Blog di frontediliberazionedaibanchieri

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

SVENDERE ACQUA, LUCE E GAS: ECCO PERCHE' LA RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE. IL VIDEO SHOCK

Pubblicato su 11 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

In poche parole, siccome la (s)vendita delle quote statali di Eni, Enel e Finmeccanica farebbero racimolare solo 12 miliardi di euro, il governo e i tecnici dei ministeri hanno individuato nelle utilities, cioè le società di proprietà di comuni e regioni che gestiscono beni comuni e vitali come acqua, luce e gas, come la vera miniera d'oro da vendere ai privati per fare cassa.
Con la riforma del Titolo V della Costituzione in poche parole lo Stato scipperebbe i territori della gestione di questi beni da poter poi vendere. Tutto questo sarà fatto da un governo illegittimo formato da persone non elette,  grazie a  Napolitano.Guardare questo video di appena 3 minuti e mezzo è un dovere di ogni cittadino.


Fonte: Senza Soste

Tratto da:http://vocidallastrada.blogspot.it
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«D’Alema & C. hanno distrutto Mps»

Pubblicato su 11 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA, POLITICA

Era da un po’ di tempo che non vi parlavamo del Monte dei Paschi. D’altronde, in questi mesi, la situazione si è profondamente modificata (speriamo in meglio). Il successo dell’aumento di capitale da 5 miliardi di euro dovrebbe aver definitivamente messo in sesto la banca senese che così ha potuto restituire 3 miliardi su 4,1 di Monti-bond (gli strascichi del recente passato e le rettifiche su crediti hanno continuato a far sentire il loro effetto negativo anche nel primo semestre 2014). Ora toccherà al presidente Alessandro Profumo e all’ad Fabrizio Viola rimetterla in marcia verso il profitto. L’aumento monstre ha sancito l’uscita di scena definitiva dellaFondazione Mps dal ruolo di padre-padrone dell’istituto, anche se, grazie a un patto parasociale con la brasiliana Btg Pactual e e la messicana Fintech (che vincola il 9% del capitale), esercita un’influenza decisiva, ancorché non il controllo. Il primo socio individuale, con il 5%, è il fondo Usa York Capital Management. La presidente della Fondazione, Antonella Mansi, terminato il proprio compito di risanamento dei bilanci dell’ente, ha lasciato l’incarico e, come al solito, la politica senese non riesce a mettersi d’accordo sul nome del successore (in lizza Bettina Campedelli e Marcello Clarich).

Insomma, oggi il Monte è una public company (destinata, prima o poi, a un’aggregazione). Wall & Street vi hanno raccontato la sua fase più critica, cercando distoricizzare la questione e di mettere in rilievo, soprattutto, come l’intransigenza dell’Unione Europea e l’insipienza della classe dirigente italiana abbiano reso ancor più difficile la messa in sicurezza dell’istituto. Attualmente, è possibile illuminare ancor di più, se possibile, la corsa dissennata del Monte verso il precipizio.

Da qualche tempo è uscito in libreria «Siena» (Eclettica edizioni, 176 pagine) un libro-intervista dell’ex sindaco del capoluogo toscano dal 1990 al 2001, Pierluigi Piccini, curato dal giornalistaMatteo OrsucciLa figura di Piccini è emblematica per capire come i contorni della vicenda del Monte non siano esclusivamente finanziari, ma anche politici. Certo, la verità di Piccini è politica anch’essa ed è anche la testimonianza che arriva da una parte in causa nelle vicende di Mps precedenti l’acquisizione di Antonveneta che ne segnò il triste e veloce declino. Le parole dell’ex sindaco, però, consegnano al lettore alcune verità: l’ingerenza della politica a tutti i livelli (locale per le nomine della Fondazione e nazionale per l’imprimatur sulle strategie dell’istituto) è esiziale per la conduzione di un’impresa privata. In secondo luogo, il fallimento del piano di sviluppo del Monte non è solo il fallimento della sinistra che guida Siena da sempre, ma è anche il fallimento di un centrodestra che non ha mai denunciato queste stesse ingerenze e che si è accontentato di sedere come minoranza nei consigli della Fondazione e della banca.

Un po’ di storia

Mps è stata fino all’altroieri la banca del «sistema-Siena»cioè i vertici del Pds-Ds-Pd decidevano le strategie della banca che, a sua volta, finanziava tutte le iniziative economiche e politiche del territorio e non. È una visione un po’ retorica ma che dà bene il quadro della situazione. Il fatto è che questo paradigma funziona per gli ultimi 20 anni e non per ciò che è accaduto anteriormente al 1992, quando la legge Amato-Draghi ha consentito la privatizzazione degli istituti di credito di diritto pubblico (come le Casse di risparmio e il Monte) scorporando le Fondazioni dalla spa bancaria. Prima di quella data le banche erano sotto il ferreo controllo del governo, cioè dellaDemocrazia Cristiana che scavalcava anche la Banca d’Italia nella decisione dei vertici dei singoli istituti dalle tre banche di interesse nazionale (CreditComit e Banco di Roma guidate dall‘Iri capeggiata per molti anni da Romano Prodi) fino alla più piccola Popolare di provincia. Agli alleati di governo della Dc restavano le briciole (qualcosa in più per il Psi di Bettino Craxi che era l’altro polo forte dell’alleanza) e, come in molte altre realtà, anche la massoneria aveva voce in capitolo.

Pierluigi Piccini diventa sindaco di Siena quando la situazione sta cambiando. Le Fondazioni sono enti senza scopo di lucro cui viene affidata la totalità del controllo delle banche che poi devono essere privatizzate. Essendosi la politica trasferita dalle banche alle Fondazioni ed essendo quest’ultime a vocazione territoriale, nel caso di Siena per la prima volta gli eredi del Pci riescono a governare un istituto di credito. Il partito, che ha esperienza di finanza grazie alle Coop rosse, si comporta abbastanza responsabilmente e tutto sembra procedere come al solito: i bilanci sono soddisfacenti grazie all’opera di un ottimo manager come il dg Divo Gronchi e i vertici continuano a essere nominati dalla politica con il Pds che si è sostituito alla Dc.

Tutto cambia tra il 1998 e il 1999. Il Pds, questa volta, controlla anche Palazzo Chigi. Presidente del Consiglio è Massimo D’Alema che inaugura la stagione dei «capitani coraggiosi» sponsorizzando la scalata di Roberto Colaninno a Telecom e appoggiando la linea del governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, favorevole a un’integrazione tra i grandi gruppi bancari italiani affinché essi non diventino preda di investitori esteriÈ nel 1999 che si tentano, senza successo, le integrazioni fra UniCredit e Comit e fra Sanpaolo Imi e Banca di Roma. Entrambe le operazioni falliscono,  ma danno vita a nuove fusioni come quella fra Banca Intesa e Comit e tra il Sanpaolo e Banco di Napoli, mentre la Banca di Roma di Cesare Geronzi è vivace nello shopping di istituti in difficoltà. Il Monte dei Paschi è tagliato fuori da questi circuiti e rischia di diventare irrilevante negli equilibri della finanza italiana. Massimo D’Alema lo sa bene e, come racconta Piccini, si spende affinché si aggreghi con l’altra grande «zitella» del sistema bancario italiano: la Banca Nazionale del Lavoro (Bnl). Piccini non è d’accordo e pagherà un prezzo elevato per il suo «no».

 

Le operazioni «Banca del Salento» e «Mps Vita»

Siena, intanto, coltiva una strategia di crescita per linee esterne. Nel 1999 c’è una piccola preda che fa gola e che potrebbe permettere all’istituto il salto di qualità  verso la nuova frontiera di Internet: è la Banca del Salento (Banca 121), piccolo istituto privato con sede a Lecce che, però, è fortissimo proprio sul nascente canale di distribuzione ed ha un’articolata rete di promotori finanziari in Puglia. Conquistarla non è facile perché tutte le grandi banche sono interessate. Racconta Piccini nel libro:

«Nel frattempo però a Siena, il direttore generale di Montepaschi Divo Gronchi, stava guardando con interesse da un po’ di tempo alla realtà di Banca 121. Un annetto prima aveva fatto invitare lo stesso De Bustis al Palio proprio come momento di raccordo. Ci fu un incontro tra l’allora presidente Fabrizi, il dg Gronchi e De Bustis a Rocca Salimbeni. De Bustis, che rappresentava gli interessi dei suoi soci, disse chiaro e tondo: ‘C’è in ballo un’esclusiva con Sanpaolo, ma se voi fate giungere un’offerta irrituale di 2500 miliardi i miei soci abbandoneranno l’ipotesi Fiat e venderanno a voi’. (…) Nel frattempo si era mossa anche la politica nazionale, Luigi Berlinguer telefonava ogni giorno affinché l’operazione la facesse Siena. A De Bustis poi, a livello pugliese, arrivarono anche i moniti del vescovo di Lecce che invitava a non fuggire
a Torino dove il Capitale avrebbe rovinato la banca del territorio».

