Blog di frontediliberazionedaibanchieri

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL FILO ROSSO DEI CONTI DELLO IOR

Pubblicato su 12 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Tra la morte del banchiere Roberto Calvi, più di 30 anni fa, e l’arresto di monsignor Nunzio Scarano a gennaio di quest'anno c'è un legame che corre lungo i depositi della banca vaticana. Perché vecchi e nuovi scandali si intrecciano. Lo ha detto a Cadoinpiedi.it Maria Antonietta Calabrò, giornalista del Corriere della Sera e autrice di Le mani della mafia (Chiarelettere, 2014), che è una riedizione aggiornata dell’opera scritta nel 1991. Allora il libro portò alla riapertura delle indagini sulla morte del banchiere.

Il G8 dei cardinali è ancora al lavoro sulla migliore strategia per rimettere a posto lo Ior. Ma la strada che papa Bergoglio deve percorrere è ancora lunga. Perché sulle spalle delle finanze vaticane pesano trent'anni di storia che hanno visto la morte del banchiere Roberto Calvi, il crac del Banco Ambrosiano, i contatti dello Ior con la mafia. 
Tra quel passato e oggi ci sono ancora legami strettissimi: "C'è un filo rosso tra i vecchi conti dello Ior e i nuovi scandali, fino all'arresto di monsignor Nunzio Scarano lo scorso gennaio", ha detto aCadoinpiedi.it Maria Antonietta Calabrò, giornalista del Corriere della Sera e autrice di Le mani della mafia (Chiarelettere, 2014). Un libro che è una riedizione aggiornata dell'opera scritta nel 1991 e che allora portò alla riapertura delle indagini, da parte della Procura di Roma, sulla morte del banchiere Calvi. 

DOMANDA: Perché aggiornare il libro dopo più di venti anni?
RISPOSTA: Ho seguito da vicino il caso Ior e altre vicende di cronaca, e mi sono resa conto della necessità di aggiornare il libro - che era diventato introvabile - mantenendo la memoria storica e aggiungendo le novità. Questo perché l'attualità aveva legami con la vecchia storia che ha garantito la stabilità del sistema italiano e vaticano per vent'anni. 

D: E cosa ha trovato?
R: Ho trovato un legame diretto tra i vecchi conti dello Ior e i nuovi scandali fino all'arresto di Scarano.

D: Qual è il legame?
R: Sono i conti misti, a gestione confusa, dello Ior presso sei banche italiane, attraverso cui sono passati negli anni centinaia di milioni di euro. In sostanza lo Ior formalmente operava in quanto banca, ma in realtà operava per i propri clienti: un comportamento in chiaro contrasto con le nuove leggi antiriciclaggio, approvate dopo l'attentato delle Torri Gemelle, e che in Italia sono state recepite nel 2007.

D: Che conseguenze ha avuto la violazione delle norme antiriciclaggio?
R: C'è stato il blocco dei 23 milioni di euro posseduti dallo Ior sul conto corrente dell'Unicredito nella filiale di via della Conciliazione. Un fascicolo che ha portato all'accusa di riciclaggio per l'allora Presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e il direttore generale Paolo Cipriani. Poi c'è stato il blocco dei bancomat ai musei vaticani di una filiale italiana della Deutsche Bank, sottoposta al controllo di Bankitalia. È il motivo per cui nel 2013 tutta l'operatività dello Ior con l'Italia è stata bloccata.

D: E ora?
R: Il blocco in entrambe le direzioni c'è ancora. La cosa interessante è che il problema non esiste con gli altri paesi, perché con loro lo Ior ha sempre seguito le normali procedure. Il problema riguarda solo il nostro paese.

D: Perché in Italia le cose sono andate così?
R: È un'anomalia che è durata trent'anni perché lo Ior, all'epoca del fallimento del Banco Ambrosiano, ha pagato 100 milioni di dollari per i debiti relativi ai clienti italiani. Così questi conti sono potuti sopravvivere nella normale operatività bancaria fino a oggi. Per gli altri paesi invece le cose sono state diverse, è stato aperto un contenzioso internazionale che nel 1984 ha portato a una transazione, stipulata a Ginevra, per cui sono stati pagati 250 milioni di dollari. Nel caso italiano lo Ior ha potuto utilizzare questi conti per altri trent'anni.

D: Papa Francesco ha inserito la questione dello Ior e delle finanze vaticane tra le sue priorità. Cosa ne pensa?
R: Sì, la commissione referente per il papa ha già consegnato la propria relazione relativa alla struttura finanziaria generale del Vaticano. Sullo Ior stanno ancora lavorando: il suo destino si saprà tra fine aprile e inizio luglio, quando sono già stati programmati i prossimi incontri del g8 dei cardinali.

D: Sembra che, in fondo, rispetto a determinate situazioni non vi sia discontinuità, che i soggetti di potere siano sempre gli stessi.
R: Per quanto riguarda la Chiesa i soggetti di potere sono cambiati per forza di cose, perché il Vaticano è stato sottoposto a uno choc mai visto con le dimissioni di papa Ratizinger. Dimissioni sicuramente libere, ma che hanno preso atto di una situazione molto delicata che riguardava tante cose, tra cui proprio la gestione finanziaria dello Ior.

D: Nel suo libro ci sono anche documenti inediti.
R: Ho recuperato dei dispacci di Wikileaks in cui si diceva, per esempio, che il numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi - arrestato il giorno dopo le dimissioni di Ratzinger - lavorava con "El banquero di Dio", un personaggio di cui non si fa il nome. Si parla di sistemi double use trattati da Finmeccanica con il regime di Assad, in Siria. Ci sono molte situazioni complesse, anche relativi ai legami con la mafia.

D: Di che tipo?
R: Non solo cosa nostra italiana, ma anche grandi personaggi come Vito Roberto Palazzolo, estradato in Italia a dicembre e considerato il finanziere di Riina e Provenzano. Palazzolo aveva contatti con la Finmeccanica di Orsi e l'Augusta Westland, società produttrice di elicotteri. Quegli elicotteri che abbiamo venduto anche agli indiani, e forse questo è uno degli elementi che complicano la vicenda dei marò.

