Blog di frontediliberazionedaibanchieri

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

La guerra dei Brics al Fondo Monetario Internazionale: le prossime tappe

Pubblicato su 12 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

C'è chi ha ormai smesso di giocare con le regole imposte dal "Washington consensus"

 
di Ludovica Morselli
 
Il progetto risale già al 2013 ma è di qualche giorno fa l’ufficializzazione della creazione di una nuova banca dei BRICS. L’intento è sostituire il Fondo Monetario Internazionale che spesso non ha risparmiato loro diversi problemi, ma anche i pilastri del sistema finanziario internazionale, come la agenzie di rating che praticano il famigerato downgrading un giorno sì e l’altro pure. 
 
I BRICS non ci stanno e si smarcano da queste istituzioni (un po’ obsolete) e se ne creano di loro. Effettivamente il potere ce l’hanno. Dopo aver assistito alla fuga di capitali degli investitori dalle economie emergenti provocare gravi conseguenze al potere delle loro monete, e in mezzo a previsioni di ritirata da parte degli USA sul loro programma di espansione economica; i BRICS sono corsi ai ripari e hanno creato la New Development Bank. Questo il nome scelto per la banca dei cinque colossi che si troveranno a metà Luglio in Brasile per il sesto BRICS summit per decidere i dettagli. Intanto sono già state poste le prime basi al progetto: a parlarne è il ministro delle Finanze russo Siluanov che rivela che la sede del “mini FMI” sarà a Shanghai, dunque niente Mosca ma ai russi probabilmente non è mai interessata la sede e comunque questo significherà che in cambio vorranno una bella poltrona importante in dirigenza. 
Il capitale sarà un massimo di 100 miliardi di dollari dunque nei prossimi sette anni ognuno contribuirà con 2 miliardi di dollari. La banca sarà operativa per il 2016 e il suo governatore verrà rieletto ogni cinque anni, intanto la Russia spinge per la creazione di un’associazione energetica per garantire approvvigionamenti sicuri e regolamentazione del mercato, o meglio possiamo dire che Putin vuole sfruttare questo nuovo progetto per assicurarsi una nuova porzione di mercato per il suo prezioso gas.
 
In realtà, una delle caratteristiche più interessanti è il fondo di cui disporrà la New Development Bank: in caso uno dei membri si trovi in difficoltà in termini di fuga di capitali o rischio di deprezzamento della moneta, potrà ricorrere a questo salvagente.  Se vi suona familiare è perché l’idea di questo fondo è stata copiata dal FMI che ne prevede uno nel suo statuto dalla sua creazione nel 1945. Difficile non intuire la non troppo sottile provocazione. Ad ogni modo, il fondo verrà così finanziato: 41 miliardi di dollari li metterà la Cina, 5 miliardi il Sud Africa mentre Russia, Brasile e India metteranno ognuno 18 miliardi di dollari in riserve ufficiali. 
 
Insomma i BRICS non ci stanno più ai trattamenti preferenziali che il FMI ha riservato ai paesi occidentali concedendo loro grande influenza dirigenziale lasciando invece loro inascoltati e sottovalutati. E allora fanno le valigie e se ne vanno. Il sotto segretario del Ministero degli Esteri brasiliano, José Algredo Graça Lima, ha dichiarato: “Il compimento di questo progetto dimostra la forte volontà dei BRICS di rafforzare e intensificare la loro partnership economica e finanziaria”, come dire l’unione fa la forza. 
 
Questo è uno degli ultimi affondi dei BRICS, che si fanno finanziariamente veramente pericolosi. Infatti è notizia ormai degli ultimi mesi della loro guerra aperta contro il dollaro. Cina e Brasile già un anno fa si erano accordate per eseguire le loro transazioni nelle rispettive monete e non più in dollari, e negli ultimi mesi la Cina ha coinvolto anche la Russia per fare lo stesso. Il dollaro viene usato per l’87% delle transazioni internazionali ma di questo passo la percentuale è destinata a scendere drasticamente, intanto lo yuan a fine 2013 ha superato l’euro come moneta utilizzata nelle transazioni internazionali. Questa politica sta contagiando anche gli europei:  il governatore della Banca Centrale francese Noyer, sta valutando di utilizzare lo yuan e non più il dollaro come valuta per gli scambi internazionali. Noyer infatti non ha affatto gradito la salatissima multa da più di 8 miliardi di dollari alla Bnp Paribas da parte delle autorità americane perché ha intrattenuto relazioni finanziarie con Cuba, Sudan, Iran sottoposti a embargo. 
 
