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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Hersh: giornalisti bugiardi e cialtroni, ne caccerei 9 su 10

Pubblicato su 6 Ottobre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in USA E AMERICA LATINA

Pavidi, pigri e puntualmente “distratti”, di fronte a notizie scomode. In una parola: bugiardi. Giornalisti, brutta gente: bisognerebbe cacciarne a pedate il 90%. Sarebbe l’unico modo per restituire credibilità alle cronache, fornendo all’opinione pubblica un’informazione finalmente sincera. Lo sostiene un grande reporter come Seymour Hersh, vincitore del Premio Pulitzer e autore di inchieste dirompenti, dal Vietnam all’Iraq. Hersh è scandalizzato dalla sistematicadisinformazione del mainstream: menzogne colossali, dalla presunta morte di Osama Bin Laden nel blitz in Pakistan – una storia spudorata e completamente inventata – fino alle reticenze omertose sul caso Snowden, che ha smascherato il super-potere spionistico della Casa Bianca. Come se ne esce? Non c’è che una soluzione: bisognerebbe licenziare in tronco nove giornalisti su dieci, specie quelli dei network più influenti come le reti televisive americane “Nbc” e “Abc”. Per andare finalmente a caccia della verità occorre «tornare al lavoro fondamentale del giornalista, che è quello di essere un outsider».

Il famoso reporter investigativo statunitense, scrive Lisa O’Carroll in un articolo sul “Guardian” ripreso da “Megachip”, è stato la spina nel fianco dei presidenti Usa sin fagli anni Sessanta. Hersh è indignato dalla “timidezza” dei giornalisti in America: a scandalizzarlo è «la loro incapacità di sfidare la Casa Bianca ed essere impopolari messaggeri di verità». Con buona pace del “New York Times”, che si dedica alla costruzione del culto della personalità di Obama, anche con favole come quella del blitz di Abbottabad contro il leader di Al-Qaeda: «Nulla è stato fatto di quanto raccontato in quella storia: è una grande bugia, non una sola parola è vera», dice Hersh della drammatica incursione nel 2011 delle forze speciali della marina Usa. All’episodio è dedicato un capitolo del libro che sta scrivendo: dimostra che il report ufficiale sulla vicenda è solo «un rapporto fatto di stronzate», dettato dalla Casa Bianca e completamente infondato. Un castello di carte (false) destinato a crollare alla prima analisi.

«L’amministrazione Obama mente sistematicamente», sostiene Hersh, ma il guaio è che «nessuno dei leviatani deimedia americani, né le reti televisive né le grandi testate della stampa, osa sfidarla». Per Hersh, i suoi colleghi sono patetici e «più che ossequiosi», evidentemente «hanno proprio paura di prendersela con questo ragazzo», Barack Obama. Si tratta proprio di una procedura: «Era così quando ti trovavi in una situazione in cui era accaduto qualcosa di assai drammatico, il presidente e gli scagnozzi attorno a lui avevano il controllo della narrazione, sapevi abbastanza bene che avrebbero fatto del loro meglio per raccontare direttamente la storia. Ora questo non succede più. Adesso si avvantaggiano di qualcosa di simile e progettano il modo per rieleggere il presidente». Manipolazioni direttamente alla fonte, su cui i media mainstream non indagano mai. E il pubblico è ormai così assuefatto alle favole, che Hersh non è nemmeno sicuro che le recenti rivelazioni sulla profondità e l’ampiezza della sorveglianza web da parte della Nsa possano avere un effetto duraturo.

La super-talpa Snowden, l’obiettore di coscienza costretto a riparare in Russia, ha sicuramente «cambiato l’intera natura del dibattito» sulla sorveglianza: è stato fondamentale perché ha fornito prove documentali, mettendo con le spalle al muro «i redattori da due soldi che amano i documenti», e senza quelli non cominciano neppure a prendere appunti. Ma è difficile pensare che uno scandalo mondiale come quello – benché così imbarazzante – possa davvero cambiare la politica di Obama. Complici, i soliti media: «Il presidente può ancora dire agli elettori “al-Qaeda, al-Qaeda”, e scommetto due a uno che il pubblico voterà per questo tipo di sorveglianza» anche se «suona così idiota». Tenendo banco davanti alla platea gremita della City University di Londra sul giornalismo investigativo, racconta il “Guardian”, il 76enne Hersh va a tutto gas: un vortice d’incredibili storie su com’era il giornalismo di una volta, su come lui ha esposto il massacro di My Lai in Vietnam e su come ha ottenuto le immagini di Abu Ghraib, dove i soldati americani brutalizzavano i prigionieri iracheni. Per Hersh, nonostante la sua attuale indecenza, il giornalismo può essere ancora l’arma vincente, democratica, per smascherare «un mondo gestito più che mai da completi mentecatti».