D: E in Italia?
R: Anche in Italia a un certo punto è dovuto cambiare l'assetto. Non sappiamo a cosa ci porterà Renzi, ma sicuramente dà uno scossone generale. Sarebbe ora, sono passati trent'anni, è il momento di voltare pagina.

D: All'epoca della prima edizione, il libro portò alla riapertura del caso Calvi e lei ricevette anche numerose minacce. Quanto è stato difficile?
R: Il mio è un lavoro di giornalismo investigativo, fatto su fonti aperte, e messe insieme con molta pazienza. E credo che questo tipo di lavoro di investigazione, di ricerca dei collegamenti, sia una necessità del giornalismo in Italia, soprattutto in un momento di crisi come quello che sta vivendo. Del resto all'estero stanno nascendo numerose esperienze editoriali di questo tipo. In apertura del libro ho messo una frase di Horacio Verbitsky che dice: "Giornalismo è rivelare ciò che non si vorrebbe fosse conosciuto, tutto il resto è propaganda". Attenzione, propaganda è un termine antiquato per parlare di pubbliche relazioni: anche lo Ior se n'è dotato per modificare la sua pessima immagine internazionale. Ma non è certo informazione. 
Tratto da:http://www.cadoinpiedi.it
IL FILO ROSSO DEI CONTI DELLO IOR
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REGALO LA MIA FABBRICA (NUOVA) A CHI GARANTISCE DI ASSUMERE I MIEI DIPENDENTI. L’ACCORATO APPELLO DELL’ANZIANO PATRON DELLA MIVAR

Pubblicato su 12 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

LA GRANDE CRISI

Mivar, chiude la storica fabbrica di tv. Vichi: “Regalo il mio stabilimento”

La fine di una grande storia italiana. Per i numeri sarà soltanto l’ennesima azienda uccisa dalla crisi. Ma questo “numero”, alle spalle, ha una lunga e gloriosa storia.

E’ la Mivar, l’unica fabbrica italiana di apparecchi televisivi (nel boom del passaggio al colore arrivò a produrre un milione di apparecchi all’anno) che ora è costretta a chiudere i battenti. Gli ultimi pezzi sono stati prodotti a dicembre. Lo storico patron, Carlo Vichi - oggi ha 90 anni ed è ancora al timone – si commuove quando racconta a Repubblica la fine del suo sogno: così non può più andare avanti. Vichi, però, non vuole chiudere del tutto questa pagina, e spiega: “Se una società di provata serietà accetta di fare televisioni in Italia, io gli offro la mia nuova fabbrica, pronta e mai usata, gratis. Non voglio un centesimo. Ma chiedo che assuma mille e duecento italiani, abbiatensi, milanesi. Questo chiedo. Veder sorridere di nuovo la mia gente”.

“Un posto insuperabile” - Il patron Vicchi, insomma, è disposto a regalare i suoi due piani, 120mila metri quadri totali, con tanto di parcheggi, un’ampia mensa e un presidio medico. “Un posto insuperabile – aggiunge -, qui ci possono lavorare in 1.200, tutto in vista, senza ufficetti. Visto com’è luminosa? Molti – prosegue – pensavano che con i risparmi mi facessi una casa. Ma io ho fatto questo, immaginando tanta gente muoversi e che mi sorridesse”. Però, complice la crisi, ora la produzione è ferma. Rocco, uno degli operai storici della Mivar, ricorda i tempi del boom: “Eravamo in novecento e facevamo 5.460 televisori al giorno, un milione all’anno. Ora è tutto vuoto, solo qualche scrivania. I grossi colossi ci hanno calpestato. Ho disegnato televisori per venticinque anni, anche se il vero designer è il signor Vichi, io la mano. E’ rimasto sempre in trincea – ricorda -, al suo tavolo con le rotelle in mezzo a noi, la sua morsa, le sue idee, il suo compasso. Lavorando anche di sabato e di domenica”. Oggi, però, non si lavora più.

Tratto da: http://bastacasta.altervista.org

REGALO LA MIA FABBRICA (NUOVA) A CHI GARANTISCE DI ASSUMERE I MIEI DIPENDENTI. L’ACCORATO APPELLO DELL’ANZIANO PATRON DELLA MIVAR
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L'invisibile barriera che divide Kiev dall'Europa

Pubblicato su 12 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Se davvero il popolo ucraino vuole di meglio per il suo futuro non deve oltrepassarla

di Chris Richmond-Nzi

In autostrada, il pilota automatico è inserito. Non si intravvedono né piazzole di sosta o segnali di inversione di marcia, anzi. Il limite di velocità è stato abbondantemente raggiunto, ma il pedale sull'acceleratore non viene interrotto. Gli Stati hanno presentato i loro progetti di bilancio e la Commissione ha già espresso i suoi pareri, bacchettando paesi come l’Italia che non hanno completato i compiti a casa ed ogni volta che il ministro Saccomanni apre bocca, viene tempestivamente smentito dal suo superiore Rehn. 

 
Il 13 dicembre l’Irlanda ha abbandonato il programma d’assistenza finanziaria e tra meno di un mese, sarà il turno della Spagna. Ma essere troppo ottimisti potrebbe essere contro produttivo, dato che entrambi saranno costretti ad un’altra assistenza finanziaria, seppur in forma preventiva. L’ormai dimenticata Cipro, inoltre, osserva con impotenza lo tsunami finanziario che si abbatte sui suoi cittadini, mentre la Grecia inizia ad abituarsi alle visite cronologiche della Troika. Ma il circolo vizioso non termina qui. La neo giunta Repubblica di Croaziaè stata presa di mira e la Commissione ha già raccomandato entro e non oltre il 30 aprile 2014 l’apertura di una procedura per deficit e debito eccessivo. Zagabria avrà tempo fino al 2016 per rientrare nei parametri imposti dal Patto di stabilità, un anno in più rispetto alle normali tempistiche concesse. L’entusiasmo della Repubblica di portare a termine le riforme è legato a quella di venir presto ammessa al club dell’Eurozona. Speranza che diventa un rammarico, quando si pensa alla Repubblica di Lettonia. Nonostante la sua valuta sia molto più forte dell’euro, a gennaio sacrificherà la sua sovranità monetaria per diventare il 18° paese membro dell’ambita zona euro, ricordandoci quanto la moneta unica divida, più che unire. 

