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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Cassa risparmio Rimini, 26 indagati. Tra loro anche 2 commissari di Bankitalia

Pubblicato su 23 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA, ECONOMIA

Gli ex amministratori sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al falso in bilancio e di altri reati societari. Ai funzionari romani si contesta l'indebita restituzione di conferimenti

Ventisei persone indagate per il “sodalizio criminale alla governance della Cassa di Risparmio di Rimini (Carim)“. La Guardia di finanza ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini agli ex amministratori accusati di associazione per delinquere finalizzata al falso in bilancio e di altri reati societari. Indagati anche due commissari della Banca d’Italia, intervenuti quando l’Istituto fu commissariato (ottobre 2010), per indebita restituzione di conferimenti. Si tratta di Riccardo Sora, impegnato in questi giorni alla verifica di Banca dell’Etruria e di Piernicola Carollo.

I reati sono stati commessi negli anni 2009 e 2010. Secondo le indagini della Guardia di finanza, e del sostituto procuratore della Repubblica Luca Bertuzzi, alla “governance” della Carim di quegli anni c’era “un sodalizio criminale composto dai vertici dell’istituto, in carica nel periodo dal 2009 fino al commissariamento disposto dalla Banca d’Italia nel 2010, che, a seguito di elargizione di mutui e di finanziamenti non assistiti da adeguate garanzie, ometteva dolosamente di evidenziare nei bilanci le perdite già maturate da tempo tramite stime e valutazioni palesemente non corrispondenti alla reale situazione del credito”.

Gli indagati, membri pro tempore del Consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, secondo le indagini, “hanno partecipato attivamente e sistematicamente al processo di concessione e/o revisione delle linee di credito concesse dalla Banca Carim spa a favore di soggetti o gruppi societari da tempo insolventi”. Molti di questi prestiti a causa della crisi economica e dei fallimenti sono poi diventato inesigibili e quindi “avrebbero correttamente richiesto una svalutazione dei crediti stessi vantati dalla Carim. La Guardia di finanza ha invece scoperto che nei bilanci Carim degli anni in esame sono state inserite “valutazioni alterate, sproporzionate ed arbitrarie, appostate dagli organi dell’istituto di credito sia nella redazione del bilancio al 31.12.2009 che nella relazione semestrale al 30.06.2010″. Un’alterazione dei conti, in cui si nascondevano le perdite, servita ad alterare il risultato di esercizio 2009, trasformando l’utile d’esercizio (di 31.329.339 di euro) in una perdita di 4.360393 con un peggioramento di questa nel semestrale 2010 che passa da 32.532.000 euro a 61.669.833. Nei conti così addomesticati per la Procura si configura il reato di false comunicazioni sociali per gli anni 2009 e 2010.

Al quadro indiziario si aggiungono i fatti avvenuti dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del provvedimento di commissariamento Carim di Banca d’Italia, quando alcuni azionisti, apprendendo della sottocapitalizzazione della banca, hanno venduto le azioni di cui erano proprietari, prevedendo una diminuzione del loro valore, all’epoca fissato in circa 21 euro, come poi è avvenuto, con un’azione fissata al prezzo di circa 11 euro, poi diventate 5 dopo l’aumento di capitale alla fine del commissariamento. Tra questi c’è il caso di un ex direttore generale di Carim che due giorni prima del commissariamento avrebbe venduto le sue azioni a 21 euro, a prezzo pieno dunque, prima che venissero svalutate. Tale manovra avrebbe comportato anche una conseguente indebita restituzione di conferimenti nei confronti di alcuni soci (quelli che avevano venduto le proprie azione all’Istituto stesso) per un importo complessivo quantificato in circa 10.342.00O euro.

Tratto da:http://www.ilfattoquotidiano.it

Cassa risparmio Rimini, 26 indagati. Tra loro anche 2 commissari di Bankitalia
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Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia

Pubblicato su 23 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

L’articolo 1 della Costituzione, comma II, recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche molte altre costituzioni iniziano, più o meno, con la stessa dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Ed è proprio questa una delle norme più tradite dell’ordinamento giuridico: fra i popolo e la sovranità si frappongono molti ostacoli vecchi e nuovi, che vanificano in gran parte il valore. Fra gli ostacoli di sempre, prima fra tutti, c’è la tendenza oligarchica del ceto politico in tutte le sue forme. Nell’ordinamento liberale classico (retto a collegio uninominale) era un ceto notabilare a sollecitare, sulla sola base della fiducia personale, una delega piena che avrebbe speso a sua totale discrezione. Si pensò che il rimedio sarebbe stato la democrazia dei partiti, basata su una robusta e continua partecipazione popolare. L’eletto non sarebbe stato più solo nell’esercizio quinquennale del suo potere di rappresentanza, avrebbe dovuto render conto agli organi di partito, eletti con metodo democratico e rinnovati con frequenza molto meno che quinquennale. La voce della “base” si sarebbe fatta sentire di continuo.

Per qualche tempo, pur imperfettamente, il meccanismo funzionò, correggendo le tendenze elitarie del sistema di democrazia rappresentativa; ma, dopo un po’, il metodo si corruppe: i partiti si dettero potenti apparati funzionariali costituiti da una casta Sovranità popolaredi professionisti, che subito si integrò con quella degli “eletti a vita” (parlamentari o consiglieri di enti locali). La burocrazia di partito ebbe buon gioco a rendere sempre più formale il potere della “base” e costituirsi in casta privilegiata ed autoreferenziale. Il meccanismo dei congressi, in cui i delegati di primo livello che sceglievano quelli di secondo che ne eleggevano di terzo livello, che avrebbero poi votato gli organi dirigenti del partito, assicurava che, della voce della base, alla fine restasse solo un debolissimo alito di vento. Nell’intervallo fra un congresso e l’altro, la pratica della distribuzione selettiva delle risorse assicurava al gruppo dirigente la fedeltà di parte degli iscritti per il successivo congresso. Poi, l’assenza di controlli esterni contribuì a pratiche quali il tesseramento gonfiato, i falsi congressuali, la corruzione dei delegati.

A dare il colpo di grazia venne la crescente passivizzazione della base fra una scadenza e l’altra e la confisca di tutte le tribune di partito da parte del ceto politico che impediva la nascita di potenziali concorrenti. La a democrazia interna di partito venne definitivamente seppellita. In definitiva, un rimedio quasi peggiore del male. E ci sono sempre stati anche altri diaframmi fra il popolo e la sovranità: la burocrazia di alto livello dello Stato, i diplomatici, i militari, tutti custodi gelosi del loro potere settoriale e del segreto di Stato. E come potrebbe un sovrano esercitare il suo potere se gli si negano le informazioni necessarie? A questa situazione già non brillante, la globalizzazione neoliberista di ostacoli ne ha aggiunti di nuovi: lo strapotere della finanza e l’emergere di una tecnostruttura internazionale che espropria gli Stati e che non risponde in nessun modo al potere Giannulipopolare. Anche nella fase precedente a quella attuale, il potere economico è sempre stato il contraltare del potere politico, e quindi della democrazia.