L’acquisizione verrà formalizzata tra il dicembre del 1999 e il gennaio del 2000: il Monte dei Paschi comperò la Banca del Salento (poi Banca 121) per 2.500 miliardi di vecchie lire, grosso modo 1,3 miliardi di euro del nuovo conioI multipli sono fantascientifici, ma si è in una fase di espansione dell’economia e comperare è costoso senza contare, come detto, che Banca 121 è già attiva sul canale Internet (è nata più o meno contemporaneamente a Fineco) e ha una rete strutturata di promotori. Oltre alla pressioni di Luigi Berlinguer (plenipotenziario del Pds per il territorio senese) e all’ovvio scontento della famiglia Agnelli (che a quell’epoca era l’azionista di «peso» del Sanpaolo), ciò che è risultato decisivo è anche il coinvolgimento di Vincenzo De Bustis, manager dell’istituto salentino che di lì a poco si trasferirà armi e bagagli a Siena.

«Nel 2000 poi il suo nome tornò in pista: invitai De Bustis a un pranzo nel quale parlammo della strategia della banca, il ruolo che essa doveva avere, l’ipotesi che già circolava di scalare Bnl. A maggio disse no all’offerta di Banca Intesa e venne a Siena. Restava il nodo di Divo Gronchi. Per non creare imbarazzi garantii personalmente i due: De Bustis avrebbe preso il posto di Gronchi e mi sarei impegnato a far modificare lo statuto della banca per la creazione della figura dell’amministratore delegato, carica che all’epoca non era prevista da conferire poi a Divo».

Il dualismo non durò molto. De Bustis, nominato direttore generale nel giugno 2000, convisse con Gronchi per circa sei mesi. A fine anno, quest’ultimo lasciò il Monte per andare alla Banca Popolare di Vicenza. Anche se l’ingresso di De Bustis (oggi alla guida della Banca Popolare di Bari dopo essere stato il numero uno di Deutsche Bank in Italia) fu in qualche modo «sponsorizzato», come lascia intendere Piccini, la sua gestione fu buona. Prova ne fu l’affare realizzato con i francesi di Axa (da 12 anni azionisti stabili di Mps) per la cessione di Montepaschi Vita, il cui  50% fu rilevato dalla Fondiaria dei Ligresti per soli 200 milioni di euro poco più di un anno prima.

«Il numero magico fu 1,2 miliardi di euro, ovvero la cifra a cui Axa comprò il tutto entrando di fatto nel cda di Montepaschi e facendo guadagnare non poco alla banca. Inutile dire che Ligresti da una parte, e i vertici di Unipol dall’altra erano furenti. La verità è che Unipol e Hopa erano un vero e proprio comitato d’affari all’interno del quale stavano cercando di inglobare anche Mps. Del resto ricordo un episodio: De Bustis mi ha raccontato che, davanti alla ipotesi di un aumento di capitale per Hopa, chiese in consiglio d’amministrazione la redditività di quella struttura. Fabrizi, uno che in cda non parlava mai, prese la parola e si spese in una filippica per sostenere la faccenda».

In queste poche righe Piccini racconta i principali motivi (e, in controluce, si vedono anche quelli secondari) dellarupture tra De Bustis e le istituzioni che controllavano il Monte dei Paschi. In primo luogo, cedendo il ramo Vita ai francesi, aveva fatto uno sgarbo alle Coop rosse che controllano la Unipol, allora guidata da Giovanni Consorte, irritando non poco il partito. In secondo luogo, De Bustis aveva questionato sul sostegno finanziario a Hopa, la holding bresciana di Chicco Gnutti (oggi fusa all’interno di Mittel, società di partecipazioni vicina al presidente del cds di Intesa, Giovanni Bazoli) che aveva accompagnato Colaninno nella scalata a Telecom e in difficoltà dopo l’uscita dall’operatore telefonico che costò una pesante minusvalenza nonostante i buoni uffici di Consorte che «aiutò» Tronchetti, Colaninno e Gnutti a trattare. Gnutti fu anche vicepresidente di Mps al 2003 al 2005. A proposito, qui si parla dello stesso Giovanni Consorte che nel 2005 ricevette la famosa telefonata del segretario dei Ds e oggi sindaco di Torino, Piero Fassino, che gli chiese «Abbiamo una banca?» dopo il lancio dell’offerta di Unipol su Bnl. Al partito la Banca Nazionale del Lavoro era sempre interessata…

Alla prima buona occasione si rinfacciò a De Bustis un grave peccato: i prodotti «My Way» e «4You», il primo originato da Banca 121 e il secondo da Mps, che venivano collocati come piani di accumulo previdenziali in fondi, ma che in realtà erano contratti di mutuo per l’acquisto di titoli e quote. La chiusura delle posizioni con i clienti che si trovavano inconsapevolmente una segnalazione alla Centrale Rischi di Bankitalia quando cercavano di stipulare un mutuo ipotecario sarebbero costate circa 500 milioni di euroLa banca ha sempre smentito la ricostruzione, ma nel libro Piccini afferma che con la spesa per le transazioni «si sarebbe potuta comprare un’altra banca». In ogni caso, a Siena non sapevano che farsene di un istituto orientato ai canali innovativi e, a fine 2002, Banca 121 fu incorporata nel Monte e trasformata in una banca per la clientela affluent. Ma la vera colpa di De Bustis fu un’altra.

Il niet di D’Alema e l’ascesa di Giuseppe Mussari

«Nell’estate del 2000 ero in ferie sul tranquillo litorale tirrenico, ricevo una telefonata dalla segretaria di D’Alema: era in Toscana, alla Festa dell’Unità a Pisa o Livorno, se non ricordo male, e mi disse che aveva assoluto bisogno di parlarmi. (…) Parlammo per un po’ nella sala ristorante appositamente tenuta deserta per noi, con me in costume, e lui in completo blu e camicia. Mi parlò, ovviamente, della Bnl e un sacco di altre cose che già in precedenza non aveva mancato di riferirmi, in un incontro, ai tempi in cui era stato segretario del partito. Gli dissi che non mi convinceva e che esistevano anche altre possibilità per la Banca, pur sempre in chiave aggregativa. Ma promisi comunque che avrei riflettuto sulla opportunità e sulla fattibilità dell’operazione. Ci salutammo su questo. Ma le pressioni arrivavano anche da Vincenzo Visco, allora ministro del Tesoro. Arrivavano anche da Giuliano Amato per interposta persona. Ricordo che lo stesso direttore generale del Monte, Divo Gronchi, mi disse più volte che Amato avrebbe desiderato che l’operazione Bnl venisse fatta. Le pressioni arrivavano anche da Antonio Fazio, col quale ci furono scontri molto duri».

L’opposizione all’aggregazione con la Bnl costò cara a Pierluigi Piccini che l’anno successivo, al termine del suo terzo mandato da sindaco, era convinto di esser nominato presidente della Fondazione Mps. Mal gliene incolse perché proprio nel 2001 il governo presieduto da Giuliano Amato e con ministro del Tesoro Vincenzo Visco (il direttore generale era Mario Draghi) emanò una norma che proibiva la nomina negli enti bancari a coloro che avessero ricoperto incarichi istituzionali nei 12 mesi precedenti. Ovviamente, Piccini fu «risarcito» dai Ds con la nomina a vicedirettore generale di Mps Banque, la filiale francese del Monte con uno stipendio da top manager, ma fu allontanato da Siena per qualche anno. Il progetto alternativo di natura aggregante cui Piccini fa riferimento è una strategia, elaborata assieme a Goldman Sachs, secondo cui Mps avrebbe potuto essere un polo di attrazione per istituti medio-piccoli a forte vocazione locale che avrebbe consentito a Siena di ampliare la propria rete commerciale su tutto il territorio nazionale, un modello molto simile a quello di alcune grandi casse di risparmio tedesche.

Anni dopo gli stessi esponenti politici gli confessarono che il provvedimento fu varato in ragione del suo diniego all’integrazione con Bnl. A Palazzo Sansedoni nel 2001 si insediò, così, Giuseppe Mussari che l’ex sindaco descrive così.

«Mussari faceva parte del partito e stava dentro a quel ‘cerchio magico’, usando un’espressione in voga oggi, che comprendeva Ceccherini Ceccuzzi tra gli altri, e che era legato fortissimamente a Firenze e a Roma. Erano loro i garanti, gli irriducibili. Mussari era giovane, ambizioso, accentratore: chi meglio di un ‘fedele alla linea’ come lui poteva essere visto quale presidente che assecondasse i diktat romani?»

