, e un mese era stato concesso ai criminali per arrendersi. Un’amnistia presidenziale in mezzo a tutto questo?! L’EAS ha avuto l’ordine: liberare il Paese e sterminare i terroristi. E l’EAS l’ha eseguito.
600 terroristi a Jididet Fadhl, presso Damasco, sono svaniti in 3 ore, facendo impazzire i chierici wahhabiti che avevano dichiarato la jihad contro la Siria, a cui non risponde più nessuno; la strada dal centro di Hama ad Aleppo, nel nord, è ripulita, un’altra strada è ripulita da Idlib, nel nord ovest, alla provincia di Latakia, assai infestata da terroristi infiltrati dall’intelligence turca, dove le enormi operazioni dell’EAS, delle FDN e della resistenza locale siriana hanno eliminato decine di terroristi, liberando Qirbet Solas, Quota 45 e altri siti strategici; la città di al-Utaibah vicino all’aeroporto internazionale di Damasco e centro di comando e controllo dei terroristi nel sud, provenienti e riforniti dall’Iraq e dalla Giordania, attraverso il deserto, è caduta nelle mani dell’EAS, che poi avvolge la provincia, spostandosi a nord e a sud, e recupera la città strategica di Qirbet Ghazalah, infliggendo così un colpo decisivo ai terroristi nel sud, uccidendo, almeno secondo le stime, 1600 terroristi. E più importante è l’avanzata tra i villaggi e le città ad ovest del fiume Oronte, nella provincia di al-Qusayr, liberandole una dopo l’altra, accerchiando la città e impedendo ai terroristi di fuggire verso il Libano. Le armi chimiche, il cui utilizzo da parte dell’esercito arabo siriano contro i civili, avrebbe attraversato la linea rossa di Obama, non sono state utilizzate; la linea rossa di Obama non é stata attraversata, e la confusione e l’isteria regnano nel campo occidentale da quando pensava di celebrare la vittoria, invece iniziando a ricevere brutte notizie dalla Siria, ma buone per il mondo intero. Israele viene coinvolto direttamente e compie un raid contro le galline dei pollai e un deposito di armi nei pressi di Damasco, molto probabilmente utilizzando mini-bombe nucleari, in coordinamento con i combattenti di al-Qaida che avevano attaccato 19 diversi posti di blocco dell’EAS intorno alla capitale, un altro epico fallimento. L’ex-ambasciatore statunitense in Siria, Robert S. Ford, il padre degli squadroni della morte iracheni noti per uccidere sciiti e sunniti iracheni, oltre ai marine, arriva in una città di confine tra Siria e Turchia, proprio quando una doppia esplosione si verifica in quella città uccidendo più di 40 esseri umani e ferendone circa 100; le accuse contro la Siria sono immediate. Perché questa pazzia improvvisa? La NATO perde, ma c’è altro.
L’esercito arabo siriano invita i terroristi di al-Qusayr ad arrendersi, non c’è più il corridoio per fuggire, il corridoio che hanno usato per entrare, e l’amnistia presidenziale è passata, i terroristi si rifiutano di arrendersi e le notizie di trattative segrete con il governo siriano, con cui l’occidente chiede all’EAS di riaprire il corridoio affinché coloro che sono nella città di al-Qusayr si ritirino in Libano, sono respinte dalla Siria, e John Kerry va a Mosca, Cameron il giorno successivo visita Mosca, Laurent Fabius, che insisteva su una soluzione militare della crisi siriana, improvvisamente afferma che ci deve essere una soluzione pacifica alla crisi politica. Dopo più di due anni, e per al-Qusayr avviene questa svolta? Aspettate. Kerry è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e una nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, con Ginevra 2; il giorno dopo Kerry sostiene che laddove non è riuscita Ginevra 1, fallirà Ginevra 2, ovvero la partenza di Assad. Cameron è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e la nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, Ginevra 2, lascia la Russia per Washington e riprende di nuovo la storia delle armi chimiche! Cosa c’è nella città di al-Qusayr?
Ricapitoliamo: incursione d’Israele, attentati a Reyhanli, le ripetute accuse sulle armi di distruzione di massa ‘irachene’, funzionari occidentali in pellegrinaggio a Mosca e infine il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che presente direttamente la seguente questione in inglese, arabo e persiano..! Qusayr è la parola chiave principale:

Il dipartimento di Stato sui volantini a Qusayr, Siria
10 maggio 2013
DIPARTIMENTO DI STATO
Ufficio del Portavoce
10 Maggio 2013
2013/0551

DICHIARAZIONE DI JEN PSAKI, Portavoce

Volantini su Qusayr, Siria
Siamo profondamente preoccupati per le notizie secondo cui il regime di Assad ha lanciato volantini su Qusayr dicendo ai civili di evacuare o saranno considerati combattenti. Condanniamo con forza qualsiasi bombardamento di civili o minacce di farlo. Disporre un diverso dislocamento della popolazione civile in queste circostanze, è l’ultima dimostrazione di brutalità da parte del regime.
I continui indiscriminati bombardamenti aerei del regime su aree civili, tra cui panifici, file per il pane e ospedali, viola il diritto internazionale umanitario. Mentre notizie terribili su atrocità e massacri del regime continuano ad emergere, il regime di Assad e tutti i suoi sostenitori che commettono crimini contro il popolo siriano, dovrebbero sapere che il mondo sta guardando e che saranno identificati e ritenuti responsabili. Mentre il popolo siriano affronta tali responsabilità, gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i siriani e la comunità internazionale per sostenere la documentazione delle violazioni.

Fonte: syrianews.cc


IIPdigital

Perché non ci sono state dichiarazioni simili per Utaibah, Qirbet Ghazalah, Jididet Fadhl, la provincia meridionale di Aleppo, e tutto il resto? L’occidente scatenerà stupidamente la Terza Guerra Mondiale, l’Armageddon per salvarsi dall’umiliazione di ciò che il mondo conoscerà su al-Qusayr? L’Iran ha mostrato solidarietà alla Siria, Hezbollah ha dichiarato che si unirà alla lotta contro l’intervento straniero. L’esercito turco, sicuramente, secondo l’autore, non appoggerà il Primo ministro dei Fratelli musulmani Erdogan e si rifiuterà di essere coinvolto in una guerra tra Paesi musulmani per niente. I russi non permetteranno che il loro unico punto d’appoggio al mondo, al di fuori del Mar Nero, cada, non aderiranno alla lotta, ma sosterranno i loro alleati.
L’occidente è in grado di commettere stupidità e grandi crimini, speriamo che ci sia qualcuno sano di mente che l’impedisca.
Nel frattempo, guardate questo breve reportage dalla periferia di al-Qusayr:

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' A CORRUZZIONE E IL " FOGNO": LO STRANO CASO DEL DOCTOR PETIOT

Pubblicato su 15 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

1. ANTEFATTO METAFORICO
Il dottor Petiot fu a lungo stimato per le sue conoscenze scientifiche, addirittura lodato per la sua utilità alla comunità come medico, che, dicevano, faceva “avanzare” la scienza medica.
Ma se si fosse analizzata in dettaglio la sua vita precedente, senza pregiudizi e distorsioni, determinate da un “certo tipo di consenso” pubblico (divenne persino sindaco del suo paese), con tutte le abbondanti “tracce” di una crudeltà inumana (o “troppo umana”), sostenuta dall’incrollabile fede nelle sue ragioni, gli stessi benpensanti che lo avevano lodato sarebbero stati terrorizzati…http://www.occhirossi.it/biografie/MarcelPetiot.htm
Leggendo, e facendo i dovuti collegamenti, capirete il “nesso” (“nexus”, per coloro che ricordano i “modelli” dei replicanti in Blade Runner).
Ovviamente la storia si manifesta prima in tragedia e poi si ripete come “farsa”. Ovviamente…
disoccupato
2. MACROECONOMIA E IL LUOGOCOMUNISMO AZIENDALISTA
L’essenza di ciò che consente di “prosperare” all’azione dei doctor Petiot del nostro tempo, è un’idea alterata e manipolativa dell’economia politica, della macroeconomia applicata all’esistenza dello Stato come soggetto “insopprimibile” delle dinamiche socio-economiche. Per sminuirne la funzione si fa passare l’idea che lo Stato, cioè noi in quanto cittadini-elettori, dovrebbe comportarsi come una buona massaia (quella sì che sa far quadrare i conti…peccato che gli stessi che ne esaltano le doti, facciano di tutto per non farglieli quadrare e piuttosto….”girare”…non i conti)
La macroeconomia, infatti, non è la scienza dell'economia "familiare" o “aziendale”. Chi lo sostiene nega, maliziosamente (i “seguaci”, magari per ignoranza), l'essenza del suo presupposto caratterizzante: il fenomeno organizzativo, pre-economico (cioè sociale “generale” e non “aziendale”), costituito dalla presenza di un ente politico comunitario – lo Stato- che garantisce un bene come l'ordinata convivenza civile, promuovendo il benessere (almeno nelle enunciazioni indefettibili delle carte costituzionali democratiche). Questo “ente” non solo non può essere assoggettato alle leggi “micro” per definizione (cioè per sua funzione e finalità), ma la sua azione deve (sempre e comunque) influire sul “caotico” combinarsi seriale delle leggi microeconomiche, che, essendo tendenziali, incorporano la deviazione effettuale dagli equilibri teorici e il loro periodico travolgimento.
Una volta che lo Stato sia concepito come una “società per azioni”, non c’è limite alle distorsioni dell’interesse generale che ciò determina. La prima è che gli Stati sono visti come maxi-imprese in contesa economica tra loro nella logica della “competitività”. Con la compromissione non solo del “fogno” della pace e prosperità universali, ma dello stesso benessere dei rispettivi cittadini. E non lo dico io, lo dice Krugman “Per fare una dura ma non completamente ingiustificata analogia, un governo sposato all'ideologia della competitività è altrettanto improbabile faccia una buona politica economica quanto un governo impegnato nel creazionismo possa fare una buona politica della scienza, anche in aree che non hanno relazione diretta con la teoria dell'evoluzione” (http://documentazione.altervista.org/krugman_competitivita.htm)
Quindi la macroeconomia si trova inevitabilmente a lavorare su presupposti inevitabili di "non esattezza" (non voglio esplicitamente coinvolgere la "indeterminazione"), dovendo osservare fenomeni umani collettivi, organizzati su valori storicamente mutevoli. E' dunque una scienza sociale a carattere (precondizione implicita necessaria) “assiologico” e come tale non univoca per sua stessa ipotesi metodologica (non può prescindere da giudizi di valore, storicamente determinati, data la necessaria restrizione delle variabili considerate rispetto alla complessità). Non di meno tale scienza sociale è "aperta", cioè assume l'arricchimento di dati e analisi come fattore costante di evoluzione e dialettica rafforzativa delle ipotesi (che come sappiamo è quasi impossibile sperimentare).
Ora le analisi e le “soluzioni” che discendono dall’UE risultano inevitabilmente tutte immerse nella politica preconfezionata dalla ideologia UEM, radicalmente concepita come corollario della competitività tra Stati (v. sempre Krugman, sopra citato).
Ciò sarebbe, in coerenza con quanto abbiamo premesso, perfettamente naturale e legittimo, se non fosse per il trascurabile “dettaglio” che i suoi “razionali” sono accuratamente nascosti, dato che si tratta di un'ideologia (Bundesbank’s version del Washington consensus” e Von Hayek come profeta…del darwinismo “sociale”), non soltanto criticata proprio dalla schiacciante maggioranza degli economisti “seri” (premi Nobel e con pubblicistica universalmente accettata), quanto contraria alle Carte costituzionali dei paesi interessati.
Cioè ogni Stato democratico ha già compiuto le sue scelte “assiologiche” ma, senza alcuna armonizzazione tentata o risolta, su queste piomba con tutto il suo peso l’assiologia “occultata” del disegno europeo, su tutte la UEM, che risulta sterilizzare o “annullare” la dinamica realizzazione dei rispettivi valori democratici costituzionalizzati.
Questo è stato descritto “anche” dai costituzionalisti, con vari accenti, ignorati altrettanto quanto il parere degli economisti più autorevoli, cfr., come esempio eloquente, “Il costituzionalismo asimmetrico dell’Unione”, a cura di Antonio Cantaro, Torino, 2010 (notare l’anno, così tragicamente prossimo alla crisi, irreversibile, oggi conclamata e ieri prevista in dettaglio).
3. CONSENSO MEDIATICO E POLITICHE DEI GOVERNI TECNICO-EMERGENZIALI.
Ma che economisti e giuristi specialisti siano stati inascoltati, e lo rimangano contro ogni evidenza, è, in buona sostanza, un problema mediatico (chi legge i libri di economisti e costituzionalisti non “cooptati” nel circo mediatico? Oggi, guarda caso, ne stiamo constatando i “corollari” in modo molto attuale…).
Nel versante mediatico, così cruciale per la formazione della pubblica opinione e del “consenso” anche elettorale, si trova probabilmente il più alto grado di responsabilità per l’attuale situazione.
Non a caso,  un incondizionato entusiasmo mediatico, scisso dai fatti che si verificano con manifesta “tragicità” davanti agli occhi di tutti, sorreggono i “governi dei tecnici” (in mezza Europa…debitrice e, perciò, PIGS). E questo dovrebbe condurci a fare utili deduzioni sulla natura dei potenti di turno, sul tratto unificante di questo potere.
Nella situazione attuale, registriamo un fenomeno di tale entusiasmo convergente e assolutizzato verso l'azione del governo (“l’Agenda Monti”…tra un po’ ci si giurerà sopra come sul Vangelo) che, dati i soggetti da cui promana (i giornalisti "sempre-proni" e gli “esperti ufficiali”, officianti il rito della ripetizione degli slogan di “diversione” dalla verità, quale indicata dalla scienza imparziale e libera nei fini), sta ad indicare che attualmente il potere, nella veste governativa, si manifesta al suo stato mistificatorio "quasi puro" (cosa che non si poteva dire rispetto all'era di B. ed alla sua imperfezione, che costringeva gli stessi soggetti mediatici-espertologi,  a preoccuparsi delle sue plateali contraddizioni, spesso, al tempo, per giustificarle, lacerando continuamente la legittimazione che il disegno UEM ricercava).
E quale risulta il tratto essenziale di questo potere ora "manifesto"?
L'Europa, la mistica del "ce lo chiede l'Europa", il dogma che tutto quanto sia già "stabilito" in quella sede si connoti automaticamente in un valore operativo incontestabile, tale che intere nazioni e moltitudini di esseri umani, teoricamente dotati di possibilità critiche e di cultura evolvibile, ne "debbano" essere plasmati senza possibilità di mediazione.
L'ordine costituito (abbiamo visto, nebulosamente, e senza alcuna solida chiarezza condivisa) a livello europeo, svolge quindi la funzione assiomatica tipica dei principi rivelati delle religioni monoteiste. Una nuova teologia si esercita in paralogismi per trovare corollari logici che appaiano persuasivi per la Ragione, senza mai mettere in contestazione i presupposti del "nuovo ordine".
Una macchina di condizionamento infernale sta così chiudendo ogni possibile discorso costruttivo sulla realtà in divenire: in nome dell'Europa si preclude la riflessione sugli scopi stessi dell'organizzazione politica umana, sul ruolo evolutivo delle Costituzioni, sulla pervasività di un'economia sovrastata da una finanza regolata da algoritmi che incorporano soltanto il profitto nel breve termine. La dimensione antropologica del benessere e della comunicazione tra individui e popoli viene considerata tutta già definitivamente risolta nel quadro para-etico di questa mistica, che tende ormai al trascendente.Ora, dati gli svariati fattori moltiplicatoridell'incidenza sul PIL dell’austerity “che promuove la vera crescita” (come “vera fede” era quella che portava a scannare gli eretici e a fare le crociate contro di essi, come accadde per i “catari”), cioè di maggiori tasse e minore spesa pubblica, risulta eloquente la vicenda dei “fiscal multiplier” corretti dal FMI e tutt’ora ignorati da Commissione e governi di “commissariamento condizionale”.
Questi elementi, sommati a fattori di contesto legati in termini di “compresenza significativa”, come il credit crunch e la simultanea austerità dei paesi UE (la cui domanda in parte si riflette sulla nostra offerta in esportazione intra-area, e noi siamo sempre, per quanto non piaccia agli autodetrattori, il secondo esportatore dell'area), si scontrano ormai col fatto, puntualmente ignorato dai media (o con un risalto “trascurabile”), che lo stesso FMI HA CALCOLATO L'OUTPUT-GAP, CIOE' LA RECESSIONE CUI ANDREMO INCONTRO NEL PROSSIMO TRIENNIO, SENZA CORREGGERE LE POLITICHE "MONTI-BCCE-BUNDESBANK", NELL'8%. (http://www.consulenza-finanziaria.it/2012-una-recessione-mai-vista-prima/)
Il resto sono chiacchiere e distintivo dell'associazione anime belle (?)-che-pensano-che-l'euro-sia-una-grande-idea-evviva-lagermania-che-la-merkel-è-tanto-brava-e-ci-salverà-dalla-corruzione…