E si pensi solo a quanto si riduca l’area della sovranità popolare se gli si sottrae il controllo della politica monetaria. Oppure a quanto pesi il mondo della finanza nel controllo degli organi di informazione. La globalizzazione neoliberista ha esasperato queste tendenze creando super-poteri finanziari che fanno ballare interi Stati al ritmo dello spread, che determinano l’andamento del credito, che controlla la rete di distribuzione e il sistema informativo e, di conseguenza, condiziona la politica sin nei minimi particolari. Siamo all’autunno della democrazia rispetto al quale occorre ripensare complessivamente il modello, muovendosi su due direttrici iniziali: una robusta dose di democrazia diretta da innestare sul sistema rappresentativo e la realizzazione di forti spazi di democrazia economica.

(Aldo Giannuli, “Sovranità popolare”, dal blog di Giannuli del 6 febbraio 2015).

Tratto da:http://www.libreidee.org

Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia
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TOSI CANDIDATO CONTRO ZAIA

Pubblicato su 23 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

In più occasione avevamo esternato dei " dubbi " su Tosi, e non solo. La realtà è solo una: Salvini ha bisogno di fare molta " pulizia" all'interno della Lega se vuole portare avanti il suo progetto.

Il successo elettorale avuto ed il conforto dei sondaggi sono dovuti non alle vecchie cariatidi leghiste ma a tutti quei cittadini che vedono nel No Euro il primo passo per cercare di conquistare la maggioranza e gettare nel secchio della spazzatura questo delirio chiamato Europa.

Il 28 febbraio saremo a Roma alla manifestazione di Salvini per testimoniare, con la nostra presenza, il progetto No Euro.

Per quanto riguarda Tosi cosa aggiungere se non che da uno che voleva fare un partito con Passera c'è da aspettarsi solo sventure.

Claudio Marconi

 

Flavio Tosi e' disposto a candidarsi alla presidenza del Veneto contro il governatore Luca Zaia, ma sta aspettando ''di verificare se c'e' il margine per ricomporre la frattura: finora - spiega in un'intervista alla Stampa - pare insanabile non a causa di una mia presunta slealta'''. ''Sto cercando una soluzione ragionevole - afferma il sindaco di Verona -. Se non riusciremo a trovarla, prendero' le mie decisioni liberamente''. Tosi dice di non condividere i veti su Ncd, la deriva lepenista, l'uscita dall'euro. ''E' una questione di scelta politica - sottolinea -. Se si fa un ragionamento circoscritto al Veneto e alla Lega, e' meglio presentare solo la lista della Lega senza quelle di Forza Italia e Ncd. Se invece si fa un ragionamento nazionale, non capisco perche' escludere Ncd producendo una rottura anche con Berlusconi. Dire si' a Fi e no a Ncd non e' comprensibile agli elettori che non percepiscono quale differenza ci sia tra Berlusconi e Alfano''. ''Ora si intende convocare un congresso federale per togliere alla Liga veneta il diritto statutario di decidere sulla presentazione delle liste'', rimarca. Salvini si e' fermato ma ''non e' una gentile concessione - sottolinea -. Ha visto la reazione e si e' messo in stand by''. Non si puo' ricostruire il centrodestra ''mettendo veti''.

Tratto da: www.ilnord.it

TOSI CANDIDATO CONTRO ZAIA
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Un gruppo di hacker ha sottratto milioni di dollari alle banche di tutto il mondo. Kaspersky

Pubblicato su 23 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

E un gruppo di hacker mediorientali sarebbe riuscito a rubare oltre 1 milione di file sensibili in 50 Paesi


Dopo aver denunciato una delle campagne di spionaggio americane più sofisticate di sempre, con software spia che permetterebbero naturalmente alla NSA di penetrare all'interno della maggioranza dei computer di tutto il mondo, la Kaspersky Lab torna alla carica con due nuove rivelazioni:

un imponente attacco di hacker ai danni di decine di banche in tutto il mondo e

l’esistenza di un gruppo di spionaggio informatico del Medio Oriente, denominato Desert Falcons, che avrebbe preso di mira molte organizzazioni e individui di alto profilo avviando operazioni di spionaggio informatico su vastissima scala, coinvolgendo oltre 50 Paesi in tutto il Mondo. 

CARBANAK. Come riportato dalle maggiori testate nazionali ed internazionali, "gli esperti di sicurezza dell’azienda russa hanno individuato un malware attraverso il quale sono stati rubati in due anni tra i 300 milioni e il miliardo di dollari". 

Da 
La Stampa.
 

La prima fase dell’attacco è quella classica: l’infiltrazione nei sistemi informatici del bersaglio tramite una mail con allegato infetto, inviata a qualche impiegato particolarmente sprovveduto. Una volta dentro la fortezza avversaria, non resta che sondarla alla ricerca di punti deboli. In questo caso gli hacker hanno puntato dritti agli account di chi gestiva da remoto i terminali bancomat e le transazione finanziarie da un conto all’altro.  
 
Installando di nascosto nei computer della banca un dispositivo chiamato RAT (Remote Access Tool) sono stati in grado di scattare immagini e girare video di quanto avveniva giorno per giorno, documentando nel dettaglio ogni singola mossa compiuta dagli impiegati. Non hanno poi dovuto far altro che replicare loro stessi il tutto punto per punto, sostituendosi ai dipendenti veri. Grazie a tale perfetto mimetismo, sono riusciti a trasferire ingenti somme di denaro su conti a loro intestati e a manovrare a distanza i bancomat in modo da programmarli per emettere soldi ogni qual volta ci fosse un loro complice nelle vicinanze pronto ad arraffare il malloppo".   

Come si legge sul blog in italiano della Kaspersky, "gli hacker non hanno in realtà inventato niente di nuovo. Gli Advanced Persistent Threats, o APT, sono già noti agli esperti informatici ma erano una questione che non preoccupava il cittadino medio dato che la maggior parte di questi attacchi erano diretti contro organismi governativi le cui indagini, in genere, venivano condotte con grande confidenzialità per via dell’impatto che avrebbero potuto avere"


"In un modo o nell’altro, i criminali hanno sottratto ad ogni banca vittima da 2,5 a 10 milioni di dollari (circa da 2 a 8 milioni di euro). La cifra è esorbitante anche quando prendiamo in considerazione le singole quantità sottratte ad ogni banca separatamente. Considerando che circa un centinaio di enti perdono soldi a causa di attacchi APT, l’ammontare totale potrebbe sfiorare la clamorosa cifra di 1 miliardo di dollari (quasi un miliardo di euro).

