Blog di frontediliberazionedaibanchieri

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

L’Ucraina e la battaglia per il South Stream

Pubblicato su 29 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI

Il conflitto in Ucraina, certamente è un tentativo di espandere NATO ed Unione Europea (UE), viene ingigantito dal dominio dei mercati energetici europei. I tentativi di fermare la costruzione  del gasdotto South Stream della Russia sembrano diretti a danneggiare ulteriormente la Russia per il suo ruolo nella difesa degli ucraini attualmente assediati da aerei, artiglieria, blindati e truppe irregolari.

Verso un’Europa “unita e libera” come il suo mercato dell’energiaVerso un’Europa unita e libera” è il titolo dell’evento del maggio 2014 quando il Consiglio Atlantico della NATO celebrava la continua espansione della NATO dalla caduta dell’Unione Sovietica e l’aspirazione ad integrare i confini della Russia e la stessa Russia, nel suo ordine geopolitico-socio-economico. Il sito del programma ufficiale dell’evento del Consiglio Atlantico dichiara: “Questa conferenza onorerà le tappe storiche che hanno forgiato una comunità atlantica forte e prospera ed esplorerà le sfide più urgenti del completamento dell’Europa unita e libera. Questa visione, implementata con successo da due decenni di strategia bipartisan e transatlantica, è stata chiamata in causa sia dagli attuali membri della NATO e dell’Unione europea che dalle azioni aggressive della Russia. Capi ed esperti si riuniranno presso la sede del Consiglio per discutere opportunità e sfide nell’Europa dell’est e del sud con l’obiettivo di esplorare un rinnovato approccio transatlantico comune”. Essenzialmente una celebrazione dell’espansionismo, aggressione militare e sovversione politica extraterritoriale, all’evento erano presenti molti dei principali protagonisti della crisi attuale in Ucraina. Tra costoro il segretario di Stato USA John Kerry e il vicepresidente USA Joseph Biden, insieme ai comandanti della NATO e degli Stati Uniti e ai politici al soldo delle aziende corporativo-finanziarie che parlano da decenni di “eccezionalismo” degli USA, compreso il senatore statunitense John McCain, volato a Kiev durante le proteste “Euromaidan” condividendo il palco con il capo del partito neo-nazista Svoboda. Secondo loro, i partecipanti alla riunione del Consiglio Atlantico descrivono la battaglia per l’Ucraina come “completamento” del consolidamento socioeconomico dell’Europa, includendovi “l’integrazione della Russia”. Il segretario John Kerry avrebbe detto: “I nostri alleati europei hanno speso più di 20 anni con noi per integrare la Russia nella comunità euro-atlantica”. “Integrare” la Russia, naturalmente, per Kerry significa rovesciare qualsiasi ordine politico nazionale indipendente a Mosca e sostituirlo con uno agli ordini di Wall Street, Londra e Bruxelles. Ciò si vede chiaramente nel tentativo occidentale di replicare il suo modello di “rivoluzione colorata” nel territorio russo. Ma Kerry e il resto di UE-NATO, riconoscendo che gli sforzi per sovvertire e rovesciare l’ordine politico indipendente in Russia sono falliti, fanno ricorso alla politica di accerchiamento, contenimento e confronto in Ucraina, essendo solo uno dei tanti campi di battaglia in cui l’occidente combatte. Kerry avrebbe indicato il mercato energetico europeo uno di essi. Ha dichiarato: “…Se vogliamo un’Europa unita e libera, dobbiamo fare di più subito, con urgenza, per garantirci che le nazioni europee non dipendano soprattutto dalla Russia per l’energia. In questa epoca di nuovi mercati energetici, di preoccupazione per il cambiamento climatico globale e sovraccarico di carbonio, dovremmo poter renderne l’Europa meno dipendente. E se lo facciamo, sarà una dei più grandi vantaggi strategici che si possano avere. Possiamo avere una maggiore indipendenza energetica e contribuire a diversificare le fonti energetiche disponibili per i mercati europei, ed espandere l’infrastruttura energetica in Europa costruendo capacità di stoccaggio energetico nel continente“. E subito hanno agito. Dopo aver resistito alla pressione dell’UE sul gasdotto South Stream della Russia, la Bulgaria è stata costretta a sospenderne la costruzione, mettendo a repentaglio gli interessi e le opportunità non solo della Russia, ma delle nazioni in cui il gasdotto deve passare.

La battaglia per il South Stream
L’arresto della costruzione dopo la visita da parte dei senatori USA John McCain, Christopher Murphy e Ron Johnson; con McCain che in particolare sostenne direttamente il rovesciamento armato del governo ucraino all’inizio di quest’anno. In un articolo del Washington Post intitolato “La Bulgaria ferma i lavori sul gasdotto South Stream“, si afferma: “Il primo ministro della Bulgaria ha ordinato la sospensione dei lavori di costruzione del gasdotto South Stream della Gazprom volto a bypassare l’Ucraina e consolidare la presa della Russia sull’energia europea. Plamen Oresharskij ha detto, dopo l’incontro con John McCain, Christopher Murphy e Ron Johnson, di aver ordinato di proseguire i lavori sul controverso progetto solo dopo consultazioni con Bruxelles”. Mosca ha risposto sottolineando la natura evidente di ciò dovuta alle sanzioni contro la Russia. The Moscow Times in un articolo intitolato “La Russia vede le sanzioni nella subdola sospensione della Bulgaria del South Stream“, afferma che: “La decisione della Bulgaria di sospendere la costruzione del  gasdotto della Russia South Stream sul suo territorio, minando gli sforzi della Russia di diversificare dall’Ucraina le infrastrutture di trasporto del gas verso l’Europa, è una subdola spinta occidentale delle sanzioni economiche alla Russia, hanno detto un alto diplomatico russo e analisti del settore russi”. L’articolo sottolinea inoltre che una volta che il gasdotto South Stream sarà completato ridurrà l’importanza dell’Ucraina quale punto di transito del gas russo per l’Europa occidentale. Sembra che le azioni contro South Stream siano volte almeno a ritardare  il più a lungo possibile questo risultato inevitabile, mantenendo una leva finanziaria mentre l’occidente fatica a consolidare il potere del suo vacillante regime-fantoccio a Kiev. Da parte della Bulgaria, non solo ha violato le sanzioni degli Stati Uniti alla Russia scegliendo una società russa per la costruzione del gasdotto, ma sembra desiderosa di risolvere gli ostacoli giuridici opportunamente fissati durante la crisi ucraina, per completare il gasdotto al più presto possibile.