4. L’ANNIVERSARIO DI TANGENTOPOLI E “IL TRADIMENTO DELLA POLITICA”
La firma di Maastricht e il culmine di “Tangentopoli” si verificarono simultaneamente, esattamente come oggi si ha l’impressione che sia stato “scoperto” il verminaio della corruzione e dei “costi della politica”, e, come abbiamo capito nei circuiti extramediatici della rete, non è un caso.
Il fenomeno Tangentopoli, così come oggi la levata di scudi “casta-corruzione-debitopubblicobrutto”, sono stati definiti come "tradimento della politica" , che sarebbe cioè venuta meno al suo presunto onere di “auto correggersi”, (idea ridicola e un po’ paradossale che ignora i veri “rapporti di forza”). 
Ammettiamo che una legge perfetta contro la corruzione sia fatta: scomparirebbe per questo il "tradimento della politica"?
No, perché, come vedremo in dettaglio più oltre, la corruzione della mazzetta e della malversazione è solo la forma più rozza di consolidamento degli "affari" contrari all'interesse pubblico che alterano la funzione (costituzionale) degli organi di governo democratico.
Con un ordinamento legislativo orientato, nella sua crescente globalità, a consentire questi "affari", si potrebbe avere paradossalmente assenza di corruzione in senso penalistico (o corruzione dei soli rubagalline) e massima ingiustizia e assetto predatorio dell'oligarchia rispetto al popolo (teoricamente) sovrano (e l'euro è, in sé, l'esempio più tragico di ciò).
I migliori affari ormai vengono pianificati nelle istituzioni UE (BCE in testa, con le sue "lettere" su mercato del lavoro e privatizzazioni della ricchezza pubblica, tese a rassicurare, o meglio, “orientare” gli investitori finanziari alla ricerca di una garanzia per il loro crescente credito) e oggi, paventare la sola "restaurazione" berlusconiana finisce per affrontare un problema "minore".
Cioè del come esistano ancora le "cricche" di mezze figure, (rispetto ai veri players che ricoprono il ruolo di “incumbent” dell’indirizzo politico continentale), che sgomitano illecitamente, come sostanziali emissari della politica (bipartisan), per sedersi al tavolo degli affari con i potenti, che comunque, e sempre più incontrastati, non hanno bisogno di commettere illeciti per ottenere l'ampliamento delle loro rendite a scapito della generalità, ma "ottengono" leggi e regole, grazie allo strutturale asservimento delle istituzioni, ormai svuotate da organismi sovranazionali e non democraticamente rappresentativi...
Sulla tomba della Costituzione scriveremmo "Ce lo chiede l'Europa"...
5. EUROPA, CORRUZIONE, SPESA PUBBLICA E PRIVATIZZAZIONI.
Sia come sia, ma la narrazione (direbbe Vendola) dell'euro si accompagna fin dall'esordio inscindibilmente all'idea che lo Stato, l'ente pubblico, la cura dell'interesse generale mediante forme pubblicistiche, siano un male in sé, perché sarebbero inefficienti e portatori di corruzione (e, ripetono, lo “capirebbe qualsiasi brava massaia, la stessa che, pensate un po', sarebbe la più colpita dall’inflazione in caso di uscita dall’euro). Cioè non sarebbero stati finora gestiti come un’azienda (rectius una “impresa”, ma tant’è), ovvero come una “famiglia”. Ciò che abbiamo visto al par.1 essere la bufala più amata dal partito unico-mediatico dell’euro…
Questa premessa indimostrata, asseverata, già venti anni fa, dall'ondata emozionale degli anni di tangentopoli -e dall'ignoranza perseguita nell'identificare correttamente le cause della dilatazione, via interessi passivi, del debito pubblico italiano-, ha portato a un assetto di questo tipo (Ndr: buona parte di questa elencazione la ritrovate nel libro “Il tramonto dell’euro” di Alberto Bagnai, di cui il virgolettato riflette una diretta citazione):
a) si è deciso di introdurre la società di capitali come forma prevalente di gestione dei servizi pubblici, specie locali (ma non solo, e non solo servizi).
b) si è introdotta l'idea che ciò avrebbe evitato (non si sa perché) ulteriore corruzione, specialmente se si fosse sviluppato il partenariato pubblico-privato: il privato porterebbe, sempre, non si sa bene perché, un'esperienza “vincente” che avrebbe fatto abbassare i costi e le tariffe;
c) per agevolare la "efficienza", dando la colpa della corruzione (che in sé non è detto che sia legata alla inefficienza, in termini di rapidità decisionale, anzi) alla burocrazia, si sono aboliti i controlli preventivi di legittimità sugli atti principali che comportano una spesa (svolti dalla Corte dei conti, nonché dai co.re.co e dagli organi statali che la esercitavano sugli atti regionali). Così, costituzione di queste società, capitalizzazioni, scelte dei soci e metodi relativi, decisioni di spesa, tipo bandi di gara e susseguenti procedure, sono stati sottratti a controllo preventivo, proprio quando irrompeva la super-regolazione di derivazione UE in materia (regolazione a ondate, sempre più stratificata), cioè quando più forte si poneva l'esigenza di verificare il rispetto delle più complesse regole;
d) tale disciplina europea, anche se in crescente finalizzazione "apparente" alla logica concorrenziale, in realtà, ponendo una serie inestricabile e sempre più complicata di parametri, requisiti, standard, certificazioni legittimanti, forme associative tra imprese, si risolve in generale nel privilegiare le imprese più "grandi" e quelle che già godevano di rapporti pre-instaurati con la pubblica amministrazione (imprese spesso coincidenti tra loro);
e) si è privatizzato il sistema bancario, rigorosamente in nome dell'Europa e dello Stato-cattivo, ma al tempo stesso si è creata una componente fondamentale e spesso decisiva di controllo azionario-bancario mediante il sistema delle fondazioni, “influenzate” a loro volta, in intrecci solidali tra le fondazioni stesse, dagli enti pubblici territoriali mediante i soggetti amministratori da questi nominati; ciò, in aggiunta, senza alcun controllo sulle relative nomine, non solo preventivo, come s'è visto abolito, ma anche sul rispetto di labili parametri legali di individuazione dei "nominati" da parte della politica;
f) si è proceduto (tradendo le roboanti affermazioni iniziali post-tangentopoli) arendere fortemente dipendenti dalla politica i dirigenti pubblici in posizione decidente della spesa pubblica, e ciò con incidenza, principalmente, a livello locale, per le spesa conseguente a scelte di pianificazione territoriale e di politica industriale, area decisionale che, a sua volta, conduce a costituzione di società, a scelta dei soci, ed all'aggiudicazione di un sistema di appalti proiettati su fronti crescenti di attività in precedenza pubbliche (dalla gestione delle ex aziende pubbliche di servizi, alla "esternalizzazione" di segmenti di attività amministrativa, affidata a "privati" come diretti erogatori di servizi “interni” alla p.a.: informatizzazione, contabilità e gestione del personale, servizi di pulizia ecc.);
g) si è, contemporaneamente, provveduto a amplificare, prima a livello legislativo, poi costituzionale, la sfera operativa e funzionale di regioni e enti locali, trasferendo ad essi il potere di spesa e di assunzione del personale relativo (il tutto sempre nella simultanea abolizione dei controlli preventivi di legittimità sugli atti corrispondenti).
Shakerate il tutto e otterrete, come corollario dell'Europa, cioè della combinazione della “sussidiarietà”  e della libertà del mercato - mai ben identificato, stante anche le falle della disciplina antitrust-, un gigantesco spazio di trattativa, libera da effettivi ostacoli nelle regole univoche e stabili del diritto pubblico, tra privati e politica (non propriamente con l’amministrazione pubblica, dato l'asservimento che evidentemente consegue da tale disegno, della prima alla seconda), per poter disporre dei beni, dei servizi e della relativa provvista finanziaria pubblica.
“Il meccanismo è perfetto. Si vuole creare una società per gestire lo studio delle problematiche tecniche di certe opere pubbliche, a livello regionale o di grande comune; si trova il dirigente (politicamente scelto a ampissima discrezionalità) che ne approva lo schema tecnico, la giunta che lo delibera, i capitali forniti dalla banca vicina alla fondazione a sua volta "vicina" alla maggioranza che delibera...e induce nei tecnici pubblici dipendenti le scelte a valle, et voilà...
Avrò capitali, controlli limitatissimi (al massimo a posteriori e in termini di efficienza, ma sprovvisti di vera sanzione ostativa del disegno), libertà di aggiustare – spesso con trattative private determinate da urgenze divenute insindacabili, ovvero con bandi su misura- la scelta dei soci privati, dei destinatari degli appalti (dato che la società tenderà a calibrare studi di fattibilità e bandi sulle caratteristiche, politicamente e inevitabilmente "volute", del soggetto creato ad hoc tra imprese amiche e prestanome dei politici).
I politici saranno soci (azionisti), mediante prestanome o colleghi di secondo piano, o "tecnici" di area (senza selezione che non sia la vicinanza politica) dello stesso ente che forma la società. Soci espressione di grandi imprese diverranno anch'essi parte della compagine e sosterranno quella parte politica: se l'andamento della società è in deficit, gli stessi soci potranno liquidare a condizioni vantaggiose le loro partecipazioni, lasciando ai bilanci, incontrollati nelle forme pubbliche ormai abolite, di aggiustare valori e stime degli assets e delle prospettive di redditività.
I debiti contratti per capitalizzare e i deficit saranno ripianati, indirettamente o direttamente, prima o poi, dal centro (lo Stato), -sotto la pressione del ricatto sul "paventato collasso" dei servizi per anziani e infanzia-, da amministratori centrali parte della stessa cricca politica che controlla le nomine nella società, o a cui viene dato il potere di farne per partecipare alla spartizione, garantendosi comunque anche la continuità del credito effettuato dagli amici banchieri in cordata con le fondazioni bancarie (controllate dalla stessa politica locale e centrale).
Il meccanismo ha applicazioni multiple e variate. L'abilità sta proprio nellaconvergenza delle leggi verso questo obiettivo di sistema. La corruzione diviene un fatto conforme alle regole: solo gli sprovveduti e gli arroganti incorrono negli strali della magistratura.
I più abili giungono a controllare, tramite profitti da aggiudicazione di appalti e di servizi pubblici locali, vere e proprie holding. Solo la Corte dei conti ogni anno lamenta l'andazzo fallimentare per i soldi pubblici (strutture e finanziamenti immessi nel circuito, ripianamenti delle perdite) e per l'aumento delle tariffe. Intanto, decine di migliaia di consiglieri di amministrazione, direttori generali e figure varie costituiscono una classe paraprivata di gestori e fruitori di emolumenti e potere decisionale che si esprime in pilotaggi di appalti e assunzioni senza concorso nelle strutture di nuova creazione.
La rendita da monopolio "locale" e i patti di liquidazione, soddisfano gruppi privati "partner", e li legano sempre più alla complicità con le parti politiche autrici del disegno.
La commistione di forme private e pubbliche, la demenziale complicazione delle regole di scelta europee, consente una facciata impenetrabile di "regolarità" al tutto e le vecchie mazzette vanno in pensione, trasformandosi in decisioni di scambio di favori: il figlio del tizio-dirigente o assessore (in consonanza tra loro) viene assunto di qua, o fa carriera (magari universitaria ) di là, dato che magari un tizio ulteriore, che controlla le decisioni di carriera, è stato nominato nel cda della società stessa in quota "x".
Le holdings, al riparo dalla concorrenza sostanziale, e sotto l'egida della "aggiustata" concorrenza europea, prosperano e si rafforzano; le imprese tagliate fuori vanno sempre più in difficoltà, rimanendo in crescente difficoltà creditizia sia per...l'Europa (euro) sia perché non facenti parte del cerchio magico...delle linee di credito erogate dalle banche (con dentro le fondazioni). Le applicazioni, una volta consolidate le posizioni, sono infinite; soggetti di questo tipo, anche se le gare vengono rese formalmente più rigorose, hanno un vantaggio schiacciante in termini di requisiti di qualificazione e di standards di legittimazione professionale e finanziaria richiesti dai successivi bandi.”
Insomma, se da una parte politica si chiude un occhio su tutto questo, evitando di smontarlo e anzi votandolo quando si presenta in parlamento, dall'altra, si contraccambia lasciando all'altra parte, che so, una situazione di monopolio nel settore dell'informazione televisiva e non. 
…“E il cerchio si chiude con l'Italia modernizzata dalle forme europee, tanto che ora si vogliono aggiungere altri elementi di riduzione di questo stato-cattivo e di incremento di questa bella efficienza dei privati, scelti come beneficiari (e magari salvatori della patria) con inappuntabili sistemi europei... e ci mancherebbe!”
6. CONTROLLI E INVESTIMENTI DI SISTEMA. ALCUNI RIMEDI (FORSE) PRATICABILI
Vediamo quanto finora analizzato in termini di possibili soluzioni su vari aspetti applicativi. Che tutti ricercano negli enunciati formali e nessuno pare voler concretamente attuare. A un certo punto, persino su LaVoce.it arriva un'ammissione della erroneità della scelta, dapprima compiuta nel 1997 (d.lgs. n.127 ) poi ratificata nel Tit.V Cost del 2001, di abrogare i controlli preventivi di legittimità.