Le nozze fallite con Bnl

Il clou del racconto finisce nel 2002, ma è negli anni successivi che la vicenda assumerà i contorni drammatici che noi tutti conosciamo. I tentativi di integrazione fra Mps e Bnl, infatti, naufragano abbastanza clamorosamente verso la fine del 2002. Secondo il racconto di Piccini, le resistenze dei vertici dell’istituto romano (il presidente Luigi Abete e l’ad Davide Croff), soprattutto sul tema della governance, sarebbero state decisive. Anche se pure a Siena c’era chi non faceva i salti di gioia dinanzi alla prospettiva di una fusione che avrebbe, sì, reso la Fondazione azionista di maggioranza, ma non più con quel 51% che Palazzo Sansedoni difenderà con le unghie e con i denti, in barba alla legge Amato-Draghi, fino a quando il fondo del baratro non sarà stato toccato.

Con Piccini estromesso a priori (nel 2004 sarà anche espulso dal partito per aver partecipato alle elezioni con una lista civica concorrente dei Ds) e De Bustis «cacciato» (nonostante avesse condotto le trattative con Bnl, negli ultimi periodi del suo incarico si era dimostrato piuttosto freddo nei confronti dell’operazione), Giuseppe Mussari – in tandem con il presidente della banca Pierluigi Fabrizi (del quale prenderà il posto nel 2006) – aveva ormai campo libero per realizzare il sogno senese di grandeur. Non a caso, tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004, le parti cominciarono a riavvicinarsi. È bene ricordarlo: Mps e Bnl erano sole in un’epoca in cui tutte le concorrenti crescevano per linee esterne. Le sovrapposizioni di filiali, all’epoca, erano relativamente poche e, dunque, i presupposti per una buona operazione c’erano tutti (ancorché il progetto fosse sostenuto soprattutto da disegni politici). Anche Piccini, a distanza di un paio d’anni, aveva cambiato idea e nel libro lo afferma esplicitamente.

«Fondere il Montepaschi di allora con la Bnl significava creare un colosso fatto di credito, finanza, assicurazioni e depositarlo di fatto nelle mani del segretario del maggior partito della sinistra. I fronti erano due a livello nazionale ed anche a Siena: D’Alema che spingeva per la scalata, Veltroni, e quindi Prodi, che la contrastavano, almeno nella seconda fase».

Romano Prodi, candidato in pectore del centrosinistra a Palazzo Chigi, nel 2005 avrebbe contribuito materialmente a ostacolare la fusione perché sgradita (andò diversamente l’anno successivo quando benedisse le nozze Intesa-Sanpaolo e UniCredit-Capitalia). Ma Piccini avanza anche un’altra ipotesi. Giuseppe Mussari, vero dominus del Monte, avrebbe potuto agire in autonomia dalla politica (o quantomeno assecondare i desiderata dalemiani) e portare avanti le trattative. Non lo fece. «Non è che Mussari avesse già raggiunto un accordo di massima per l’operazione Antonveneta?», si chiede l’ex sindaco insinuando il sospetto (tutto da verificare) che gli spagnoli del Santander, che nel 2007 acquistarono Antonveneta dopo lo spacchettamento di Abn Amro, avessero intenzione di mettere i bastoni tra le ruote ai concorrenti iberici del Bbva, allora azionisti di Bnl. E se questi fossero i motivi (anche se è difficile pensare che Santander nel 2005 sapesse cosa avrebbe fatto di lì a due anni), è lecito chiedersi, come fa Piccini, perché Mussari avesse rifiutato, sempre nel 2002 una proposta di acquistare Antonveneta, avanzatagli da Chicco Gnutti, che con Hopa ne era socio, a condizioni molto più vantaggiose degli oltre 10 miliardi spuntati dagli spagnoli nel 2007Se la politica si fosse tenuta fuori dalla vicenda, probabilmente questi interrogativi sarebbero superflui.

Wall & Street

Tratto da:http://blog.ilgiornale.it/wallandstreet/2014/08/10/«dalema-c-hanno-distrutto-mps»/

«D’Alema & C. hanno distrutto Mps»
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Sessanta camion di pesche per una rivoluzione.

Pubblicato su 11 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, ECONOMIA

Sessanta camion frigoriferi sono stati bloccati ad una delle frontiere che portavano le merci europee, in questo caso italiane, trattandosi di pesche piemontesi mature, all'interno del mercato russo. Accaduto perché Mosca ha stabilito l'embargo simmetrico a quello deciso dalla UE, nei confronti dei prodotti dell'Unione Europea e dato che l'Italia fa parte - maledettamente - dell'Unione Europea, adesso le aziende agricole da cui provenivano questi 12.000 - dodicimila - quintali di pesche possono serenamente fallire. Si immoleranno sull'altare delle "sanzioni" volute dalla Nato per conto della Casa Bianca contro il Cremlino, reo di aver annesso la Crimea con l'aggravante di offrire un retroterra d'aiuti e di sostegni ai ribelli - d'etnia russa - delle regioni dell'Est Ucraina, abitate all'80% (in alcune aree si sfiora il 100%) da popolazioni russe - per l'appunto - fino alla radice dei capelli.

L'Unione Europea s'è dimostrata essere ciò che è: una nullità politica. Sessanta camion di pesche da buttare a macero sono il migliore esempio per capire il nonsense di un'istituzione incapace di difendere gli Stati che la compongono e di offrire una propria visione, un proprio indirizzo che dia dignità alla parola Europa.

L'Europa non esiste. E' e rimane una colonia americana. Anche un cretino capirebbe che tornare indietro nella Storia al clima della Guerra Fredda è esattamente ciò che vuole Obama: dividere il Vecchio Continente dalla Russia per impedire che l'unione di queste due forze produca come conseguenza il declino dell'Impero americano sull'Occidente.

Sessanta camion di pesche - tra l'altro - sono poca cosa rispetto il danno che sta per subire la Germania della cara signora Merkel, dalle sanzioni anti russe.

Spero sappiate - di certo lo sanno i tedeschi - che la Russia rappresenta il primo mercato - altro che UE - per le industrie della Germania, che proprio in Russia esporta la maggior parte di quanto produce.  E in ogni settore. 

L'embargo però - per l'Italia - non si ferma alla frutta matura. Le associazioni di categoria del settore agricolo hanno calcolato un danno di almeno un miliardo di euro. Interi settori produttivi italiani, salumi, formaggi, prodotti caseari in genere, saranno letteralmente piallati dall'embargo russo. 

La Bulgaria un paio di mesi fa ha annunciato che chiederà il rimborso dei danni "da sanzioni" alla UE. Renzi invece tace. La Germania anch'essa tace, ma in silenzio prepara un piano di pace assieme a Putin per far terminare la guerra in Ucraina dell'Est e allo stesso tempo salvare l'arrivo del gas russo senza il quale la locomotiva tedesca si ferma di schianto. 

Renzi invece l'unica cosa che è riuscito a pensare è stata la proposta di nomina dell'innominabile signorina Mogherini a ministro degli Esteri UE, una scemenza clamorosa. 

In tutto questo, i dati complessivi dell'economia dell'Eurozona fanno rabbrividire: produzione industriale affondata (in Germania è in calo del 3,2%) esportazioni azzerate, disoccupazione a livelli del dopoguerra. E il segnale è uniforme, nell'Eurozona. Resta da capire se Renzi si stia rendendo conto che il suo tempo sta per scadere.

Oggi, il Financial Times gli ricorda che "la luna di miele con la UE è finita" e che le sue politiche economiche "sono deludenti" e che "adesso deve dare risposte convincenti a Bruxelles".

Non si hanno notizie di una replica dell'interessato, che a fronte di tutto ciò non trova di meglio da fare che andare a trovare i Boyscout da qualche parte in Toscana.

L'inadeguatezza di Renzi sfonda nel patetico, ha il tratto involontariamente provinciale che suscita arrivati a questo punto più pietà che rabbia. 

In un Paese che avesse dignità guidato da un governo che avesse a cuore prima di ogni altra cosa l'onore di rappresentare la massima istituzione nazionale, quei 60 camion di pesche pronte a marcire per colpa della sciagurata imbecillità di rivoltanti burocrati da quattro soldi chiusi nelle stanze di Bruxelles a gestire unicamente i loro sordidi interessi assieme a banchieri gangster e vecchi, viscidi oligarchi del calibro di Juncker, diverrebbero un'arma atomica. Sarebbero il detonatore di una rivolta italiana alla dittatura UE, colonia della Casa Bianca gestita dal peggior presidente della storia americana, il signor Obama.  

Ma Renzi non ha dignità perchè non ha maturità e non ha coraggio. Rappresenta fino in fondo l'italietta provinciale stupida e codarda adattata ad ogni bisogna, anche la peggiore: calarsi le braghe.

E quindi, cari italiani che avete votato Pd-Renzi, guai a voi se ora vi lamentate. L'avete voluto, ve lo tenete. 

Finchè non scoppierà la rivoluzione. Allora sì, che fare tutto un conto.

A presto.

max parisi

 

Tratto da:http://www.ilnord.it
Sessanta camion di pesche per una rivoluzione.
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La Bce di Draghi riformi se stessa prima di commissariare l’Italia sulle riforme. Parla Gustavo Piga

Pubblicato su 11 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Commissariare l’Italia sulle riforme? La Bce cominci a riformare se stessa, perché qualcosa evidentemente al suo interno non funziona”. E’ questa la prima reazione dell’economista Gustavo Piga alla lettura delle parole pronunciate ieri dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.