Sfruttare il ritardo di South Stream
I piani occidentali sono sfruttare il ritardo di South Stream per estorcere concessioni dalla Russia e da coloro che vi lavorano. Inoltre, il ritardo aiuterà a preservare i vantaggi dei monopoli attuali ucraini sul trasporto del gas naturale russo verso l’Europa occidentale. Per garantire la massima leva finanziaria, l’occidente pone suo personale chiave nel settore energetico dell’Ucraina, oltre a puntellare il regime di Kiev. Forse più indicativo dell’illegittimità globale e della natura criminale dell’attuale azione di UE-NATO è la nomina di Hunter Biden, figlio del vicepresidente Joseph Biden, a membro del consiglio di amministrazione del colosso energetico ucraino Barisma. La nomina nepotistica di Biden Jr. non si pone laddove il conflitto di interessi inizia o termina. Biden Jr. è stato anche direttore del Fondo Nazionale per la Democrazia (NED), controllata da National Democratic Institute (NDI) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il NED/NDI ha svolto un ruolo noto nella costruzione dei partiti di opposizione in Ucraina prima delle cosiddette proteste “Euromaidan” e certamente ha costruito la cosiddetta “rivoluzione arancione” in Ucraina nel 2004. Ultimamente è stata “osservatore elettorale” che ha approvato i seggi in Ucraina, dove intere province non votarono, ad est, e i partiti di opposizione non hanno potuto fare una campagna ad ovest, mentre i bombardamenti aerei delle città del Paese erano in corso. In effetti, il NDI di Biden Jr. ha rovesciato un governo prima di farsi nominare direttore della più grande società energetica della nazione colpita; un conflitto di interessi da capogiro. Assieme all’agenda statunitense volta a ridurre l’influenza della Russia nel mercato energetico europeo, tale conflitto di interessi diventa di una scorrettezza evidente e componente dell’agenda occidentale volta ad accerchiamento e contenimento della Russia. Resta da vedere quanto sarà il ritardo South Stream e quant’altro faranno UE, NATO e un’Ucraina apertamente eterodiretta da regimi e industrie stranieri, perseguendo l’obiettivo dichiarato dal segretario Kerry di affrontare la Russia. Per nazioni come la Bulgaria, il prezzo della propria sovranità entrando nell’Unione europea può ora essere acutamente sentito. La Bulgaria non può perseguire i propri interessi a causa del diktat di Bruxelles, in nome di interessi particolari che operano oltre i confini e in disprezzo assoluto di pace e prosperità del popolo bulgaro. Si tratta di un monito alle altre nazioni che cercano di entrare in simili “comunità” sovranazionali, in particolare l’ASEAN/AEC del Sud-Est asiatico.
Il chiaro intento di NATO ed Unione europea d’”integrare” tutta l’Europa, compresa la Russia, nel loro ordine geopolitico, anche con la forza se necessario, il loro abuso del quadro giuridico dell’UE imponendo sanzioni alla Russia e nepotismo palese, così come ostacolare il completamento di progetti chiaramente vantaggiosi per gli Stati membri, rivela un ordine politico di grave criminalità slegato dal diritto e un netto ed attuale pericolo per la stabilità globale. Per coloro che nell’Ucraina orientale subiscono raid aerei, sbarramenti di artiglieria e l’assalto della “guardia nazionale” meccanizzata composta da neo-nazisti, l’instabilità è già una mortale realtà quotidiana.

 

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Tony Cartalucci ricercatore e scrittore di di geopolitica di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina e la battaglia per il South Stream
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LA SECONDA GUERRA FREDDA

Pubblicato su 29 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

“Guerra fredda” è la formula giornalistica che diventò d’uso corrente nel 1948, con l’inizio del blocco di Berlino, per definire lo stato di guerra non guerreggiata, ovvero di pace armata, fra i due grandi blocchi antagonisti e simultaneamente solidali nella spartizione del potere mondiale: il blocco occidentale facente capo agli USA e quello eurasiatico facente capo all’URSS. Pare che la fortuna di tale termine, impiegato per indicare un’intera fase storica, sia dovuta, se non a George Orwell che lo coniò, al giornalista statunitense Walter Lippmann, il quale lo diffuse tramite una serie di articoli pubblicati nel luglio 1947 sul “New York Herald Tribune” e poi raccolti nel volume The Cold War. A Study in U.S. Foreign Policy.

L’atto ufficiale di nascita della Guerra fredda può essere individuato nel discorso pronunciato il 5 marzo 1946 a Fulton (Missouri) da Sir Winston Churchill, che in quella circostanza usò per la prima volta un’altra espressione destinata ad incontrare analogo successo: “cortina di ferro”.

Caratterizzata da continui atti ostili, la guerra fredda fu combattuta con un’intensa attività propagandistica affidata alla stampa ed alle emittenti radiofoniche (“guerra delle onde”) e con la divulgazione di notizie ora incoraggianti ora deprimenti (“guerra dei nervi”).

Iniziata nello scenario successivo alla seconda guerra mondiale e finita nel 1989-1991, la guerra fredda può essere considerata, se è lecito continuare ad usare il termine “guerra” in maniera estensiva, una terza guerra mondiale. Se non altro, l’uso arbitrario del termine può servire a rappresentare la realtà di un conflitto che è terminato con la vittoria di un antagonista e la sconfitta dell’altro. Come sostiene Brzezinski, “siccome la guerra fredda è stata vinta pacificamente, sia i vincitori sia i vinti hanno condiviso l’interesse a nascondere il fatto che essa è terminata con una vittoria ed a mascherare sotto le parvenze di una riconciliazione tra Est ed Ovest quella che è stata una vittoria geopolitica e ideologica dell’Occidente”(1).

Infatti la guerra fredda o terza guerra mondiale “è stata un novum della storia, non tanto perché in passato non siano state condotte guerre in cui l’elemento religioso e l’elemento economico-territoriale non fossero già presenti (…) quanto perché siamo qui di fronte ad un intreccio fra elemento geopolitico (il confronto USA-URSS) ed elemento ideologico (il confronto fra capitalismo e comunismo) talmente potente ed invasivo da non tollerare vere e proprie analogie con eventi del passato”(2).

Nella fase attuale dei rapporti tra il blocco occidentale e la Russia, fase inaugurata dal putsch di Kiev sostenuto dall’Occidente, l’intreccio dell’elemento geopolitico con quello ideologico non è certamente così stretto come nel periodo della (prima) guerra fredda. La stessa formula di “guerra fredda”, secondo quanto ha dichiarato il 26 marzo 2014 Barack Obama, non sarebbe riproponibile, proprio per il fatto che, “a differenza dell’URSS, la Russia non guida un blocco di nazioni o un’ideologia globale”(3).

Va però osservato che il medesimo Obama, contraddicendosi in parte, ha tuttavia attribuito alla Russia postsovietica una visione ideologica, la quale sosterrebbe “che gli uomini e le donne comuni siano di vedute troppo corte per poter badare ai propri affari, e che ordine e progresso possano esserci soltanto quando i singoli rinunciano ai propri diritti a vantaggio di una potente sovranità collettiva”.

Per quanto riguarda il blocco occidentale, il presidente statunitense ha ribadito in maniera chiarissima la connessione tra l’aspetto geopolitico e quello ideologico. “Da un lato all’altro dell’Atlantico – egli ha detto – abbiamo abbracciato una visione condivisa di Europa; una visione che si basa sulla democrazia rappresentativa, i diritti dell’individuo, e il principio che le nazioni possano soddisfare gli interessi dei loro cittadini con il commercio e il libero mercato; una rete di sicurezza sociale e il rispetto per chi professa una religione diversa o ha origini diverse”. O caratteri antropologici diversi, come nel caso dei “nostri fratelli gay e [del]le nostre sorelle lesbiche”.

Obama non ha mancato di proclamare la validità universale di quelli che ha definito, parlando a nome dell’Occidente globale, “i nostri ideali”. “Gli ideali che ci uniscono – ha detto – hanno la medesima importanza per i giovani di Boston e di Bruxelles, di Giacarta e di Nairobi, di Cracovia e di Kiev”. E a proposito di Kiev ha dichiarato che “è proprio questa la posta in gioco oggi in Ucraina”: ossia l’imposizione degl’interessi geopolitici atlantici e della visione ideologica occidentale.

È vero che la radice della guerra fredda – intesa non come “un segmento di storia ma [come] una curvatura permanente della geopolitica contemporanea”(4) – è geopolitica prima che ideologica. Come dichiara in maniera franca e realistica il recente editoriale di una rivista di ispirazione occidentalista, “per l’America si tratta di garantirsi contro l’emergere di una potenza rivale in Eurasia. Poco importa se comunista, buddhista o vegana”(5).

Resta tuttavia il fatto che, se la Russia ha una sua visione geopolitica, essa non dispone però di una sua ideologia da contrapporre a quella occidentale. Eppure, come reclama Aleksandr Dugin, “la Russia, intesa come civiltà, non può, ma deve avere valori propri, diversi da quelli delle altre civiltà”.