Si trattò, come si è visto, di un sostanziale "via libera" alla spesa senza verifica preventiva del rispetto delle leggi che la limitavano, per consentire, prima ancora che "libero" appalto a “libera cricca” politica, il presupposto essenziale della creazione del sistema societario partecipato degli enti locali e delle regioni, sistema peraltro adottato anche dai ministeri, che hanno costituito una “congerie” di società per svolgere compiti promozionali e gestionali, prima effettuati a minor costo dalle strutture ordinarie, che però rimanevano prive della libertà di assunzione e di nomina discrezionalissima e politica dei vertici, quelli stessi chiamati poi a bandire e assegnare appalti, fuori bilancio dell'ente creatore. Fenomeno, va ribadito, non solo apportatore di perdite e ricapitalizzazioni a carico pubblico ma anche di diffusi accordi corruttivi e clientelari (gli stessi organismi, infatti, hanno potuto effettuare, fino a tempi recentissimi, assunzioni senza concorso e senza controlli).
Dati i vincoli costituzionali il ripristino di questo minimo argine (specialmente nella fase di bando) è alquanto problematico: si potrebbe cominciare con la “neutralizzazione” della nomina dei vertici politici di queste società-stazioni appaltanti, sottoponendola a stringenti criteri di qualificazione tecnica e di incompatibilità-conflitto di interessi, spostando la verifica del tutto sulle corti dei conti regionali.
Stesso discorso per la verificabilità dei presupposti di economicità-convenienza della stessa creazione di società e partecipazioni pubbliche (dalla cui revisione si potrebbero ricavare risparmi molto superiori di quelli incentrati sugli acquisti in economia delle amministrazioni tradizionali, già abbondantemente spremute da 20 anni di manovre e tagli lineari).
Poi magari, (visto che per il pareggio di bilancio in Costituzione lo si è fatto senza problemi) mettere mano al Titolo V. Cost., ripristinando organi di controllo decentrato a vocazione tecnica: ovviamente, a livello organizzativo, si tratterebbe di investire in nuova spesa pubblica, ma si tratterebbe di soldi ben spesi, con un buon moltiplicatore, anche per i risparmi ottenibili. 
Però a tutti questi rimedi- cui fa sempre da sfondo il recupero della separazione tra banche commerciali e banche di investimentoc’è da crederci molto pocofinché esisteranno giornali a opposizioni focalizzati sui costi “diretti” della politica (certo, esagerati, inaccettabili, ma di scarso peso rispetto al volume di soldi pubblici affluenti a questo sistema), cioè finché la “casta” sarà, in modo semplificato e rumoroso,identificata nei costi delle cariche elettive e degli apparati serventi degli organi politici medesimi, esaurendosi in essa e lasciando inalterato, salvo episodiche “cosmesi”, il “grosso” del corpaccione descritto più sopra. Diamo qualche cifra.
Un calcolo approssimativo divulgato dalla stampa ci dice di circa 7500 società a partecipazione pubblica, promosse in varie forme dai soli comuni, province e loro associazioni e consorzi, a cui occorre aggiungere le società regionali, non censite nei costi che di seguito illustriamo. Per tutti questi soggetti si giunge a un “monte” di nomine stimato in circa 50.000, solo per le società partecipate dal livello territoriale minore (quantificazione solo in parte mitigata dalla previsione, in teorico corso di attuazione, della riduzione dei consigli di amministrazione ad un unico amministratore prevista dal d.l.n.78 del 2010 per le entità a totale partecipazione pubblica, che non investe le mere “partecipate”, nonché figure come i direttori generali e altre cariche dirigenziali operative).
Insomma, tra società statali, regionali e comunali, decine e decine di migliaia di amministratori, delegati e componenti dei relativi consigli, direttori generali e dirigenti vari fruiscono di trattamenti economici sostanzialmente allineati con quelli attribuiti agli “executives” del settore privato assommandosi, senza controlli sulla selettività e sull’assenza di conflitti di interessi (principalmente rispetto alle società private operanti nei settori variamente influenzati dall’azione delle società pubbliche), al costo della dirigenza pubblica degli enti territoriali, (già di per sé, sia detto per inciso, sovradimensionata, progressivamente ripoliticizzata e attributaria di trattamenti economici incrementati a livelli senza precedenza nella storia unitaria d’Italia).
Uno studio della UIL (http://www.uil.it/costi-perconferenza.pdf, che peraltro fa un po’ di confusione tra costi della politica e costi, invero alquanto limitati, di organi previsti dalla Costituzione e rientranti nel potere giurisdizionale), condotto in base a dati del Ministero dell’interno, stima in 2,5 miliardi di euro solo i costi per i compensi, le spese di rappresentanza e di funzionamento dei consigli di amministrazione, degli organi collegiali societari, nel solo settore delle “partecipate” dagli enti locali (non è chiaro se ciò includa i maggiori corrispondenti costi delle società analoghe di livello “regionale”: pare di no).
Tale “settore” assorbe inoltre una considerevole quota dei 3 miliardi di spese per “consulenze” e  collaborazioni  professionali, a vario titolo, utilizzate da tali società nonché un’analoga quota dei 4,4 miliardi di spese per “auto blu”.
Ciò senza contare le spese di personale, assunto, fino alla recente riforma del 2010, senza una predeterminazione delle piante organiche “di diritto” e senza concorso: basti pensare che, in base ai dati OCSE 2007, il 5,4% della popolazione italiana “lavora” per il pubblico in senso proprio (Stato, regioni, ee.ll, enti di diritto pubblico: 3.200.000 unità), dato peraltro riferibile a rilievi effettuati prima dei “blocchi” del turn over ripristinati negli ultimi 3 anni.  In questi termini si tratta di un “valore” che non colloca l’Italia in dissonanza rispetto ai maggio paesi dell’area euro (Germania 5,47%, Spagna 5,3%, Francia 7,9%).
Tuttavia il dato italiano non tiene conto di oltre 700.000 dipendenti del settore delle “partecipate” di Stato e degli enti territoriali, che porta il numero complessivo a circa 4 milioni (facendo saltare la formale “virtuosità” della comparazione, nonché il dato contabile nazionale del costo del pubblico impiego, di circa 140 miliardi, in quanto riferito al solo personale a “datore di lavoro” formalmente pubblico).
Insomma, invece del “salvatore unico della patria” Bondi, (quello Parmalat, per capirsi) che, a quanto sembra, deve ancora "capire" la materia, e di una logica emergenziale di “tagli”, bisognerebbe ricreare, (attraverso assunzioni e vere riqualificazioni basate su regole certe ed esplicite, contenute in atti normativi chiari e non neutralizzati dalla clausola “a costo zero”), un “ruolo” di controllori, esperti e qualificati, ovviamente capaci di modulare i loro riscontri anche in funzione delle caratteristiche del territorio e che vadano a ricostituire gli organi di controllo preventivo ai vari livelli. Va poi considerata la funzione finora parzialmente svolta da CONSIP, cioè da un organismo statale centralizzato che, bandendo gare “cornice” possa “fissare” dei prezzi di riferimento, - con risparmi di scala e prezzi “ottimali”, entro limiti di flessibilità ragionevoli e da regolare con norme apposite-, non superabili: tuttavia, non solo questo sistema non copre tutte le possibili categorie di acquisti, ma neppure i lavori pubblici, il che non è poco.  Ovviamente occorrerebbe investire nella creazione di una rete telematica generale che consenta di identificare con immediatezza i prezzi di tutti gli acquisti e contratti "passivi" facenti capo a tutti i livelli di “centro di spesa” pubblico, includendo anche le locazioni di immobili, con indicatori adeguatamente modulabili.
Tutto questo, però, non ha nulla a che fare col taglio “lineare”, finora effettuato dai vari “governi della crisi” (euro), cioè con la riduzione tout-court della spesa complessiva, dato che le risorse rese disponibili dai risparmi così ottenibili, dovrebbero essere reimmesse nel circuito della spesa pubblica, in modo da non indurre\aggravare la recessione e migliorare qualità e volume dei servizi.  (Su questi temi diamo atto della puntuale e razionale analisi compiuta da Gustavo Piga).
7. SPESA PUBBLICA, CONSULENZE E EUROPA
 C’è poi l’attuale caccia alle streghe rispetto alle “consulenze”, assurte, per vari fatti di attualità “scandalosa”, al disonore della cronaca, alimentando l’indistinto vociare dei “livorosi”. Il problema dell'integrazione di expertise mancanti nella p.a. mediante consulenze è ancora più complesso, nelle sue cause, del semplice fatto che finisce talvolta per dissimulare favori e accordi corruttivi. Ancora una volta dobbiamo chiamare in causa l'UE:
- allorché Maastricht impone la sua maggior "integrazione" normativa - e già, a capirlo bene, non era certo un favore, specialmente per un sistema basato sulle PMI-, con l'accelerazione del processo di recepimento di direttive strutturali (specie in tema di ss.pp., standards di gestione e tariffari e tutele tecnico-ambientali), tutte le amministrazioni pubbliche, non solo quella italiana, avrebbero dovuto munirsi di "piani di investimento" per dare risposta adeguata alla crescente complessità dei compiti (non più governati dalla discrezionalità amministrativa pura, opportunità-ragionevolezza, ma quasi esclusivamente da discrezionalità tecnica su parametri non sempre univoci e comunque immediatamente comprensibili (grazie Europa). Ma guai a parlare di “piani di investimento” , aggiuntivo, nell’era del “saldo primario” pubblico! La spesa pubblica è tutta e sempre “brutta” e “improduttiva”…
Sta di fatto che da allora questa "complicatezza" (si veda, ancora una volta, la legislazione in tema di appalti, che tra l'altro siamo tra i più solerti a recepire in termini di apertura del mercato degli operatori europei…più solerti degli altri "grandi paesi" membri) contraddistingue oltre l'80% della neo-normativa nazionale, appunto derivante da fonti UE.
Mentre accadeva questo “complicarsi” di compiti e normativa (essenzialmente tecnica) da applicare,  al tempo stesso, iniziarono a applicarsi i tagli al personale e agli organici che, per motivi politico-clientelari, invece di riversarsi sui livelli funzionali più bassi (quelli dove l'assunzione "elettorale" era più facile e produttiva di consenso), portarono al "blocco" progressivo dell'acquisizione di expertise nelle carriere direttive (rese sempre più inappetibili retributivamente, mentre invece di provvedeva, alla fine degli anni ’90, a promuovere in una dirigenza riformata a livelli stipendiali elevatissimi, i cooptati politici che dessero garanzie di fedeltà ai vertici elettorali).
Si noti che, contemporaneamente, i livelli corrispondenti a quelli direttivi, i “quadri”, sono stati massicciamente addensati di dipendenti appartenenti, per titolo di studio e qualifica di accesso, alle professionalità più basse, e ciò mediante lo strumento della “riqualificazione” mediante “corso-concorso” (non selettivo ma praticamente a ruolo “aperto”) riservato agli impiegati dei livelli inferiori. Il che ha peraltro anche vanificato buona parte del risparmio che avrebbe potuto realizzarsi mediante i blocchi del turn over, dato che lo stesso numero di dipendenti finiva per costare di più (senza rispondere alle esigenze funzionali e tecniche dell’amministrazione)
Il corto circuito tra crescente "tecnicizzazione" dei compiti e impoverimento "professionale" dei ruoli per esigenze (schizofreniche) di bilancio, hanno così portato al dilatarsi delle consulenze e, ancora una volta, all’allargamento dell’area dell’affare politico “in nome dell’Europa” (che non poteva tollerare investimenti pubblici, meno che mai sul personale, facendo passare la vulgata goebbelsiana che fosse tutto superfluo e parassitario).
Il risultato è che il sistema è in sé distorsivo e costoso, a doppio titolo: i consulenti - ma identicamente gli analoghi "amministratori" delle crescenti società pubbliche- non solo sono scelti a ampia discrezionalità politica, ma sovente, specie a livello locale, rispondono alle logiche dei gruppi di interesse privati che si sono accordati coi vertici politici. Cioè, portano, quando pure sono tecnici e non solo faccendieri, unaexpertise tendenzialmente e pregiudizialmente al servizio degli assetti pre-concordati tra gruppi imprenditoriali e politici eletti in carica (e nominanti).
Quindi, il fenomeno è la dimostrazione che la spesa pubblica (assunzioni congegnate sui reali fabbisogni della collettività) se compressa meccanicamente -con limiti derivanti dall'UE secondo logiche poco trasparenti-, si riespande a valle a favore non solo delle tasche dei privati, ma anche a scapito della corretta gestione, al punto che non solo il sistema di "esternalizzazione", in generale, alla fine ha costi diretti maggiori dei presunti risparmi da tagli, ma porta pure ad assetti - di pianificazione, autorizzazione, affidamenti, creazione di strutture fuori bilancio ecc.- ulteriormente gravanti sulla spesa pubblica a favore di "alcuni" privati.
8. CONCLUSIONI…PROVVISORIE
Qua, per ora, mi fermerei, (anche se tante e tante cose “appassionanti” sarebbero da aggiungere, nevvero), auspicando di aver fatto comprendere come i meccanismi individuati da Goofynomics, in termini macro e per categorie descrittive di rara efficacia (i “luogo comunisti”, “spesapubblicacastadebitopubblicobrutto”, i “livorosi”) giungono poi, a livello mesoeconomico, a fornire le spiegazioni più attendibili ed efficaci dei fenomeni che più si prestano alla facile propaganda “anti-Stato”. La quale, oggi, ma anche ieri, e da troppo tempo, costituisce il baluardo più solido dietro cui si attestano proprio quelli che gli affari, a spese del “bene pubblico”, li sanno fare molto bene…E intendono proseguire a farlo, nascosti come la follia del doctor Petiot…
Tratto da: orizzonte48.blogspot.it