Piga, che coordina il comitato promotore dei referendum anti austerità, in una conversazione con Formiche.net, analizza i passaggi salienti dell’intervento del numero uno dell’Istituto di Francoforte che sono suonate come una critica indiretta all’azione del governo Renzi.

LA QUESTIONE INVESTIMENTI

“E’ assolutamente vero, come sostiene Draghi, che gli investimenti privati in Italia non partono – dice Piga – Ma la colpa è in gran parte dovuto alla BCE. Il persistente mancare il proprio obiettivo statutario dell’inflazione al 2%, flirtando con la deflazione, aumenta il costo reale del debito pubblico italiano e dunque le tasse sui nostri cittadini ed imprese e il costo reale del credito per le imprese italiane”.

IL RUOLO DELLA BCE

In più, come ammette lo stesso Draghi – sottolinea Piga – “le aspettative future sulla domanda dei clienti sono la spiegazione principale della non disponibilità delle imprese ad investire”. “Ma nessuno più della BCE – critica l’economista – ha in questi mesi sostenuto la bontà del Fiscal Compact e della sua assurda richiesta di maggiori tasse e minori investimenti pubblici pur di raggiungere minori deficit durante questa recessione disastrosa”. “E lasciamo stare le riforme per favore – conclude Piga -come pensare che qualcuno voglia investire in Italia in assenza di domanda?”.

Tratto da:http://www.formiche.net

La Bce di Draghi riformi se stessa prima di commissariare l’Italia sulle riforme. Parla Gustavo Piga
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L’Italia non cede sovranità. La responsabilità delle riforme è del Parlamento. Draghi pensi allo scontro BCE-Bundesbank.

Pubblicato su 11 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Abbiamo già capito che la Troika si sta organizzando per mettere in scena una cessione di sovranità che non ci sarà.

Tecnicamente il trio (BCE, UE e FMI) verrà a chiedere il permesso al Parlamento nazionale – che sicuramente glielo concenderà visti i precedenti (MES e Fiscal Compact) – per potere ottenere delle riforme, possibilmente in favore dei capitali esteri come già accaduto in altri paesi.

Che sia chiaro, quindi, che la responsabilità delle riforme, e di un eventuale “commissariamento”, ricade sui parlamentari e sui membri del Governo.

Un esempio? Il prelievo forzoso attuato a Cipro. La Troika non poteva di certo imporre il provvedimento nella piccola isola, il Parlamento cipriota aveva infatti negato l’autorizzazione. La politica ha ceduto soltanto dopo le forti pressioni provenienti dai mercati finanziari.

Il problema, dunque, non è il rischio di cessione di sovranità, ma la debolezza e/o la complicità della politica dinanzi ai “ricatti” della finanza internazionale.

Ma poi, caro Draghi, a chi dovremmo cedere la nostra sovranità? All’UE? Al MES? Al FMI? Direttamente ai mercati senza mediazione? Alla BCE come collaboratrice del MES oppure come istituzione dell’UE?

Cedere la sovranità all’Europa non significa niente, anche in ragione di questa molteplicità di enti sovranazionali che affollano l’Eurozona.

E siccome, gentile Presidente, pare non riuscitate nemmeno a mettervi d’accordo circa le vostre competenze – si veda lo scontro ancora in atto fra la BCE e la Bundesbank sull’OMT rimandato alla Corte di Giustizia Europea – né tantomeno avete chiarito in quale veste presentarvi, non è meglio che vi concentrate sulle vostre “riforme”?

Tratto da:http://www.lidiaundiemi.it

L’Italia non cede sovranità. La responsabilità delle riforme è del Parlamento. Draghi pensi allo scontro BCE-Bundesbank.
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Lettera aperta a S. Santità Papa Francesco sul MDB

Pubblicato su 10 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in MEDICINA ALTERNATIVA

Di: Giuseppe Di Bella

Santità,

molte centinaia di ammalati in cura con il Metodo Di Bella Vi hanno in questi giorni scritto, indirizzandoVi un comune appello, una supplica, pregandovi di interessarvi a loro, emarginati e contrastati dalle istituzioni sanitarie italiane, mentre l’informazione di regime cerca con ogni mezzo di disinformare sulle evidenze scientifiche che stanno pienamente confermando il razionale, le basi biochimiche e molecolari e l’efficacia antitumorale del Metodo Di Bella.

Parimenti disinformano sull’elevata tossicità non raramente mortale, e sull’incapacità della chemioterapia e delle attuali terapie mediche dei tumori, di guarire qualsiasi tumore solido, le uniche guarigioni sono attenute nel 29% dei casi circa dalla chirurgia.

Insieme alla documentazione scientifica da chiunque reperibile sulle banche dati medico-scientifiche mondiali , molti pazienti Vi hanno inviato la loro storia personale umana e clinica, con le inutili sofferenze causate dalle fallimentari terapie oncologiche istituzionali e le remissioni complete ,le stabili guarigioni ottenute col Metodo Di Bella evidenziate da esami ematochimici e strumentali. Di 767 di questi casi esistono già 11 studi clinici, delle varie patologie, pubblicate su 6 riviste scientifiche internazionali recensite da 
www.pubmed.gov — massima banca dati scientifica mondiale ufficiale. Questi dati sono stati anche pubblicati agli atti e presentati con relazioni a due congressi mondiali di oncologia , uno europeo e cinque nazionali.

Il Professor Luigi Di Bella, oltre a pubblicare 283 lavori scientifici ha presentato i risultati delle sue ricerche a 21 congressi internazionali e 10 nazionali con relazioni pubblicate agli atti. Ovviamente il MDB non pretende né può curare e guarire tutti i tumori in tutti gli stadi, ma è incontestabilmente il maggior progresso nella terapia dei tumori in termini di sopravvivenza e qualità di vita, riuscendo ad attenuare le sofferenze, prolungare l’esistenza e/o a salvare, non tutti, ma sicuramente tanti che diversamente perderebbero la vita.

Di queste evidenze scientifiche sulle banche dati mediche internazionali, Vi è stato inviato, Santità, in sintesi il riscontro. Vi hanno anche comunicato la documentazione particolareggiata di come sia stata manipolata e grossolanamente viziata da gravi e numerose anomalie la sperimentazione ministeriale del Metodo Di Bella del 1998, destituita pertanto di ogni dignità scientifica e indicazione clinica. Come ha affermato un giornalista, hanno dilapidato miliardi del contribuente italiano solo per diffamare il Prof Luigi Di Bella e bloccare il divenire di questa nuova, efficace e tollerata concezione terapeutica, che sicuramente avrebbe gravemente penalizzato il fatturato delle multinazionali del farmaco.

Vi abbiamo informato anche del pesante giudizio negativo della letteratura scientifica internazionale sulle irregolarità della sperimentazione ministeriale. Tanti ammalati che avevano ottenuto reali ed evidenti benefici, soggettivi e oggettivi dal MDB, per difficoltà economiche e l’ostracismo delle istituzioni, sono oramai costretti a sospendere il MDB e ad assistere impotenti ad una ripresa e progressione della malattia tumorale, che le cure oncologiche istituzionali non avevano potuto arrestare, e che il MDB aveva bloccato o fatto regredire.

La disperazione di questi ammalati emarginati dal sistema e costretti alla forzata sospensione della cura, li ha indotti a scriverVi confidando in quella grande e paterna sensibilità e carità che dimostrate con le parole e le opere per i poveri e i sofferenti, nella Vostra trasparente santità di uomo e di rappresentante in terra di nostro Signore Gesù Cristo.

Come avete detto all’Angelus del 3 agosto, “si girano dall’altra parte davanti al povero, al sofferente, all’indifeso, all’emarginato, (all’ammalato) con fastidio; è un modo ‘educato’ di dire ‘arrangiatevi da soli’”. Ma i poveri non sono un astratto, sono persone reali, uomini, donne e bambini che in questo caso non hanno che il dolore e la disperazione e sperimentano la solitudine e l’abbandono, non hanno di che curarsi vittime della “logica del mondo” che ha burocratizzato e reso autoritaria e dogmatica una medicina volta unicamente a mantenere e incrementare il profitto di che specula sul dolore e sulla sofferenza. All’Angelus del marzo 1998 un altro pontefice, oggi santo, si rivolse agli ottantamila che si erano riuniti in piazza S Pietro per il Metodo Di Bella, con parole di affetto e incoraggiamento.