 
È ormai appurato che all’interno dell’Unione europea aumentano gli euroscettici e mentre più di un membro si contorce per cercare l’euro-uscita, oltre i confini comunitari vi è più di un paese (Albania, Bosnia e Kosovo) che fa tutto il necessario per ottenere il famigerato status di candidato all’Unione europea. Macedonia, Turchia, Islanda, Montenegro e Serbia invece, essendo già candidati ammessi, scalpitano, aspettando con impazienza che le porte dell’Unione europea vengano loro spalancate. 

 
Non è dato sapere come saranno i confini dell’Unione europea di domani, ma osservando l’Eurasia di oggi, appare scontato che finché Georgia ed Ucraina saranno sotto l’influenza del Cremlino, Bruxelles non potrà dormire sogni tranquilli. Ed ecco allora che i tumulti germogliati nelle ultime settimane a Kiev dimostrano in parte di avere una radice. Con il processo di espansione in corso, l’Ue promuove e determina un’integrazione non naturale, che si può quasi definire una forzatura. Mentre Štefan Füle, il Commissario per l’allargamento dichiarava che le «minacce russe legate alla firma di accordi tra Ucraina ed Unione europea sono inaccettabili», il nostro Alto Rappresentante Catherine Ashton affermava che quel popolo «merita di meglio. Bisogna pensare al futuro del paese, pensare in prospettiva e guidare l’economia dell’Ucraina a lungo termine». Nei colloqui avuti con il Presidente ucraino, Ashton ha trattato di «gasdotti e le riserve energetiche che possono» e che devono «essere sfruttati»; oltre al cosiddetto DCFTA, l’accordo di libero scambio con l’Unione europea, il primo passo che Kiev deve fare per ottenere lo status di potenziale candidato. Ma l’incertezza in Ucraina non è circoscritta alla politica, incombe una profonda «crisi finanziaria» e l’Unione europea è intenzionata ad aiutare il paese a «ripristinare rapidamente la fiducia dei cittadini e quella degli investitori e dei creditori internazionali». Chiede a Kiev di «affrontare i suoi bisogni finanziari in modo trasparente, attraverso una stretta collaborazione con istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e non con altri accordi sottobanco», ovvero con la Russia, «che non creerebbe né fiducia, né la crescita necessaria». A questo proposito, Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale ha detto chiaramente che «il FMI sarebbe pronto a riprendere i negoziati con l’Ucraina se il paese decidesse di andare nella giusta decisione» e Bruxelles intende «facilitare, sostenere e creare le condizioni necessarie al raggiungimento di un accordo con il Fondo». Il rapido «deterioramento della situazione politica ed economica» porta l’Unione europea a premere affinché il governo ucraino «chiarisca al più presto le sue intenzioni». Se Kiev dovesse approvare l’accordo, l’Ue si impegnerebbe a sostenere la “modernizzazione” del paese mediante l’assistenza macrofinanziaria del Fondo Monetario e ad accelerare il «programma dell’Unione europea» necessari. I 610 milioni di euro sbandierati dall’Ue sono ben lontani dai 20 miliardi di dollari richiesti fino al 2017 dall’Ucraina – che Putin ha promesso al presidente ucraino nella visita di martedì - ed i 610 milioni di euro proposti rimangono distanti anni luce dai 160 miliardi di dollari voluti da Kiev per portare a termine la lunga e faticosa scalata verso la meta: lo status di potenziale candidato alla prestigiosa e controversa Unione europea.

 
Ma da buon commissario, Štefan Füle è ambizioso, ed è con enorme determinazione che rappresenta l’entusiasmo e la lungimiranza del processo di allargamento. Ha dichiarato con rara sincerità che nonostante le difficoltà, l’Unione europea è «fortemente determinata a firmare entro il 2014 l’accordo di libero scambio (DCFTA) sia con la Georgia che con la Repubblica di Moldova, che intende continuare i negoziati con L’Azerbaigian e che data la situazione, l’Ue deve seriamente riflettere su come procedere con l’Armenia». Non è un caso se McCain è andato a Kiev per apportare il suo supporto morale ai manifestanti pro-Europa. 

 
L'Eurasia è obiettivamente divisa in due, come separata da un’invisibile barriera. Ad est un popolo oppresso è in piazza perché si è convinto che l’Unione sia il luogo dove ottenere libertà, Stato di diritto, democrazia, ed una prosperità economica duratura. A quanto pare però, non è loro consentito di sbirciare oltre la barriera, magari perché constaterebbero la selvaggia protesta dei cittadini dell’Unione, che sono decisi a riappropriarsi della sovranità persa, di una democrazia che non sia soltanto rappresentativa, dei loro diritti e di quei posti di lavoro che ormai non hanno più. Lottano per un’unione che sia meno aggressiva e mentre ad ovest l’allergia verso il Fondo Monetario, l’ESM e l’austerità diventa sempre più contagiosa, ad est si loda sia il FMI che l’ESM, pensando che un’assistenza finanziaria multilaterale sia la soluzione ai problemi. Quel popolo che «merita di meglio», non ha colpa del ridotto e manipolato panorama. Se potessero percepire gli umori del popolo greco, cipriota, spagnolo, italiano e portoghese, capirebbero che oltre la barriera succedono cose che nemmeno il comunismo più cinico avrebbe mai permesso, ma cose che grazie alla democrazia rappresentativa  stanno diventando consuetudine. I neonati nascono debitori, i giovani laureati sono senza alcuna futura prospettiva, i pensionati sono senza pensione ed esistono i disperati che per ottenere un minimo di sussidio, si iniettano l’HIV. Il popolo dell’Unione europea a quanto pare non ha il diritto d’avere meglio di questo e se davvero quello ucraino «merita di meglio», dovrebbe sperare che quella barriera rimanga integra.
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
L'invisibile barriera che divide Kiev dall'Europa
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Buonanotte a tutti

Pubblicato su 11 Marzo 2014 da Claudio Marconi Forlì

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In questi giorni si parla tanto di lavoro. Domani...