L’esigenza di richiamarsi ai princìpi ispiratori della propria civiltà non riguarda soltanto la Russia, ma tutte le aree in cui si articola il continente eurasiatico e quindi tutte quelle forze che condividono la prospettiva di un’Eurasia sovrana. Gábor Vona ha espresso chiaramente tale esigenza: “Non ci può bastare – afferma il politico ungherese – un’alternativa semplicemente geografica e geopolitica, ma avvertiamo la necessità di un eurasiatismo spirituale. Se non siamo in grado di assicurarlo, allora la nostra visione rimane soltanto una diversa concezione politica, economica, militare o amministrativa, capace sì di rappresentare una diversità strutturale, ma non una rottura di livello qualitativa di fronte alla globalizzazione occidentale. Ci sarà un polo politico opposto, ma non una superiorità qualitativa. Tutto ciò può creare le basi per una nuova guerra fredda o mondiale, nella quale si affronteranno due forze antitradizionali, come è avvenuto nel caso dell’URSS e degli USA, ma certamente non sarà possibile contrastare il processo storico della diffusione dell’antitradizione. Per noi invece sarebbe proprio questo l’essenziale. Dal nostro punto di vista, è inconcepibile uno scontro in cui una globalizzazione si contrapponga ad un’altra globalizzazione”(6).

Claudio Mutti è Direttore di “Eurasia”.

NOTE

1. Zbigniew Brzezinski, The Consequences of the End of the Cold War for International Security, in The New Dimensions of International Security, “Adelphi Papers”, 265, inverno 1991-1992, p. 3.
2. Costanzo Preve, La quarta guerra mondiale, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008, p. 104.
3. Barack Obama, Usa ed Europa difenderanno il diritto, ma non è una nuova Guerra fredda, “La Stampa”, 27 marzo 2014, pp. 20-21.
4. Lo specchio ucraino, “Limes”, n. 4, aprile 2014, p. 18.
5. Lo specchio ucraino, cit., p. 17.
6. Vona Gábor, Néhány bevezető gondolat a szellemi eurázsianizmus megteremtéséhez, “Magyar Hüperión”, I, 3, nov. 2013 – genn. 2014, p. 294.

Tratto da:http://www.eurasia-rivista.org

LA SECONDA GUERRA FREDDA
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L’EUROPA HA DECRETATO: L’ITALIA AVRA’ NON 1 MA 7 DEPOSITI DI SCORIE NUCLEARI

Pubblicato su 29 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECOLOGIA

- di Gianni Lannes -

Gli euroburocrati che decidono il destino del popolo italiano pensano che italiane ed italiani siano soltanto carne da macello, al massimo cavie per esperimenti non autorizzati dalla gente, ma che comunque vanno in onda sulla nostra pelle di esseri socialmente disuniti.

 

Dopo aver affondato impunemente per decenni centinaia di navi dei veleni e migliaia di container zeppi di scarti pericolosi delle industrie tedesche, francesi, elvetiche, olandesi  eccetera – sempre a Bruxelles si sono detti: perché scontentare Piemonte, Lazio, Campania e Basilicata, che si terranno per sempre le scorie. E non fare una sorpresa alla Sardegna?

«Il Deposito Nazionale sarà costituito da una struttura di superficie, progettata sulla base degli standard IAEA e delle prassi internazionali, destinata allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività».
 

E’ quanto è scritto a pagina 30 dell’audizione Sogin Spa, ovvero «Atto del Governo n° 58 (Gestione combustibile nucleare esaurito e rifiuti radioattivi)».

 

 
 

Dunque, la prima menzogna del Governo italiano è che non ci sarà un unico deposito nazionale. Infatti, per i rifiuti nucleari più pericolosi, ad alta attività o se preferite di terza categoria, è previsto un deposito di smaltimento geologico, vale a dire, nelle profondità delle terra.

 

 

 

FONTE APAT

In passato, lo Stato italiano ha nascosto una quantità consistente di scorie nucleari, ben 350 metri cubi provenienti dalla centrale atomica militare di Pisa (Camen, già Cresam infine Cisam) nella miniera di Pasquasia in Sicilia (chiusa inspiegabilmente, seppure produttiva), dove ha operato l’Enea per un esperimento in materia di confinamento di scorie nel sottosuolo.

 

Fonte APAT
 
E’ sufficiente esaminare il primo inventario nazionale sulla contabilità nucleare redatto dall’Enea nel 2000 e successivamente dall’Apat, per appurare che dei 700 metri cubi sfornati dal reattore RTS 1, gestito dallo Stato Maggiore della Difesa, mancano oggi all’appello appunto 350 metri cubi.
 
I depositi di rifiuti nucleari realizzati recentemente dalla Sogin – a Trino, Saluggia, Bosco Marengo, Borgo Sabotino, Garigliano, Trisaia - non sono “confinamenti temporanei” o momentanei, anche se le autorità, gli esperti di regime unitamente agli ambientalisti venduti al miglior offerente, lo vogliono far credere a tutti gli ingenui. Il settimo deposito di superficie sarà impiantato in Sardegna. “Tanto i sardi si vendono in cambio di qualche posto di lavoro, e poi sono già imbottiti di scarti radioattivi che dai vasti poligoni militari sono fluiti nel ciclo biologico”, hanno pianificato dall’alto quelli che comandano a casa nostra, beninteso per conto terzi.
Altra menzogna di Stato: la quantità di scorie da allocare nel predetto sito sardo. L’ultimo inventario nucleare dell’Apat tra rifiuti e combustibile irraggiato, indica una quantità complessiva di 26.137 metri cubi. La Sogin, invece, ne ha già stimato 90 mila metri cubi. Qual è la reale provenienza di ben oltre 60 mila metri cubi di scorie atomiche? La risposta è scontata: l’Europa.
 

Basta una semplice ricerca e due minuti di tempo per appurare che dietro le due direttive Euratom (2009/71 – 2011/70) si nascondono nientedimeno che i soliti profittatori internazionali. La Svizzera, ad esempio, non fa parte dell’Unione europea, ma detta legge in materia di spazzatura nucleare, dopo aver già inondato il nostro Paese, con la sua incontenibile immondizia chimica e nucleare.

 

 
 
 
Agli scettici, a parte il decreto legislativo del 4 marzo 2014, emanato da Napolitano,  si raccomanda la lettura di un illuminante documento dell’Enea stilato ad uso del Governo italiano, licenziato espressamente il 3 febbraio 2014 per le Commissioni riunite Ambiente e Industria Senato della Repubblica si legge:
 
«All’art. 3 comma 6 vengono fissate le condizioni alle quali sono soggette le spedizioni, importazioni ed esportazioni di rifiuti radioattivi e di combustibile nucleare esaurito che possono essere smaltiti anche in Paesi Terzi con i quali siano vigenti specifici accordi sotto l’egida della Comunità. Infatti la Direttiva riconosce esplicitamente i possibili benefici di un approccio “dual track”, tendente ad affiancare alla creazione di un deposito nazionale anche un deposito geologico multinazionale condiviso, che possa essere incluso nei programmi di gestione dei rifiuti radioattivi nei vari Paesi Europei. Per quanto riguarda i rifiuti ad alta attività, l’ENEA aderisce all’Associazione privata “ARIUS” (Association for Regional and International Underground Storage, con sede in Svizzera) dalla sua creazione nel 2002, della quale ha anche detenuto per qualche tempo la presidenza e partecipa ai lavori di ERDO-WG (European Repository Development Organisation – Working Group). Tale gruppo ha la proprietà del concetto di deposito consortile europeo condiviso per quelle nazioni che, essendo dotate di modesti inventari di rifiuti nucleari, troverebbero di difficile gestione ed antieconomica la collocazione di tali materie in un deposito definitivo nazionale. La Direttiva, anche per il lavoro di sensibilizzazione svolto da ARIUS presso la Commissione Europea, considera questa opzione anche in caso di destinazione verso Paesi terzi esterni all’Unione, previo accordo con la Comunità (Ch.1 Scope, Definitions and General Principles, art.4, punto 4). Si ritiene necessario sottolineare che l’adesione dell’Italia alla costituzione del consorzio ERDO (European Repository Development Organisation) per lo sviluppo di un deposito geologico profondo regionale condiviso in ambito europeo è una opzione importante sia dal punto di vista politico, che dal punto di vista dell’accettabilità sociale; prevede una strategia ed una decisione a livello istituzionale, anche alla luce di quanto avvenuto in Italia con l’esito del referendum che ha, di fatto, sancito la chiusura del programma nucleare nel nostro Paese e, quindi, il proprio inventario dei rifiuti radioattivi rimarrà nei prossimi anni pressoché stabile».
 