Dunque la situazione si sta facendo incandescente ed è chiaro il divorzio con il FMI e le tradizionali istituzioni internazionali che hanno fatto l’errore di sottovalutare i BRICS e non prestare loro sufficiente attenzione mentre loro acquisivano potere rafforzando la loro coalizione. I BRICS con questo nuovo progetto hanno dimostrato che giocano con le loro regole e in sordina incassano punti.
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
La guerra dei Brics al Fondo Monetario Internazionale: le prossime tappe
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L'INDICE DOW JONES A 17,000: L'IMPENNATA VERSO UN (NUOVO) DISASTRO FINANZIARIO

Pubblicato su 11 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

DI NICK BEAMS

wsws.org

La crescita della media industriale dell' Indice Dow Jones di Wall Street ad un massimo storico senza precedenti di oltre 17,000 punti la scorsa settimana è un ulteriore segnale delle contraddizioni esplosive sviluppatesi all' interno del sistema finanziario Americano e Globale.

Da quando, il 9 Marzo 2009, raggiunse il suo minimo a 6.547 in seguito al crollo finanziario del Settembre 2008, il Dow è incrementato di oltre 10,000 punti, ed è ora ad oltre il 250 % di quanto era appena cinque anni fa.

 Contemporaneamente, in seguito alla recessione ufficiale del Dicembre 2007 fino al Giugno 2009, il Prodotto Interno Lordo degli USA ha sperimentato il suo peggior "recupero" di un qualunque periodo analogo dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, con risultati che crollano di quasi il 3 % nel primo quadrimestre di quest' anno.


 

 Gli investimenti nell'economia reale rimangono stagnanti, mentre le corporazioni accumulano valuta piuttosto che espandere le attività produttive, ed usano il denaro per avviare manovre di riacquisto delle quote, o in fusioni ed acquisizioni ed altre operazioni finanziarie di matrice parassitaria.

A livello internazionale, la situazione non è migliore o, in alcuni casi, addirittura peggiore. Larghe porzioni delle economie di paesi avanzati stanno attraversando una stagnazione o una netta recessione. L' Eurozona, quanto a risultati, è molto lontana dai livelli del 2007.

Secondo le proiezioni della Bank for International Settlements (BIS), un consorzio delle Banche Centrali Mondiali, gli indici delle maggiori economie è a circa l' 8 % al disotto di dove dovrebbe essere se il trend pre-2008 fosse proseguito. 
Nei cosiddetti "mercati emergenti", un tempo osannati come i salvatori della economia mondiale, vi è un crescente nervosismo sullo stato dei mercati finanziari, nel timore che un massivo prelievo di moneta corrente, altamente esposta ad una qualsiasi impennata dei tassi di interesse nelle economie progredite, potrebbe provocare un altro crollo finanziario globale.

Pur attraversando una crescita al tasso di circa il 7,5 % annuo, la Cina è diffusamente ritenuta come altamente vulnerabile allo scoppio della bolla finanziaria creata dalla enorme espansione del credito nel 2008. E' stato stimato che negli ultimi sei anni il credito cinese ha raggiunto un ammontare equivalente alle finanze dell' intero sistema bancario USA.

E tuttavia, in questo orribile scenario, i mercati azionari globali e Statunitensi, foraggiati dalle iniezioni di liquidità a bassissimo costo delle principali banche centrali, continuano la loro inarrestabile ascesa.

Questo schema non può continuare indefinitamente. L' infinito accumulo di ricchezza, dove quasi per miracolo il denaro sembra moltiplicarsi esponenzialmente, è intrinsecamente insostenibile. L' intero sistema finanziario ricorda una specie di piramide invertita, il cui enorme benessere finanziario poggia su di una minuta base di economia reale, che rende l' intero sistema altamente suscettibile al minimo scossone.

All' accrescere di tale eventualità, le politiche delle Banche Centrali non attuano una prevenzione di un disastro finanziario, ma piuttosto ricreano le stesse condizioni che inesorabilmente ne produrranno un altro.

Gli eventi delle settimane passate sono stati altamente rivelatori. Essi dimostrano il livello a cui la intera economia mondiale, le professioni, le condizioni sociali e la qualità di vita di miliardi di individui che lavorano, sono soggetti ai dettami di una ristretta èlite finanziaria.

La settimana è cominciata con un monito della BIS che le attuali politiche monetarie stavano creando le condizioni per il ripetersi di un Settembre 2008, se possibile su più grande scala. Ma ciò è stato puntualmente confutato con l'affermazione che qualsiasi tentativo di arrestare la speculazione mettendo fine alla erogazione di denaro a bassissimo costo porterebbe ugualmente al collasso economico. Così le attuali politiche devono perpetuarsi, ignorando il fatto che stanno conducendo al disastro.

Mercoledì scorso, nel suo più significativo commento pubblico da quando ha ricoperto la carica a Febbraio, la direttrice della Federal Reserve USA Janet Yellen ha ribadito che la attuale politica di fornire scorte infinite di liquidità ai mercati finanziari sarebbe proseguita a tempo indeterminato.