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FIRMA IL MANIFESTO PER LA SOVRANITA' MONETARIA

Pubblicato su 15 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Questa è una ottima iniziativa di Mario Consoli e Ugo Gaudenzi. Tutti quelli che hanno a cuore le sorti di questa nostra disgraziata Nazione hanno il dovere di firmare, altrimenti tenetevi i tecnocrati e non rompete più le scatole. Claudio Marconi

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Gentile Signore,

allo scopo di sensibilizzare la pubblica opinione sul tema della sovranità monetaria, abbiamo elaborato un Manifesto da diffondere via internet e a mezzo cartaceo, senza alcuna etichetta politica.

Oggi si discute di tutto tranne che sulla proprietà delle Banche Centrali e su ciò che maggiormente ha incrementato il debito pubblico. Questi argomenti vengono puntualmente oscurati da stampa e televisioni.

Pensiamo che gli auspicabili dibattiti sulle possibili soluzioni alternative in fatto di monetarismo potranno svilupparsi in modo proficuo solo quando l’argomento sarà conosciuto da sufficienti strati della pubblica opinione. Non fino a quando nella stragrande maggioranza dei cittadini rimarrà la convinzione che la Banca d’Italia sia un ente di stato, la BCE un ente dell’Unione europea, l’Euro la moneta delle nazioni europee e il debito pubblico frutto solo delle ruberie dei politici.

Per favorire la massima diffusione dell'iniziativa, i firmatari del manifesto dovranno essere rappresentativi, in modo trasversale, di tutte le culture e provenienze. È per questo che nessuna etichetta politica dovrà essere applicata.

Abbiamo già attivato il sito “firmailmanifesto.org”, ma attendiamo un congruo numero di patrocinatori per pubblicizzarlo.

Riteniamo molto importante che tra i primi firmatari del manifesto ci sia anche Lei, per la Sua particolare sensibilità sull'argomento monetario.

Attendiamo una Sua risposta e restiamo a disposizione per ogni ulteriore chiarimento.

Rinnovando i sensi della nostra stima, Le inviamo cordiali saluti

Mario Consoli e Ugo Gaudenzi 

P.S.

Abbiamo già ricevuto i primi consensi da:

 

VALERIO LO MONACO

FEDERICO ZAMBONI

MONIA BENINI

PIER LUIGI TREMONTI

ORAZIO FERGNANI

ANGELO BARAGGIA

FEDERICO DAL CORTIVO

 

Inviare adesioni a mezzo mail a: direttore@rinascita.net

Manifesto

La crisi economica che si è abbattuta sul popolo italiano è stata creata dalla speculazione finanziaria internazionale. Ciò nonostante la gestione del governo e dell’economia è stata sinora affidata proprio ai rappresentanti di quella speculazione, che hanno tutelato il sistema bancario facendo pagare il conto ai cittadini e trasformando un fenomeno finanziario internazionale in una grave recessione nazionale.

Inoltre, l’aver piazzato metà del debito pubblico sul mercato internazionale espone l’Italia ad ogni tipo di ricatto da parte del sistema bancario, delle agenzie di rating e della BCE, un’istituzione la cui proprietà, in grande maggioranza, è in mano alle banche private.

L’euro, una moneta imposta dall’alto, senza passare attraverso un referendum popolare, è uno strumento finanziario controllato non dalle nazioni europee, ma da banche private che, per loro natura, agiscono mirando ai propri interessi e non al benessere dei popoli.

Anche la Banca d’Italia è un’istituzione di proprietà delle banche private: solo il 5,67% delle sue azioni attualmente appartengono a enti di Stato.

Per tutto questo nessuna riforma economica, nessun provvedimento di governo, nessun risultato elettorale, nessun referendum sull’euro, può risultare efficace se non si ottiene innanzitutto la

SOVRANITA’ MONETARIA

Chiediamo quindi:

1) Abrogazione degli accordi del luglio 1981 tra l’allora ministro del Tesoro Nino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. In base ad essi fu sancito il diritto della Banca d’Italia a non sottoscrivere – sia parzialmente che in toto – i titoli emessi dallo Stato, costringendo il governo a mettersi nelle mani del mercato internazionale. Con quegli accordi la Banca d’Italia smise il ruolo di prestatore di ultima istanza dello Stato italiano e il nostro debito pubblico cominciò a crescere dal 57% del PIL fino all’attuale 129%.

2) Abrogazione della Legge Carli, n. 35 del febbraio 1992, con la quale si attribuì alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo concordare col governo. Con ciò fu trasferita la decisionalità su tutta la politica monetaria ad un ente che di lì a poco, grazie alle privatizzazioni, sarebbe divenuto di proprietà del sistema bancario privato.

3) Immediata applicazione della Legge a tutela del risparmio e per la disciplina dei mercati finanziari, n. 262 del 28 dicembre 2005. Al punto 10 dell’articolo 19, essa disponeva che entro il gennaio 2009 tutte le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia dovevano essere trasferite dai soggetti privati ad enti di Stato. Tale disposizione, a seguito della mancata realizzazione dei previsti regolamenti attuativi, fino ad oggi è rimasta lettera morta.

4) Ridiscussione di tutte le norme monetarie europee, a partire dal Trattato di Maastricht, nell’ottica del riacquisto della sovranità finanziaria e monetaria.

Senza la riconquista di una completa e operativa sovranità monetaria e di un ricollocamento dell’intero debito pubblico all’interno dell’economia italiana, qualsiasi tentativo di uscire dalla crisi è destinato al fallimento. Qualsiasi alternativa, qualsiasi cambiamento non può avere efficacia. Senza sovranità monetaria ci può essere solo la resa incondizionata alla dittatura del potere finanziario.

 

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BOT E BTP, ORA C'E' LA CLAUSOLA D'ESPROPRIO

Pubblicato su 15 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

E' proprio l'Europa degli avvoltoi finanziari. Ci mancava solo questa sulla non garanzia dei titoli di debito pubblico. Come al solito chi rimane fregato è il piccolo risparmiatore, il popolo. Ed il silenzio dei media italiani è assordante e significativo: se invece di raccontarci tutte quelle cazzate nei talk show o nelle trasmissioni delle 8 e 30 ci raccontassero come stanno veramente le cose sarebbe molto meglio. Che i media siano infarciti di una pletora di camerieri è storia vecchia ma, dico, un minimo, un minimo, non tanto di dignità ( che non sanno cosa significhi), ma di etica? professionale. Claudio Marconi
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In caso di crisi, un Paese dell'Ue può rifiutarsi di pagare il capitale investito se almeno il 75% dei creditori è d'accordo.

Il 13 gennaio del 2013 il giornale tedesco Die Welttitolava a caratteri cubitali “I Paesi europei hanno introdotto la clausola d’esproprio per i Titoli del Debito Pubblico”. Ma in Italia, bocche cucite. Eppure da noi come in tutta la Comunità europea, dall’inizio di quest’anno tutti i titoli di Stato con scadenza maggiore di un anno prevedono la clausola Cac, Clausola di Azione Collettiva.

COME FUNZIONA LA CLAUSOLA DI AZIONE COLLETTIVA. A pensare male, verrebbe da dire che il silenzio stampa attorno a questa nuova regola sulle obbligazioni statali, non sia poi così casuale. In pratica, in caso di crisi, un Paese dell’Ue può rifiutarsi di adempiere al pagamento del capitale investito se almeno il 75% dei creditori è d’accordo. Il vero problema, è che questo fatidico 75% è spesso rappresentato da grandi investitori come banche, società assicuratrici o enti di previdenza che, schiacciati da forti pressioni da parte degli Stati in questione, potrebbero acconsentire a sospendere i pagamenti. Risultato? I piccoli risparmiatori (che non avrebbero peso in queste decisioni) potrebbero perdere i loro risparmi.
NON C’É NULLA DA PREOCCUPARSI. Sebbene, però, una clausola del genere non induca certo festeggiare, è bene tranquillizzare gli investitori sottolineando che il ricorso a questa clausola è tutt’altro che probabile e ha lo scopo di non creare ulteriori danni a un Paese in default. L’esempio tipico è il caso argentino dove, ancora oggi, si susseguono cause legali nonostante diversi accordi ed emissioni di titoli a compensazione del debito originario. Da non dimenticare poi la Grecia, con la particolarità che in quel caso le clausole sono state aggiunte dopo con validità retroattiva. «L’introduzione delle Cac nei titoli di Stato è un provvedimento obbligatorio da parte dello stato italiano ai sensi del Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità», spiega a Economiaweb.it Massimo Siano di Etf Securities. «Il Comitato Economico e Finanziario dell’Unione Europea piano piano sta accelerando un processo inevitabile di integrazione finanziaria europea. Il processo resta troppo lento ma almeno non arretra», conclude l’esperto.
A RISCHIO “SOLO” IL 45% DEL CAPITALE INVESTITO. C’è poi da aggiungere che l’applicazione della Clausola di Azione Collettiva, riguarda in realtà solo una parte del capitale investito. «L’inserimento delle Cac», precisa a Economiaweb.it Claudia Segre, segretario generale Assiom Forex, l’associazione Italiana degli Operatori dei Mercati dei Capitali, «è limitato al 45% del totale di ammontare lordo di debito pubblico complessivo emesso, garantendo in questo modo che più della metà del debito pubblico resti garantito totalmente e quindi senza Cac». Ciò significa che, comunque vadano le cose, ogni risparmiatore italiano ha la garanzia di rivedere il 55% del capitale investito. Magra consolazione ma sempre meglio di niente.
IL MODO PER SUPERARE IL PROBLEMA. Una soluzione, però, c’è. Poiché solo le obbligazioni emesse nel 2013 presentano questa clausola, se un risparmiatore vuole stare tranquillo (come dargli torto), può sempre affidarsi a prodotti emessi prima del 2013. In questo caso, la Cac non potrebbe essere esercitata in caso di default e il 100% dei risparmi sarebbe al sicuro.
Scritto da: Gianluca De Mayo - Fonte: economiaweb.it

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L'AUSTERITA' E' STUPIDA, CREA SOFFERENZA E RITARDA LA RIPRESA: LA BANALITA' DEL MALE

Pubblicato su 14 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

E' un ottimo articolo. Quello che la Gabanelli, e tutti i suoi sodali, non dicono è:

Se la moneta la stampa il Governo e, dunque, di sua proprietà questo non potrà mai fallire, per il semplice fatto che non prende in prestito da altri la moneta e, dunque, non pagando interessi non è soggetto a speculazione

Se la valuta nazionale è presa a debito da altri non è moneta sovrana e la nazione potrebbe fallire perché costretta a chiedere ad altri la moneta

L’Euro non è una valuta sovrana. La valuta è estranea alla Nazione, è una valuta estera. Gli Stati non hanno la sovranità su questa moneta ma sono costretti a chiederla in prestito alle condizioni della BCE