Pubblicato su 11 Marzo 2014 da Claudio Marconi Forlì

In questi giorni si parla tanto di lavoro. Domani vedremo le sorprese del "nuovo" che avanza.
Noi una proposta la avremmo: sarebbe opportuno per rilanciare gli investimenti sui territori attraverso la creazione di zone a burocrazia zero e riduzione o esenzione delle tasse, per un periodo di tempo stabilito.

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Pubblicato su 11 Marzo 2014 da Claudio Marconi Forlì

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USCIRE DALL’EURO? ESISTE ADDIRITTURA UN PIANO SEGRETO! MARIO GIORDANO: VI SPIEGO IN COSA CONSISTE E PERCHE’ A NOI CONVIENE

Pubblicato su 11 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

IL NUOVO LIBRO DI MARIO GIORDANO

Il piano segreto per uscire dall’euro

Per gentile concessione, pubblichiamo stralci di «Non vale una lira. Euro, sprechi, follie: così l’Europa ci affama»(Mondadori, 166 pagine, 17 euro), il libro di Mario Giordano in vendita da oggi. Il testo è diviso in tre parti: «Perché bisogna uscire dall’euro», «Perché il sogno europeo è già finito» e «Perché questa Europa non ci piace». Lo stralcio che offriamo ai lettori di «Libero» è tratto dalla prima parte: al capitolo «E intanto le banche si preparano al “collasso”» il nostro editorialista rivela alcuni report redatti dai più importanti istituti finanziari italiani e non che teorizzano apertamente uno scenario di break-up dell’eurozona. Perché, si chiede l’autore, queste ipotesi non informano anche il dibattito politico e l’opinione pubblica, chiusa in dogmi e reciproci estremismi?

di Mario Giordano

La situazione, se non fosse tragica, sarebbe persino ridicola. Infatti, mentre pubblicamente è quasi vietato parlare di uscita dall’euro perché appena uno la nomina viene sommerso dai fischi e dai pomodori, in privato, nei sotterranei dei grandi istituti e nei caveau delle banche, si preparano tutti i piani dettagliati per far fronte all’ipotesi che viene ritenuta qualcosa di più di un’ipotesi.
Almeno una probabilità. Vietato dirlo, però: il popolo bue, come al solito, viene mandato al macello nella più totale ignoranza. «Non bisogna diffondere il panico» è la parola d’ordine. Per carità, il panico non va mai bene. Ma davvero esso nasce dalla conoscenza dei fenomeni? O piuttosto dall’ignoranza? Oggi, per dirne una, sappiamo come si formano i fulmini, e per questo essi ci fanno meno paura di quanta ne facevano agli antichi, che al contrario non ne conoscevano la natura. E allora: perché, in materia economica, c’è qualcuno che ci vuol riportare all’oscurantismo di Giove Pluvio?
il report
Nell’ottobre 2013, per esempio, Mediobanca ha preparato un rapporto di 122 pagine che è rimasto finora completamente riservato. Mai stato pubblicato. In Italia non ne ha parlato nessuno. L’unico a farne un accenno è stato il quotidiano inglese «Telegraph» in un articolo del 30 ottobre. Eppure si tratta di un documento esplosivo perché sostiene, in pratica, che l’Italia è vicina al capolinea, che il sistema sta per esplodere e che il nostro Paese sarà costretto a uscire dall’euro.

Si badi bene: Mediobanca non lo auspica, non chiede un ritorno alla lira, continua stoicamente a considerare la disciplina monetaria europea come l’unica possibile. Però non può fare a meno di prendere atto che staremmo assai meglio se fossimo fuori dall’euro. E che saremo costretti a uscirne se gli Stati del Nord Europa continueranno con la loro politica economica aggressiva nei confronti degli Stati del Sud.

 