I paesi coinvolti in questo attacco sono la Russia, gli Stati Uniti, la Germania, la Cina e l’Ucraina. Tuttavia, in queste settimane, Carbanak si sta espandendo anche in altri paesi ed aree come la Malesia, il Nepal, il Kuwait e diversi paesi africani".



DESERT FALCONS.
 Downloadblog ci mette al corrente, invece, del nuovo allarme lanciato da Kaspersky: un gruppo di hacker mediorientali sarebbe riuscito a rubare oltre 1 milione di file sensibili in 50 Paesi in tutto il Mondo. 


 

"I Desert Falcons hanno iniziato a progettare la loro operazione nel 2011, mentre la campagna principale e la vera infezione sono iniziate nel 2013. Il picco della loro attività è stato registrato all’inizio del 2015.
 
I primi obiettivi di questa ondata di operazioni di spionaggio si trovano tra Egitto, Israele, Giordania e Palestina, ma si sono registrati attacchi anche in Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Algeria, Libano, Norvegia, Turchia, Svezia, Francia, Stati Uniti, Russia e molti altri, per un totale di oltre 3 mila vittime.
 
Il gruppo avrebbe utilizzato degli strumenti proprietari nocivi per attaccare i sistemi operativi Windows e Android.

Il Global Research and Analysis Team di Kaspersky Lab spiega nel dettaglio:
 
Il principale metodo usato dai Falcons per consegnare il payload nocivo è lo spear phishing tramite email, post nei social network e messaggi in chat. I messaggi di phishing contenevano file nocivi (o un link ad essi) mascherati da applicazioni o documenti legittimi. I Desert Falcons usano diverse tecniche per indurre le vittime ad avviare i file maligni.  
 
Dopo aver infettato i dispositivi interessati, i Desert Falcons sarebbero riusciti a infiltrarsi negli stessi e passare al setaccio hard disk e cartelle a caccia di materiali e informazioni sensibili in possesso di organizzazioni militari e governative, ma anche di attivisti e leader politici, istituti di ricerca, fornitori di energia e gestori di rete.
 
Sarebbero più di un milione i file rubati nel corso di almeno tre diverse campagne nocive lanciante con successo dal gruppo arabo.
 
Dmitry Bestuzhev, esperto di sicurezza del Global Research and Analysis Team di Kaspersky Lab, ha precisato:
 
Gli individui che appartengono a questo gruppo criminale sono molto determinati, attivi e in possesso di buone conoscenze tecniche, politiche e culturali. Usando solo email di phishing, l’ingegneria sociale e Backdoor e tool fatti in casa, i Desert Falcons sono stati in grado di infettare centinaia di vittime chiave in Medio Oriente tramite i loro sistemi informatici e i dispositivi mobile e di estrapolare dati sensibili. Siamo convinti che questa operazione continuerà a sviluppare Trojan e a usare tecniche sempre più avanzate. Con fondi sufficienti, potrebbero essere in grado di acquistare o sviluppare exploit che incrementerebbero l’efficienza dei loro attacchi.
Tratto da: http://www.lantidiplomatico.it/
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I "PORTENTOSI" USA VENGONO SONORAMENTE SCONFITTI A DEBALTSEVO

Pubblicato su 23 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in EUROPA

DI MIKE WHITNEY

counterpunch.org

"La cittá non esiste piú. È stata tutta distrutta"
— Soldato ucraino anonimo, a seguito della battaglia di Debaltsevo.

In meno di un anno, gli USA hanno spodestato il democraticamente eletto governo ucraino, hanno insediato i loro lacché a Kiev, lanciato una costosissima e sanguinosissima guerra di annientamento contro le popolazioni russofone dell'est, fatto sprofondare l'economia nel baratro, e ridotto l'intera nazione ad un stato fallito e nel caos, destinato a portarsi sulle spalle  una violenta guerra civile per tutto il futuro prossimo prevedibile.


 

La scorsa settimana, Washington ha subito la sua più grande sconfitta militare da più di 10 anni, quando l'esercito ucraino da essa supportato è stato messo in fuga nel centro di trasporto ferroviario di Debaltsevo. All'incirca 8000 soldati ucraini regolari con un non specificato numero di carri armati e altre unità corazzate sono stati circondati in quella é divenuta nome come "la sacca". L'esercito della repubblica popolare di Donetsk (DPR), alla guida del comandante  Alexander Zakharchenko, ha accerchiato l'esercito invasore e ha progressivamente stretto il cordone, uccidendo e catturando la maggior parte dei soldati nella sacca. Le Forze armate ucraine hanno subito perdite che oscillano fra i 3000 e i 3500 uomini, oltre a ingenti quantità di materiale bellico abbandonato nella fuga.

Secondo Zakharchenko, "la quantità di attrezzatura militare che le unità ucraine hanno perso qui è al di là di ogni descrizione".

Oltre a ciò, l'esercito fantoccio degli USA ha visto molte delle sue unità di elite annientate nei combattimenti, privando Kiev della possibilità di continuare la guerra senza l'assistenza degli alleati in Europa e negli Stati Uniti. La portata della sconfitta non sarà pienamente nota fino a quando i  soldati in fuga dal fronte porteranno la loro rabbia nelle strade della Capitale e richiederanno le dimissioni di  Petro Poroshenko.

Il presidente ucraino é responsabile del massacro di Debaltsevo. Era del tutto consapevole del rischio di accerchiamento che correva il suo esercito e ha nonostante ciò ordinato loro di tenere la loro posizione per soddisfare gli elementi di estrema destra del suo governo. Il disastro é ancora più terribile a causa del fatto che era del tutto evitabile e non aveva nessuna motivazione strategica. L'alterigia estrema ha spesso conseguenze sui risultati di una battaglia. Questo é stato il caso di Debaltsevo.

La debacle garantisce che i giorni dell'incompetente presidente sono contati. È quasi certo che verrà rimpiazzato oppure eliminato nelle prossime settimane. Ha già messo al sicuro la sua famiglia all'estero e vi é una crescente congettura che sia Washington che i nazionalisti di estrema destra che dirigono i Servizi di Sicurezza insisteranno affinché egli sia rimosso. Ciò prepara la strada per un nuovo colpo di stato ucraino in meno di un anno, un amaro segno dei tragici fallimenti della politica USA in Ucraina. Date uno sguardo a queste righe prese da un post di  "Vineyard of the Saker" :

"Pare proprio che gli squadroni della morte nazisti siano di nuovo in marcia, e che questa volta il loro sguardo sia diretto proprio verso Kiev. I capi di tredici squadroni della morte (anche noti come "battaglioni di volontari") hanno oramai dichiarato che stanno formando i loro propri comandi militari sotto la supervisione del noto Semen Semenchenko. Ufficialmente, non sono in alcun modo oppositore del regime attuale, così ha detto Semenchenko. Ma in verità i loro ranghi hanno le idee ben chiare sul da farsi: organizzare una terza Maidan e sbarazzarsi di Poroshenko.
    