Se una moneta è presa a debito si debbono pagare interessi ed il denaro usato viene a mancare per i servizi: la spirale è la seguente:

a) BCE  presta a governi

b) i governi, a causa degli interessi composti, ad un certo punto non possono più pagare

c) la BCE chiede le privatizzazioni per essere sicura di incassare gli interessi

d) il governo vende e svuota la Nazione dei suoi beni necessari alla produzione nazionale

Per questo la UE ha fatto di tutto ( trattato di Maastricht e Lisbona  in particolare) per bloccare l’emissione di moneta direttamente dagli Stati

Claudio Marconi

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Nel 1963 la filosofa e scrittrice tedesca Hannah Arendt scrisse un libro e coniò un'espressione che descrive bene uno degli aspetti più ambigui e perversi del male: la sua banalità. Spesso chi fa del male non ha nemmeno la capacità di pensare e riflettere, la facoltà di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un metro di giudizio affidabile per valutare le proprie azioni e ponderare le implicazioni morali e conseguenze pratiche del proprio operato. Nello specifico, la Arendt rimase impressionata dalla superficialità e dall’indifferenza con cui il criminale nazista Eichmann presenziò al processo che lo avrebbe portato alla condanna a morte per impiccagione: si trattava di un omuncolo normale, mediocre, né demoniaco né mostruoso, che per tutta la vita non aveva fatto che eseguire ordini e istruzioni che venivano dall’alto senza mai eccepire o chiedersi intimamente qualcosa sulla loro giustezza, moralità, razionalità. In una visione totalmente burocratica e alienante della vita, Eichmann eseguiva ed applicava incondizionatamente delle regole, pensando di essere un cittadino modello, un uomo onesto che rispettava le leggi e l’autorità costituita. Disquisire sulla bontà delle leggi e sull’assennatezza dei propri superiori era qualcosa che esulava dai propri compiti e principi, perché per Eichmann la cieca obbedienza e la fedeltàerano gli unici valori che riecheggiavano all’interno della sua misera coscienza.


Con le dovute proporzioni, possiamo dire che da questo punto di vista tutti coloro che oggi stanno condannando alla miseria, alla disperazione, all’emarginazione milioni di persone in Europa, dagli altolocati tecnocrati di Bruxelles fino all’ultimo scribacchino di un qualsiasi giornale di regime, non sono tanto diversi dai gerarchi nazisti che massacrarono milioni di ebrei nei campi di concentramento. Sono “banali” e stupidi allo stesso modo: o perché non conoscono le conseguenze delle proprie azioni o perché non hanno la capacità di ragionare su possibili alternative alle proprie regole e leggi evidentemente sbagliate. E’ indubbio che in mezzo a questa massa indistinta di idioti e mediocri ci sia qualcuno più furbo e più in malafede rispetto agli altri, che volontariamente persegue il male per tutelare il bene di una minoranza, ma diventa sempre più difficile e complicato distinguerlo e isolarlo dal resto della sgangherata e gioiosa armata di imbecillità collettiva. Il caso della trasmissione di domenica scorsa di Report, intitolata “Gli Austeri”, è esemplare in questo senso: per tutta la durata del programma si è insistito a sottolineare gli effetti nefasti dell’austerità e la maggiore ragionevolezza delle politiche espansive della spesa pubblica in periodo di recessione, eppure con la stessa miopia e cecità di automi decerebrati si è ripetuto che in Europa non si possono attuare né programmi di infrastrutture e investimenti pubblici né manovre monetarie di alleggerimento quantitativo a causa del vincolo del pareggio di bilancio e della perdita della sovranità monetaria. Facendo però velatamente intendere che  senza violare le regole e i vincoli previsti dai trattati europei esiste un geniale metodo intermedio per conciliare le politiche espansive con il mantenimento del pareggio di bilancio e della moneta unica privata chiamata euro. In altre parole si è trattato di un clamoroso e sfacciato spot della cosiddetta “austerità espansiva”, ovvero di una meschina mistificazione accademica che lo stesso Fondo Monetario Internazionale si è affrettato tempo fa a bocciare tecnicamente e a discreditare a livello politico e sociale.

 


Ma Milena Gabanelli cos’è? Un mostro, una demoniaca carnefice, un consapevole strumento della propaganda di stampo nazista? No. La Gabanelli è soltanto una delle tante persone “stupide”, “idiote”, “banali” che abbondano in questo periodo storico, la quale svolge il suo umile compitino pensando di fare il bene e ignorando invece di stare dalla parte del male. Ascoltando meglio le sue parole si capisce perfettamente che la giornalista di Raitre non sa nemmeno di cosa sta parlando quando si interroga su questioni come la spesa pubblica, il pareggio di bilancio, la politica monetaria di una normale banca centrale. Lei pensa che tutti i problemi dell’Italia siano dovuti agli sprechi, alla corruzione e all’evasione fiscale, prospettando il modello tedesco come l’unico eldorado virtuoso di felicità ed efficienza a cui ispirarsi. Eppure la Gabanelli è talmente “stupida” da non accorgersi che durante l’intervista del vice-capo economista della banca statale tedescaKFW, il dirigente con la solita superficialità e banalità di chi non sa di delinquere ammette di potere fare prestiti vantaggiosi alle imprese teutoniche grazie alla possibilità di finanziarsi con tassi di interessi bassi simili a quelli dei bund tedeschi e di ricevere ulteriori contributi dallo Stato per mantenere ancora più bassi gli interessi. Il modello tedesco quindi prospera su due evidenti storture e infrazioni dei trattati europei, a cui le altre nazioni, compresa l’Italia, sono costrette invece ad attenersi rigorosamente: da una parte l’incapacità della BCE di mantenere un tasso di interesse unico per tutti i paesi dell’unione monetaria e dall’altra ildivieto di aiuti di Stato che possano avvantaggiare l’economia di un paese a danno degli altri, in aperto contrasto con il presunto spirito di cooperazione e collaborazione che anima almeno a parole gli stessi trattati.


Unendo a queste irregolarità, l’arcinoto dumping salariale iniziato con l'unificazione tedesca e concluso con leriforme Hartz del mercato del lavoro del 2003-2005, con cui la Germania ha lucidamente pianificato la suapolitica di concorrenza sleale e aggressione commerciale nei confronti dei paesi alleati dell’unione, si comprende come gran parte del successo tedesco sia basato non solo sulla rigidità di cambio imposta dall’euro ma anche e soprattutto sul mancato rispetto degli accordi e dei trattati europei (a tal proposito consiglio vivamente di leggere l’articolo del blog Orizzonte48, che chiarisce ancora meglio a livello giuridico e normativo gli aspetti tecnici della questione). In pratica, senza nemmeno capirlo o paventarlo, la Gabanelli vuole suggerirci che per uscire dalla crisi l’Italia dovrebbe essere scorretta e disonesta come la Germania: liberandosi dal tarlo dell’evasione fiscale e della corruzione (che guarda caso esiste, eccome se esiste, anche nella morigeratissima Germania), per abbracciare anima e corpo la strategia criminale della giungla giuridica e commerciale, che premia in Europa chi non rispetta i vincoli e le regole. E tutto questo per dire che si possono attuare politiche di sviluppo in Europa senza uscire dall’euro, senza abbandonare la dottrina mistica dal pareggio dei conti pubblici e del consolidamento fiscale, senza pregiudicare le regole sacre del libero scambio, tutte cose cioè che la Gabanelli non auspicherebbe mai essendo anche lei impelagata fino al collo (per ragioni più politiche, professionali, carrieristiche) nella palude melmosa del “Sogno dell’Euro” e nella mitologia arcadica degli “Stati Uniti d’Europa”. Non è un caso infatti che durante l’intera trasmissione non venga neppure fatto un minimo accenno o una rapida menzione ai problemi derivanti dall’adozione di una moneta unica e per giunta privatizzata in Europa: come se l’austerità fosse una scelta arbitraria e provvisoria e non avesse alcuno stretto legame di interdipendenza con l’euro. Un errore tecnico e uno strafalcione giornalistico che crea più di un dubbio sulla buona fede della “banale” professionista della disinformazione.


E nella parte finale del programma la Gabanelli ha pure la sfrontatezza di pungolare la nostra distratta e inqualificabile classe dirigente, affinché si affretti a farsi furba e a seguire l’esempio criminogeno della Germania. Siamo al paradosso puro, in cui gli adorati paladini mediatici del bene come la Gabanelli denunciano da una parte i mali e i vizietti provinciali dell’Italia, invitando dall’altra i nostri politici adelinquere in maniera più vistosa e internazionale. E la cosa più inquietante è che i nostri politici, “idioti” e “stupidi” ancora più che la Gabanelli, pare che abbiano preso sul serio questo tipo di ammonimenti e invettive, dato che si sono rinchiusi per giorni in ritiro in un’abbazia per studiare mirabolanti teorie economiche espansive senza espandere effettivamente il bilancio pubblico. Un ossimoro, insomma: come chi cerca di lavarsi senza bagnarsi, chi vuole saziarsi senza mangiare, chi vuole dissetarsi senza bere. Va bene che la politica è l’arte del compromesso e della mediazione, ma c’è un limite alla decenza e alla capacità di sopportazione. Bisogna decidersi una buona volta nella vita: o si vuole l’austerità, il pareggio di bilancio, lacesura fra politiche fiscali e monetarie, il taglio della spesa pubblical’aumento delle tassel’elevata disoccupazione, la svalutazione interna dei salari, la deflazione, le strategie mercantiliste di supporto alle esportazioni, le disparità e le sofferenze sociali e si rimane nell’euro. Oppure si decide di cambiare rotta con politiche espansive di spesa pubblicacoordinamento fra politiche fiscali e monetarietaglio delle tassestimolo alla domanda e alla produzione internasvalutazione monetariaaspettative inflazionisticheriduzione delle importazionipolitiche di piena occupazione e si esce dall’euro. La via di mezzo che mette al sicuro capre e cavoli, la soluzione salvifica dell’“austerità espansiva prospettata dalla Gabanelli e da tutti gli “idioti” come lei non esiste e non esisterà mai sul nostro pianeta. Bisogna farsene una ragione. E un giorno tutte queste persone, volenti o nolenti, dovranno assumersi la responsabilità di tutto il male che hanno “banalmente” e “distrattamente” fatto al nostro paese, turlupinando la gente con una serie interminabile di menzogne e rendendola ignara della verità dei fatti.


Fra l'altro, è’ interessante notare come dal punto di vista dei conti pubblici l’austerità non garantisce nemmeno il raggiungimento dall’agognato pareggio di bilancio o degli avanzi strutturali necessari per l’abbattimento del debito pubblico al di sotto della fatidica soglia del 60%, dato che il drastico calo del reddito nazionale non solo causa minori entrate tributarie ma peggiora i rapporti del deficit e del debito pubblico, che pur diminuendo in valore assoluto aumentano poi in termini percentuali. Mentre diverso è il discorso che riguarda invece i conti con l’estero visto che la distruzione dei redditi, dei risparmi, dei consumi nel sud Europa sta in effetti portando ad una convergenza delle partite correnti della bilancia dei pagamenti: diminuiscono le importazioni del sud e di conseguenza si stabilizzano o si riducono i surplus commerciali della Germania (guarda grafico sotto). Tutto ciò però sta avvenendo a costo di pesanti sacrifici, tensioni sociali, proteste diffuse sia nel sud martoriato che nel nord che ha visto man mano diminuire i suoi precedenti tassi di crescita.