Il passaggio chiave di questo documento riservato, che ho modo di consultare mentre scrivo, è a pagina 35-36 quando gli analisti di Mediobanca citano il cosiddetto «ciclo di Frenkel», cioè i sette passaggi chiave attraverso i quali un sistema a cambi fissi che non funziona si avvia alla distruzione. È uno degli argomenti principi di tutti i teorici del no-euro, perché il calvario di un’unione monetaria in difficoltà si manifesta sempre allo stesso modo, in tutte le crisi mondiali, dal Cile all’Argentina, e si conclude con l’ultima delle sette fasi, cioè quella del «collasso», in cui tutto salta per aria. Ecco, secondo Mediobanca, uno degli istituti finanziari più autorevoli del nostro Paese, il «ciclo di Frenkel si applica perfettamente» all’Europa del Sud (pagina 35) e dunque quello che ci aspetta è inevitabilmente il settimo punto del «ciclo» (pagina 36): «Il collasso: un attacco speculativo costringe i Paesi a lasciare il sistema a tassi fissi e a svalutare la moneta».
Ma perché dobbiamo aspettare il giorno del giudizio universale senza sapere nulla? Perché dobbiamo restare nell’ignoranza? Il «Telegraph», nel riferire del documento Mediobanca, sottolinea che per l’Italia il crash non sarebbe così disastroso: abbiamo un debito estero inferiore agli altri Stati del Sud, ancora molti risparmi privati, un avanzo primario in bilancio. «L’Italia può lasciare l’euro quando vuole, ed è abbastanza grande da superare lo shock.» Ma perché di tutto ciò non si può parlare apertamente? Perché si tengono i loro studi nei cassetti? «C’è paura ad affrontare questi temi, soprattutto ad affrontarli apertamente, ma sono all’ordine del giorno sulle piazze finanziarie» ci confessa una voce raccolta nel fondo di un caveau. E ci dà qualche indicazione per raccogliere la prova di quel che dice.
I report di questo genere, in effetti, abbondano. E tutti prendono in considerazione il crollo della moneta unica. «Uscita dall’euro e break-up» è il documento pubblicato dalla banca d’affari Nomura nel novembre 2012, «Risposta a 10 domande sull’Euro break-up» è il documento pubblicato da J.P.Morgan nel dicembre 2011, «Piano per un ordinato break-up dell’Unione monetaria europea» è lo studio realizzato da Jens Nordvig e Nick Firoozye sempre per Nomura nel gennaio 2012. Nel luglio del medesimo anno è la volta della Merrill Lynch: secondo il report della banca d’affari, l’Italia avrebbe «tutto l’interesse» a uscire ordinatamente dall’euro, a patto che lo faccia prima degli altri (Grecia e Spagna). A perderci sarebbe soltanto la Germania.
uscire o morire
Della stessa opinione anche un centro studi molto quotato nella City londinese, il Lombard Street Research, che nell’elaborare un report dedicato all’Olanda e all’euro (marzo 2012), a pagina 18 ipotizza, fra le altre, anche la possibilità che esca dalla moneta unica solo l’Italia, aggiungendo che di tutte le uscite questa sarebbe una delle meno costose. «L’Italia potrebbe tornare rapidamente a crescere» sostengono gli analisti. Anzi: il ritorno alla vecchia moneta sarebbe per il nostro Paese quasi una passeggiata, soprattutto se paragonato a ciò che ha passato negli ultimi dieci undici anni. Ma il report prende in considerazione anche altre possibilità: che lascino la moneta unica solo la Grecia e il Portogallo, oppure la Spagna, oppure l’Olanda con la Germania, oppure anche l’Olanda da sola. Sembra quasi una partita a poker: chi farà la prima mossa? E soprattutto: chi rimarrà fregato con le carte (inutili) dell’euro in mano?
Comunque, al di là delle singole e molto tecniche questioni affrontate da questi studi, quello che a noi interessa è sottolineare che il tema dell’uscita dall’euro, negli uffici dell’alta finanza, è all’ordine del giorno. Se ne parla nei corridoi, nei sottoscala, nei bunker riservati dei grandi centri direzionali. Lo conferma l’economista Eugenio Benetazzo, definito il Roubini italiano, uno dei pochi che aveva previsto in anticipo la crisi del 2008 con un best seller (Duri e puri) assai controcorrente. Nel suo Neurolandia Benetazzo parla degli «eurokiller», e cioè di quei «grandi operatori istituzionali, banche d’affari, amministratori di risparmio gestito, fondi pensione, che ritengono che l’euro abbia gli anni contati per ragioni strutturali e socioeconomiche». E perciò «stanno attivando politiche per trarre beneficio dal previsto default».
silenzio, si crepa
Ma perché nulla di questo dibattito trapela? Perché non viene alla luce del sole? Perché devono prepararsi a trarne beneficio solo i grandi operatori istituzionali e le banche d’affari? Se davvero l’Italia ha la possibilità di salvarsi uscendo dall’euro prima degli altri (come dice Merrill Lynch), perché questo non viene spiegato anche agli italiani? Perché, al contrario, ogni volta che si pone la questione dell’euro si viene liquidati con un’alzata di spalle e un’occhiata di disprezzo?
La Greenwich Treasury Advisors, società di consulenza che ha fra i suoi clienti le più grandi multinazionali, dalla Ibm alla Siemens, dalla Monsanto alla General Motors, segue con attenzione lo sviluppo della situazione anche perché, scrive nel suo report, «in democrazia non possono essere sostenuti piani di austerità per molti anni consecutivi» e dunque la rottura del patto dell’euro da parte di qualche Paese che non ce la fa più a reggere la situazione è da mettere in conto. Anche questa relazione, ovviamente, è rimasta sconosciuta agli europei (non certo alle multinazionali). L’unico documento di questo genere di cui si è avuta notizia è quello realizzato nel settembre 2011 dall’Ubs, l’Unione delle banche svizzere, perché è piuttosto catastrofico nelle sue stime e prevede costi altissimi per i cittadini europei in caso di uscita dall’euro. Eppure anche questo rapporto, tanto caro agli europeisti, comincia così: «L’euro ha creato più costi economici che benefici ai suoi membri. E per questo potrebbe non esistere più»…

http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/11566328/Il-piano-segreto-per-uscire-dall.html

Tratto da:http://bastacasta.altervista.org

USCIRE DALL’EURO? ESISTE ADDIRITTURA UN PIANO SEGRETO! MARIO GIORDANO: VI SPIEGO IN COSA CONSISTE E PERCHE’ A NOI CONVIENE
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IL FISCAL COMPACT E LA TRAPPOLA DEL “BILANCIO STRUTTURALE”

Pubblicato su 11 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Di Thomas Fazi

Si parla tanto del Fiscal Compact ma pochi sanno come funziona veramente. E non solo in Italia. Nei corridoi di Bruxelles la voce che gira è che il testo completo del patto “l’hanno letto in 10 e capito in 3”. Quanto c’è di vero, dunque, su quello che si sente in giro?

Tanto per cominciare, c’è da dire che il Fiscal Compact di nuovo introduce molto poco. Il testo poggia in buona parte sul Trattato di Maastricht (1991) e sul Patto di stabilità e crescita (1999) – le tavole su cui sono incise le sacre regole di bilancio dell’Ue –, e poi riprende e integra un insieme di disposizioni proposte dalla Commissione nel periodo 2010-11 e per la maggior parte già adottate dal Consiglio e dal Parlamento europeo, come il Patto per l’euro e in particolare ilsix-pack e il two-pack.

Com’è noto, il Trattato di Maastricht – successivamente rafforzato dal Patto di stabilità e crescita – si componeva di due “regole d’oro”:

  • Il divieto per gli stati membri di avere un deficit pubblico superiore al 3% del Pil. Questo limite risultava l’unico soggetto a sanzioni in caso di mancato rispetto: la Procedura per deficit eccessivo (Pde) obbligava i paesi “in difetto” a intraprendere una politica di restrizione fiscale e a rendere conto delle sue decisioni in materia di spesa alla Commissione e al Consiglio e infine, eventualmente, a pagare una sanzione.
  • Il divieto di avere un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Superato questo limite, i paesi “in difetto” dovevano avviare delle politiche correttive. Ma questo vincolo non prevedeva procedimenti sanzionatori.

I pacchetti di regolamenti six-pack e two-pack – entrambi approvati dal Parlamento Europeo – hanno poi introdotto nell’ordinamento europeo l’obbligo del “pareggio di bilancio strutturale” e la sorveglianza multilaterale sui bilanci degli stati membri (che in futuro avranno l’obbligo farsi pre-approvare le finanziarie dalla Commissione).