ìAlcuni casi tra quanti si sono rivolti a Voi: un bimbo di 15 mesi, affetto da retinoblastoma, dopo numerose iniezioni dentro gli occhi di potenti chemioterapici, fortemente tossici per il tessuto nervoso, aveva perso l’udito, e parzialmente compromesso la funzione visiva. Il bimbo era diventato sordo per la chemio, e protesizzato. Dopo una temporanea regressione della malattia, si è avuta una ricaduta che aveva portato a prospettare alla madre l’enucleazione di entrambi gli occhi , per evitare che dalla retina il tumore si propagasse al cervello. Si prospettava un futuro senza occhi e una grave compromissione della funzionalità uditiva. Questo ha portato la famiglia a chiedere e iniziare a sue spese) il MDB, che ha gradualmente portato alla completa e totale scomparsa (documentata dall’esame obiettivo e dalla risonanza magnetica), di ogni traccia di tumore. È stata evitata l’asportazione degli occhi e per l’effetto anti-degenerativo del composto dei retinoidi del metodo Di Bella, si è recuperato il neuroepitelio cocleare e l’udito, oggi a livello fisiologico. 

Questo risultato non ha prodotto alcun interesse umano o scientifico, né un minimo di collaborazione, ma l’ostilità degli oncologi che minacciano i genitori di far togliere la patria potestà perché hanno abbandonato le cure ufficiali “di provata efficacia”. Il risultato pertanto non conta nulla, l’evidenza, il dato di fatto documentato e verificabile non contano nulla.

Altri 2 casi emblematici tra i tanti: In un linfoma e in un Mieloma dopo il conclamato e documentato fallimento delle terapie oncologiche, era stata certificata con esami ematochimici e strumentali la completa e stabile guarigione col MDB. In base a perizie giurate di CTU il giudice aveva concesso il MDB. Per l’opposizione delle ASL, non solo è stata revocata la concessione del MDB, (ignorando il fallimento delle terapie oncologiche, la documentata guarigione e sostenendo che in base alla sperimentazione il MDB è inefficace) ma le pazienti sono state condannate a restituire quanto avevano ottenuto per curarsi e guarire. Entrambe sono indigenti, quella ammalata di Mieloma avrebbe dovuto continuare per almeno 1 anno la cura, per consolidare il risultato ed evitare recidive. Per la forzata e improvvisa interruzione vi è una progressione tumorale con gravi sofferenze, è disoccupata e ha difficoltà a curarsi.

Nel quarto stadio (plurimetastatico) di carcinoma della mammella, l’oncologia è dichiaratamente impotente , non vi è in tutta la letteratura un caso di guarigione. Alcune donne al 4° stadio sono in completa remissione con MDB, ma anche documentando in maniera ineccepibile la guarigione in ricorsi per ottenere il MDB non ottengono la cura, perché le istituzione sanitarie italiane non considerano minimamente l’evidenza, la realtà, il dato di fatto documentato, ma anche di fronte a questi casi, si ostinano a dichiarare inefficace il MDB in base alla sperimentazione del 1998.

Non sappiamo se e cosa la Santità Vostra vorrà o potrà fare ci basta averVi informato, e ottenere la Vostra benedizione e il Vostro conforto. 

A nome di quanti Vi hanno scritto, ringraziando la Santità Vostra dell’attenzione 

Giuseppe Di Bella

Tratto da:http://www.effedieffe.com
Lettera aperta a S. Santità Papa Francesco sul MDB
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Italia ed Egitto progettano intervento militare in Libia?

Pubblicato su 10 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI, POLITICA

Italia ed Egitto mostrano le loro attenzioni sulla destabilizzata situazione in Libia. Secondo l’agenzia Nena News durante i recenti colloqui al Cairo tra Renzi e il generale Al Sisi,  incentrati sulle questioni mediterranee e, quindi, in maniera quasi esclusiva su Gaza e Libia, il premier italiano e il Generale Abdel Fattah al-Sisi “hanno concordato sull'importanza di  una risoluzione della questione libica per entrambi i Paesi”.  Sulla Libia "non possiamo perdere ulteriore tempo, gli scontri armati devono cessare" ha detto il presidente egiziano Al Sisi. "La  Comunità internazionale e l'Unione Europea - ha aggiunto - hanno la responsabilità morale e umanitaria per porre fine a questa situazione, anche su questo punto c'è stato accordo tra noi e il premier Renzi". 

Ma Renzi ha aggiunto qualcosa di più affermando che l'Italia porterà la propria proposta di intervento durante il vertice NATO previsto dal 4 e 5 settembre in Galles.  Il viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, ha avvertito che “non ci si può permettere di avere una seconda Somalia alle porte di casa”,
Oggi in una intervista al Corriere della Sera del deputato Latorre (Pd), Presidente della Commissione Difesa della Camera , si allude piuttosto esplicitamente ad un nuovo "Intervento militare ONU" a guida italiana per proteggere pozzi, porti e disarmare le milizie. La Torre nell’intervista ha chiesto un pronunciamento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite già ad agosto, ma soprattutto ad una decisione per un intervento della NATO nel vertice dei primi di settembre a Cardiff.

Dal canto suo l’Egitto ha rafforzato la presenza militare lungo il confine con la Libia al fine di evitare infiltrazioni jihadiste, come nel caso dell’attacco islamista avvenuto a metà  luglio a Farafra dove sono morte 22 guardie di frontiera egiziane. Nei giorni scorsi L’Egitto, per voce del ministro degli esteri Sameh Shoukry, aveva affermato che l’Egitto «sostiene l'unità della Libia» e che il governo egiziano «è contrario ad ogni ingerenza negli affari interni del paese e condanna chi all'interno della Libia o all'esterno abbia inserito l'Egitto negli sviluppi in corso» perché «Il Cairo considera la questione come puramente libica». Nonostante la nota ministeriale- secondo una nota dell’Ispi (Istituto di Studi Politica Internazionale), le voci di un possibile intervento del Cairo nelle questioni libiche si ripetono da giorni tanto che Amr Moussa, ex segretario della Lega araba, ha riferito all'agenzia stampa Mena che Il Cairo potrebbe essere costretto ad esercitare il proprio «diritto all'autodifesa» in Libia se dovessero continuare a sorgere tanti emirati islamici o "mini-stati" sul modello di quello proclamato a Bengasi lo scorso 1° agosto in quanto rappresenterebbero una «minaccia diretta» per la sicurezza nazionale egiziana.

Tratto da:http://contropiano.org

Italia ed Egitto progettano intervento militare in Libia?
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Un democristiano con i piedi nel secolo scorso

Pubblicato su 10 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

di Fabrizio Maggi

Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. E’ impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale di petrolio e del gas in Italia a dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”.

Se non fosse per i riferimenti a Gazprom e South Stream la dichiarazione precedente potrebbe figurare a buon diritto come un reperto storico del ventesimo secolo, pronunciata da qualche politico ancora inconsapevole degli sviluppi che il mondo dell’energia avrebbe assunto in futuro. Invece queste parole provengono da un’intervista rilasciata da Matteo Renzi al Corriere della Sera qualche giorno fa. Alla risibile motivazione che l’Unione Europea non possa in considerazione proposte italiane se prima non abbiamo prosciugato i nostri pozzi minerari, si affiancano una serie di dati campati per aria. Spulciando le pagine del World economic and energetic Atlas 2013, rassegna statistica annuale sul mercato di petrolio e gas mondiale e sul sistema della raffinazione curata dall’Eni, si scopre che se estraessimo gli 11 milioni di tonnellate di riserve petrolifere stimate nei fondali marini del nostro Paese, ai consumi attuali, li esauriremmo in soli 55 giorni. Quanto ai posti di lavoro, predetti sulla base di dati forniti da Assomineraria (il vecchio detto “non chiedere all’oste com’è il vino” vale ancora), vanno confrontati con il rapporto della direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero per lo Sviluppo Economico, che disegna uno futuro diverso: “Il rapporto fra le sole riserve certe e la produzione annuale media degli ultimi cinque anni, indica uno scenario di sviluppo articolato in 7,2 anni per il gas e 14 per l’olio”. Si discute in realtà di poche centinaia di occupati a livello diretto e indiretto per azienda.

A guadagnarci ed anche molto sarebbero i petrolieri, visto che in Italia le royalties sono tra le più basse del mondo: oltre alle tasse governative, le società che estraggono cedono solo il 4% dei loro ricavi per le estrazioni in mare e il 10% per quelle su terraferma. In Norvegia quasi l’80% del ricavato dell’industria petrolifera viene riscosso dallo Stato. In Gran Bretagna c’è una tassa aggiuntiva del 32%. La 63esima edizione della Statistical Review of World Energy realizzata dalla British Petroleum poi ci informa che le riserve mondiali di petrolio, comprendenti anche gpl e ‘condensati’, sono sufficienti al tasso attuale di consumo fino al 2067. Le soglie sugli attuali tassi di consumo non tengono conto dei 2 miliardi in più di esseri umani che popoleranno il pianeta da qui al 2050. Non sarà il caso di cambiare veramente rotta, per utilizzare un termine tanto caro al nostro premier? Sarebbe sufficiente tagliare gli extra-profitti dei venditori di energia che comprano l’energia in borsa a prezzo basso (45 euro per ogni megawatt/ora) e la rivendono ai clienti finali ad un prezzo di oltre 80 euro per ogni megawatt/ora, tagliando le bollette agli utenti finali di ben 8 miliardi di euro. Una parte dei proventi potrebbero essere reinvestiti nello sviluppo di fonti rinnovabili di energia.