Ciò che rende questa versione del 21° secolo delle SA così pericolosa per Poroshenko é che egli, a differenza di Hitler, non ha la versione del 21esimo secolo delle SS per eliminarli nel giro di una notte. In realtà, secondo molte fonti, tutta la parte meridionale dell’Ucraina in brandelli é ora "terra di Kolomoiski", pienamente sotto il controllo dell'oligarca che finanza questi squadroni della morte. Bisogna poi aggiungere a ciò il fatto che la maggioranza della Rada é ora composta dagli stessi comandanti di battaglione e nazistoidi vari per capire perché Poroshenko sia in posizione di grande pericolo...

La triste realtà é che non vi é praticamente nessuno in Ucraina capace di disarmare questi cosiddetti "battaglioni di volontari". Oramai vi sono migliaia di fanatici nazisti in uniforme che vanno in giro armati e che impongono a tutti la loro legge della giungla.  Di sicuro sembra che il futuro del Banderastan sarà un miscuglio di Somalia e Mad Max - uno stato fallito, una economia completamente devastata, ordine sociale collassato e la legge di squadracce di teppisti armati." (The Vineyard of the Saker)

Se Poroshenko é condannato ad essere il capro espiatorio del disastro di Debaltsevo, é solo perché egli ha seguito gli spericolati consigli dei suoi finanziatori che siedono a Washington.  Se avesse ascoltato i suoi consulenti militari, avrebbe probabilmente ritirato prima le sue truppe e avrebbe risparmiato a se stesso una uscita di scena alla Gheddafi. Ora tutto ciò é forse troppo tardi.

La disperazione di Poroshenko ha portato ad un appello agli alleati occidentali e alle Nazioni Unite per l'invio di una missione di pace in Ucraina. La richiesta é una ammissione della sconfitta e non ha nessuna possibilità di essere implementata, principalmente perché viola i termini dei recenti accordi di pace (Minsk 2.0), ma anche perché i membri votanti del Consiglio di Sicurezza (Russia e Cina) sicuramente presenteranno il loro veto alla proposta.

Chiaramente, Poroshenko, che é sempre più sotto attacco e vituperato, si sta arrampicando sugli specchi per evitare la stessa fine violenta che lui ha senza scrupoli inflitto a molti dei suoi concittadini. Qui vi é un breve riassunto degli eventi recenti dal World Socialist Web Site:

"Il disastro dubito dal regime di Kiev mette allo scoperto il carattere spericolato e assolutamente non lungimirante della politica seguita da Washington e i suoi alleati europei in Ucraina...
I tentativi iniziali del regime di Kiev e dei suoi sostenitori della CIA di sottomettere l'Ucraina orientale tramite puro terrore militare, facendo affidamento su milizie fasciste e unità scelte dell'esercito ucraino considerate affidabili, sono falliti...

Tuttavia, Washington sta facendo pressione su Kiev per preparare una nuova offensiva e sta ancora discutendo di armare l'esercito ucraino di armi USA per combattere la Russia.
In Ucraina occidentale, la popolazione sta evadendo o resistendo la leva militare, che continua chiedere carne di cannone per la guerra in ucraina orientale. Al momento, l'economia ucraina, tagliata dalla sua base industriale principale in Ucraina orientale e dal mercato di esportazione russo, sta crollando.

"La nazione é in una guerra che non si può permettere di combattere. Non vi é più una economia....", Gerald Celente del  Trends Journal ha detto a Russia Today. "Quella perdita di 160 miliardi di dollari di commercio con la Russia ha distrutto l’ economia, che si trovava già in un profondo stato di recessione. È passata da uno stato pessimo ad uno peggiore di una economia in depressione."

("Il regime di Kiev spalleggiato dagli USA rischia un disastro militare nella guerra in ucraina orientale", Alex Lantier, World Socialist Web Site  US-backed Kiev regime faces military debacle in east Ukraine war

Washington ha largamente vinto la guerra dell' informazione, avendo persuaso il congresso e il popolo americano che la politica USA in Ucraina é giusta. Ma sul terreno, che é ciò che conta, Washington ha incespicato in un fallimento dietro l'altro. Questo processo continuerà senza dubbio e i suoi costi sono troppo esorbitanti da sopportare.

Mike Whitney

Fonte: www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/2015/02/20/the-exceptional-u-s-suffers-crushing-defeat-in-debaltsevo/

20/22.02.2015

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di THERSITES

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org

I "PORTENTOSI" USA VENGONO SONORAMENTE SCONFITTI A DEBALTSEVO
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IL BALLO DELLA SEDIA

Pubblicato su 23 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Di: Marco Mori

Il ballo della sedia è un gioco molto popolare che probabilmente anche molti di voi facevano da piccoli. Il gioco si svolge in questo modo: i bimbi si trovano seduti su delle sedie, una per ciascuno di loro. Appena si da il via alla musica tutti devono alzarsi, mentre un “arbitro” toglie una delle sedie. Quando la musica si spegne i bimbi devono tornare a sedersi. Ma ovviamente, con una sedia in meno, ad ogni turno un bambino non troverà più posto per sedersi e  verrà eliminato dal gioco e ciò fino a che non rimarrà un solo bimbo, il vincitore del gioco.

Il criminale sistema economico che ci impone la finanza oggi è identico in tutto e per tutto a questo gioco. Ogni anno la finanza sottrae moneta dal sistema imponendoci avanzi primari. Ovvero imponendoci di vivere al di sotto delle nostre possibilità spendendo meno di quanto tassiamoLa moneta non cresce nei campi e dunque se ogni hanno lo Stato ne toglie dalle nostre tasche più di quanta ne immette, ogni cittadino diverrà sempre più povero. Tale politica viene imposta all’Italia, in forza delle cessioni di sovranità monetaria ed economica imposte dai Trattati UE dal 1992.

Questo grafico illustra molto bene l’incredibile quantità di denaro sottratta dai nostri risparmi con l’avanzo primario in radicale contrasto con lo stesso articolo 47 Cost. che invece obbliga a tutelarli in tutte le forme:

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Ogni anno qualche soggetto economico non riesce a tornare a “sedersi” in quanto la moneta non esiste più in misura sufficiente e dunque fallisce… Perché se ad ogni turno togli sedie (liquidità) alla fine queste non basteranno più per tutti. L’unico vero vincitore in questo gioco è il proprietario delle sedie, ovvero, tornando alla realtà, il proprietario della moneta all’atto di emissione.

Eliminazione dopo eliminazione la democrazia svanirà secondo i capricci del proprietario delle sedie che deciderà il nostro destino. La quantità di moneta in circolazione dovrebbe essere solo quella che consente la piena occupazione della forza lavoro del paese. Oggi invece la disoccupazione decolla e la deflazione certifica matematicamente la scarsità monetaria.