Di fatto, quello che fa il Fiscal Compact è estendere, rafforzare e radicalizzare la normativa esistente (a partire dal Patto di stabilità e crescita), e istituzionalizzare su base permanente il “regime di austerità” che è stato imposto in Europa in seguito alla crisi.

Il cuore del Fiscal Compact è l’articolo 3.1, che riguarda il famoso “pareggio di bilancio”. Esso afferma che “la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente [deve essere] in pareggio o in avanzo”; questa regola si considera soddisfatta se il deficit strutturale annuale delle amministrazioni pubbliche risulta inferiore allo 0,5% del Pil. I paesi devono garantire una convergenza rapida verso questo obiettivo, o verso l’obiettivo di bilancio di medio specificato per il singolo paese, secondo una forcella stabilita tra il -1% del Pil e il pareggio o l’attivo. I tempi di questa convergenza verranno definiti dalla Commissione. I paesi non possono discostarsi da questi obiettivi o dal loro percorso di aggiustamento se non in circostanze eccezionali. Un meccanismo di correzione è avviato automaticamente se si individuano forti divergenze; ciò comporta l’obbligo di adottare misure volte a correggere queste deviazioni in un periodo determinato.

Ma cosa si intende esattamente per “bilancio (o deficit) strutturale”? Secondo la logica alla base del Fiscal Compact, sussiste un deficit strutturale quando un paese continuare a registrare un deficit pubblico anche se la sua economia sta operando al “massimo potenziale”. Si tratta in sostanza di un indicatore che dovrebbe permettere alla Commissione di giudicare se il deficit pubblico di un paese sia dovuto alla congiuntura economica – come nel caso di una crisi economico-finanziaria, per esempio –, nel qual caso potrebbe essere eliminato per mezzo della crescita; o se invece sia “strutturale”, ossia continuerebbe a sussisterebbe anche se il paese riprendesse a crescere e arrivasse ad operare al massimo potenziale. La premessa è che in condizioni economiche “normali” un deficit è considerato “normale” se non supera lo 0,5% del Pil. Questa idea riflette la visione neoliberista della politica di bilancio come di una politica “neutrale”, che non è né espansiva (attraverso un’iniezione di reddito all’interno del circuito economico) né recessiva (mediante un aumento del risparmio pubblico).

commOvviamente, per valutare quale sarebbe il deficit in assenza di una recessione o in caso di ripresa economica, serve una teoria. Quale sarebbe il livello della produzione – gli economisti la chiamano la “produzione potenziale” – se la situazione fosse “normale”? Più la differenza tra la produzione reale – quella che viene misurata – e la produzione potenziale è significativa, più la parte considerata congiunturale del deficit risulterà rilevante, e più il deficit strutturale verrà considerato basso. E viceversa. Questa differenza è chiamata nel gergo della Commissione “output gap”. Supponiamo che uno stato membro registri un tasso di crescita dello 0,5% e un deficit pubblico del 3% (quindi in linea con i parametri di Maastricht); la Commissione potrebbe stabilire, secondo i suoi calcoli, che se l’economia del paese in questione operasse al massimo potenziale il deficit – quello strutturale, appunto – sarebbe del 2% (in questo caso l’output gap – ovvero la percentuale del deficit imputabile alla congiuntura economica – sarebbe di -1%), e dunque il paese dovrebbe effettuare una manovra fiscale equivalente all’1,5% del Pil, per mezzo di un consolidamento di almeno lo 0,5% del Pil l’anno, per portare il deficit strutturale entro i limiti imposti dello 0,5% del Pil (pur, ripetiamo, rispettando i parametri di Maastricht). Gli stati possono temporaneamente deviare dall’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale o dal percorso di aggiustamento solo nel caso di “circostanze eccezionali”, ossia eventi inusuali che sfuggono al controllo dello stato interessato e che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione, oppure in periodi di grave recessione – nel qual caso anche la Commissione sarebbe costretta ad ammettere l’esistenza di un significativo output gap congiunturale –, “purché la deviazione temporanea della parte contraente interessata non comprometta la stabilità del bilancio a medio termine”. E comunque, appena quel paese uscisse dalla recessione e ricominciasse a crescere, anche di poco, l’output gap si ridurrebbe, e il paese sarebbe costretto a ridurre nuovamente il deficit (per mezzo di ulteriori tagli alla spesa). Tornando all’esempio di prima, se il paese in questione aumentasse il suo tasso di crescita dell’1% (arrivando al suo “massimo potenziale” di 1,5%) e il suo deficit pubblico rimanesse invariato al 3%, l’output scenderebbe a 0, e di conseguenza il deficit strutturale arriverebbe a coincidere col deficit effettivo (3%), costringendo il paese a una manovra ancora più pesante (pari al 2,5% del Pil). In sostanza, il Fiscal Compact costringe i paesi a implementare misure di austerità sia in tempi di recessione o di bassa crescita che di crescita sostenuta (soprattutto in questi casi)!

Questo presenta una serie di problemi. Il primo è di ordine teorico, nel senso che non esiste nella teoria economia un metodo generalmente accettato per misurare la “produzione potenziale” di un paese. In base all’approccio liberista, a cui si ispira la Commissione, se la produzione ha un calo non è dovuto tanto a un’insufficienza della domanda quanto a problemi di offerta (produttività o competitività insufficiente, salari troppo elevati, mercato del lavoro troppo rigido, ecc.), e dunque non è possibile avere una produzione molto maggiore allo stato attuale; la componente ciclica del deficit in questo caso è minima, e quello che serve sono invece “riforme strutturali” e ulteriori tagli alla spesa. Questo metodo tende a sottovalutare il divario tra la produzione reale e la produzione potenziale, particolarmente nei periodi di recessione. A tal proposito è interessante notare che secondo i calcoli della Commissione, tra il 2008 e il 2014 il bilancio strutturale non è mai andato vicino al pareggio in nessuno dei paesi della periferia (eccetto la Grecia, per effetto delle pesantissime misure di austerità), di cui tutto si può dire fuorché che non abbiano riscontrato una “grave recessione”. E questo nonostante il fatto che prima della crisi alcuni di questi (Irlanda e la Spagna) – sempre secondo la Commissione – registrassero deficit (sia effettivi che strutturali) vicini allo zero o addirittura in avanzo.