Essa ha escluso qualsiasi azione sulle politiche monetarie per prevenire il materializzarsi di pericolose bolle finanziarie e il generarsi di quei comportamenti parassitari e manifestamente criminali che hanno condotto al crollo del 2008, col pretesto che ciò arrecherebbe troppo danno all' economia, conducendo all' aggravarsi della disoccupazione. "Regole macroprudenziali" dovrebbero essere impiegate per controllare il sistema finanziario, ha affermato.

Tuttavia, simili regole giacciono in ultima istanza nelle procedure di commissariamento, soprattutto contro le maggiori lobbies finanziarie e di investimento che, come ha reso chiaro il rapporto del 2011 del Sottocomitato Permanente di Investigazione del Senato USA, erano coinvolte in attività criminali. Ciononostante, la assegnazione di denunce per flagranza di reato fu smontata dal Gran Giurì Eric Holder, nel Marzo 2013, quando annunciò al Congresso che se le autorizzazioni a procedere fossero state comminate ai più grandi Istituti, esse avrebbero avuto "un impatto negativo sull'economia nazionale, forse addirittura su quella mondiale".

In altre parole, sia le autorità monetarie che quelle legali degli USA, sono totalmente in mano alle banche e alle corporazioni finanziarie.

Quando interrogata sulla capacità delle banche di creare un "universo parallelo" fatto di un sistema di istituti bancari-ombra al difuori della supervisione dei supposti regolatori, Yellen ha ammesso di non avere una "gran risposta" a quel problema. Ma tale ammissione di fallimento non ha impedito ad altri di adottare le sue osservazioni.

La Banca Centrale Europea e il suo Presidente, Mario Draghi, che di recente ha ridotto i tassi di interesse stabiliti dalla BCE a zero e sotto, hanno avvallato la posizione della loro controparte Americana. Egli ha insistito che le "misure macroprudenziali", e non le politiche monetarie, debbano essere "la prima linea di difesa contro i rischi di instabilità finanziaria".

Altri si sono presto uniti al coro. Il Governatore delegato della Banca d' Inghilterra John Cunliffe ha detto che restrizioni di politiche monetarie  per smorzare le valute azionarie rischiano di danneggiare l' economia e dovrebbero essere considerate "l'ultima linea di difesa".

La Risbank, la Banca Centrale Svedese, dopo uno scontro all' interno del direttivo, ha deciso che le azioni sono meglio delle parole, e ha tagliato i tassi d' interesse di 50 punti base, dichiarando che la gestione della bolla immobiliare  e del crescente debito  sui mutui era compito di "altre sfere politiche".

Gli strateghi della Banca d' America erano chiaramente entusiasti che il periodo d' abbondanza sarebbe continuato, affermando che il messaggio proveniente dalla Fed, la BCE e la Risbank era che le politiche monetarie sarebbero rimaste "a maglie larghe", con le politiche "macroprudenziali" a sorvegliare su qualsiasi rischio di stabilità finanziaria.
Mentre il perpetrarsi del parassitismo finanziario era messo al sicuro come politica ufficiale di condotta, generando ulteriore ricchezza per gli ultra- abbienti, l' offensiva contro la classe lavorante si inaspriva.

Sottolineando la necessità di misure di austerità, il Ministro del Tesoro Australiano Joe Hockey ha dichiarato che mentre il Mondo era "fradicio di denaro", i governi ne erano sprovvisti. Questi fenomeni sono due facce della stessa moneta. La deriva verso il fondo della qualità della vita e l' imposizione della povertà di massa sono basate sulla constatazione che, al tirar delle somme, il solo modo di infondere valore agli assets finanziari è quello di estrarlo dalla classe operaia.

La pretesa che le "regole macroprudenziali" possano prevenire una catastrofe è un inganno crudele. A parte il fatto che i mercati finanziari sono in grado di sviluppare metodi per aggirare simili regole non appena queste appaiono, resta la questione dei regolatori stessi.

Negli USA, nel cuore stesso del sistema finanziario globale, essi sono estratti direttamente dalle graduatorie delle banche o dagli istituti finanziari o dagli studi legali che hanno agito per essi con procedure mirate a deflettere i tentativi di controlli. Simili soggetti vedono il loro mandato di "servizio pubblico" come un mero mezzo di accrescimento del loro peso specifico di mercato, non appena questi tornano a fare milioni nel mondo della finanza corporativa.

Quanto a coloro che si elevano dai ranghi, essi vedono il loro ufficio come una semplice pietra miliare per l' ingresso nell' "universo parallelo". E nella remota eventualità che possa emergere qualcuno che realmente creda nelle regole, questi può essere agevolmente dispensato dall' incarico con il ricorso ad uno scandalo sessuale o di qualsiasi altro tipo.

La situazione è la stessa ovunque, come esemplificato dal fatto che il capo della BCE, Mario Draghi, è stato Vicepresidente internazionale di Goldman- Sachs.