L’Italia come dimostra il grafico muore perché è stata troppo “virtuosa” nei conti pubblici. Il nostro Governo ed i media continuano semplicemente a prenderci in giro imputando la crisi a elementi assolutamente macroeconomicamente irrilevanti quali l’evasione o la corruzione.

La nostra economia muore perché manca la moneta per farla funzionare esattamente come accadrebbe ad un corpo umano che non abbia sufficiente sangue in circolo. Più un economia è florida più serve moneta per scambiare beni o servizi. Senza moneta la crescita diventa impossibile.

Riprendiamoci la nostra dignità ricominciando a pensare e ragionare autonomamente.

Tratto da: http://www.studiolegalemarcomori.it

IL BALLO DELLA SEDIA
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UNGHERIA: LA SVALUTAZIONE DELLA MONETA SPINGE L’EXPORT E NON DETERMINA IPERINFLAZIONE

Pubblicato su 22 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA, EUROPA

Analizzando l’andamento dell’Ungheria nell’ultimo trimestre del 2014 ho notato una cosa, questa”:

UNGHERIA ANALISI LATO DOMANDA

 

“il volume dell’export è cresciuto a tassi superiori rispetto all’import (8,8% e 7,6% rispettivamente)”

 

Ora, un seguace di Kaldor, che crede fermamente nel potere taumaturgico della valuta per riassestare gli squilibri macroeconomici tra le nazioni, grazie alla sua svalutazione, deve necessariamente verificare se sia accaduto qualcosa del genere. Ed ecco i risultati del monitoraggio da me effettuato …..

 

….OPLA':

UNGHERIA SVALUTAZIONE FLORINT

Come possiamo vedere, una nazione abbastanza simile all’Italia è riuscita a svalutare la moneta sovrana ed ottenere una spinta alla crescita del PIL grazie a:

– delta esportazioni maggiore del

– delta importazioni

e a non avere esplosione dell’inflazione (nonostante la percentuale di svalutazione abbastanza sostenuta nel trimestre, da 220 florint per euro a …..

SVALUTAZIONE FLORINT UNGHERESE

268 florint circa = 22%):

ungheria deflazione 2014

 

Ops, ma guarda…..addirittura i prezzi stanno puntando verso lo zero !

 

Ma come? Ma la svalutazione non porta sistematicamente ed automaticamente all’HYPERINFLATION stile Weimar?

Ma tu guarda alle volte questi tiranni!

 

Maurizio Gustinicchi

Sostenitore Lega Nord-Riscossa Italiana-Economia5Stelle

Tratto da: http://scenarieconomici.it/ungheria-svalutazione-moneta-spinge-lexport-marshall-lerner/

UNGHERIA: LA SVALUTAZIONE DELLA MONETA SPINGE L’EXPORT E NON DETERMINA IPERINFLAZIONE
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Altro che orgoglio italiano. L’Ue commissaria la Mogherini

Pubblicato su 22 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Il presidente Juncker nomina il francese Barnier consigliere speciale per la

Difesa e la Sicurezza. Tolte le deleghe al nostro Alto rappresentante.

Se non è un commissariamento, poco ci manca. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha scelto Michel Barnier quale consigliere speciale per la Difesa europea e le politiche della Sicurezza. Vale a dire, ha sottratto a Federica Mogherini due deleghe che appartenevano all’Alto commissario per la politica estera dell’Unione. E non è forse un caso che questa scelta sia maturata proprio mentre Mrs. Pesc sarebbe chiamata a far svolgere un ruolo centrale all’Europa per la crisi libica. Nella sostanza, ed in funzione delle deleghe che Juncker ha assegnato a Barnier, la Mogherini non avrebbe più spazi di intervento sulla questione della Libia. Eppure, proprio ieri la nostra era impegnata a Washington a discutere sul tema con Kerry e con il ministro degli esteri egiziano. Al suo ritorno, molto probabilmente, dovrà passare la mano. Juncker ha infatti diffuso un comunicato nel quale ha ricordato che «all’entrata in carica dell’attuale Commissione abbiamo dichiarato che l’Europa avrebbe dovuto essere resa più forte in termini di sicurezza e difesa». In qualunque caso – ha aggiunto il presidente della Commissione – «l’Europa ha principalmente un potere di persuasione, ma a lungo andare anche il potere di persuasione più forte ha bisogno di un minimo di capacità di difesa integrate».

Ed è per queste ragioni – ha argomentato Juncker – che grazie alla vasta esperienza maturata nel settore della sicurezza e della difesa, Michel Barnier è la persona giusta per consigliare sia me sia l’Alta rappresentante Federica Mogherini su queste materie così importanti per il futuro dell’Europa». Piccolo particolare. Michel Barnier ha rarefatte esperienze in materia di Sicurezza e Difesa. Circostanza che rafforza l’interpretazione di un commissariamento della Mogherini.

Nell’ultima commissione Barroso, Barnier era commissario per il Mercato interno ed i servizi. Insomma, si occupava di concorrenza ed antitrust. E tra il 1999 ed il 2004 era stato commissario agli Affari regionali. Le uniche esperienze nel tema Difesa erano le sue partecipazioni a vari convegno sul tema. In più, le competenze in materia di Sicurezza e Difesa non sono della Commissione Ue, ma del presidente del Consiglio Ue, il polacco Tusk.

Più verosimilmente, la sua nomina è frutto del passaporto. È francese, come lo era il precedente responsabile dell’Agenzia della Difesa europea. Ora è uno spagnolo. E Parigi, prima della nomina decisa da Juncker, sarebbe rimasta fuori sia dalla politica sia dal business del pianeta Sicurezza e Difesa. Da qui, la nomina di Barnier. Esordirà nella sua nuova funzione assistendo il presidente della Commissione nella preparazione dei lavori preparatori del Consiglio europeo dedicati alla politica europea della difesa. Nella nota la Commissione ricorda che per il nuovo incarico Barnier non riceverà alcun compenso. I funzionari di Bruxelles dimenticano di ricordare che Barnier riceverà per tre anni circa 370 mila euro: compenso che spetta a tutti gli ex commissari Ue. E l’unico che ha rinunciato a simile beneficio è stato Antonio Tajani.

Leggi dalla fonte originale IlGiornale.it

Tratto da:http://www.euroscettico.com

Altro che orgoglio italiano. L’Ue commissaria la Mogherini
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Il Vostro Futuro è una Nuova Norimberga

Pubblicato su 22 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

L’escalation per destabilizzare la Russia di Putin, si è servita di due tools essenziali: le sanzioni, in un crescendo di settori e personalità politiche e dell’economia russa colpite, e successivamente dell’attacco economico e monetario mirato nei confronti del rublo (iniziato con l’operazione di abbassamento del prezzo del greggio) con lo scopo di creare malcontento e instabilità verso il governo di Putin.