Avere meno di 40 anni, sfornare tweet in quantità industriale, organizzare conferenze stampa con slides prese in prestito ai cartelloni pubblicitari: la retorica del cambiamento viaggia sulle ali dell’immagine. Se ci si addentra nei gangli dei provvedimenti governativi e ministeriali si trova una coltre di muffa vecchia di decenni. L’operazione di rinnovamento tanto sbandierata dai vertici del Partito Democratico riguarda, nella migliore delle ipotesi, solo l’età anagrafica dei protagonisti. Un capo di governo che ignora le criticità ambientali dell’estrazione delle risorse petrolifere, minimizza gli impatti sanitari (un’occhiata ai dati del Registro dei tumori in Basilicata apre uno spaccato sulla notevole incidenza delle patologie tumorali nella maggior parte delle aree della regione), affossa con ogni mezzo lo sviluppo delle energie rinnovabili (vedi il decreto spalma-incentivi, bocciato anche dal New York Times), non è il nuovo che avanza, è Lazzaro che resuscita. Un Lazzaro che ha rubato a Fonzie la giacca di pelle.

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it

Un democristiano con i piedi nel secolo scorso
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DRAGHI RISCUOTE LA SOVRANITA' (MENTRE SI PREPARANO NUOVE ELEZIONI POST-ILLUSIONE FINANZIARIA?)

Pubblicato su 10 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Forse una delle cose più verosimili tra quelle che vengono anticipate in questi giorni è quella sulla "profonda" revisione delle detrazioni e deduzioni fiscali. Un vecchio cavallo di battaglia che risale alle manovre estive double-dip di Tremonti,con previsioni "salvaguardia" che non furono mai attuate ma che furono ritrascinate nella finanziaria di Monti e poi reimmesse nella legge-delega fiscale.
Rammentare questo non è inutile: la riforma delle detrazioni e deduzioni fiscali, che doveva originariamente servire per ottenere il pareggio di bilancio entro il 2014, è rimasta inattuata persino da Monti. Letta ha in parte rimodulato nella parte finale della sua fase governativa, ma non "abbastanza".
 
Ora, bisogna distinguere, - cosa così elementare che può sfuggire solo a causa della confusione alimentata dai media filogovernativi (cioè tutti, seppure con crescenti perplessità)-, tra manovra correttiva sull'esercizio 2014 e legge di stabilità 2015
E' ovvio che il Padoan di turno si riserva di sparare le sue cartucce sulla seconda, laddove il premier, a sua volta, ha infatti l'interesse a non smuovere troppo le acque, imponendo nuovi sacrifici che si rimangerebbero ufficialmente gli effetti fantomatici degli 80 euro.
Risultato:
a) non ci sarà una "vera" nuova manovra (attenzione: nel senso di nuove tasse, perchè il taglio della spesa pubblica viene considerato, da media e opinione pubblica concordi, la principale misura espansiva!), ma ci si accontenterà di campicchiare in attesa del varo della manovra di stabilità, anche perchè il governo punta tutte le sue carte sulla "assicurazione sulla vita", cioè sulla riforma del Senato e la legge elettorale, un combinato che può dare ad un partito che veleggi intorno al 40% il controllo praticamente incontrollato di tutte le istituzioni e, con ciò, consentirgli di perpetuare il proprio potere in modo da porsi come interlocutore obbligato persino alle istituzioni UE;
 
b) questo disegno, peraltro, è di incerta riuscita, dato che la golden share elettorale europea vantata da Renzi è stata ormai giocata, in un unico colpo andato a vuoto, nella grosse Koalition che sostiene Juncker e la governance dell'euro-delirio può ora dormire sonni (della ragione) alquanto tranquilli
E una volta ricreata la continuità di vertice nelle istituzioni UE, queste possono proseguire imperturbabili nel disegno che era in agenda prima delle elezioni e che può sfruttare il fatto che la dispersione della sovranità degli Stati, in specie per l'Italia (il bersaglio grosso dell'intera strategia ordoliberista-internazionalista), è ormai un fatto compiuto; cioè che rende inutile, nel senso di irrilevante, il consolidamento di uno o l'altro tipo di assetto istituzionale "interno" in Italia;
 
c) all'attuale governo, dunque, non resta che un unico punto di forza: il consenso interno ottenuto con il metodo degli 80 euro e la imposizione, anche in sede europea, di una certa composizione del nuovo potere italiano. Cioè il messaggio che si vorrebbe far passare è che l'Italia ha un "garante" e uno solo possibile. E che quindi non si avrebbero alternative praticabili che consentano ai padroni €uropei di ripetere l'esperienza Monti, sostituendo l'attuale governo come si era fatto con Berlusconi;
 
d) non a caso, Delrio si ribadisce fiducioso che il PIL si riprenderà nel secondo semestre, che ulteriore spending review, superiore alle attese, alla fine opererà nel senso di far quadrare i conti. E rassicura che le pensioni in godimento (rispetto all'ipotesi di ricalcolo contributivo di quelle in tutto o in parte elargite col sistema retributivo) non saranno toccate
A ciò va aggiunto che il piatto forte della legge di stabilità, come detto all'inizio, potrebbe essere costituito dalla riforma delle detrazioni e deduzioni ma fatta, in perfetto stile 80 euro, per "classi di reddito", cioè andando ad incidere solo sui redditi più alti su cui, per questa via sarebbe intensificata la pressione fiscale effettiva, lasciando esenti i redditi più bassi. 
Unendo ad un nuovo gettito così "concentrato" (si dovrebbe trattare di qualcosa come 15-20 miliardi di inasprimento delle imposte dirette, per stare alle coperture nonchè alle correzioni imposte dall'UE) opportuni ulteriori tagli di spesa - che potrebbero anche implicare "tetti" alle pensioni, meno invisi del ricalcolo retributivo generalizzato, sfruttando la marea livorosa e prescindendo da ogni proporzione coi contributi in precedenza versati...e incamerati senza corrispondere alcun corrispettivo-la manovrona sarebbe compiuta;
 
e) gli italiani, - dando per scontata l'adeguata copertura mediatica a reti e giornaloni unificati-, sarebbero mediamente contenti: colpita sarebbe la maggioranza dei "ricchi" (pensionati e percettori di reddito...rimasti in Italia), con lo stesso grado di soddisfazione del corpo elettorale livoroso di riferimento, perseguendo quella Schadenfreude che ha già funzionato con gli 80 euro. 
Inutile dire che alla fine quello che conterebbe sono i saldi: un mix di inasprimento della pressione fiscale (rozzamente offerta come redistribuzione) e di tagli della spesa, per circa 1,5 punti di PIL, porterebbe nel 2015 ad una recessione almeno di 2,2 punti di PIL (non vi devo rispiegare il moltiplicatore "Sapir", di cui tante volte abbiamo parlato);
 
f) però, ed è questo il "bello", tutti (espertoni e giornalisti) sarebbero concordi che non sarebbe una manovra recessiva, agendo sulla redistribuzione (non è vero ma basterà ripeterlo: in realtà è un mero inasprimento fiscale e non attribuisce alcuna nuova ricchezza alle fasce non colpite) e sul taglio della spesa, che, ormai, ci si è persuasi, a livello di dogma collettivo goebbelsiano, che non solo non diminuisca il PIL ma che addirittura lo aumenti.
 
Siccome, tuttavia, persino in questo governo è insorto un qualche sospetto che  un consolidamento fiscale di almeno 20 miliardi qualche effetto sul PIL 2015 lo avrebbe, la manovra di stabilità preluderà al tentativo coevo (almeno di facciata) di far andare in porto la riforma costituzionale e la legge elettorale. Magari solo la seconda, visti i tempi dell'art.138 e la difficoltà che il probabile referendum confermativo della riforma costituzionale possa svolgersi in tempo, prima del grande "temporale" recessivo che investirà ufficialmente l'Italia. 
E dunque entro la prossima primavera, prima che si inizino a registrare i dati della nuova dilagante recessione, diviene probabile che si svolgano nuove elezioni, in cui si ripeta il successo europeo degli 80 euro. 
E pure con la opportuna dialettica (apparente) di una controparte politica spaghetti tea-party, che, mimando una presunta diversificabilità delle politiche fiscali perseguibili, strillerà sdegnata che si doveva "solo" tagliare la spesa pubblica, a tappeto, unico modo per ridurre la pressione fiscale "insostenibile per le imprese". E ritirare fuori l'abolizione integrale dell'art.18 come unico modo per ricreare posti di lavoro.
 
Una manna per Renzi, che potrebbe proporsi alla maggioranza livorosa dell'elettorato come un protettore delle fasce sociali deboli, dei giovani e dello stesso "lavoro".
E notare che questa "commedia dell'ars politicorum" italiana, come vedremo del tutto patetica agli occhi dei padroni €uropei, è tanto più grottesca quanto più la questione "euro" è ormai totalmente uscita dalla scena politica nazionale.
 