Rigirate e rivoltate l' attuale sistema economico e finanziario in qualunque modo vi aggradi... non vi è possibilità di prevenire una catastrofe se non attraverso una completa esautorazione dello stesso, l' istituzione di partecipazione pubblica alle proprietà azionarie, e la implementazione di un programma socialista. 
 

Nick Beams

Fonte: www.wsws.org

Link: http://www.wsws.org/en/articles/2014/07/07/pers-j07.html

7.07.2014

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org

L'INDICE DOW JONES A 17,000: L'IMPENNATA VERSO UN (NUOVO) DISASTRO FINANZIARIO
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Riva, state sereni: col decreto del governo all’Ilva chi inquina non paga

Pubblicato su 11 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECOLOGIA

Gli 1,8 miliardi della famiglia non saranno resi disponibili per la bonifica.

 

C’hanno provato a far diventare l’acciaieria dell’Ilva come il manifesto di quelli che vogliono scegliere, o l’ambiente (e la salute), o il lavoro. Poi guardi all’ultima tappa di un dramma che dura da ormai da anni – o da decenni, se si pensa all’Italcementi – e scopri che ambientalisti e sindacati metalmeccanici sono schierati fianco a fianco: entrambi contestano il decreto appena varato dal governo Renzi.

Dall’ultimo Consiglio dei ministri è uscito un comunicato stampa appena per la pubblica consultazione (nessun testo ufficiale, come ormai di prassi), ma le reazioni sono già scintille.

Il subcommissario all’ambiente dell’Ilva, Edo Ronchi, può ormai dirsi un ex. Aveva chiesto di rilanciare, di poter rivestire un ruolo di vero e proprio commissario – con conseguente capacità di spesa per il risanamento ambientale dell’acciaieria –, ma il decreto approvato ieri sembra chiudere a quest’ipotesi, e Ronchi appare deciso a lasciare il suo ruolo per manifesta contrarietà di visioni. «Dopo l’incomprensibile nomina del commissario Gnudi – commenta amaro di Stefano Ciafani, vice presidente nazionale di Legambiente – ora questo decreto approvato dal Governo, all’acqua di rose rispetto alla bozza iniziale: ma la famiglia Riva siede in Consiglio dei ministri?».

Il nodo del conflitto, ancora una volta, sono i soldi. Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera e deputato Pd, premette che «la versione finale del decreto sull’Ilva va ovviamente letta con grande attenzione, ma ciò che è apparso sugli organi di informazione non è rassicurante. Non è chiaro perché non si è dato corso alla legge attualmente in vigore che prevede che le risorse per il risanamento ambientale, pari ad almeno 1.800 milioni di euro, possano essere prelevate anche dai beni sequestrati alla famiglia Riva. Se non sono garantiti risorse, tempi  e responsabilità certi sul risanamento ambientale, che non può essere assolutamente separato dal futuro produttivo dell’impianto».

Realacci non manca di sottolineare inoltre che «l’annunciata rinuncia del sub-commissario ambientale Edo Ronchi rappresenta un pessimo segnale», e tira una bomba sul futuro dello stesso decreto governativo: «Non credo che il Parlamento possa convertire nella versione attuale il provvedimento».

Ma lo sdegno stavolta è trasversale al mondo degli ambientalisti. «I Riva e Federacciai dettano e i ministri Guidi e Galletti diligentemente eseguono – commentano caustici gli esponenti di Green Italia Roberto Della Seta e Francesco Ferrante – Il decreto varato dal governo sull’Ilva certifica che non verrà usato nemmeno un euro dei fondi sequestrati alla  proprietà dell’azienda siderurgica, che per i prossimi due anni l’acciaieria potrà derogare alle prescrizioni ambientali e si è messo il sub commissario alle tematiche ambientali nella condizione di non disturbare il manovratore.

Il combinato disposto di tutto ciò è uno schiaffo alla città di Taranto e alle sofferenze dei suoi cittadini. Il decreto prevede che entro il 30 luglio 2015 sia attuato solo l’80% delle misure ambientali in scadenza a quella data, e dunque in quel rimanente 20% si annida la scappatoia che permetterà all’Ilva di continuare a inquinare, derogando alle prescrizioni più importanti e impattanti».

Oltre a rimodulare le tempistiche del risanamento ambientale, peggiorandole, il decreto rende dunque indisponibili anche le risorse della famiglia Riva. L’unica concessione riguarda la possibilità di applicare la prededuzione ai finanziamenti che l’Ilva chiederà alle banche, ma è davvero troppo poco.