Il resto è storia di queste settimane: una guerra nell’est Ucraina che sta costando oltre 50 mila morti, in gran parte civili. Una responsabilità di una gravità inaudita per l’Occidente, la Casa Bianca e i governi dell’Unione Europea. 

Se c’è un’incongruenza in tutta questa vicenda, è nell’atteggiamento dei paesi europei. Infatti, la cessazione dei rapporti con la Russia ha chiuso di fatto lo sbocco per l’UE a un mercato essenziale, le sanzioni hanno fatto perdere miliardi di euro all’Europa. D’altra parte, questo clima di guerra che chiamarla fredda è un eufemismo, ha costretto la Russia a rivolgere la sua strategia economica, finanziaria ed energetica verso altre aree di mercato come la Cina, la Turchia, l’Iran e l’India. Ma quel che è peggio, il conflitto ucraino ha reso concreta la possibilità di una guerra dell’Alleanza Atlantica con la Russia, una grande potenza nucleare e militare.

 
Ancora una volta i media sono i protagonisti di un’opera di falsificazione, questa volta sulla pericolosa portata di questo conflitto, trattato come una guerra regionale com’era stata quella nei Balcani. Un’operazione sulla percezione stessa del reale pericolo verso le pubbliche opinioni. È evidente come siano stati gli USA il principale attore di questa spinta a una catastrofe bellica di dimensioni mondiali.

Alla crisi di egemonia gli USA rispondono portando due guerre. Infatti all’Ucraina si affianca l’Isis, il califfato nero in piena espansione dal Medio Oriente del triangolo Irak, Siria e Turchia al Nord Africa: una creatura dei servizi di intelligence della Casa Bianca dei paesi NATO e delle petromonarchie. Due guerre: una nel continente suo alleato, il polo imperialista che poteva dare problemi sui mercati e con la moneta. L’altra guerra, si sta meglio delineando in questi giorni in Libia, con la creazione del califfato dell’Isis a Sirte. Entrambi riguardano i flussi energetici, gas e petrolio verso il vecchio continente. Curioso vero? Ancora più curioso se apprendiamo che il 75% delle infrastrutture del gas in Ucraina è stato acquistato da company statunitensi. Il che significa avere in mano i rubinetti del gas.

Ma perché questo atteggiamento subordinato dei partner europei?
Perché in questa farsa di democrazia occidentale, i governi dei paesi europei sono dei servi organici a Washington. Ogni tanto ringhiano pretendendo a sé un po’ di protagonismo come la Francia. Ma nel complesso accettano tutto, anche il TTIP, il trattato di libero scambio tra UE e USA che legherà l’UE mani e piedi alle multinazionali statunitensi. Sono un “dio minore” di oligarchi, di élite capitaliste capaci dei peggiori massacri sociali contro le proprie classi lavoratrici e popolari, ma incapaci di costruire una reale autonomia economica e politica nei riguardi delle élite egemoni statunitensi. Questa subordinazione ha trovato la sua massima espressione nella questione ucraina, nell’accettare l’eventualità di un conflitto su vasta scala nel proprio continente.

La chiave di lettura più importante per comprendere perché l’UE, e la finanza che la controlla in toto, vogliano la guerra con la Russia risiede su uno dei temi centrali: la sovranità. In Europa ci chiedono costantemente di cederla per porre in essere le riforme strutturali. Trattasi in realtà di fatto illecito, incostituzionale ex artt. 1-11, che mira ad un’unica riforma: la cancellazione della democrazia e l’instaurazione di una dittatura finanziaria le cui basi sono codificate nei Trattati UE. 
 
La finanza tuttavia vuole il controllo globale, non si accontenta di qualche paese, vuole tutto. Questa finanza non accetta le posizioni ostili di Russia e Cina che sono diventate un bersaglio. Putin, finito l’incontro con Hollande e Merkel, è stato chiarissimo: “Dobbiamo aumentare il nostro livello di sovranità, anche nella sfera economica“. Questa frase, per la finanza che controlla i nostri paesi equivale ad una dichiarazione di guerra. Il concetto stesso di Stato sovrano è per essi inaccettabile. 
 
Il tempo per fermare questa follia è sempre meno, la rotta è decisa. Se rimaniamo inerti non ci salveremo. Neppure durante la guerra fredda abbiamo rischiato così tanto. È drammatico pensare che nel momento in cui si scatena una simile minaccia manchi totalmente la sovranità nazionale ed al Governo siedano Renzi e compagnia, ovvero il nulla più assoluto. Soggetti privi di pensieri propri che eseguono ciecamente gli ordini che gli vengono impartiti. Purtroppo se sarà la finanza a decidere stavolta il bottone sarà premuto ed il sipario calerà. 

Possiamo tranquillamente affermare che il golpe di un anno fa a Kiev ha rotto un tabù durato oltre 60 anni: quello della deterrenza del terrore. Chi sta conducendo questa pericolosissima partita sulla pelle di miliardi di persone e del pianeta, ovviamente non ha messo in conto un conflitto termonucleare. Gli apprendisti stregoni di questo gioco molto pericoloso hanno solo intenzione di svuotare dall’interno il potere dei loro avversari, sperando di rovesciare chi oggi siede al Cremlino esattamente come è stato fatto con Yanukovich. Ma paradossalmente la loro aggressività dà più forza al nuovo zar di Mosca. Ciò porterà i suoi avversari ad aggiungere di volta in volta un passo in più verso la guerra. Fino al punto di non ritorno.
 
Oggi, se c’avete fatto caso, non si parla più di “missioni umanitarie”. La guerra è una parola ben definita, accettata, persino esibita come possibilità del tutto legittima. Un lessema quotidiano che rende del tutto normale e possibile questa eventualità.
Siamo già in un’era di barbarie.
 
Le future generazioni, se saranno uscite dalla realtà ribaltata dei nostri media, dove le vittime sono carnefici e viceversa, considereranno questi governanti alla stregua dei gerarchi nazisti che hanno condotto la comunità internazionale alla seconda guerra mondiale.
 
Ma per una seconda Norimberga, se ci sarà ancora il genere umano, dovremo pensare a ben altro che a un cambio di governo. Questi stati criminali, queste classi dirigenti di nani irresponsabili che giocano in borsa come nei vari teatri del conflitto, vanno abbattuti con la più ferma mobilitazione popolare.


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Tratto da:http://freeondarevolution.blogspot.it
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GRILLO NELLA BUFERA CON I SUOI: FORSE DIMENTICANO CHE ANCHE A LUI LA SVIZZERA PIACE DA MATTI?