Il secondo problema è di ordine politico, nel senso che, proprio perché non esiste alcuno strumento per misurare oggettivamente il bilancio strutturale di un paese – a differenza del bilancio effettivo –, è la Commissione a decidere, secondo dei parametri del tutto arbitrari (e molto discutibili), quale sia il livello del suddetto bilancio, e a imporre le misure correttive necessarie. Ed è sempre la Commissione, tramite le sue previsioni, a stabilire se e quanto l’economia di un paese è destinata a crescere l’anno seguente, e a chiedere sulla base di quelle previsioni misure di austerità “preventive”, in vista della riduzione dell’output gap. A tal proposito va ricordato che la Commissione è celebre per la sua tendenza a sovrastimare clamorosamente le prospettive di crescita degli stati membri. Va specificato che la Commissione può anche stabilire che un paese sta operando al di sopra del suo massimo potenziale, il che determinerebbe un output gap positivo e un conseguente peggioramento del bilancio strutturale. Supponiamo che un paese cresca a un ritmo del 2,5% e registri un bilancio pubblico di -0,5% (quindi praticamente in pareggio); la Commissione potrebbe stabilire che l’economia è di 0,5% al di sopra del suo potenziale massimo di 2% (perché, per esempio, il livello di disoccupazione è sceso al di sotto di quello che Commissione ritiene essere il “tasso naturale” per quel paese). In quel caso l’output gap sarebbe anch’esso di +0,5%, risultando in un deficit strutturale dell’1%. Con la conseguenza che il paese, pur avendo un bilancio in pareggio o quasi, sarebbe comunque costretto a effettuare una manovra dello 0,5% del Pil. In definitiva, possiamo concludere che non ci sono conti pubblici che tengano, per quanto “in ordine”, di fronte ai “calcoli” della Commissione. Ma c’è di più: anche nel caso in cui un paese registri un bilancio strutturale in pareggio, la Commissione può lanciare una Procedura per deficit eccessivo semplicemente sulla base della previsione che il deficit tornerà a crescere. È quello che la Commissione chiama il “braccio preventivo” (che va a complementare il “braccio correttivo”, che viene attivato nel caso di uno sforamento): una sorta di equivalente fiscale della nozione di “precrimine” immaginata da Philip Dick nel suo racconto Rapporto di minoranza.

MAASTRICHT MEETINGIl terzo problema è di ordine costituzionale, nel senso che il Fiscal Compact – imponendo l’obbligo del pareggio o quasi di bilancio strutturale – parrebbe violare il Trattato di Maastricht, che in tutte le sue successive versioni, da quella originaria del 1992 a quella di Lisbona del 2007, ha sempre previsto un margine di deficit del 3%. Su questo punto, però, va detto che in realtà il Trattato di Maastricht imponeva già agli stati membri un pareggio (o surplus) di bilancio de facto. Il deficit pubblico di un paese, infatti, include gli interessi sul debito pubblico. Considerando che in media tra il 2000 e il 2009 la spesa annuale per interessi dei paesi dell’eurozona è stata pari al 3.2% del Pil, vuol dire che gli stati membri sono stato costretti ad avere un avanzo primario (al netto degli interessi) di almeno 0.2% solo per rientrare nei parametri di Maastricht. In realtà l’effettivo avanzo primario dell’eurozona in quegli anni è stato ancora più alto, 0.8%; altro che deficit massimo del 3%! A tal proposito, è utile ricordare che anche il Fondo monetario internazionale consiglia di basare le regole di bilancio sul bilancioprimario, non su quello totale, proprio perché il pagamento degli interessi non può essere considerato una spesa produttiva che va a incidere sulla domanda aggregata (e anzi rappresenta il suo opposto: un trasferimento di risorse dall’economia reale verso i creditori, nazionali ed esteri). In questo senso, dovremmo dire che il Fiscal Compact, più che il pareggio di bilancio istituzionalizza definitivamente il “surplus di bilancio” obbligatorio.

L’altro pilastro del Fiscal Compact riguarda la riduzione del debito in eccesso. In base all’articolo 4, qualora il rapporto debito pubblico/Pil superi la soglia del 60%, gli stati membri sono tenuti a ridurlo a un rimo medio di un ventesimo della parte in eccedenza all’anno. A vedere le raccomandazioni fatte ai singoli paesi, però, questa sembra essere l’unica misura sulla cui implementazione la Commissione sembra disposta a essere un po’ più flessibile – se non altro per l’entità irrealistica dei tagli che alcuni paesi si vedrebbero costretti a operare.

In definitiva, possiamo concludere che non è esagerato affermare che il Fiscal Compact, per mezzo dell’”invenzione” del bilancio strutturale, elimina definitivamente anche quell’esiguo margine di manovra fiscale previsto dal Trattato di Maastricht e dal Patto di stabilità e crescita, condannando l’Europa – ad eccezione di un cambio di politica radicale – all’austerità permanente. Nei prossimi giorni vedremo nel dettaglio quali sono le implicazioni del Fiscal Compact per l’Italia e per gli altri paesi dell’eurozona, e riveleremo alcune inquietanti indiscrezioni trapelate in questi giorni dalla Commissione.

Alcune delle considerazioni sul patto sono tratte da Cosa salverà l’Europa. Critiche e proposte per un’economia diversa del gruppo degli Economisti sgomenti.

Di Thomas Fazi

Tratto da:http://www.oneeuro.it

IL FISCAL COMPACT E LA TRAPPOLA DEL “BILANCIO STRUTTURALE”
commenti

FARE IL NO GLOBAL A VENEZIA HA SEMPRE IL SUO PERCHE' ... VERO CACCIA ?

Pubblicato su 11 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POPOLI LIBERI

LEGGETEVI TRANQUILLAMENTE L'ARTICOLO E INTERROGATEVI SUL METODO ' BEPPE CACCIA ' ....
DICHIARA 24.000 EURO DI GUADAGNO ANNUO ... POSSIEDE 23 APPARTAMENTI ...


