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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

UN MONDO " PERDUTO" DA RI-CONQUISTARE

Pubblicato su 27 Novembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

L’avvento della società industriale, con tutto il carico di stupri ambientali ( Ilva docet ) , è alla base della disgregazione della società contadina, e, inoltre, ha creato tutta una serie di problemi sociali ed economici.

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Queste sono le premesse, anche se non le uniche, alla base del mondialismo, o globalizzazione, che dir si voglia. Il mondo contadino ha da sempre rappresentato un centro nevralgico di tenuta sociale, di identità popolari, di tradizioni mai dimenticate nel tempo: per meglio attuare il disegno globalizzatore il primo imperativo è stato quello di distruggere la civiltà agreste.

Osserviamo che, anche in questo, liberalismo e comunismo hanno sempre viaggiato di pari passo. Come i ceti padronali del capitalismo industriale non hanno esitato a scompaginare le classi rurali, trasformando velocemente il libero contadino nello schiavo legato alla catena di montaggio, adescandolo col miraggio del consumismo, così il comunismo colse sempre nella classe rurale il nemico principale del suo disegno sovversivo. Dalle elucubrazioni comuniste circa la mentalità reazionaria dei contadini, allo sterminio puro e semplice dei mujk ucraini operato da Stalin, l’obiettivo è lo stesso. Eliminare ciò che si avverte, a giusto titolo, come un ostacolo sulla via dello sradicamento, del cosmopolitismo e della società livellata.

Non nascondiamo che, effettivamente, anche in Italia, il nocciolo duro della resistenza contadina alla modernità ha avuto non di rado veri connotati reazionari. Tuttavia, sebbene a lungo cavalcato da oscurantisti di ogni specie – ecclesiastici come laici – l’innato conservatorismo agrario non ha di per sé le caratteristiche di un ottuso sottomondo di marginali fuori dalla storia, del tipo di certi insorgenti ottocenteschi. Essere analfabeti servi del padrone e avvolti da una sottocultura di paure e superstizioni non è il segno della storia contadina. Questa ci parla piuttosto di un sistema organico di protezione identitaria, qualcosa di immutabile che ha una sua logica di ferro e che da sempre ha affidato alla consanguineità e alla comunanza del suolo i cardini della propria concezione sociale. Una profonda cultura popolare, innervata dai saperi popolari, dalla conoscenza tramandata sulle coltivazioni e i cicli stagionali, l’innato rispetto per la natura e le sue leggi. Era un patrimonio ricchissimo e antico, che sin da Virgilio era stato celebrato come la più alta nobiltà. Questo retaggio, fatto a pezzi dal progressismo negli ultimi decenni, è tornato alla ribalta, ma col segno invertito di un recupero intellettualizzato, non più spontaneo, qualcosa tra la new age, le comuni fricchettone e un folcklore reinventato di sana pianta. Il contadinato storico era altra cosa. Era soprattutto civiltà, tradizione, legame con la terra natìa, solidità sociale.

Da noi, il sistema rurale era storicamente suddiviso, a grandi linee, tra piccola proprietà a Nord, mezzadria al Centro e latifondo a Sud. Ma in tutti e tre i casi, e al di là delle condizioni materiali, a volte di disperata miseria, la nota costante era il comunitarismo: la cascina, il podere e la masseria come luoghi della cultura tradizionale e del legame primordiale. Con, al centro, la signoria indiscussa del familismo. La famiglia rurale come fulcro aureo della comunità nazionale. E la storia della civiltà contadina in Italia ci indica una tendenza invariata: ovunque, in ogni epoca, il fine sociale è la creazione della piccola proprietà, il libero contadino padrone della terra su cui vive.

Mentre i ceti borghesi ragionavano – come gli industriali – in termini di reddito monetario e di profitto, non si capì che l’economia contadina ragionava invece in termini di beni ottenuti. Non il bracciante salariato, che era la punta di lancia delle rivendicazioni classiste, ma la famiglia contadina rappresenta il perno sociale.

Tutto questo ebbe fine non appena, col decollo economico del secondo dopoguerra, i piani di un equilibrio fra tradizione e modernità vennero rovesciati dalla selvaggia industrializzazione, che in pochi anni ha annientato il mondo legato al rispetto ecosistemico, creando in suo luogo il paradiso del consumo insostenibile e della degradazione ambientale. Qua e là si odono oggi crescenti lamenti per gli effetti distruttivi di queste scelte moderniste, effettuate per decenni a guida di una classe politica indegna e serva di potentati finanziari, ma sempre con piglio pienamente liberal-progressista. Ripensamenti tardivi, ma eloquenti. Si restaurano sagre paesane in chiave turistica, si celebrano gli “antichi sapori” della campagna, si fa una bolsa retorica sulla realtà agreste, quando questa non c’è più e il disastro progressista è ormai irreversibile. Nascono come funghi musei locali sulle tradizioni popolari e sui lavori preindustriali, si scrivono saggi sulla vita dei campi, solerti amministratori locali – di destra come di sinistra – non mancano di lamentare il perduto esempio di quando si faceva un uso ponderato delle risorse: è quando il progressista, terminato il suo criminale lavoro di desertificazione sociale, si volta a contemplare il suo demolitorio modello di sviluppo “democratico”. E viene colto da dubbi, vaghi sensi di colpa.

Il mondo contadino ci introduce in una realtà ormai remota, che è l’esatto opposto della trionfante mentalità etnopluralista, consumista e cosmopolita. Qui tutto è popolo, lavoro, tenacia, sacrificio, tradizione, radicamento, stirpe e madre-terra. Qui tutto è mito naturalistico e rispetto sacrale per le leggi della vita. È l’antimodernità, è l’eternità dei legami antichi, rappresentati in tale ed alta evocazione.

Non ci rimane che attendere che l’odierno innamoramento dei “ democratici”, tecnocrati per la civiltà contadina esprima un modello di sviluppo capace di rappresentare e far progredire, ma sul serio, questa parte di mondo ormai perduto.

Che è la sola nostra ancora di salvezza.

Libero adattamento di Claudio Marconi

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Anna Orsa 11/28/2012 22:35


Mi sembra una visione un po’ idilliaca del mondo contadino. Come sempre, guardando al passato, gli aspetti positivi sono gli unici a non sbiadire mentre si fa fatica a notare il resto. Quel mondo
era fatto di ristrettezze materiali ed anche immerso nell’immobilismo e nel culto della tradizione; un modello sociale perlopiù di tipo patriarcale, non per niente sospirato anche oggi dalle
istituzioni religiose come strumento ideale per il mantenimento del loro potere.


Anche il kolkhoz o il kibbutz possono essere veicoli di rispetto per la terra e di accorta gestione delle risorse; non c’è bisogno di scomodare la piccola proprietà famigliare, che di per sé non
è più in grado (se mai lo è stata) di soddisfare necessità alimentari in crescita tumultuosa.


Non è certo tenendo in piedi quel passato che si può sfuggire al disastro ambientale, che è invece figlio della pressione demografica e dell’ingordigia senza limiti dei potentati economici. I
problemi nuovi non si risolvono cercando di far girare al contrario l’orologio della storia, ma solo ideando soluzioni nuove.