Non ci siamo – commenta all’Agi Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl – non è questo il provvedimento che serve all’Ilva. Ci ritroviamo con un provvedimento che, bene che vada, permetterà solo di gestire i prossimi mesi, consentendo probabilmente di pagare stipendi ai dipendenti e lavori delle imprese. Il governo mostra di navigare a vista, delegando i problemi e le scelte a chi comprerà tra qualche tempo l’azienda».

C’è da domandarsi, però, chi si pensa avrà voglia di comprarsi un’impresa enorme che ha ormai perso la sua strada all’interno della spietata competizione internazionale sull’acciaio. «C’è bisogno di un rilancio dell’azienda – ribadisce Bentivogli – partendo dall’applicazione del piano ambientale». Lavoro e ambiente non solo possono avanzare pari passo, ma devono. Se non riescono a coordinare le proprie esigenze, nell’Italia di oggi prima o poi l’azienda precipita, com’è precipitata l’Ilva. Cercasi disperatamente visione industriale e di governo per rialzarsi.

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Indesit addio all’Italia, il controllo va alla Whirpool

Pubblicato su 11 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

È il capitalismo globale, bellezza, o quello che ancora ne resta. La storia di Indesit che, salvo imprevisti, entro la fine del 2014 passerà dalla famiglia Merloni al colosso internazionale degli elettrodomestici Whirpool è, dopo tutto, una vicenda riassuntiva dei principi e dei rapporti di forza che regolano il mercato mondiale. C’era una volta un grande gruppo del made in Italyfondato da una grande famiglia di industriali italiani. C’è stato, da un certo punto in poi, il bisogno di competere sempre di più su una scala di dimensioni mondiali, pena l’irrilevanza e, in definitiva, il fallimento economico. Ci sono, da tempo immemore, tutte le difficoltà delle transizioni generazionali dei gruppi industriali (italiani e no), e le fatiche – tutte italiane, queste sì – di aiutare le imprese di ogni dimensione a combattere una guerra ad armi pari col resto del mondo industrializzato, e poi con quello in via di sviluppo.

Così, dopo anni di crisi e fatica a tenere il passo, ecco che per Indesit non resta che imboccare la via che porta a diventare parte di un colosso straniero, per provare a tramandare un marchio e una storia industriale gloriosa al nuovo mondo e a nuovi orizzonti di sostenibilità economica. C’è poco da stracciarsi le vesti, da rimpiangere i bei tempi andati, e l’arrivo di un grande gruppo che abbia voglia di investire in Italia, se davvero dimostrerà di avercela, va salutato con un sorriso e un benvenuto. Perfino i sindacati, ovviamente prudenti, non si mostrano però scandalizzati e vogliono andare al vedo dei piani industriali, senza più preclusioni.

Resta, certo, la curiosità di capire come Whirpool intende mantenere il legame col tessuto produttivo italiano e con la forza lavoro, in un contesto fortemente svantaggioso non tanto per le regole di diritto del lavoro, quanto per gli esorbitanti costi dell’energia. E resta da capire quanto questa internazionalizzazione porterà, eventualmente, meno introiti nelle casse del sempre affamato fisco italiano. Domande che domani meriteranno una risposta più dettagliata. Intanto, arriva Whirpool e ancora una volta lancia alla politica italiana un monito chiaro: quando si prenderà per le corna il toro di un paese davvero nemico di chi fa impresa? Vale per i giganti che hanno fatto la storia dell’industria, e per i giovani imprenditori di nuova generazione che vogliono fare una start up.

Tratto da:http://www.wired.it

Indesit addio all’Italia, il controllo va alla Whirpool
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BANCHE IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA AL 6 GIUGNO 2014

Pubblicato su 11 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Di seguito l'elenco della banche in amministrazione straordinaria al 6 giugno scorso. Poi, però, ci sarebbero anche quelle che ballano sull'orlo del commissariamento o che navigano in acque cattive.
Però, Patuelli, il presidente dell'ABi, dice che le "banche sono la parte sana del paese". Potete ridere.

 
Tratto da:http://www.vincitorievinti.com
BANCHE IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA AL 6 GIUGNO 2014
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Peggio della Tasi, arriva la Tisa: quando il contrario di “pubblico” è “segreto”