La speranza folle è che una volta rimarginati gli squilibri si possa ripartire con un nuovo ciclo espansivo, trainato o da una maggiore domanda al di fuori dell’Europa (Stati Uniti e Giappone in testa) oppure da una ripresa dei consumi interni all’eurozona dovuta alla riduzione dei prezzi e al maggiore potere reale di acquisto dei risparmi, che secondo le immaginifiche previsioni degli eurocrati dovrebbe riportare la fiducia e spingere gli europei a ricominciare a spendere ed investire. E’ una strada insomma lastricata di dolore, dubbi, incertezzeche potrebbe presto interrompersi a causa delle rivolte popolari e delle reiterate bocciature elettorali che sicuramente si succederanno durante il faticoso percorso che ancora ci attende (ricordiamo che l’austerità in Europa è destinata a rimanere almeno per altri venti anni, come prescritto dai micidiali vincoli di abbattimento del debito pubblico previsti dal Fiscal Compact).


Ripetiamo che in altri paesi del mondo più “normali”, questi stessi aggiustamenti stanno avvenendo in modoinfinitamente più indolore e democratico puntando su una maggiore spesa pubblica e su un più incisivo intervento diretto delle banche centrali: invece di svalutare i salari, Giappone e Stati Uniti stanno scommettendo sulla svalutazione della moneta, che a conti fatti porta ugualmente ad una riduzione delle importazioni, aumento delle esportazioni, miglioramento della bilancia dei pagamenti nel suo complesso. Quindi la vera domanda che bisognerebbe porsi è a chi giova veramente il dolore e la sofferenza che si sta infliggendo agli europei, visto che altrove la situazione è molto meno drammatica e insidiosa. Se un certo evento negativo è evitabile e però accade lo stesso, significa che è fortemente voluto da qualcuno. Ed è ormai inutile ribadire che le oligarchie europee sono molto soddisfatte di come stanno andando le cose in Europa e non rinunceranno molto volentieri al loro progetto reazionario di ripristinare gli antichi poteri assoluti e monarchici nel vecchio continente. In fondo i vassalli, valvassini, valvassori e menestrelli di corte pronti a tutto per difendere il sovrano e ansiosi di entrare nelle grazie dei nuovi regnanti si moltiplicano con cadenza esponenziale, come sempre accade in qualsiasi epoca storica e latitudine geografica.   


Basta dare un’occhiata al prossimo grafico sulla competitività per capire il motivo di tanto appagamento da parte dei ricchi governanti e spregiudicati despoti. In termini di Costo del Lavoro per Unità di Prodotto(CLUP, in inglese ULCUnit Labour Cost), in Europa si sta assistendo ad un tentativo di convergenza che non punta molto sull’aumento della produttività, ma esclusivamente sulla riduzione dei salari e del reddito medio da lavoro dipendenteTuttavia siccome il vantaggio competitivo accumulato dalla Germania nel periodo di boom è amplissimo, è quasi impossibile per gli altri paesi ripristinare lo scarto nel medio-lungo periodo. Si tratta insomma di una gara già persa in partenza, che farà tanti morti e feriti lungo il cammino senza arrivare mai ad una conclusione certa e favorevole per tutti. L’aggressiva politica mercantilista tedesca sta forzando tutti gli altri paesi dell’eurozona ad intraprendere una folle corsa al ribasso dei salari e dei diritti dei lavoratori che si sa quando inizia ma non si sa quando finisce: visto che le condizioni al contorno non sono quelle ideali per augurarsi una ripresa dell’economia per mezzo di una maggiore produttività e di un rilancio delle esportazioni (e poi c’è il solito ma non trascurabile dettaglio che non tutti i paesi possono diventare esportatori netti contemporaneamente), questa gara senza quartiere per massacrare lo stato sociale, lecostituzioni democratiche e il tenore di vita dei lavoratori porterà senza ombra di dubbio ad un ulteriore inasprimento delle tensioni sociali, che prima o dopo sfocerà in aperto conflitto (speriamo non armato, anche se esistono tutte le premesse affinché la conclusione di questo scontro epocale fra monarchici e democratici sia sanguinosa e violenta). 



In buona sostanza, abbiamo visto che l’austerità funziona abbastanza bene come strumento di aggiustamento degli squilibri con l’estero, ma il prezzo da pagare in termini di coesione e malcontento generale è altissimo: come ripetono spesso gli esperti delle politiche del rigore, per applicare qualsiasi piano di intervento draconiano bisogna che ci sia un elevato grado di fiducia e di compartecipazione da parte di coloro che sono i principali danneggiati dai tagli. Ovvero proprio quello che manca ed è mancato in Europa in questi ultimi anni: lo scetticismo e lo scarso gradimento nei confronti delle azioni discutibili e delle scelte deprecabili della tecnocrazia europea ha infatti raggiunto, non a torto, il suo picco da diverso tempo. E come si può imporre dei sacrifici e delle privazioni alla gente che ormai non crede più nell’utilità di queste misure? Inoltre c’è un ultimo aspetto da considerare: la disoccupazione. Per favorire la dolorosa convergenza degli squilibri che si sta attuando oggi in Europa bisogna mantenere ancora per qualche anno uninsostenibile tasso di disoccupazione nei paesi in deficit (stressed countries: Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia, Cipro, Slovenia) rispetto a quelli in surplus (vedi grafico sotto), perché un qualsiasi miglioramento nei livelli occupazionali della periferia potrebbe rendere vano il tentativo di recupero di competitività tramite svalutazione interna dei salari, far ripartire la ripresa delle importazioni e innescare la creazione di nuovi disavanzi commerciali. E fino a quando un’unione monetaria, che vive su impalpabili principi di omogeneità e uguaglianza di condizioni, potrà reggere ad una disparità così tragica ed evidente in uno deifattori più determinanti e delicati nella vita sociale e politica di ogni singolo paese?



 

In definitiva, la Gabanelli e tutte le persone “banalmente” stupide (o “diabolicamente” malefiche) come lei, dovranno lavorare parecchio di trama e ordito per convincere milioni di persone che la via che si sta perseguendo oggi in Europa sia la migliore possibile e non esistano altre alternative valide per uscire dai pantani della depressione economica fortemente voluta e assolutamente evitabile. Per restare in bilico e rimanere credibili per molti anni ancora servono talmente tanti e tali equilibrismi logici e linguistici che è davvero difficile prevedere la buona riuscita di una simile strategia da circensi mediatici e truffatori di bottega. Quello che gli europei, dai tedeschi ai greci passando per italiani, spagnoli, francesi, dovranno chiedersi da qui in avanti è se vale la pena sacrificare le proprie vite, il proprio futuro, le proprie speranze, le proprie aspettative, per mantenere alto il totem di una moneta unica, che si regge soltanto sulla sofferenza, sul dolore, sull’umiliazione delle classi lavoratrici a vantaggio di quelle agiate e dei rentiers. E visto che per fortuna sta nascendo in Europa un forte partito di dissenso trasversale e transnazionale nei confronti di questo vessillo della stupidità e della brutalità umana, sarà molto complicato che così come accadde al nazista Eichmann, anche la Gabanelli e i suoi sodali potranno un giorno giustificarsi di fronte alle accuse di collaborazionismo, con un semplice: “Ma noi non sapevamo!”. Sapete, sapete, altroché se sapete, ma siete talmente idioti, stupidi, superficiali, banali da non riuscire nemmeno lontanamente ad immaginare leconseguenze pratiche delle vostre azioni scellerate e le implicazioni morali della vostra spregevole condotta
 
Tratto da: tempesta-perfetta.blogspot.it
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BORDOLANO: STOCCAGGIO SOTTERANEO DI GAS ACCANTO A UNA SORGENTE DI TERREMOTI

Pubblicato su 14 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in AMBIENTE

La storia infinita della Pianura Padana martoriata per gli idrocarburi si arricchisce di un nuovo capitolo: lo stoccaggio di gas di Bordolano, a cavallo fra le province di Brescia e di Cremona.
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Si tratta di una sorta di magazzini sotterranei ricavati da vecchi ed ormai prosciugati pozzi di idrocarburi. In questi “magazzini” si immette o si estrae gas, a seconda che i prezzi di mercato rendano conveniente l’acquisto o la vendita.
Il sito della concessione relativa allo stoccaggio ricade parzialmente su una “sorgente sismogenica”, cioè in un’area capace di generare i terremoti (fra poche righe arrivano i dettagli). La società che gestisce l’impianto – la Stogit – è autorizzata a pompare gas nel sottosuolo con una pressione fino al 5% superiore a quella originaria di fondo. In altri termini: il gas può essereiniettato in sovrapressione, così ce ne sta di più.
Secondo un famoso studio dell’Accademia delle Scienze americana sulla sismicità indotta dalle attività umane, il rischio che vengano innescati terremoti aumenta aumenta insieme alloscompenso fra iniezione ed estrazione di fluidi nel sottosuolo.
Bordolano è salito agli onori delle cronache locali per i lavori che vi sono stati effettuati nei giorni scorsi e perchè la bozza del piano d’emergenza della Prefettura prevede fra l’altro di allertare lapopolazione, in caso di pericolo, con il megafono della parrocchia. Disabitata, dal momento che il parroco vive altrove.
Ma i problemi che meritano di essere posti sotto la lente di ingrandimento sono anche altri.
Il link conduce ai dati e ai permessi relativi allo stoccaggio di Bordolano che compaiono sul sito della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero per lo Sviluppo economico.
Un particolare assai significativo è l’estratto della Valutazione di impatto ambientale, pubblicatosulla Gazzetta Ufficiale del 22 novembre 2012, che autorizza a stoccare gas in sovrappressione.
Lo stoccaggio (come altri in Lombardia) ricade in parte in una zona che l’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) individua come “sorgente sismogenica”. La cartina qui sotto è tratta dal sito CornegliaNOgas, ed è ottenuta sovrapponendo una mappa dell’Ingv (cliccare per navigare ed ingrandire) alle visualizzazioni su Google Maps dei siti degli stoccaggi messi in line dal ministero:qui, in particolare, quello di Bordolano.
Lo studio dell’Accademia delle Scienze americana sulla sismicità indotta dalle attività umane legate all’energia (qui il comunicato stampa riassuntivo, da cui si accede alla ricerca completa) nonapprofondisce esplicitamente la questione degli stoccaggi di gas.
Dice però che sono legate ad un maggior rischio di sismicità indotta (e non stiamo parlando di terremoti solo strumentali) le attività che comportano uno scompenso fra fluidi estratti e fluidiiniettati nel sottosuolo.
Lo stoccaggio di gas di Bordolano non si limita a riempire di metano dei pozzi in cui già c’era il metano (se così fosse, si tratterebbe di una sorta di riequilibrio): il gas viene immesso ed estrattoa seconda della convenienza offerta dal mercato e soprattutto – l’ho già detto – è consentito il pompaggio del gas in sovrapressione.
Il rischio sismico, dice un articolo pubblicato da Altra Economia, non è escluso neanche dal ministero dell’Ambiente. Ha infatti prescritto che
qualora la sismicità indotta superi magnitudo 3.0 -considerando l’epicentro all’interno di un’area definita di raggio uguale a dieci chilometri attorno della testa del pozzo-, la pressione di esercizio massima e la frequenza del ciclo di iniezione e di estrazione dovranno essere ridefinite in modo da riportare la magnitudo massima al di sotto di tale valore
Traduzione: anche nei palazzi romani si ammette che a furia di buttare dentro gas (anche in sovrapressione) e a furia di tirarlo fuori qualcosa possa succedere, ma si ritiene quel “qualcosa”tollerabile finchè le scosse legate allo stoccaggio non supereranno la magnutudo 3,approssimativamente assimilabile agli effetti di un’esplosione di cava.
Scritto da: Maria Ferdinanda Piva
Tratto da: campagnadisobbedienzacivileedimassa.blogspot.it
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SCANDALO ORMONI