Esaminando una miriade di carte ufficiali (Governo, Sogin, Enea, Unione Europea, Iaea) è facile rendersi conto che dietro a tutto si profila un unico intento, mascherato a parole dalla sicurezza ambientale, vale a dire, il profitto economico a tutti i costi quel che costi.

 

Dagli anni ’50 non è cambiato nulla, sempre a prendere ordini dagli “alleati” angloamericani. Nel 1959 ad Ispra in provincia di Varese, viene allestito il primo reattore nucleare (impianto di ricerca poi regalato all’Europa): è la premessa per la produzione di energia generata dall’atomo, senza valutare le conseguenze ambientali e sanitarie, sul territorio e da danno della popolazione. Così l’Italia eterodiretta per volere di Washington innalza le sue centrali in luoghi inidonei, con il fine certo di produrre energia elettrica, ma al contempo plutonio, utile per le bombe atomiche. Latina con il reattore a grafite e uranio. Trino Vercellese e Garigliano alimentate dall’uranio arricchito. Nel 1980 giunge anche Caorso, in mezzo al Po, un impianto che funziona con gli stesso combustibili del Garigliano. Nel frattempo, dal 1963 è attiva anche la centrale nucleare militare, ovviamente segreta del Camen, oggi Cisam, ed una miriade di reattore nucleari di ricerca: università di Palermo, Milano, Padova, Pavia. L’Italia non aveva e non ha una politica ecologica di smaltimento della spazzatura nucleare. Non a caso – attesta la banca dati internazionale Iaea – nel 1967 inabissa i primi 23 metri cubi di scorie nucleari, consentendo in seguito ad alcuni Stati europei che vanno per la maggiore (Germania, Francia, Svizzera, ad esempio) di inabissare nel Mediterraneo di tutto e di più.

 
A metà degli anni ’60 il Governo italiano realizza in Basilicata il primo cimitero nuclere, machedrabdolo con un centro di ricerca, prima dle Cnen, poi dell’Enea. Alòla Trusaia. a parte l’Itrec, ha operato attivamente l’Eni con una fabbrica di combustibili nucleari in società con un’azienda del governo inglese, ossia l’UKAEA. Le 86 barre dell’Elk River cedute da Washington – 20 soltanto riprocessate – sono ben altra cosa cosa, ovvero il ciclo uranio-torio. L’Eni ai magistrati ha sempre negato la produzione di plutonio alla Trisaia. Ma a luglio del 2013, in un’operazione quasi segreta, sono stati portati via da questo centro atomico in Lucania, ben 20 chilogrammi di uranio e plutonio, poi imbarcati su una nave diretta negli Stati Uniti d’America. Obama al recente vertice europeo di fine marzo ha ringraziato i maggiordomi della repubblichetta delle banane, per la cessione gratuita del materiale strategico. Appunto: quanto plutonio è stato prodotto dalle 5 centrali nucleari italiane? A proposito mister Napolitano, dove è finito?
 
Ma chi si è arricchito realmente con l’affarone dell’atomo nel belpaese? Vediamo un pò: prevalentemente società nordamericane e inglesi: General Electric, Westinghouse, Abb, Ukaea, Eni, Enel, Fiat. A pagare in termini economici nonché di perdita di salute è soltanto la popolazione, che non ha avuto benefici di alcun genere. Infatti l’attività di decomissioning viene finanziata dall’ignaro contribuente italidiota attraverso la componente A 2 della tariffa elettrica (la bolletta della luce). Lo hanno stabilito il Decreto interministeriale 26 gennaio 2000, la legge 83 del 2003 e il decreto interministeriale 3 aprile 2006.
 
Nel 1999 lo Stato ha inventato la Sogin per il decommissioning, inserendola nel portafoglio del ministero del tesoro. Nel 2010 la Corte dei Conti ha bocciato la gestione Sogin, oggi in nettissimo ritardo sulla tabella di marcia. In ogni caso, le ecomafie di Stati e le multinazionali del crimine ringraziano lo Stato tricolore. Tanto pagano sempre i “fessi”. A proposito Matteo Renzi, che ne sarà della centrale nucleare della Difesa, in riva al Tirreno in quel di Pisa?
 

  RIFERIMENTI:

 

 
 
Tratto da:http://www.informarexresistere.fr
L’EUROPA HA DECRETATO: L’ITALIA AVRA’ NON 1 MA 7 DEPOSITI DI SCORIE NUCLEARI
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L'AUSTRIA SE NE FREGA DELLA UE (DI CUI FA PARTE) E SIGLA ACCORDO CON LA RUSSIA PER GASDOTTO DA 32 MILIARDI DI METRI CUBI

Pubblicato su 29 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

LONDRA - I parassiti di Bruxelles da un po di tempo giocano a fare gli imperialisti tant'e' che dopo aver creato disordini in Ucraina adesso stanno facendo di tutto per costringere Serbia e Bulgaria a fermare il progetto del South Stream che consentirebbe di trasportare gas dalla Russia all'Europa senza passare per l'Ucraina.

Tale politica ha lo scopo di isolare la Russia ma fino ad ora gli unici che rischiano di pagarne il prezzo sono i cittadini europei visto che esiste il rischio concreto di un taglio delle forniture che creerebbe enormi danni economici senza contare i tanti che questo inverno potrebbero morire assiderati e questo e' chiaramente inaccettabile.

Per fortuna c'e' chi ha detto di no e a tale proposito il governo austriaco proprio in questi giorni ha firmato un'accordo con la Russia che prevede la creazione di una societa' che avra' lo scopo di costruire un gasdotto in Austria che potra' trasportare 32 miliardi di metri cubi di gas direttamente dalla Russia.

Tale societa' sara' posseduta per meta' dalla Gazprom e per l'altra meta' dalla societa' austriaca OMV. I lavori per la costruzione di questo gasdotto inizieranno nel 2015 e iniziera' ad essere operativo nel 2017.

Questa decisione ovviamente non andra' a genio ai burocrati di Bruxelles e sicuramente faranno di tutto per punire l'Austria ma il governo austriaco ha deciso di andare avanti per la sua strada e fare gli interessi dei propri cittadini.

D'altra parte nessuno tra coloro che appoggia le sanzioni e' riuscito a spiegare dove i paesi europei dovrebbero approvigionarsi qualora decidessero di boicottare la Russia e chiunque abbia un poco di cervello capirebbe che costruire impianti per importare gas liquefatto o sfruttare giacimenti di gas di scisto non sarebbero una soluzione fattibile non solo perche' ci vorrebbero anni ma anche perche' i rischi ambientali sarebbero altissimi.

Per questo motivo sarebbe opportuno che gli altri paesi, a cominciare dall'Italia, prendessero esempio dall'Austria e iniziassero a ignorare i diktat dei parassiti bi Bruxelles.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra.

Tratto da:http://www.ilnord.it

L'AUSTRIA SE NE FREGA DELLA UE (DI CUI FA PARTE) E SIGLA ACCORDO CON LA RUSSIA PER GASDOTTO DA 32 MILIARDI DI METRI CUBI
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Paolo Maleddu: “Non pagherò più le tasse”: si autodenuncia ad Agenzia Entrate

Pubblicato su 29 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

ORISTANO – “Non pagherò più le tasse, è ingiusto“. Paolo Maleddu si autodenuncia all’Agenzia delle Entrate e avvisa il fisco: dal 30 maggio non presenterà più la dichiarazione dei redditi e non pagherà più alcun genere di tributo, tassa o sanzione allo Stato italiano.