Pubblicato su 11 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

di Marco Bersani, Attac Italia

Nuova finanza pubblica. TISA («Trade In Service Agreement»). E’ un nuovo trattato super segreto che riguarda i mercati del settore dei servizi. Lo stanno negoziando nel massimo silenzio Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell’Unione Europea, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Ci sono interessi enormi in ballo: il settore servizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e produce il 70% del prodotto interno lordo globale Come se non bastasse il Par­te­na­riato Tran­sa­tlan­tico sul Com­mer­cio e gli Inve­sti­menti (TTIP), ovvero il nego­ziato, con­dotto in asso­luta segre­tezza, fra Usa e Ue per costi­tuire la più grande area di libero scam­bio del pia­neta, rea­liz­zando l’utopia delle mul­ti­na­zio­nali, un nuovo attacco ai beni comuni, ai diritti e alla demo­cra­zia è in corso con il TISA («Trade In Ser­vice Agree­ment»), un nuovo trat­tato, della cui esi­stenza si è venuti a cono­scenza solo gra­zie ai «fuo­ri­legge» di Wikileaks.. Si tratta –per quel che sinora è fil­trato dalle segrete stanze– di un nego­ziato, che riprende in molte parti il fal­lito Accordo gene­rale sul com­mer­cio e i ser­vizi (Agcs), discusso per oltre 10 anni e con duris­sime con­te­sta­zioni di piazza all’interno del Wto. Fal­lito quello che doveva essere un accordo glo­bale, le grandi elite politico-finanziarie hanno da tempo optato per accordi tra sin­goli paesi o per aree, dove far rien­trare dalla fine­stra, gra­zie all’assoluta opa­cità con cui ven­gono con­dotti gli stessi, ciò che le mobi­li­ta­zioni sociali dei movi­menti alter­mon­dia­li­sti ave­vano cac­ciato dalla porta. A sedere al tavolo delle trat­ta­tive per il nuovo trat­tato sono i paesi che hanno i mer­cati del set­tore ser­vizi più grandi del mondo: Stati Uniti, Austra­lia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell’Unione Euro­pea, più Sviz­zera, Islanda, Nor­ve­gia, Lie­ch­ten­stein, Israele, Tur­chia, Tai­wan, Hong Kong, Corea del Sud, Giap­pone, Paki­stan, Panama, Perù, Para­guay, Cile, Colom­bia, Mes­sico e Costa Rica. Con inte­ressi enormi in ballo: il set­tore ser­vizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e pro­duce il 70% del pro­dotto interno lordo glo­bale; solo negli Stati Uniti rap­pre­senta il 75% dell’economia e genera l’80% dei posti di lavoro del set­tore privato. L’aspetto più incre­di­bile di quanto rive­lato dai docu­menti in pos­sesso di Wiki­leaks è il fatto di come non solo il nego­ziato si svolga in totale spre­gio di alcun diritto all’informazione da parte dei cit­ta­dini, bensì sia pre­vi­sto, fra le dispo­si­zioni con­te­nute, l’impegno da parte degli Stati par­te­ci­panti a non rive­lare alcun­ché fino a cin­que anni dopo la sua approvazione! Una nuova ondata di libe­ra­liz­za­zioni e di pri­va­tiz­za­zione di tutti i ser­vizi pub­blici si sta dun­que pre­pa­rando e, non a caso, la prima tappa di que­sta trat­ta­tiva – avve­nuta nell’aprile scorso e finita nelle prov­vi­den­ziali mani di Wiki­leaks — ha riguar­dato la libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi e pro­dotti finan­ziari, dei ser­vizi ban­cari e dei pro­dotti assi­cu­ra­tivi: non sia mai che la crisi, pro­vo­cata esat­ta­mente dalle ban­che e dai fondi finan­ziari, rimetta in discus­sione la totale libertà di movi­mento e di inve­sti­mento dei capi­tali finan­ziari in ogni angolo del pianeta. Per quel che si è riu­sciti a sapere, pro­prio in que­sti giorni si sta svol­gendo un secondo incon­tro ed è asso­lu­ta­mente evi­dente come ad ogni tappa verrà posta l’attenzione su un set­tore di ser­vizi, fino a com­pren­derli tutti: dall’acqua all’energia, dalla sanità alla scuola, dai tra­sporti alla pre­vi­denza. Un mondo da met­tere in ven­dita, attra­verso la trap­pola del debito pub­blico e le poli­ti­che di auste­rità, attra­verso il TTIP e il TISA, per per­met­tere al modello capi­ta­li­stico di uscire dalla crisi siste­mica, con un rilan­cio dei mer­cati finan­ziari, che, dopo aver inve­stito l’economia, ora hanno pun­tato gli occhi sulla società e la vita, sui diritti, i beni comuni e la natura. Per farlo, devono sot­trarsi ad ogni ele­men­tare regola di demo­cra­zia e rifu­giarsi nella segre­tezza: ma come i vam­piri della notte non reg­gono la luce del giorno, così i piani delle elite pos­sono essere scon­fitti da una capil­lare infor­ma­zione e da una ampia e deter­mi­nata mobi­li­ta­zione sociale. È ora di muoversi.

 See more at: http://altracitta.org/2014/07/07/peggio-della-tasi-arriva-tisa-quando-il-contrario-di-pubblico-e-segreto/#sthash.nVN5xOsV.dpuf

Peggio della Tasi, arriva la Tisa: quando il contrario di “pubblico” è “segreto”
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Marò, una parcella di 5 milioni per lasciarli prigionieri in India

Pubblicato su 11 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Fatture d'oro (e in dollari) degli avvocati locali, che non sono neppure riusciti a ottenere il processo. La beffa: uno dei difensori diventa procuratore generale.