Questo disegno, deve apparire alquanto scoperto nelle alte sfere ordoliberiste €uropee: a cui interessa essenzialmente la questione del mercato del lavoro, cioè la flessibilizzazione totale in uscita. Senza neanche preoccuparsi della "illusione finanziaria" mantenibile come retaggio di altri tempi (quando un governo doveva legittimarsi elettoralmente) proprio perchè l'Europa ormai, scampato il pericolo elezioni dell'europarlamento, è fermamente convinta di imporre la logica tecnocratica efficientista che scalza i fastidiosi parlamentie l'ultima delle sue preoccupazioni è quella di quale sia l'esito di una consultazione elettorale nazionale, in un paese dove si è rinunciato ad ogni resistenza alla moneta unica. 
Specialmente in Italia, dove la questione "euro" è definitivamente uscita di scena e le contese politiche interne appaiono una ridicola pantomima tra aspiranti feudatari che, nel loro insieme, risultano solo dei goffi esecutori di un diktat ormai fissato e ripetuto fino alla nausea.
 
Questo spiega perchè, subodorando l'andazzo, e richiamando all'ordine con un primo avvertimento gli inutili contendenti-apparenti delle varie fazioni italiane del PUO (cioè ordoliberisti post-ortodossi "nuovisti" e spaghetti tea-party), Draghi ribadisce che è giunto il momento di cedere la sovranità all'€uropa sulle riforme strutturali: cioè competitività (mercato del lavoro) e..."giustizia" (un alibi per dissimulare il via libero alla valanga degli IDE che devono riassettare l'Italia nel noto esito finale della colonizzazione).
Insomma, il messaggio è: "litigate pure tra di voi, per cordate e poltrone, ma solo se questo non ritarda il disegno che siamo comunque in "diritto" di completare direttamente.Ovverosia: ragazzi non ci fate perdere tempo: avete perso, non siete più sovrani e le vostre quisquilie politiche interne non contano ai nostri occhi." 
Tratto da:http://orizzonte48.blogspot.it
DRAGHI RISCUOTE LA SOVRANITA' (MENTRE SI PREPARANO NUOVE ELEZIONI POST-ILLUSIONE FINANZIARIA?)
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L’ascesa del Petroyuan e l’erosione dell’egemonia del dollaro

Pubblicato su 9 Agosto 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA, ESTERI

Per 70 anni uno dei fondamenti cruciali del potere statunitense è stato il dollaro quale moneta più importante del mondo. Negli ultimi 40 anni, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo dominante del verdone nei mercati energetici internazionali. Oggi, la Cina sfrutta l’ascesa a potenza economica e di mercato sempre più importante per gli esportatori di idrocarburi del Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica, circoscrivendo il predominio mondiale del dollaro nell’energia, con possibili profonde implicazioni per la posizione strategica degli USA.
Dalla seconda guerra mondiale, la supremazia geopolitica degli USA riposava non solo sulla forza militare, ma anche sulla posizione del dollaro quale principale valuta di transazione e di riserva mondiale. Economicamente, il primato del dollaro deriva dal “signoraggio”, la differenza tra costo per la stampa del denaro e il suo valore, sugli altri Paesi, minimizzando il rischio del cambio per le aziende degli USA. La sua reale importanza, però, è strategica: il primato del dollaro permette agli USA di colmare il cronico deficit di bilancio e correntizio mediante l’emissione di ulteriore moneta, proprio come Washington finanzia la propria proiezione di potenza da oltre mezzo secolo. Dagli anni ’70, pilastro del primato del dollaro è stato il ruolo di moneta dominante sui prezzi di petrolio e gas, con cui le vendite internazionali di idrocarburi sono fatturate e liquidate. Ciò permette di mantenere alta la domanda mondiale di dollari, nutrendo anche l’accumularsi tra i produttori di energia delle eccedenze in dollari, rafforzandone la posizione di prima riserva patrimoniale del mondo “riciclabile” nell’economia degli Stati Uniti per coprirne i deficit. Molti ritengono che la preminenza del dollaro nei mercati dell’energia deriva dallo status di maggiore valuta transazionale e di riserva mondiale. Ma il ruolo del dollaro in questi mercati non è naturale e né basato su una posizione dominante. Piuttosto, fu ideata dai politici statunitensi dopo il crollo dell’ordine monetario di Bretton Woods nei primi anni ’70, ponendo fine alla versione iniziale del primato del dollaro (“egemonia del dollaro 1.0″). Collegare il dollaro alla negoziazione internazionale del petrolio fu la chiave per crearne la nuova versione (“egemonia del dollaro 2.0″) e, per estensione, finanziare altri 40 anni di egemonia statunitense.

Egemonia oro e dollaro 1.0
Il primato del dollaro fu sancito in occasione della conferenza di Bretton Woods del 1944, dove gli alleati non comunisti degli USA aderirono al progetto di Washington per un ordine monetario internazionale del dopoguerra. La delegazione della Gran Bretagna guidata da Lord Keynes, e praticamente ogni altro Paese partecipante salvo gli Stati Uniti, favoriva la creazione di una nuova valuta multilaterale con il neonato Fondo monetario internazionale (FMI) quale principale fonte di liquidità globale. Ma ciò avrebbe ostacolato le ambizioni statunitensi per l’ordine monetario dollaro-centrico. Anche se quasi tutti i partecipanti preferivano l’opzione multilaterale, la potenza schiacciante degli USA fece sì che, alla fine, le sue preferenze prevalessero. Così, con il gold exchange standard di Bretton Woods, il dollaro fu ancorato all’oro e le altre valute al dollaro, facendone la principale forma di liquidità internazionale. C’era però una contraddizione fatale nella  visione basata sul dollaro di Washington. L’unico modo con cui gli USA potevano diffondere abbastanza dollari per soddisfare le esigenze di liquidità mondiali, era il disavanzo a tempo indeterminato. Mentre Europa occidentale e Giappone recuperavano e riconquistavano competitività, il deficit cresceva. Gettandosi nella domanda crescente di dollari per finanziare l’aumento dei consumi, l’espansione dello stato sociale e la proiezione di potenza globale, gli USA presto offrirono più moneta statunitense di quella pari alle proprie riserve auree. Dagli anni ’50, Washington agì per convincere o costringere i titolari di dollari stranieri a non cambiare i verdoni con l’oro. Ma l’insolvenza non poteva essere scongiurata per molto: nell’agosto 1971, il presidente Nixon sospese la convertibilità dollaro-oro, ponendo fine al gold exchange standard; nel 1973, anche i tassi di cambio fissi scomparvero.
Tali eventi sollevarono interrogativi fondamentali sulla solidità a lungo termine dell’ordine monetario basato sul dollaro. Per conservarne il ruolo di primo fornitore di liquidità internazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a mantenere i disavanzi delle partite correnti. Ma questo deficit si espanse, avendo l’abbandono di Washington di Bretton Woods intersecatosi con altri due sviluppi cruciali: gli USA diventarono importatori netti di petrolio nei primi anni ’70 e l’affermazione sul mercato dei membri chiave dell’organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1973-1974, causando un aumento del 500% del prezzo del petrolio, aggravando la pressione sulla bilancia dei pagamenti. Con il legame tra dollaro e oro reciso e tassi di cambio non più fissi, la prospettiva che il deficit degli Stati Uniti divenisse sempre più grande aggravò le preoccupazioni sul valore a lungo termine del dollaro. Tali preoccupazioni ebbero risonanza speciale per i grandi produttori di petrolio. Il petrolio sui mercati internazionali era valutato in dollari almeno dagli anni ’20, ma per decenni la sterlina fu usata almeno con la stessa frequenza dei dollari negli acquisti di petrolio transnazionali, anche dopo che il dollaro aveva sostituito la sterlina come prima valuta commerciale mondiale e di riserva. Finché la sterlina era ancorata al dollaro e il dollaro era “buono come l’oro”, ciò era economicamente sostenibile. Ma dopo che Washington abbandonò la convertibilità dollaro-oro e la transizione mondiale passò dai tassi di cambio fissi a quelli fluttuanti, il regime di valuta nel commercio del petrolio era in palio. Con la fine della convertibilità dollaro-oro, i principali alleati degli USA nel Golfo Persico, Iran dello Scià, Quwayt e Arabia Saudita, favorirono il passaggio del sistema dei prezzi dell’OPEC dai prezzi in dollari a un paniere di proprie valute. In tale contesto, molti alleati europei degli USA ripresero l’idea (già affrontata da Keynes a Bretton Woods) di fornire liquidità internazionale sotto forma di valuta multilaterale emessa dal FMI, governata dai cosiddetti “diritti speciali di prelievo” (DSP). Dopo che l’aumento dei prezzi del petrolio gonfiò i loro conti correnti, Arabia Saudita e gli altri alleati arabi del Golfo degli Stati Uniti spinsero l’OPEC ad iniziare le fatturazioni in DSP. Inoltre approvarono le proposte europee per riciclare gli avanzi in petrodollari nel FMI, per incoraggiarne l’emersione quale principale fornitore di liquidità internazionale post-Bretton Woods. Ciò avrebbe significato che Washington non poteva continuare a stampare dollari, mentre voleva sostenere l’aumento di consumi, spese sociali e grande proiezione di potenza globale. Per evitarlo, i politici statunitensi  dovettero trovare nuovi modi per incentivare gli stranieri a continuare a mantenere sempre più grandi eccedenze di ciò che erano ormai dollari fiat.