Maleddu, 63 anni e originario di Oristano, ha presentato un’autodenuncia alla direttrice dell’Agenzia delle Entrate e al procuratore della Repubblica presso il tribunale di Oristano, Andrea Padalino Morichini. L’uomo è autore di alcuni libri sul sistema monetario internazionale e teorico della “Grande truffa” dei banchieri per indebitare i popoli e appropriarsi delle loro ricchezze oltre che attivista di movimenti indipendentisti e di comitati antisfratto, antitasse e anti Abbanoa.

Nella denuncia di sette pagine protocollata il 5 giugno scorso alla cancelleria della Procura, Maleddu spiega che non intende in alcun modo sfuggire ai suoi doveri di cittadino, ma che anzi vuole contribuire a fare chiarezza su un sistema di emissione monetaria basato sulla frode ai danni di cittadini inconsapevoli.

E comunque mette le mani avanti spiegando che di fronte a “nuove vessatorie ingiunzioni fiscali non dovute” si vedrà “costretto a procedere direttamente nei confronti della persona fisica che si prenderà la responsabilità di firmare gli atti chiedendo un adeguato risarcimento per i danni materiali e spirituali, passati e futuri, ingiustamente subiti”.

Tratto da:http://www.blitzquotidiano.it

Paolo Maleddu: “Non pagherò più le tasse”: si autodenuncia ad Agenzia Entrate
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RENZI SERVO DELLE BANCHE: CON UN DECRETO LEGALIZZA L’ANATOCISMO. OVVERO L’USURA. LA DENUNCIA DI GIORGIA MELONI

Pubblicato su 28 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Esplora il significato del termine: anche, tornano gli interessi sugli interessi, scoppia il caso
Nel decreto sulla competitività il calcolo oltre un anno. Boccia: via gli errori

ROMA – Il caso lo solleva a metà pomeriggio Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia: «La banche ringraziano Renzi per il nuovo regalo: nel decreto legge per il rilancio delle imprese infilano l’anatocismo. Gli italiani pagheranno gli interessi sugli interessi». A sera gli replica Francesco Boccia, del Pd: «Nessuna allarmismo, Matteo Renzi non c’entra. Modificheremo eventuali errori in Parlamento e poi l’anatocismo è stato abolito grazie al Pd e alla mia proposta di legge». Ma cos’è questo anatocismo? Il fatto di pagare gli interessi non solo sulla somma originaria ma anche sugli interessi calcolati nel corso del tempo. Applicato a chi ha il conto in rosso, ha portato ad una montagna di cause ta consumatori e banche. E, almeno nelle intenzioni, era stato vietato con l’ultima legge di Stabilità, quella fatta approvare sotto Natale dal governo Letta. Ma adesso rispunta fuori, regolamentato dal decreto legge sulla competitività, quello appena firmato dal Capo dello Stato.

UN DIVIETO POCO CHIARO

Dice l’articolo 31 di quel testo che il Comitato per il credito e il risparmio «stabilisce modalità e criteri per la produzione, con periodicità non inferiore ad un anno, di interessi sugli interessi». Con questa norma gli interessi sugli interessi andrebbero calcolati di anno in anno e non più di tre mesi in tre mesi come avveniva in passato. Il meccanismo, dunque, avrebbe un impatto meno forte ma ci sarebbe comunque. In realtà il divieto previsto a dicembre dalla Legge di Stabilità, con un emendamento approvato all’unanimità e nato da un disegno di legge firmato oltre che da Boccia anche dai futuri ministri Marianna Madia e Maria Elena Boschi, non era così chiaro. Non aboliva l’anatocismo – dicono al ministero dell’Economia – e per questo serviva una norma che facesse chiarezza. Che la vecchia norma non fosse chiara è vero. Tanto che in sei mesi lo stesso Comitato per il credito e il risparmio non ha emanato i criteri che avrebbe dovuto fissare. «Ma in alcuni casi, come per la sesta sezione del tribunale di Milano, – spiega l’avvocato Marcello Pistilli, esperto in diritto bancario – è prevalso l’orientamento a interpretare quella norma come un divieto assoluto di anatocismo, anche nella forma delle periodicità di un anno che qui viene ripresentata». Il decreto adesso arriva in Parlamento. E ci sarà materia di discussione.

Tratto da:http://www.grandecocomero.com

RENZI SERVO DELLE BANCHE: CON UN DECRETO LEGALIZZA L’ANATOCISMO. OVVERO L’USURA. LA DENUNCIA DI GIORGIA MELONI
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L'ITALIA ALLA ROVESCIA: RENZI SCOPRE LA CENTRALITA' DELL'INDUSTRIA E AZZERA LA " SINISTRA FINANZIARIA " DEGLI ANNI '90 ? IL FINANCIAL TIME…..

Pubblicato su 28 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

L’industria, la produzione di beni reali al centro della strategia del governo a guida PD? Nel caso del vecchio Prodi il camaleontismo e lo scippo sono evidenti – il premier dell’euro e della svendita della SME pretende di essere creduto mentre ruba al centrodestra una filosofia produttivistica di cui ha sempre rappresentato la negazione assoluta. Nel caso di Renzi potrebbe essere qualcosa di diverso, a metà tra la sfida verso il nuovo e il recupero di una tradizione industrialista che peraltro fu già, e non sempre dal versante esclusivo delle ‘masse popolari’, del PCI. Una “rivoluzione” eventuale insomma, quella di Renzi, su cui nessuno puo’ giurare pena il rischio di scottature terribili.

 

La “rivoluzione copernicana” di Occhetto e il suo esito: la sinistra finanziaria degli anni Novanta

 

Tutto comincia alla fine degli anni Ottanta, quando Occhetto ultimo segretario del PCI e primo segretario postcomunista lancia la sua rivoluzione copernicana. Prima ancora della Bolognina (12 novembre 1989), e subito dopo un viaggio dell’ultimo segretario del PCI negli Stati Uniti, il destino del Partito “di Longo Togliatti e Berlinguer” era segnato. A New York Occhetto aveva incontrato molta intelllighentzia progressista che avrebbe affiancato Clinton alla Presidenza, e anche personalità come David Rockfeller e Edgar Miles Bronfman: banche e lobby insomma, per dirla alla Walt-Mersheimer. Il segretario tornò felice in Italia, si fece intervistare da il manifesto, e lì annunciò (o forse ribadì) la sua rivoluzione, da lui stesso definita, per l’appunto, copernicana: basta con Andreotti e il CAF, basta con la triade San Francesco Garibaldi Gramsci, rinnoviamo il partito. Poi l’Unione sovietica fu disciolta, il muro crollò (sono fatti, non lutti) e il PCI non si rinnovò ma scomparve. Nacque il partito della Quercia, un simbolo della massoneria come ebbe a denunciare un anziano compagno della sezione San Lorenzo di Roma nella breve fase del fronte del no alla svolta. E fu oggettivamente (è un fatto, ed anche un lutto) un disastro: la ‘sinistra finanziaria’ rimpiazzò la vecchia sinistra popolare del PCI.