 
Di: Fausto Biloslavo
 
Cinque milioni di dollari (circa 3,6 milioni di euro), dalle tasche del contribuente italiano, sono stati sborsati per la difesa dei marò. In stragrande maggioranza serviti a pagare le costose parcelle degli avvocati indiani che rappresentano i marò ed in minima parte come anticipo del baronetto inglese ingaggiato per intraprendere la via dell'arbitrato internazionale.

Soldi ben spesi se Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non fossero ancora trattenuti in India da due anni e mezzo senza processo. Un esborso assurdo tenendo conto dei risultati raggiunti fino ad ora, poco superiori allo zero. Non solo: Mukul Rohatgi, il principe del foro più costoso dell'India assoldato dall'Italia, il 28 maggio è stato nominato procuratore generale del nuovo governo di Narendra Modi, il politico nazionalista mangia marò. Oltre al danno milionario si è aggiunta la beffa.

L'unico successo degli avvocati indiani è stato quello di strappare i marò dalle grinfie del Kerala, dove avevano sbattuto Latorre e Girone in galera per tre mesi, facendoli trasferire a Delhi ai «domiciliari» presso l'ambasciata italiana. Però i legali a peso d'oro erano convinti che la Corte suprema avrebbe riconosciuto l'immunità funzionale dei nostri fucilieri di Marina chiudendo il caso. Invece ha solo stabilito la realtà dei fatti, ovvero che l'incidente in cui sono morti due pescatori indiani non è avvenuto nelle acque territoriali indiane ed il Kerala non aveva alcun diritto di indagare e processare i marò. Se i luminari del foro locali fossero stati pagati a risultato, anziché ad ore, come è avvenuto nello stile americano, avrebbero guadagnato un piatto di lenticchie.
«Al momento le spese per gli avvocati indiani ed i nuovi legali britannici si aggirano sui 5 milioni di dollari. Il costo è stato suddiviso fra il ministero della Difesa e quello dell'Interno, che ha un capitolo apposito per questi casi» dichiara al Giornale una fonte autorevole del governo. Il grosso dei 5 milioni di dollari è stato pagato dal governo Monti e Letta agli avvocati indiani. Prima lo studio Titus & Co di Nuova Delhi, che annunciava di aver schierato ben 9 legali sul caso dei marò. Il più noto alle cronache italiane è Harish Salve, che nel marzo 2013, quando sembrava che i fucilieri di Marina restassero in Italia dopo un permesso concesso dall'India, aveva annunciato urbi et orbi che lasciava l'incarico per protesta. Roma ha ingaggiato anche l'avvocato Mukul Rohatgi, collezionista di auto, uno dei dieci legali più pagati dell'India. Si è battuto a spada tratta, senza ottenere il rientro in patria dei marò che annunciava, in attesa del processo. Poi il nuovo premier indiano Modi, che ha usato come clava propagandistica il caso marò, lo ha nominato procuratore generale. Il 28 maggio, bontà sua, Rohatgi ha specificato in un'intervista che non rappresenterà il governo indiano «nel caso dei marines italiani a causa del conflitto» di interessi.

«È sempre stato un errore battere sulla giurisdizione indiana. Bisogna imboccare decisi la strada dell'arbitrato davanti ad un giudice internazionale - spiega a il Giornale, Angela Del Vecchio, esperta di diritto internazionale -. Abbiamo atteso due anni e mezzo e adesso che il nostro avvocato difensore è diventato procuratore generale a Delhi stanno valutando se ricominciare da zero. Basta, tagliamo questo nodo gordiano e passiamo con decisione all'arbitrato».
Una minima parte dei 5 milioni di dollari per spese legali corrisponde all'anticipo chiesto dallo studio legale di Sir Daniel Behtlehem, che ha schierato tre avvocati sul caso. Una fonte governativa spiega che «gli inglesi fanno parte di un team legale di 9 persone, cinque dei quali sono esperti italiani». Il governo Renzi ha chiamato all'appello Mauro Politi, uno dei massimi esperti nazionali di diritto internazionale, Attila Tanzi dell'università di Bologna, Ida Caracciolo che insegna Diritto del mare a Napoli, l'avvocato Paolo Busco impegnato all'ufficio legale della corte de L'Aya per l'arbitrato e Guglielmo Verdirame. «La strategia dell'internazionalizzazione prevede una procedura precisa a cominciare dallo “scambio di vedute” con il governo indiano. Se non si compiono questi passi non si arriva all'arbitrato» sottolinea con il Giornale una fonte governativa. Per ora New Delhi ha fatto spallucce e l'Italia, se vuole, può fare istanza i tempi brevi al tribunale internazionale nella speranza di tirare fuori i marò dalla trappola indiana.