Pubblicato su 22 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

1. VERGOGNA!” MA NON SE SEI AMICO DI GRILLO: BEPPONE DIFENDE GINO PAOLI INDAGATO PER EVASIONE: “NON SI PUÒ PUÒ MASSACRARE UN UOMO DI 80 ANNI”. E I GRILLINI S’INCAZZANO – 2. SARÀ CHE ANCHE GRILLO HA AVUTO VARI PROBLEMI COL FISCO ITALIANO, E I DUE CONDIVIDONO ANCHE LA PASSIONE PER GITE E PROPRIETÀ IMMOBILIARI IN SVIZZERA -1. LA SCOPERTA DEL GARANTISMO

Francesco Maesano per “La Stampa

Chissà se ne è consapevole, ma cita persino Scalfaro per dire anche lui che «a questo gioco al massacro, io non ci sto». Beppe Grillo difende l’amico Gino Paoli. Persino dai suoi parlamentari che ne chiedono le dimissioni dalla Siae. In un lungo post prende le parti del cantautore, avventurandosi in un territorio che finora pareva a lui pressoché sconosciuto: la differenza tra un reato presunto e uno accertato. Per Gino Paoli non vale chiedere le dimissioni come una Barracciu o un Lupi qualunque. A dividere il mondo tra quelli per cui vale il garantismo e quelli per i quali no, c’è sempre lui. Come disse Pizzarotti, commentando la nomina del direttorio: uno vale.

2. “CHE CANTONATA DIFENDERE L’AMICO” IN RETE VA IN SCENA LA RIVOLTA DEI 5 STELLE

Annalisa Cuzzocrea per “la Repubblica

Con un testacoda da far girar la testa, Beppe Grillo sconfessa il suo gruppo parlamentare e pubblica sul blog una lunga difesa dell’«amico» Gino Paoli. Sono passate poche ore dalla nota con cui i deputati del Movimento 5 Stelle chiedono che il cantante valuti le dimissioni da presidente della Siae. E pochi minuti da quando la capogruppo Fabiana Dadone diceva all’ Adnkronos: «In un Paese normale si sarebbe dimesso da un pezzo. Non credo che Grillo lo abbia chiamato per scusarsi, saranno voci di corridoio, se lo ha detto il legale di Paoli se ne assumerà la responsabilità ».

 In effetti, era stato Andrea Vernazza, l’avvocato dell’autore del Cielo in una stanza, a parlare di una telefonata in cui il capo politico dei 5 stelle si sarebbe scusato con il cantante per gli attacchi del Movimento. I parlamentari, però, non ci credono. Sergio Battelli, che si è occupato della questione in commissione Cultura, dice chiaro: «Se sei indagato e rivesti una carica pubblica non devi restare lì. È scandaloso che non si sia già dimesso».

È di Genova, Battelli. Suona in una rock band dal nome Red Lips. Di certo, sa della lunga amicizia tra Grillo e Paoli, ma né lui né gran parte del Movimento si aspettava il post arrivato pochi istanti dopo le sue parole. Il titolo è evocativo, “Sapore di sale”. Il contenuto, rivoluzionario per un Movimento che non si è mai mostrato garantista. Che fino a un mese fa era sul palco della notte dell’Onestà a protestare contro gli indagati di Mafia Capitale. Che sul blog ha sempre rilanciato le notizie di indagini con titoli in stile Vergogna e Tutti a casa (e hashtag appositi come #fuorigliindagatipd).

 E che alle Camera lotta da mesi per far approvare una norma che sospenda gli stipendi ai parlamentari in carcere in attesa di giudizio (primo firmatario il senatore Mario Giarrusso che ora dice: «Certo che deve dimettersi. Questo dimostra la nostra autonomia da Grillo. Prima si chiarisce e meglio è»). Ebbene, tra tante invettive, spuntano parole tutte diverse. «Premetto che Gino Paoli è mio amico da molti anni e che spesso le nostre famiglie si incontrano – scrive Grillo – ma a questo gioco al massacro di una persona di 80 anni non pregiudicato, mai inquisito per alcunché, io non ci sto!».

 Strabuzzano gli occhi, i grillini doc. Pensano all’esclusione dell’ex consigliere Andrea De Franceschi dalle liste delle regionali in Emilia Romagna perché, appunto, “indagato”. Reagiscono nei commenti: «Anche io avevo uno zio strozzino, mi voleva bene, ma strozzino resta», scrive Anna. E altri: «Grillo ma cosa stai dicendo? Ora siccome è tuo amico lo difendi? Stai prendendo una bella cantonata ». Oppure: «Non puoi usare due pesi e due misure: tu hai espulso per molto meno. Per il condizionale del condizionale ».

Perché è con i condizionali dei giornali, che se la prende Grillo. Quelli che vengono usati per ogni inchiesta e che il Movimento non ha mai considerato così sospetti. Fatto sta che a sera il post scompare dall’home page e può essere ritrovato solo attraverso una ricerca specifica. Mentre il gruppo parlamentare fa un’ulteriore nota per dire di ave «agito in piena autonomia, riconosciuta da Grillo».

 «Aspettiamo che la magistratura faccia il suo corso – scrivono – nel frattempo chiediamo a Paoli di valutare l’opzione delle dimissioni dalla Siae. Non stiamo gridando che debba dimettersi come alcuni vogliono far credere». Tentativi diplomatici che incappano nelle parole più chiare di alcuni. A Repubblica il ligure Simone Valente dice: «Paoli non può mantenere quel ruolo, il presidente della Siae è una figura di garanzia di tutti i musicisti e gli artisti: dovrebbe essere una persona priva e lontana da questi problemi. Non torniamo indietro sulle nostre decisioni, siamo convinti che questa battaglia sia voluta da tantissimi cittadini».

3. GUAI COL FISCO E VIAGGI IN SVIZZERA ECCO PERCHÉ GRILLO DIFENDE PAOLI

Giacomo Amadori per “Libero Quotidiano

Cortocircuito sul blog di Beppe Grillo. Con tanto di odore di bruciato. L’altro ieri, dopo le perquisizione a casa di Gino Paoli, accusato dalla procura di Genova di evasione fiscale, i dobermann del Movimento 5 stelle, per puro istinto pavloviano, hanno iniziato a sbavare e ringhiare e hanno pubblicato sul sito un comunicato che era già un necrologio per il cantautore: «Aspettiamo che la Magistratura faccia il suo corso, ma le notizie riportate dalla stampa, che vedono il presidente della Siae, Gino Paoli, indagato per una maxi-evasione fiscale, ci inducono a chiedergli di valutare seriamente le dimissioni dalla sua carica». Il giorno dopo il quotidiano di Genova, Il Secolo XIX, stigmatizza «la mancanza di rispetto dell’amico Grillo» nei confronti dell’autore del Cielo in una stanza.

 Passano poche ore ed ecco la piroetta: Beppe si scusa al telefono con Gino e pubblica un post che detta la nuova linea. Il titolo è emblematico, «Sbatti il mostro in prima pagina», e Grillo diventa un campione di garantismo: «Premetto che Gino Paoli è mio amico da molti anni e che spesso le nostre famiglie si incontrano vivendo nella stessa zona di Genova. Quindi potrei essere considerato poco obiettivo. Ma a questo gioco al massacro di una persona di 80 anni non pregiudicato, mai inquisito, per alcunché, che mi risulti, io non ci sto! I cittadini sono diventati vittime sacrificali, mostri da sbattere in prima pagina senza che possano difendersi in alcun modo».