 

Negli anni Novanta la sinistra finanziaria si macchiò di delitti sociali e politici incredibili. Tutte le peggiori nefandezze italiche dell’epoca postbipolare furono pensate ed attuate infatti dal neonato Pds e dal suo campo allargato, l’Ulivo: dal sì alla riforma delle pensioni alle privatizzazioni, dal lavoro interinale del Pacchetto Treu all’invenzione della cosiddetta autonomia universitaria (tramite per la transizione degli Atenei dal costituzionale sostegno pubblico, ai lacci e lacciuoli dei finanziamenti privati) alla infame guerra contro la Jugoslavia, imposta dalla Madeleine Albright con la truffa dei Protocolli di Rambouillet, quel ‘trattato’ coloniale con cui si pretendeva da Milosevic l’impossibile sì allo scorrazzamento delle truppe e della bandiera NATO non solo nel Kosovo ma in tutto il territorio della piccola Jugoslavia. La Jugoslavia prima fatta a pezzi e gettata nell’odio interetnico con la primaria complicità della Germania e del Vaticano, e poi bombardata: forse era la punizione del FMI e della finanza internazionale, alle cui politiche vessatorie Milosevic si era opposto; di certo fu la morte prima ancora che del socialismo titoista – non è questo che qui interessa - del Diritto internazionale, di regole certe nelle relazioni internazionali. Da allora in poi progetti di balcanizzazione e guerre civili sarebbero dilagate in molte altre parti del mondo. Altro che ‘fine della storia’ ..

 

L’anima industrialista di Forza Italia

 

All’epoca Berlusconi, il cui primo governo del 1994 era stato bruciato dalla rottura improvvisa con la Lega, non aveva ancora maturato una politica estera di prudente mediazione alternativa alla deriva imposta ai governi europei dall’oltranzismo occidentale: l’attenzione a Putin – il cui astro sarebbe emerso solo alla svolta del secolo – e l’alleanza con Gheddafi erano di là da venire. Tuttavia in politica interna un nuovo segnale lo aveva dato, in un’epoca storica in cui la crisi irreversibile del modello sovietico aveva trascinato con se quella della stessa socialdemocrazia occidentale, rafforzatasi durante la guerra fredda proprio grazie alla sponda-minaccia sovietica.

Una battuta di Berlusconi aveva cominciato infatti a circolare sui media all’epoca dell’invenzione di Forza Italia, in evidente polemica con la sinistra a guida debenedettiana: si riferiva e puntava a un capitalismo diverso da quello che spostava capitali da “una cassaforte all’altra”, diverso perché proteso a produrre ricchezza reale invece che al mero accumulo di danaro lungo i binari della speculazione. Erano gli anni del licenziamento di migliaia di operai della Olivetti, la cui filosofia produttivistica e solidaristica scompariva dopo la morte del suo fondatore, evaporando nella prediletta dimensione finanziaria del suo erede. Antica storia, antica dialettica tra capitale industriale e finanziario quella dagli anni Novanta ad oggi, che attraversa (almeno) tutta l’età del mondo moderno e contemporaneo, con interi periodi che mutatis mutandis possono ricordare quello attuale: non solo la crisi del ’29, ma prima ancora il dominio dell’ “aristocrazia finanziaria” sulla borghesia degli atelier e sul proletariato nella Francia di Luigi Filippo (Marx), e il dominio della City sul capitalismo industriale inglese nella seconda metà dell’Ottocento (Berta).  Alla svolta del secolo il rapporto tra capitale finanziario era 10 a 1, una decina di anni dopo 20 a 1 – grazie al dilagare della moneta elettronica – e oggi chissà …

 

La controrivoluzione copernicana di Renzi e i suoi ostacoli

 

Ebbene, cosa sta accadendo in questi giorni? Che se Prodi bluffa (vedi tra l’altro la proposta delle Fondazioni in aiuto alle imprese minori in crisi), se il Prodi della Sme, nemico dell’industria di Stato, difensore della Banca d’Italia privata (riforma dello Statuto di palazzo Koch del dicembre 2006, a vanificazione della legge 262 del 2005 che puntava a ripristinare l’egemonia del capitale pubblico nell’azionariato della Banca centrale) finge di aver abbandonato il campo della finanza speculativa, Renzi – posto che il suo intento dichiarato sia sincero – si trova di fronte ad ostacoli a prima vista insormontabili.  La filosofia economica accennata come una vera e propria rivendicazione da lui e dai suoi ministri e leaders PD – “colpire le rendite finanziare” per favorire la ripresa - è assediata dalle fronde interne al governo e alla maggioranza e da potentissimi nemici esterni, quelli stessi che peraltro controllano le strategie dell’Unione Europea e della BCE.

Dopo quelli che oggettivamente sono stati solo accenni e misure parziali (gli 80 euro), il bivio di fronte a Palazzo Chigi e al Parlamento riguarda infatti, come sempre negli ultimi anni, il dove trovare le risorse per finanziare la ripresa. E le vie sono tre, o per meglio dire due: o nuovi tagli alla spesa pubblica, distruggendo altri pezzi di Stato sociale col sempre più debole alibi degli sprechi (che esistono, ma sono la minima parte del problema); o procedere sulla stessa linea di colpire il Bene pubblico, promuovendo altre privatizzazioni dopo quelle criminali dell’11 luglio 1992 che rapinarono l’intera industria di Stato al Popolo italiano. Oppure – e questa sarebbe l’alternativa vera alle prime due - ridurre veramente le rendite della grande finanza speculativa, andando però oltre una mera tassazione (una Tobin tax del tutto vacua e inefficiente) e affrontando i due problemi chiave che incombono sulla possibilità di una vera ripresa dell’economia italiana: il Debito, gravato di interessi sugli interessi al 90 per cento, e l’emissione monetaria. Soltanto muovendosi in questa direzione si potranno trovare le risorse necessarie a finanziarie per il rilancio dell’economia. Senza questi due passaggi anche l’uscita dall’euro non servirebbe alla ripresa se non come possibilità di giocare sulla svalutazione e sui tassi di cambio.

 

I limiti della critica solo giuridica all’assenza di sovranità monetaria

 

Domanda: quale sarà l’opzione del governo Renzi? Implementare veramente la sua filosofia produttivistica sul terreno del Debito e del potere-controllo da parte dello Stato sull’emissione monetaria, sia pure restando all’interno dell’euro? E se sì, sarà percorribile questa strada?  I dubbi e le incognite sono tante, dal Quirinale ai media ai partiti presenti in Parlamento alle invidie contro il giovane Renzi. Esistono però quattro certezze positive.

 

La prima è che il problema della sovranità monetaria è stato sollevato dalla metà degli anni Novanta ad oggi da diversi partiti di diverso orientamento politico: AN, PRC, FI, IDV, Destra sociale, Mnr. Questo fatto è importante, per rendere vincente la battaglia obbligatoriamente trasversale sull’obbiettivo del Debito e del recupero pieno della sovranità monetaria italiana.

 

La seconda serve peraltro a spiegare quanto appena detto, e riguarda la storia del nostro paese. Alcuni sovranisti tendono a presentare il giusto obbiettivo della sovranità monetaria come una rivoluzione vera e propria, una novità assoluta, una sorta di palingenesi dell’italica umanità.

Non è vero: anche se in modo probabilmente parziale (probabilmente, perché la storia dell’emissione monetaria è, come la storia delle banche, una caverna oscura in cui è difficile addentrarsi), l’Italia ha avuto una sovranità monetaria dal 1936 – il regio decreto che stabiliva che la Banca d’Italia fosse a capitale prevalentemente pubblico – al 1992, l’anno della privatizzazione delle BIN- banche di interesse nazionale interne all’IRI e dunque indirettamente della stessa Banca d’Italia. Oggi tutti i guadagni (sic: Krugman, Allais e altri) dell’emissione di euro vanno a due banche private, la BCE e la Banca d’Italia. Basta recuperare la nostra storia, quella dell’Italia fascista e repubblicana fino al 1991, per compiere una ‘rivoluzione’ che in realtà è solo una restaurazione, la stessa tentata invano nel 2005 con la legge 262 del governo Berlusconi.