Egemonia petrolio e dollaro 2.0
A tal fine, le amministrazioni degli Stati Uniti dalla metà degli anni ’70 misero a punto due strategie.  massimizzare la domanda di dollari come valuta transazionale ed invertire le restrizioni di Bretton Woods sui flussi di capitali transnazionali; con la liberalizzazione finanziaria, gli USA potevano fruttare ampiezza e profondità dei propri mercati di capitali, e coprire il cronico deficit di bilancio e partite correnti attirando capitali stranieri a costi relativamente bassi. Forgiare stretti legami tra  vendita di idrocarburi e dollaro si dimostrò cruciale su entrambi i fronti. Creando tali collegamenti, Washington estorse efficacemente ai suoi alleati arabi del Golfo un silenzio condizionato garantendosi la loro propensione ad aiutare finanziariamente gli Stati Uniti. Rinnegando le promesse ai partner europei e giapponesi, l’amministrazione Ford spinse clandestinamente l’Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo a riciclare quote sostanziali delle loro eccedenze in petrodollari nell’economia degli Stati Uniti, tramite intermediari privati (in gran parte degli Stati Uniti), piuttosto che attraverso il FMI. L’amministrazione Ford chiese anche il supporto del Golfo arabo a una Washington in ristrettezze finanziarie, concludendo accordi segreti con le banche centrali di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per acquistare grandi quantità di titoli del Tesoro USA al di fuori delle aste normali. Tali impegni aiutarono Washington ad impedire al FMI di soppiantare gli Stati Stati quale principale fornitore di liquidità internazionale, dando anche un fondamentale impulso alle ambizioni di Washington nel finanziare il deficit riciclando avanzi dei dollari esteri tramite mercati finanziari privati e l’acquisto di titoli di Stato statunitensi. L’impegno dell’OPEC al dollaro come moneta per le vendite internazionali del petrolio fu fondamentale per l’ampia adozione del dollaro quale valuta transazionale dominante sul mercato petrolifero. Pochi anni dopo, l’amministrazione Carter siglò un altro accordo segreto con i sauditi, per cui Riyadh s’impegnava ad esercitare la propria influenza per garantire che l’OPEC mantenesse i prezzi del petrolio in dollari. Quando il sistema di prezzi amministrati dell’OPEC crollò a metà degli anni ’80, l’amministrazione Reagan incoraggiò l’uso universale dei dollari nelle vendite di petrolio internazionali nelle nuove borse del petrolio di Londra e New York. I prezzi quasi universali del petrolio e poi del gas, in dollari, furono rafforzati dalla probabilità che le vendite di idrocarburi non fossero solo espresse in dollari, ma anche trattate, generando il costante sostegno alla domanda di dollari in tutto il mondo.
In breve, queste occasioni furono fondamentali nella creazione dell'”egemonia del dollaro 2.0″. E sostanzialmente ressero nonostante la periodica insoddisfazione araba del Golfo verso la politica mediorientale degli Stati Uniti, il fondamentale allontanarsi degli Stati Uniti da altri importanti produttori del Golfo (Iraq di Sadam Husayn e Repubblica islamica dell’Iran), e dall’interesse sul “petro-euro” nei primi anni 2000. I sauditi, in particolare, hanno vigorosamente difeso i prezzi del petrolio esclusivamente in dollari. Mentre Arabia Saudita e altri grandi produttori di energia accettavano il pagamento delle loro esportazioni di petrolio in altre valute principali, la quota maggiore delle vendite mondiali di idrocarburi continuava ad essere regolata in dollari, perpetuando lo status del dollaro a prima valuta transazionale del mondo. Arabia Saudita e altri produttori arabi del Golfo completarono il sostegno al nesso petrolio-dollari con grandi acquisti di armi avanzate statunitensi; la maggior parte agganciò le proprie valute al dollaro, un impegno che alti funzionari sauditi descrivono come “strategico”. Mentre la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa, il riciclaggio dei petrodollari del Golfo arabo permette di mantenerlo come valuta di riserva mondiale.

dollar-vs-china-609x250La sfida della Cina
Eppure, storia e logica cautela delle pratiche attuali non sono scolpite sulla pietra. L’ascesa del “petroyuan” verso un regime valutario meno dollaro-centrico nei mercati energetici internazionali, con implicazioni potenzialmente gravi per la posizione del dollaro, è già in corso. Mentre la Cina è emersa quel principale attore sulla scena energetica mondiale, ha anche intrapreso un’estesa campagna per internazionalizzare la propria valuta. Una quota crescente del commercio estero della Cina viene espressa e regolata in renminbi; l’emissione di strumenti finanziari denominati in renminbi è in crescita. La Cina persegue un processo prolungato di liberalizzazione essenziale alla piena internazionalizzazione del renminbi in conto capitale, permettendo maggiore flessibilità dei tassi di cambio dello yuan. La Banca Popolare di Cina (PBOC) ha ora accordi di swap con oltre 30  altre banche centrali, il che significa che i renminbi è già un’efficace valuta di riserva. Guardando al futuro, l’uso del renminbi nella vendita degli idrocarburi internazionale sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. I politici cinesi apprezzano i “vantaggi di agente storico” di cui il dollaro gode; il loro scopo non è il renminbi che sostituisce il dollaro, ma affiancare lo yuan al verdone quale valuta transazionale e di riserva. Oltre ai benefici economici (ad esempio, riducendo i costi di cambio per le imprese cinesi), Pechino vuole, per motivi strategici, rallentare ulteriormente la crescita delle sue enormi riserve in dollari. La Cina ha visto aumentare la propensione statunitense ad escludere Paesi dal sistema finanziario statunitense come strumento di politica estera, e si preoccupa di come Washington cerchi di sfruttare ciò; l’internazionalizzazione del renminbi può mitigare tale vulnerabilità. In generale, Pechino comprende l’importanza del potere del dollaro nel dominio statunitense; intaccandolo la Cina può contenere l’eccessivo unilateralismo degli Stati Uniti.
La Cina da tempo ha inserito gli strumenti finanziari nei suoi sforzi per accedere agli idrocarburi stranieri. Ora Pechino vuole che i principali produttori di energia accettino il renminbi come valuta transazionale, anche per concludere l’acquisto di idrocarburi, incorporando il renminbi nelle riserve della banca centrale cinese. I produttori sono motivati ad accettarlo. La Cina è nel prossimo futuro, di gran lunga il principale mercato in crescita per i produttori di idrocarburi nel Golfo Persico e dell’ex-Unione Sovietica. Le ampie aspettative di lungo termine sull’apprezzamento dello yuan rendono l’accumulazione delle riserve di renminbi una “bazzecola” in termini di diversificazione del portafoglio. Mentre gli USA sono sempre più visti come potenza egemone in declino, la Cina è vista come potenza in ascesa per eccellenza. Anche per il Golfo arabo, che da tempo si affida a Washington come ultimo garante della sicurezza, ciò fa sì che più stretti legami con Pechino siano un imperativo strategico. Per la Russia, i rapporti deterioratisi con gli Stati Uniti spingono a una maggiore cooperazione con la Cina, contro ciò che Mosca e Pechino considerano i declinanti, ma ancora pericolosamente instabili ed  iperattivi USA. Per diversi anni, la Cina ha pagato le importazioni di petrolio dall’Iran in renminbi; nel 2012, la BoPRC e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti istituirono uno swap in valuta da 5,5 miliardi di dollari, ponendo le basi per la conclusione in renminbi delle importazioni di petrolio cinesi da Abu Dhabi, un’importante espansione dell’uso del petroyuan nel Golfo Persico. L’accordo sul gas sino-russo da 400 miliardi di dollari concluso quest’anno, prevede l’acquisto cinese di gas russo in renminbi; se completato, ciò darà un ruolo apprezzabile al renminbi nelle transazioni di gas transnazionali.
Guardando al futuro, l’uso del renminbi nelle vendite di idrocarburi internazionali sicuramente aumenterà, accelerando il declino dell’influenza statunitense nelle regioni-chiave produttrici di energia. Rendendo anche più difficile per Washington finanziare quello che la Cina ed altre potenze in ascesa considerano una politica estera interventista; una prospettiva su cui la classe politica statunitense ha appena cominciato a riflettere.

peoples_bank_of_china--621x414Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ascesa del Petroyuan e l’erosione dell’egemonia del dollaro
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