www.gliocchidellaguerra.it

Tratto da:http://www.ilgiornale.it

Marò, una parcella di 5 milioni per lasciarli prigionieri in India
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BERLINO CACCIA IL CAPO DELLA CIA

Pubblicato su 11 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI

Questo è un popolo che almeno un minimo di dignità la conserva. Chissà cosa avrebbe fatto il fenomeno fiorentino? Claudio Marconi

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Soccorso alpino, una nuova tassa rischia di fermarlo

Pubblicato su 10 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Di: Gabriella Meroni

Settemila uomini, 8000 interventi l'anno, centinaia di vite salvate: i volontari del Soccorso Alpino sono lavoratori che quando svolgono il loro servizio ricevono un rimborso di 74 euro al giorno. Ma da pochi giorni per gli autonomi questa cifra è stata ridotta di ben 32 euro a causa dell'aumento dell'imposta di bollo. Una follia che rischia di bloccare gli interventi

Una tegola burocratica pesante come un macigno è caduta sulla testa di chi, in effetti, di macigni se ne intende, ma di solito li sposta per salvare vite umane: stiamo parlando dei volontari del Soccorso Alpino, sui quali è caduto un inaspettato quanto incredibile aumento dell'imposta di bollo applicata ai rimborsi che i volontari ricevono quando si astengono dal lavoro per svolgere le attività di soccorso. Una novità degli ultimi giorni che viene denunciata con toni accorati e forte preoccupazione dal presidente del Cnsas (Corso nazionale soccorso alpino e speleologico), Pier Giorgio Baldracco: “La legge 162/92 riconosce ai tecnici del Soccorso alpino che siano lavoratori autonomi il diritto a un rimborso per non perdere la giornata di lavoro quando impegnati a salvare vite umane. Il rimborso è tassato alla fonte con una ritenuta del 20%, a cui si aggiungevano 2,00 euro a titolo di imposta di bollo. In questi giorni, però”, continua il presidente, “alcuni Uffici territoriali del Ministero del lavoro  hanno interpellato l'Agenzia delle entrate proprio sull'importo dell’imposta di bollo, e il 13 giugno scorso l'Agenzia della Entrate ha risposto portando il bollo a 32 euro!”.
Proprio così: secondo le Entrate infatti – si legge nel testo - sulle “istanze, petizioni, ricorsi e relative memorie dirette agli uffici e agli organi (…) dell’amministrazione dello Stato (…) tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento amministrativo o il rilascio di certificati, estratti, copie e simili” vanno apposte due marche da bollo da 16 euro – per un totale di 32 pari al 44% del rimborso, che ammonta a 74 euro al giorno. Questa pesante tassa grava quindi su ciascuna richiesta presentata all'Ufficio del lavoro per ottenere il rimborso. 
“E' ovvio che si tratta di una follia”, ribadisce Baldracco, “anche perché la maggior parte dei soccorritori del Cnsas sono persone che abitano in montagna e fanno gli artigiani, i lavoratori edili, i ruspisti, i maestri di sci... tutti lavoratori autonomi. Ora, già si fa molta fatica a reclutare nuovi soccorritori, altrettanta fatica si fa per formarli e consentire loro di raggiungere gli alti standard di professionalità richiesti; ora senza rimborso, o quasi, chi accetterà di entrare a far parte della nostra organizzazione, che ogni anno salva centinaia di vite umane?”.
E non sono parole: il Cnsas con oltre 8000 interventi l'anno assicura ogni giorno in tutta Italia il soccorso in montagna, sia alla popolazione che ai turisti; nella sola giornata di oggi, riferisce il presidente, ci sono 4 squadre di volontari in quattro regioni che stanno cercando, con l'aiuto dei cani molecolari, altrettanti cercatori di funghi dispersi. “E sono solo le squadre di cui sono a conoscenza, perché hanno richiesto l'impiego dei cani, che deve essere autorizzato centralmente. Ma chissà quanti altri sono al lavoro in altri interventi”. Insomma, il Cnsas dice no all'interpretazione della norma dell'Agenzia dell'entrate che “spreme soldi dai volontari tassando un'indennità che solo in parte compensa un mancato reddito” e chiede che “si ponga immediatamente rimedio a questa stortura che sbeffeggia e lede la nostra dignità di soccorritori, di cittadini e di contribuenti. Ci auguriamo che gli oltre 7000 tecnici del Cnsas, tra cui tanti montanari lavoratori autonomi e artigiani, di fronte a una richiesta di soccorso e con davanti un intervento che potrebbe durare anche diversi giorni non siano costretti a pensare per un solo momento di dover scegliere tra mancato reddito per la propria famiglia e il salvataggio di una vita umana”.
Tratto da;http://www.vita.it/
Soccorso alpino, una nuova tassa rischia di fermarlo
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