SE FOSSE UN COMUNE MORTALE ... MORIREBBE SOFFOCATO SOLO DI SPESE CONDOMINIALI ... SE POI PARLASSIMO DI TASI ... SAREBBE GIA' SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO ...
A QUESTO PUNTO DATO CHE HA ASSUNTO ANCHE UN AMMINISTRATORE PER I SUOI BENI MMOBILI, SAREBBE OPPORTUNO CHE CI SPIEGASSE ANCHE A NOI LA SUA ' MAGIA ' ...
DIMENTICAVAMO ... MAI TOCCARE LA GIUNTA COMUNALE VENEZIANA ... LORO HANNO IL LASCIAPASSARE ...
COMPLIMENTI ANCHE ALLA GDF DI VENEZIA ..

LA GENTE SI SUICIDA PERCHE' NON HA IL PANE, E IL NO GLOBAL IN GIACCA E CRAVATTA FA IL PALAZZINARO ..

POPOLI LIBERI

Lui è l''organizzatore delle proteste no global, il teorico del diritto alla casa «senza se e senza ma», il paladino delle occupazioni abusive. Beppe Caccia è il volto istituzionale dei centri sociali, capogruppo dei Verdi nel consiglio comunale di Venezia, ex assessore alle politiche sociali, braccio destro di Gianfranco Bettin e «alter ego» lagunare del padovano Luca Casarini.

Con i «disobbedienti» ha occupato stabili, supermercati e perfino il cantiere per la costruzione del Mose (le dighe mobili contro l'acqua alta in laguna): un'azione che gli è costata una denuncia, un'inchiesta, un avviso di garanzia e un rinvio a giudizio assieme a Casarini e altri 20 no-global, con le accuse di sabotaggio, manifestazione non autorizzata e occupazione abusiva di edificio. Il processo si aprirà a metà maggio.


È evidente che un signore così, che teorizza e attua le occupazioni abusive per insediarci i centri sociali, considera la proprietà privata (e quella immobiliare in particolare), esattamente come la definiva Carlo Marx: una istituzione borghese, il «prodotto necessario del lavoro alienato» che la rivoluzione proletaria deve spazzare via. Insomma, una volgarità da cui stare alla larga. Invece no.

L'occupante Beppe Caccia è un collezionista di beni immobili. Anzi, un signor collezionista, di case e di terreni. Al disobbediente sotto processo ne sono intestati 30, un autentico tesoretto patrimoniale. È tutto nero su bianco nelle dichiarazioni dei redditi 2006 appena pubblicate dal Comune di Venezia.


L'imponibile di Caccia non è molto elevato: 24.728 euro, meno di duemila euro il mese, frutto del lavoro di ricercatore universitario all'università di Torino, la materia è Storia del pensiero politico. «Sono un borsista, un precario», dice. Poca cosa di fronte ai 344.861 euro dell'ex ministro Tiziano Treu e ai 284.852 del sindaco Massimo Cacciari.
È invece nelle proprietà immobiliari che il leader antagonista primeggia alle spalle del parlamentare forzista Cesare Campa.

Caccia possiede sette terreni in provincia di Alessandria, due appartamenti a Venezia (uno dei quali è la sua prima casa), due immobili al 50 per cento in provincia di Brescia, due alloggi sempre al 50 per cento in provincia di Genova, un altro alloggio in comproprietà in provincia di Sondrio e altre sedici case in provincia di Alessandria. Totale 30 proprietà, la maggior parte per metà. Più modesto il parco auto: una Golf del 1999. Ne aveva una così anche il cardinale Joseph Ratzinger.


Caccia minimizza. «Sono vecchi ruderi che stanno nelle proprietà di famiglia che ho ereditato, cascinali dei miei nonni e bisnonni che fanno un certo effetto come numero ma in realtà non producono un grande reddito. Mi dispiace deludere i lettori del Giornale, ma non sono un palazzinaro - ironizza Caccia -. Avrei un reddito ben diverso».

Ruderi e cascinali? Anche le due case di Venezia, e quelle di Brescia, Genova e Sondrio? «Uno degli appartamenti di Venezia è la mia prima casa, dell'altra sono cointestatario assieme a mia sorella, che vive a Brescia. Le case di Genova nel frattempo le ho vendute».

Realizzando un bel gruzzolo... «Guardi che questi immobili sono sostanzialmente un costo, me ne sarei liberato da tempo se non ci fosse un vincolo affettivo con il passato della mia famiglia, mio padre era piemontese, ha vissuto in Lombardia, io mi sono trasferito a Venezia per studio e qui mi sono fermato. Magari questi beni rendessero di più».
Caccia dunque è un romantico attaccato alle tradizioni di famiglia.

quanto rendono? «Capisco il vostro interesse, ma di preciso non lo so.

Se ne occupa un amministratore». Addirittura un amministratore immobiliare per i beni del leader degli occupanti abusivi.

«È tutto in regola, in affitto a canone concordato, e il reddito è quello che è. Poca cosa».

TRATTO DAL QUOTIDIANO IL GIORNALE 23.5.2012

FARE IL NO GLOBAL A VENEZIA HA SEMPRE IL SUO PERCHE' ... VERO CACCIA ?
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La vita è strana. Fino ai primi di febbraio...

Pubblicato su 11 Marzo 2014 da Claudio Marconi Forlì

La vita è strana. Fino ai primi di febbraio c’erano dei “ duri e puri” della protesta che inondavano le nostre bacheche con 20.000 commenti, 15.000 post, inneggiando ad andare in piazza.
Noi in piazza ci siamo andati ancora: da Venezia ad Oristano, ma questi “ rivoluzionari” non li abbiamo visti.
Non ci siamo meravigliati perché conosciamo bene questo tipo zoologico di essere umano.
Ma adesso che il cammino è chiaro ci facciano un piacere: spariscano dalla circolazione e non ci rompano più i coglioni.
Abbiamo altro da fare che rispondere alle loro fregnacce.
Chi vuole intendere, intenda.
Ma non ci rompano più: li disprezziamo sinceramente.

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