La storia insomma – una storia spesso dimenticata dalle critiche di ordine meramente giuridico all’assenza di sovranità monetaria dell’Italia – sarebbe dalla parte di Renzi e del Popolo italiano se si decidesse di statizzare, dentro o fuori l’euro, come quota di euro o come produzione di nuove lire, l’emissione monetaria. Una statizzazione, ben inteso, che non ha nulla dello statalismo tradizionale: essa anzi sarebbe la premessa non solo per difendere i redditi dei lavoratori dipendenti, ma anche per garantire la ‘libera impresa’, visto che l’ultraliberismo finanziario – lo si è visto negli ultimi anni, con i 419 miliardi del dicembre 2011 regalati dalla BCE alle Banche private e da queste non riversate alle PMI che chiudevano a migliaia i battenti gettando sul lastrico milioni di italiani – rappresenta la morte della “libera impresa” industriale, ipertassata da uno Stato oberato da un Debito inestinguibile se non lo si rinegozia, e privo dei redditi da emissione monetaria.

 

Il quotidiano della City apre alla sovranità monetaria agli Stati?

 

Il terzo fatto da considerare positivamente è che proporre una rinegoziazione del Debito dell’Italia non ha nulla di eversivo sul piano internazionale, e al contrario sarebbe una iniziativa razionale, eticamente fondata (quali i limiti tra l’ interesse e l’ usura?) e di nuovo, confortata dalla Storia. E’ inutile negarlo, se l’Italia ha rischiato o rischia di diventare la Grecia, questo vuol dire che la sfida di fronte al nostro paese è strutturalmente simile – sia pure da un punto di partenza migliore e in situazioni storiche e sociali diverse – a quella vissuta dai paesi in via di sviluppo negli anni Ottanta, quando il FMI pretendeva di imporre cambiamenti radicali alle loro economie già minate dal tradizionale sottosviluppo delle regioni extraeuropee. Non solo personalità radicali come Thomas Sankarà e Fidel Castro, ma anche Papa Giovanni Paolo II si schierò dalla parte dei paesi africani e asiatici in crisi da Debito da caro-petrolio, aggravato dal meccanismo diabolico dell’anatocismo. Sarebbe utile dunque recuperare certa tradizione cristiana: non è necessario al proposito alcun tradizionalismo cattolico, basta ragionare cristianamente sulla immonda ingiustizia compiuta da un esigua minoranza ai danni dell’intera umanità, e nello specifico, dei Popoli europei. Certo, questo percorso è rischioso e irto di ostacoli, ma ecco l’ultimo dato su cui ragionare in positivo.

 

E’ il quarto e ultimo fatto, per me sconvolgente perché apre scenari imprevedibili, un ‘campo’ in cui giocare la partita storica del recupero della sovranità monetaria. Si tratta di un articolo sul Financial Times del 27 aprile scorso (lo si trova sul sito acobraf di Giovanni Zibordi), a firma Martin Wolf  - uno dei più preparati e noti giornalisti-economisti, e dunque una voce autorevole su una testata autorevole – e nel quale si legge questo interessante passaggio:

 “In primo luogo lo Stato, non le banche, dovrebbe creare tutta la moneta per le transazioni, così come oggi crea il denaro contante. I clienti terrebbero i propri soldi nei conti correnti, e pagherebbero alle banche una tariffa per la loro gestione.

In secondo luogo, le banche potrebbero offrire dei conti di investimento, che fornirebbero i prestiti. Ma potrebbero prestare solo i soldi effettivamente investiti dai clienti. Sarebbero impediti dal poter creare questi conti dal nulla e così diventerebbero gli intermediari che ora molti credono erroneamente che siano …

In terzo luogo, la banca centrale creerebbe nuova moneta quando questa si mostrasse necessaria per promuovere la crescita non inflazionistica. Le decisioni sulla creazione di moneta dovrebbero, come ora, essere prese da un comitato indipendente dal governo…”

 

E’ il Financial Times, ripeto, che ha ospitato questo articolo favorevole alla statizzazione dell’emissione monetaria e a una prassi di emissione di sapore addirittura keynesiano: evidentemente c’è una parte dei poteri bancari che è pronta a cedere almeno i diritti di emissione, sia pure a una Banca diretta – aggiunge Martin Wolf – da un “istituto autonomo” o peggio "indipendente". I motivi di questa apertura possono essere vari: uno sta probabilmente nella precisazione appena accennata, che potrebbe far rientrare dalla finestra i difetti della situazione attuale. Ma ci possono essere ragioni anche diverse, che potrebbero richiamare scenari geopolitici e interbancari come possibile contropartita del ‘cedimento’. Non è il caso di approfondire qui. E’ solo da sottolineare che, con i suoi limiti di voce nel deserto, la sortita del Financial Times può essere interpretata come un via libera alla restaurazione della sovranità monetaria dello Stato italiano. Un ritorno al passato, pieno di ostacoli e di insidie, per vincere le difficili sfide del futuro riportando la Politica al comando dell'economia monetaria, e il capitalismo produttivo  al comando della finanza speculativa..

 

 

Claudio Moffa

Tratto da: http://www.claudiomoffa.info

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“Per evitare che la crisi degeneri siamo tutti chiamati a fare dei sacrifici…”

Pubblicato su 28 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

……Chi può mai aver detto una frase simile? Che sia stato il Berlusca? No, siamo lontani, che l’abbia pronunciata un certo Mario Monti? Nemmeno per sogno, l’ha detta il nostro presidente: “Per evitare che la crisi degeneri siamo tutti chiamati a fare dei sacrifici…” (Giorgio Napolitano, 19 luglio 2012). nemmeno due anni fa. Il punto è uno, noi sacrifici(volenti o nolenti) siamo stati costretti a farli, ma loro, hanno fatto qualcosa? Milleduecento (1.200) stanze, per un solo (anche se prestigioso) inquilino, non sono troppe? E il relativo esercito (nonostante il taglio, voluto da Napolitano di 460 persone) composto da 1.720 dipendenti, tra i quali 16 guardie forestali, 260 corazzieri e 21 vigili, tutti per la medesima persona,non sono tante? Chissà perchè, il Quirinale (ci) deve costare 228 milioni, mentre la Casa Bianca, ossia una nazionuccia 5 volte la nostra, costa 136 milioni all’anno, Buckingham Palace ne costa 57, e forse è importante sapere, che nel 2006 per la Presidenza federale tedesca (Stipendio presidente e personale, viaggi all’estero, spese ordinarie e straordinarie compresa la manutenzione delle due residenze di Bonn e di Berlino) furono stanziati 19,3 milioni. Che ne farà, poi di tutte quelle auto, una Lancia Thesis limousine, tre Maserati, due Lancia Thesis blindate, una Lancia Thesis di riserva, due Lancia Flaminia 335 del 1961, e ben 14 auto (una di proprietà 13 in leasing, a disposizione dei Presidenti emeriti della Repubblica, del segretario generale, del segretario generale onorario e dei 10 consiglieri personali del presidente della Repubblica, nonchè 10 automobili di servizio. Capisco che sono situazioni e cose, che Napolitano si è trovato servite, so bene che in testa sua, un buon cappuccino insieme alla

 

sua consorte, servito in un contesto di un centinaio di metri quadri, potrebbe bastare ed avanzare, ma nulla può, contro un’immagine di sfarzo, che da sempre è stata concessa a chi governa. Ma che bello sarebbe se riuscissero a fare un Museo al Quirinale, al presidente, ovviamente un bell’appartamento, magari con qualche stanza in meno, pensate che potremmo ottenere denaro invece che spenderlo. Non solo Quirinale, certo, che dire di quei 104 dipendenti della Camera (documentaristi interpreti, tecnici ragionieri e consiglieri parlamentari) che intascano piu’ del ns Presidente? (piu’ di

