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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

STORICA INTERVISTA DI OBAMA SUL MEDIO ORIENTE

Pubblicato su 7 Aprile 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Quando Barack Obama all'università del Cairo pronunciò la storica
frase Islam is a part of America, indicammo chiaramente l'illusorietà
dell'operazione mediatica che il presidente Usa tentava allora di
intraprendere. Oggi, dopo le sconfitte occidentali in Iraq ed
Afghanistan, l'intervento Nato in Libia, la guerra civile esplosa in
Siria, le preannunciate delusioni della Primavera Araba, l'incombere
di un attacco all'Iran - l'intervista che Obama ha rilasciato lo
scorso 2 marzo all'autorevole rivista the Atlantic è realmente
rivelatrice della posizione nella quale le amministrazioni Usa,
indipendentemente dal loro orientamento politico, si trovano rispetto
al Medio Oriente.
 
Si tratta, come nota Jeffrey Goldberg, il giornalista che l'ha
ottenuta da Obama, della "più lunga intervista mai rilasciata dopo il
profilarsi della crisi iraniana". Essa viene pubblicata con una
significativa scelta dei tempi, a pochi giorni dal discorso annuale
del presidente Usa davanti all'AIPAC, la più importante lobby ebraica
americana, e dal nuovo incontro con il primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu, in visita negli Usa la prossima settimana.
 
L'intervista suona come una vera e propria rivendicazione ufficiale
del supporto fornito dall'amministrazione Obama allo Stato di Israele,
ancor più delle altre che lo hanno preceduto.
 
"Il dato di fatto - afferma Obama, è che abbiamo fatto un gran lavoro
con Israele negli ultimi tre anni. Io penso che il primo ministro
[Benjamin Netanyahu] ed il ministro della difesa [Ehud Barak]
riconoscano che non abbiamo mai avuto una cooperazione militare e di
intelligence più stretta di quella attuale. Quando si guardi a quello
che io ho fatto per la sicurezza di Israele, dalle esercitazioni e
dall'addestramento congiunto, che va oltre tutto quanto abbiamo mai
fatto in passato, al supporto finanziario e operativo nel programma
Iron Dome [il ben noto sistema anti-missile israeliano] che garantisce
che le famiglie israeliane siano meno vulnerabili ad attacchi
missilistici, al fatto che abbiamo assicurato la superiorità militare
israeliana, alla lotta contro la deligittimazione di Israele, sia nel
Consiglio dei Diritti Umani che dinanzi all'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite, nel caso del rapporto Goldstone [il rapporto Onu che
aveva duramente stigmatizzato le violazioni israeliane durante
l'attacco alla striscia di Gaza nell'operazione Cast Lead nel dicembre
2008], così come dopo l'incidente della [freedom] flotilla - la verità
è che il rapporto con Israele ha funzionato assai bene".
 
La rivendicazione di questo speciale rapporto è espressamente
collegata dal presidente alla durissima polemica che i candidati
repubblicani suoi antagonisti nelle elezioni presidenziali di novembre
hanno sollevato in merito all'Iran, accusando Obama di non essere
sufficientemente pro-israeliano. Su questo punto, Obama si esprime in
modo estremamente chiaro, e perciò stesso drammaticamente rivelatore
dell'enorme influenza ormai acquisita dalla lobby israeliana nelle
campagne presidenziali Usa: "Non esistono valide ragioni per dubitare
di me su questo punto [quello cioè della sicurezza israeliana]. In
parte la questione ha a che vedere con il fatto che, nel nostro Paese
e sui nostri media, la questione diventa del tutto politica. Io non
credo che questo sia un segreto. Se avete un gruppo di esponenti
politici che vogliono creare tensione non tra gli Stati Uniti ed
Israele, ma tra Barack Obama ed il voto degli Ebrei Americani, che è
stato sempre storicamente molto influente nella sua candidatura,
allora diventa utile cercare di destare dubbi e di sollevare
problemi".
 
È dunque in questo contesto elettorale che dobbiamo collocare la
posizione dell'amministrazione Obama nei confronti dell'Iran,
direttamente influenzata dalla necessità di intercettare il pieno
sostegno della lobby ebraica che più attivamente sostiene Israele ed
esercita una diretta pressione sugli indirizzi della politica estera
statunitense, e non solo relativamente alle questioni del Medio
Oriente.
 
Il presidente Usa ribadisce allora la propria determinazione all'uso
della forza militare come una fra le quattro opzioni che compongono la
strategia americana, insieme a quelle politica, economica,
diplomatica, concretizzatesi nel ricorso alle sanzioni: le motivazioni
ovviamente sono ben note - il rischio di una proliferazione nucleare
nella regione (ovviamente prescindendo dalle 2-300 testate che Israele
ha già nei suoi arsenali), il pericolo di un trasferimento di armi
nucleari a non ben individuati "terroristi", le ripetute prese di
posizione iraniane contro l'esistenza dello Stato ebraico.
 
La questione iraniana, sottolinea Obama, non riguarda pertanto solo la
sicurezza dello Stato ebraico, ma anche gli interessi strategici degli
Usa: "per questo, quando io affermo che nessuna opzione è esclusa -
sottolinea Obama, voglio dire proprio questo. Noi continueremo ad
esercitare una pressione fino a quando l'Iran non adotterà una linea
diversa".
 
Non troppo sibillinamente, Obama, quando il giornalista gli chiede la
sua opinione sull'eventualità che Israele colpisca autonomamente
l'Iran, risponde: "Io penso che negli Stati Uniti istintivamente
simpatizziamo per Israele". Come a dire che anche un attacco
preventivo non danneggerebbe la reputazione dello Stato ebraico negli
Usa. Un'affermazione certamente pericolosa per tutti in questo
momento.
 
Non sorprende quindi a questo punto nemmeno la chiara connessione che
Obama stabilisce fra la crisi del regime degli Assad in Siria e
l'esigenza di mutare il corso politico dell'Iran: ormai abbandonata
ogni retorica umanitarista e di democracy building, si dice per la
prima volta chiaramente che il regime baathista siriano deve essere
eliminato in quanto unico ed ultimo alleato dell'Iran fra i Paesi
arabi. Il senso strategico della destabilizzazione in atto in Siria è
quindi per la prima volta espresso senza infingimenti e deve quindi
fare riflettere sul significato reale di quanto è accaduto in questo
Paese nel corso del 2011 e di quanto potrà accadervi ancora: la caduta
del regime di Assad è fondamentale in quanto sarebbe soprattutto "una
grave perdita per l'Iran". Il popolo siriano è avvisato.
Fonte: Clarissa [scheda fonte]  - Scritto da: Gaetano Colonna
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