Pubblicato su 14 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MEDICINA ALTERNATIVA

 

Il gruppo farmaceutico svizzero Sandoz avrebbe pagato decine di pediatri italiani affinché prescrivessero un ormone della crescita di sua produzione

 

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La notizia, alcuni mesi fa, aveva avuto una vasta eco sulla stampa italiana e svizzera. Gli articoli si basavano principalmente su due elementi: da un lato un’indagine condotta dalla magistratura italiana che dovrebbe presto sfociare in un processo; dall’altro la decisione di Sandoz di licenziare dodici dipendenti e dirigenti sospettati appunto di aver cercato di aumentare le vendite ricorrendo a pratiche illegali. Ma quali sono i retroscena della vicenda? Falò, ha raccolto documenti e testimonianze che permettono di ricostruirne i contorni. Un’inchiesta che non dimentica i risvolti umani, a cominciare dalle sofferenze dei ragazzi che devono assumere ormoni della crescita.

Scritto da: mario Casella e Marco tagliabue - Tratto da: rsi.ch

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ALLA RICERCA DELLA LIQUIDITA' PERDUTA

Pubblicato su 14 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Il sistema-paese soffre di arretratezza tecnologica e infrastrutturale, di inefficienza e dispendiosità della macchina amministrativa, di lentezza e corruzione di quella giudiziaria, di costi elevati di una politica e di una burocrazia ampiamente parassitarie, per non parlare dell’influenza istituzionale della criminalità organizzata e, ovviamente, della insostenibile pressione fiscale.

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Il male di fondo, quello che toglie i mezzi anche per affrontare gli altri mali, e da cui direttamente dipendono insolvenze, fallimenti, licenziamenti, crollo di speranza, investimenti e consumi, è però un altro, ossia la carenza di mezzi monetari, il costo eccessivo (rispetto ai paesi competitori) del denaro, le difficoltà ad ottenere credito. Una carenza crescente, sempre crescente, che, attraverso la deflazione, rende sempre più oneroso, difficile o impossibile, il pagamento degli interessi e dei debiti. E delle imposte. E dei contributi. Non dimenticate che la Corte dei Conti ha rilevato che molti enti pubblici sono morosi di parecchi miliardi di versamenti contributivi all’Inpdap-Inps. Corre voce, probabilmente gonfiata, che questa mina esploderà presto.

Immaginiamo una pozza in cui l’acqua stia calando lentamente progressivamente. I pesci rossi, gialli e verdi boccheggiano. Perché cala l’acqua nella pozza? In parte evapora, in parte defluisce seguendo rigagnoli, in parte – la parte maggiore – si raccoglie in una cavità nascosta sotto il fondo dello stagno.

I pesci non hanno più lo strumento della creazione di liquido e non possono usarlo per compensare l’acqua che se ne va. Hanno ancora lo strumento fiscale, con cui possono distribuire l’acqua diversamente tra pesci rossi, gialli, verdi – ossia, tra settore pubblico e privato, tra nord e sud – ma non possono trattenerla né rabboccarla. Anzi, le misure fiscali tendono a far aumentare la fuga dei liquidi e scoraggiano gli investimenti stranieri. La gente comune non ha ben chiaro che i soldi che lo Stato prende con imposte e con la lotta all’evasione sono soldi che semplicemente si spostano all’interno della pozza, ma non aumentano la quantità di liquidi disponibile, quindi non alzano il livello dell’acqua nella pozza, ma semmai accelerano il suo deflusso.

L’acqua che evapora sono quei capitali – miliardi di Euro – che si spostano all’estero e vengono investiti in modi tali da sottrarsi al fisco nazionale (vedi scandalo Offshore-Leaks: 32.000 miliardi di dollari scoperti sinora, ovviamente in ambito globale). L’acqua che defluisce nei rigagnoli sono i liquidi che vanno all’estero come pagamenti di interessi e capitali (disavanzo commerciale), come rimesse degli immigrati (pensiamo particolarmente ai cinesi), come trasferimenti netti a favore di UE, MES, etc

Su queste perdite di liquidi si può intervenire, ma solo marginalmente e non certo risolutivamente, anche perché per attrarre liquidità dall’estero mediante saldi attivi della bilancia commerciale, turismo e investimenti, dovremmo svalutare rispetto ai partners, ma questa opzione è preclusa dall’Euro, dalla cessone del controllo sui cambi. Il calo del livello dell’acqua continuerà inevitabilmente e mortalmente. Possiamo ritardare il calo, guadagnare qualche mese, ma non fermarlo, non cambiare l’esito, e l’esito è che i pesci moriranno uno dopo l’altro, sempre più velocemente. Lo stanno già facendo.

Diversamente dai pesci della pozza USA e della pozza del Sol Levante, noi non possiamo creare acqua per ristabilire il livello vitale, poiché anche questo potere l’abbiamo trasferito alla BCE, la quale, per statuto, non può fare interventi di questo tipo, che invece fanno la Fed con Obama e la BoJ con Shinzo Abe. La BCE e altri istituti internazionali ed esteri intervengono abbassando i tassi e dando denaro fresco alle banche e al settore finanziario, però questa liquidità non arriva, sostanzialmente alla pozza, ai pesci, all’economia reale – rimane dei circuiti finanziari, in impieghi che non pagano tasse nel Paese, perché le banche usano quei soldi non per prestiti all’economia reale, ma per chiudere buchi di bilancio (contenzioso sommerso) e per investimenti speculativi, più redditizi e sicuri in un’epoca di depressione con outlook sfavorevole. Anche i tassi rimangono alti e handicappanti nella competizione internazionale.

In conclusione, le possibilità di intervento sono scarse, marginali e nessuna è idonea a risanare la situazione e a rilanciare l’economia. Il dibattito attuale è quindi improduttivo.

Rimane l’acqua nascosta nella caverna sotto il fondo dello stagno. E la falla attraverso cui quell’acqua è finita nella caverna. E’ una falla causata da principi contabili errati, cioè non corrispondenti alla realtà economica, in materia monetaria e creditizia. Il concetto è estremamente semplice – così semplice, da risultare sfuggente, ma è oggettivo e verificabile. Si tratta di riuscire a riflettere sull’ovvio. Se si chiude la falla, migliorano drasticamente i bilanci delle banche commerciali, sia come conto economico, sia come stato patrimoniale; inoltre la erogazione dei crediti diventa molto più leggera patrimonialmente. Do per scontato che tutti sia noto che il sistema bancario opera attraverso un moltiplicatore, che gli consente di prestare un multiplo della raccolta – le banche non sono soltanto intermediari del credito, non si limitano a prestare la raccolta applicando una forbice sui tassi, ma creano liquidità – ecco perché il credit crunch è anche un liquidity crunch.

La falla consiste nel mancato rilevamento contabile, in conto di ricavo della banca, di una realtà economica oggettiva e fondamentale, ossia dell’acquisizione di potere d’acquisto (valore) da parte dei mezzi monetari – denaro primario e denaro creditizio, come assegni circolari, bonifici, lettere di credito, saldi attivi di conti correnti. I mezzi monetari non hanno un valore intrinseco non essendo fatti di metalli pregiati, né sono convertibili in metalli pregiati. Il loro valore, cioè il potere d’acquisto, non è prodotto dalla banca, ovviamente, la quale non produce beni reali; esso deriva dalla loro accettazione da parte del mercato, dal fatto che il mercato è disponibile a dare beni o servizi reali in cambio di essi, sebbene essi non siano beni reali. Essi quindi, nel momento in cui la banca li emette sotto forma di erogazione di credito o di acquisto diretto di titoli finanziari, assorbono o ricevono dall’esterno il valore, il potere di acquisto, e cessano di essere meri pezzi di carta o impulsi elettronici per divenire moneta. La banca preleva dal mercato, dalla generalità dei soggetti, un potere d’acquisto che essa non crea, e lo presta a un soggetto determinato, percependo da questo soggetto un interesse.

Orbene, questa trasformazione, questa acquisizione di valore, è un fatto economico reale, esattamente un ricavo della banca che emette la moneta primaria o quella creditizia. Un ricavo che, con i principi contabili vigenti, non viene contabilizzato. Conseguentemente abbiamo che la banca, quando eroga 100, dovrebbe, nel conto economico, registrare, a scalare:

ricavo da acquisizione di potere d’acquisto: + 100

costo da erogazione di potere d’acquisto: – 100

ricavo da acquisizione di credito: + 100

SALDO OPERAZIONE: + 100

Sotto gli attuali principi contabili, la prima registrazione non avviene, quindi il ricavo di 100 “sparisce” nella caverna sotterranea, non viene tassato, non si traduce in attivo patrimoniale, in possibilità di credito. Le sorti di questi ricavi non contabilizzati dovrebbero essere indagati. Probabilmente prendono la via di paradisi fiscali, dove riaffiorano, carsicamente, e sono impiegabili in operazioni speculative o in vantaggiosi investimenti reali.

Con questo concludo, ritenendo di aver perlomeno indicato in linee generali dove bisogna metter mano, se non si vuole sprofondare domani o fra una settimana nel buco nero dell’indebitamento. E di aver anche dimostrato la sostanziale impotenza, o il valore meramente dilatorio, delle altre opzioni sul tavolo. Da politici che non hanno le leve macroeconomiche non ha senso aspettarsi soluzioni.

Un’ultima osservazione: nel mondo l’aggregato del debito soggetto a interesse è di almeno 2 milioni di miliardi di Dollari, e l’aggregato degli interessi da pagare sicuramente supera i 100.000 miliardi, mentre il prodotto lordo globale arriva a 74.000 miliardi. Il servizio del debito esistente viene quindi pagato contraendo nuovo debito. Il mondo è un grande schema Ponzi, e non vedo altre vie che la riforma contabile suddetta, per prevenire che questo schema Ponzi scoppi in un global meltdown.

Scritto da: Marco Della Luna - Tratto da: marcodellaluna.info

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