238.000 euro) Vabbè, direte voi, ci sono i barbieri, adesso, grazie alla Boldrini, le parrucchiere, che intascano una cifra, gli uscieri che fanno altrettanto, conta qualcosa il fatto che 522 dipendenti di Montecitorio (tra i quali addetti alla vigilanza, commessi e semplici operatori, guadagnino piu’ dei 630 deputati? Pensate che tra Camera e Senato i dipendenti sono più di due mila: 800 a Palazzo Madama, 1540 a Montecitorio.  Insieme, tre volte più numerosi dei deputati: nel 2012 sono costati mezzo miliardo. Ecco dei dati, che il Movimento 5 Stelle ha potuto consultare, alla fine di continue pressanti richieste,Il personale e i livelli retributivi:

I dipendenti pubblici in servizio alla Camera sono 1521, divisi in cinque livelli a cui corrispondono diverse retribuzioni. Al quinto livello troviamo 183 consiglieri parlamentari: 121 generali, 33 con la funzione di stenografi, 18 bibliotecari e 8 tecnici. Questi arrivano a guadagnare fino a 400 mila euro lordi all’anno a fine carriera, dopo 41 anni di servizio. Cominciano guadagnando € 2.920,44 netti al mese, e poi ogni due anni scatta l’aumento di stipendio. Così dopo 25 anni passano a 341, 947 annuali lordi. A cui si aggiunge, per 170 circa di loro, l’indennità di funzione che aumenta secondo il grado. Si parte con circa 3900 euro lordi per il segretario generale fino a scendere sui 600 euro mensili per le qualifiche minori.

Il quarto livello invece riguarda 293 dipendenti pubblici, che comprendono documentaristi, tecnici e ragionieri. Cominciano con uno stipendio di € 1.876,57 netti al mese e dopo 25 anni hanno un guadagno pari a 227 786 lordi all’anno. E a fine carriera arrivano a quasi 270mila euro. Senza dimenticare che 139 di questi godono di un aggiunta mensile, ovvero dell’indennità di funzione.

Il terzo livello: comprende  777 dipendenti che svoglono la professione di segretari, assistenti di settore, infermieri di reparto, coordinatori. Il loro stipendio è di 40 968 euro lordi iniziali all’anno per poi crescere fino a 167 400 euro a fine carriera. Di questi, 118 hanno lo stipendio aumentato grazie all’indennità di funzione.

Il secondo livello è composto da 262  persone tra segretari, assistenti parlamentari, collaboratori tecnici. La retribuzione iniziale è di circa 40mila euro all’anno lordi e a fine carriera arriva a 156mila euro circa.

Il primo livello sono invece gli operatori tecnici. Un assunto risulta alla Camera, che guadagna dopo 25 anni circa 35 644 euro lordi.

Indennità La proposta dei 5 Stelle riguarda anche la riduzione dell’indennità di funzione percepita dai dipendenti di Montecitorio. La spesa attuale complessiva arriva a 4 150 334, 16 euro lordi e l’idea è quella di dimezzarla a 2 594 534, 53 con riduzioni che vanno dal 70% per il segretario generale fino al 30% per i vice assistenti.

“Per evitare che la crisi degeneri siamo tutti chiamati a fare dei sacrifici…” (Giorgio Napolitano, 19 luglio 2012).

 

Tratto da: minonea.wordpress.com

“Per evitare che la crisi degeneri siamo tutti chiamati a fare dei sacrifici…”
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La Grecia svende tutto per pagare il pizzo alla Troika

Pubblicato su 28 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI

La Grecia si vende tutto. Isole, porti, aeroporti, strade e anche acquedotti. Miliardari, è l’ora dei saldi! Il più grande programma di cessione al mondo è partito. Con il 27% di disoccupazione, il 50% di disoccupazione giovanile e il 180% di debito pubblico sul Pil, la Grecia privatizza per fare cassa. Questo è il prezzo per ripagare i 247,5 miliardi che l’Unione Europea avrebbe speso per salvarla dalla bancarotta. Anche l’Italia ha dato il suo contributo ma la cifra versata, chi dice 10 chi 50 miliardi, non è del tutto chiara. Quello che è chiaro e che dalle privatizzazioni devono essere recuperati non meno di 22,3 milioni di euro entro il 2020, due anni fa erano cinquanta i miliardi da incassare entro il 2015 per abbassare il debito pubblico.

La lista dei beni censiti che dovranno essere messi in vendita è lunga: 38 aeroporti, 12 porti, una compagnia del gas e una elettrica, le ferrovie, le poste, ben quattro centri termali, un tratto di autostrada da 700 chilometri, l’Hellenic Petroleum, almeno cento porti turistici, un castello a Corfù e centinaia e centinaia di ettari di terreno sulle spiagge. Lo segnala il quotidiano della sinistra francese Liberation, ma è tutto verificabile consultando il sito dell’Ente ellenico per la valorizzazione delle proprietà dello Stato (Taiped).

La Cina è pronta a comprarsi tutto. Con soli 6,5 miliardi sono stati firmati 19 accordi economici che coprono export, trasporti marittimi, aerei e terrestri, cantieristica navale, addirittura è stata comprata una partecipazione nella quota della società di produzione greca dell’olio di oliva. E pensate che in Grecia sta facendo shopping perfino l’Azerbaigian, che ha investito 400 milioni di euro per l’acquisto del 66% della Desfa, filiale della Depa (società greca del gruppo pubblico produttore di gas), e ha raggiunto un importante accordo per il gasdotto Tap(Trans Adriatic Pipeline) che porterà il gas naturale del giacimento azero di Shah Deniz sino alle coste italiane, attraversando l’Adriatico.

Il paese, grazie a questi sforzi, potrebbe ritornare a crescere nel 2016, profetizzano il Fmi e l’Unione Europea. Il Primo ministro greco Samaras è contento, il popolo con questa svendita obbligata dalla Ue, Bce e dalla Troika, un po’ meno. Ormai i greci dopo migliaia di proteste sono rassegnati. Benvenuti in Grecia, laboratorio europeo del capitalismo del disastro!

Tratto da:www.mondoallarovescia.com)

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I pensionati italiani i più tassati in Europa: dal 2008 ad oggi persi 1400 di potere d’acquisto

Pubblicato su 28 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Dal 2008 ad oggi, ossia in soli sei anni, ipensionati italiani hanno perso 1419 euro di potere d’acquisto, oltre 118 euro al mese. Chiunque sia andato al governo, negli ultimi sei anni, centro-destra, centro-sinistra, larghe intese, governi tecnici, pur dichiarando di voler difendere i più deboli, hanno dato loro sempre in testa.

 

Bastonate a non finire per i pensionati, come riferisce il presidente di Confesercenti, Marco Venturi.

L’Italia è il solo Paese in Ue in cui i pensionati pagano in proporzione più tasse di quando erano attivi. Accade così che il pensionato subisca un maggior prelievo rispetto al dipendente e che tale extra imposta sia più forte tanto più la pensione è bassa: 72 euro per una pensione pari a tre volte il minimo e 131 rispetto alle pensioni d’importo inferiore. Nel resto d’Europa non è così – continua Venturi – anzi, avviene il contrario. In tutti i Paesi, a parità di reddito, un pensionato paga in misura inferiore del dipendente.

I nostri pensionati sono i «più tartassati d’Europa», continua Confesercenti: basta confrontare quanto paga un italiano rispetto ai suoi colleghi europei:

Su una pensione corrispondente a 1,5 volte il trattamento minimo Inps, un italiano paga in tasse il 9,17% dell’assegno previdenziale, mentre i suoi colleghi di Germania, Francia e Spagna e Regno Unito nulla. Il pensionato italiano è soggetto ad un prelievo doppio rispetto a quello spagnolo, triplo rispetto a quello inglese, quadruplo rispetto a quello francese e, infine, incommensurabilmente superiore a quello tedesco: si va dagli oltre 4 mila euro sopportati dal pensionato italiano ai 39 a carico del pensionato tedesco!

Tratto da:www.controcopertina.com

I pensionati italiani i più tassati in Europa: dal 2008 ad oggi persi 1400 di potere d’acquisto
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