Una filippica in cui attacca «gli sciacalli dell’informazione». Però a scatenare le ire del guru barbuto non può essere solo l’antica consuetudine con Paoli né l’amicizia tra le rispettive consorti, Parvin e Paola, che condividono diversi hobby, dall’acquagym nella piscina coperta di villa Grillo allo shopping.

LE SENTENZE

La verità è che quando Beppe sente parlare di fisco vede rosso, come confermano le sue non rare invettive contro Equitalia. Personalmente ha chiesto la restituzione di 245 mila euro di Irap per gli anni 2002, 2003 e 2004. Con la sentenza 85/13 del 7 febbraio 2013 il procedimento è stato dichiarato estinto per la rinuncia al ricorso del leader dei 5 stelle. Ma non è stata questa la sola controversia tra lo Stato esattore e il novello Giobatta Perasso, detto il Balilla. Il 19 novembre 2001, assistito dagli avvocati Renato Speciale ed Enrico Grillo, suo nipote, si è presentato davanti alla sedicesima sezione della commissione tributaria provinciale di Genova presieduta dal dottor Carlo Brusco e ha conciliato.

Grillo nel novembre 1991 aveva proposto ricorso «avverso l’avviso di accertamento ai fini Irpef» per quattro anni d’imposta, dal 1984 al 1987. Dieci anni dopo si è tenuta l’udienza e come riporta la sentenza in aula «veniva esperito il tentativo di conciliazione che dava esisto positivo: il contenuto dell’accordo veniva definito alle condizioni descritte nell’apposito verbale». Per questi motivi, si legge, «la Commissione tributaria provinciale di Genova dichiara estinto il giudizio per definizione della pendenza tributaria a seguito di conciliazione». Qual era l’importo richiesto dall’Agenzia delle entrate?

A quanto risulta a Libero il mancato pagamento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche contestato a Grillo si aggirava sui 100 milioni di lire. Qualcuno potrebbe obiettare che non si trattava di una cifra eosrbitante, ma è anche vero che quei soldi vanno parametrati all’epoca. Cinquantamila euro nella metà degli anni ’80 erano un bel gruzzolo: basti pensare che lo stipendio mensile di un operaio al cambio attuale varrebbe 300 euro al mese, un giornale costava 0,34 centesimi, il caffè 0,21, pane e latte rispettivamente 0,62 al chilo e 0,40 al litro.

FESTE ROSSE

Ci sono altri particolari nella vicenda di Paoli che hanno certamente risvegliato vecchi fantasmi nella testa riccioluta di Grillo. Per esempio nell’intercettazione ambientale che ha inguaiato l’autore di Sapore di sale si parla di presunti pagamenti in nero alle feste dell’Unità e pure Beppe in passato ha avuto problemi con gli stand del fu Pci. Nei primi anni ’80, a Dicomano (Firenze), a causa della pioggia, un suo spettacolo andò male e gli organizzatori della festa «rossa» dovettero ingegnarsi per trovare le palanche pattuite con l’artista (35 milioni).

 Alla fine uno dei ragazzi, Franco Innocenti, ha denunciato alcuni anni fa all’Unità di essersi dovuto sobbarcare un mutuo ventennale: «Io avevo 26 anni ed ero l’unico con una busta paga. Toccò a me firmare la richiesta anche se non avevo molto più del mio stipendio e di una vecchia Vespa 150 di terza mano. Per vent’anni è stato pagato regolarmente quel debito per l’esibizione di Beppe Grillo». Più recentemente l’ex segretario confederale della Cisl Giovanni Guerisoli lo accusò di essersi fatto pagare 10 milioni in nero per uno spettacolo del 1999: «Accettammo di darglieli, li prese personalmente, ma poi per noi fu durissima giustificare quell’uscita».

 Qualche giorno dopo il sindacalista si scusò: «Non confermo più quell’episodio, mi sono fatto prendere dalla foga e sono stato tradito dai ricordi». La diatriba è finita in tribunale a Genova, dove Grillo ha ottenuto soddisfazione. Allo stesso foro si è rivolto, dopo essere stato licenziato in tronco, Dario Fochi, ex factotum del comico, per alcuni presunti mancati pagamenti: chiese 97 mila euro lordi di arretrati, spalleggiato da 16 testimoni. Nella sua memoria difensiva Grillo contestò la ricostruzione di Fochi, sottolineando che questi non era il suo autista, ma quello del suo manager e che sarebbe stato lo stesso Fochi a licenziarsi «per motivi personali».

 Le due parti trovarono un accordo del tutto favorevole a Fochi e l’agenzia di Grillo pagò all’ex collaboratore 50 mila euro netti. Probabilmente non sono solo questi brutti ricordi ad aver scaldato Grillo. Del resto lui e Paoli sono amici e vicini di casa di un altro «perseguitato dal fisco», l’imprenditore Flavio Briatore, il cui nome in questi giorni è rimbalzato sui giornali a causa di una lista di presunti evasori con milionari conti svizzeri. I due artisti genovesi hanno piantato le tende a Malindi e le loro ville confinano con la tenuta di Briatore. La simpatica brigata non condivide solo la passione per i safari africani, ma pure l’amore per le gite fuori porta in terra elvetica.

 A Lugano Grillo ha acquistato un lussuoso appartamento con vista lago sullo stesso pianerottolo di Benedetta Mazzini, la figlia di Mina. Una proprietà che ha inserito nel quadro rw della dichiarazione dei redditi e che ha recentemente messo in affitto attraverso un’agenzia immobiliare di Lugano. Nel quartiere Paradiso (un nome, un programma), appena sopra l’hotel Splendide Royal, Grillo e Mina sono stati avvistati più volte a passeggiare insieme.

Camminate in cui si saranno scambiati anche qualche consiglio per individuare la fiduciaria giusta a cui affidare, per esempio, la magione convertita in foresteria. In riva al lago del capoluogo ticinese è stato avvistato pure Paoli. Qui il figlio pittore e fotografo ha inaugurato un bella mostra qualche mese fa. Certamente Gino avrà approfittato dell’occasione per rincontrare Mina e cantare con lei Il cielo in una stanza, la canzone lanciata proprio dalla «Tigre di Cremona» nel 1961. Agli inquirenti resta, però, il sospetto che Paoli in Svizzera non ci andasse per fare il karaoke. Checché ne dica l’amico Beppe.

FONTE http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/vergogna-ma-non-se-sei-amico-grillo-beppone-difende-gino-paoli-94972.htm

Tratto da:http://www.grandecocomero.com/

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