Lo scoop storico sulle atrocità di My Lai conferma l’efficacia del giornalismo onesto, vecchio stile, «tutto scarpe di cuoio e tenacia». Era il 1969, e a rivelare l’orrore a Hersh fu un soldato di 26 anni, William Calley, a capo di un plotone, imputato dall’esercito per un presunto omicidio di massa. Invece di alzare la cornetta per chiamare un addetto stampa, ricorda il “Guardian”, Seymour Hersh salì in macchina e cominciò a cercare quel soldato nel campo militare di Fort Benning in Georgia, dove aveva sentito che si trovava in stato di detenzione. Girò porta a porta, cercando in tutto il vasto complesso, a volte estorcendo le informazioni, fino a sbattere il pugno sul tavolo: «Sergente, voglio che Calley spunti fuori adesso». Alla fine i suoi sforzi furono ripagati con la pubblicazione della sua prima storia sul “St. Louis Post-Despatch”, poi ripubblicata in contemporanea in tutta l’America. Ottenuto il Pulitzer, Hersh fu assunto dal “New York Times” per seguire lo scandalo Watergate e la finì braccando Nixon fino in Cambogia.

Quasi trent’anni dopo, Hersh ha riconquistato le prime pagine mondiali con le rivelazioni sugli abusi di Abu Ghraib. Fonte: un alto ufficiale iracheno, disposto ad allontanarsi da Baghdad rischiando la pelle, per raccontare al reporter che i prigionieri iracheni avevano implorato di essere uccisi dai loro stessi famigliari, pur di non dover sopportare oltre il tormento della tortura e l’umiliazione degli abusi sessuali. A Hersh sono bastati cinque mesi per scovare qualche documento di prova, poi la bomba è esplosa. Ma, nonostante Abu Ghraib, Seymour Hersh è convinto che Barack Obama sia peggiore di Bush: «Ha forse chiuso Guantanamo? È per caso finita una delle guerre? C’è qualcuno che stia prestando attenzione all’Iraq?». Quanto alla possibile guerra in Siria: «Non stiamo mica andando tanto bene nelle 80 guerre in cui ci troviamo implicati proprio adesso: perché diavolo vuole invischiarsi in un’altra?». E soprattutto: perché nessuno se ne accorge e lo dice? «Che cosa sta succedendo ai giornalisti?».

Il guaio, continua il grande reporter, è che quello di oggi è «un giornalismo confezionato», che non impensierisce mai l’establishment e non si pone domande. Men che meno, ci si interroga su come si uccidono le persone, disintegrate dai missili sparati dagli aerei senza pilota, su ordine diretto del presidente. Per esempio: «Come fa Obama a farla franca con il programma dei droni, e perché noi non stiamo facendo di più? Come lo giustifica? Perché non scopriamo se questa politicaè buona o cattiva? Perché i giornali citano costantemente i due o tre gruppi che monitorano gli omicidi tramite droni? Perché non facciamo il nostro lavoro? Il nostro compito è quello di andare al di là del dibattito e scoprire chi ha ragione e chi ha torto sulle questioni. Questo non avviene abbastanza: costa soldi, costa tempo, mette in pericolo, solleva dei rischi. Il “New York Times” ha ancora giornalisti investigativi, ma lo fanno molto di più per portare acqua al mulino del presidente di quanto avrei mai pensato che fosse: è come se non si osasse più essere fuori dal coro».

Strano ma vero: «Nell’era Bush era molto più facile essere critici». Risultato: «La repubblica è nei guai, mentiamo su tutto: mentire è diventato il punto fermo». Giornalisti, dove siete? Nove su dieci sono in ufficio, davanti al computer, ad eseguire ordini. La soluzione? Licenziarli. Tradotto: «Sbarazzati del 90% dei redattori che esistono ora e inizia a promuovere redattori che non puoi controllare». Esempio, il “New York Times”: «Vedo che ad essere promosse sono quelle persone che alla scrivania sono più accondiscendenti con l’editore e con quel che vogliono i redattori anziani, mentre quelli che creano problemi non vengono promossi. Inizia a promuovere le persone migliori che ti guardano negli occhi e dicono “non mi importa quel che dici”». Altro esempio, il “Washington Post”: «Non si capisce perché abbia trattenuto i materiali di Snowden fino a quando non ha appreso che il “Guardian” stava per pubblicarli». Hersh farebbe tabula rasa, in giornali e televisioni. Obiettivo: invitare i cronisti a pubblicare solo notizie vere, scomode e fastidiose per i “mentecatti” al potere, quelli che – per nostra sfortuna – hanno in mano le sorti del mondo.

Tratto da: libreidee.org

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