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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

SOVRANITA' NAZIONALE ADDIO

Pubblicato su 10 Dicembre 2011 da frontediliberazionedaibanchieri

Le sei regole della nuova Ue

Merkel vince: dal tetto sul deficit alla super Commissione.

di Gea Scancarello

Gli incontri di stampo quasi carbonaro sono andati avanti per settimane. Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e una missione impossibile: riformare l’Europa.
L’unico modo per fermare la spirale negativa dei mercati finanziari, salvare la moneta unica e uscire dal vortice della crisi economica sembrava fosse quello di riscrivere il Trattato di Lisbona, ratificato nel 2007 in sostituzione della Costituzione su cui i 27 membri della Ue non hanno mai trovato un accordo. Ma cosa bisognasse cambiare e, soprattutto, quali e quanti interessi si nascondessero dietro alla formula, non è mai stato esplicitato apertamente.
LO STRAPPO DI CAMERON. I nodi sono venuti al pettine durante il vertice del 9 dicembre, aperto ai 17 membri dell’Eurozona insieme con i 10 Paesi che hanno mantenuto la propria moneta. Sotto al cappello della riscrittura del Trattato, il duo franco-tedesco ha infatti inserito tutte le regole di politica economica, fiscale e finanziaria su cui l’Europa discute da quasi due anni, da quando cioè si è aperta la crisi dei debiti sovrani che è arrivata a travolgere le banche e l'intera economia mondiale.
Entreranno in vigore, almeno in un primo momento, grazie ad accordi intergovernativi, necessari a scavalcare il niet della Gran Bretagna; l'ipotesi di lungo periodo è però una riscrittura del Trattato dell'Unione europea a 26, tagliando quindi fuori il Regno Unito.
Sono sei i punti centrali di questa riforma, destinata a cambiare il volto dell'Europa.

1. Obbligo del pareggio di bilancio, ossessione di Merkel

Al bando deficit e debiti eccessivi nelle finanze nazionali. Gli squilibri nei conti pubblici dei Paesi europei - non solo in Grecia, ma anche in Italia, schiacciata dal secondo debito pubblico al mondo - hanno scatenato e alimentato il nervosismo dei mercati internazionali. La Germania ha dunque imposto di voltare pagina.
NUOVO TETTO AL DEFICIT. Secondo i nuovi accordi, il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo (Pil) non dovrà superare lo 0,5%; il nuovo parametro deve diventare un obiettivo sancito addirittura dalle Costituzioni nazionali e la Commissione europea stabilirà nel dettaglio la tempistica necessaria per raggiungere il nuovo parametro.
Si supera così il trattato di Maastricht, che fissava al 3% il valore del rapporto, concedendo deroghe in casi di necessità particolari (di cui tutti i membri, a partire dalla Francia, hanno usufruito con lo scoppio della crisi del 2008).

2. Superpoteri alla Commissione, vicina agli standard tedeschi

Gli Stati che non dovessero ottenere il pareggio di bilancio saranno tenuti a chiedere «consiglio e tutela» alla Commissione europea, in un programma di «partnership economica».
I governi dovranno quindi sottoporre i propri programmi di risanamento a Bruxelles che vigilerà sulla loro attuazione.
SANZIONI UE. La Commissione potrà anche sanzionare in modo automatico qualsiasi Paese non rispetti il parametro del 3% tra deficit e Pil (secondo l’articolo 126 del Trattato di Lisbona oggi in vigore), a meno che una maggioranza qualificata dei membri dell’Eurozona non si opponga all’intervento.

3. Politiche economiche condivise, sul modello dei virtuosi del Nord

Per rinforzare la cooperazione e rendere più agevoli gli scambi nel mercato unico, le scelte di politica economica dei membri dell’Unione europea dovranno essere coordinate e condivise.
Bruxelles vaglierà i progetti di riforma nazionali, confrontandoli con le «best practice dell’Unione». In questo modo, in pratica, ai Paesi periferici si chiede di adottare il modello vincente del Nord del continente, Germania e nazioni satellite, come Finlandia e Olanda, in testa.
Per facilitare il confronto e la verifica su progetti e provvedimenti si terranno apposite riunioni europee almeno due volte all’anno.

4. Sui fondi Salva Stati si decide a maggioranza, no veto ai piccoli

Con la Grecia sempre a un passo del baratro e l’Italia avviata a un lungo e doloroso risanamento, è necessario avere a disposizione strumenti di intervento per assistere i Paesi in difficoltà finanziaria.
Lo strumento temporaneo oggi in funzione - il Fondo salva Stati (Esfs) - verrà quindi rimpiazzato anzitempo dall’European stability mechanism (Esm), il meccanismo di stabilità permanente. Il nuovo fondo sarà operativo dal luglio 2012, e comunque non prima che gli Stati che ne detengono almeno il 90% del capitale lo abbiano ratificato in parlamento.
NON SI SOMMANO LE DOTAZIONI. Tuttavia, il direttorio franco-tedesco si è opposto a un aumento della dotazione finanziaria del meccanismo permanente. Quello che rimane del Salva Stati, circa 200 miliardi di euro ancora non impegnati, non andrà quindi a sommarsi ai 500 già preventivati dall’Esm.
Se le risorse fossero state messe insieme, l’Europa avrebbe potuto contare su una potenza di fuoco superiore e in grado di fermare la speculazione. La Germania però non ha voluto aprire nuovamente il borsellino.
SI DECIDE A MAGGIORANZA. Per decidere a chi, quanto e quando prestare non sarà più necessaria l’unanimità dei Paesi che partecipano al fondo, bensì una maggioranza qualificata dell’85% .
Si tratta di un cambiamento fondamentale: l’avvitarsi della crisi greca è stato provocato da veti incrociati e interessi discordanti, anche di nazioni piccole, come per esempio Finlandia e Slovacchia. D’ora in poi questo non sarà più possibile. Alla modifica, infatti, si sono opposti Paesi Bassi, Finlandia e Slovacchia, ma l’ha spuntata il duo Merkel-Sarkozy.

5. Resta il blocco sulla Bce, eventuali aiuti in arrivo dal Fmi

Nessuna apertura è arrivata a favore di un ruolo più attivo nella gestione della crisi della Banca centrale europea, né sugli eurobond, che Berlino considera come fumo negli occhi.
L’Eurotower non diventerà quindi prestatore di denaro in ultima istanza, sul modello della Federal reserve americana.
Pur di non allentare le rigide maglie della Bce, l’Unione europea pensa di contribuire con 200 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, che a sua volta potrebbe andare in soccorso delle nazioni in difficoltà.

6. Accordi per velocizzare le riforme, scavalcando Londra

Per rendere operativi i nuovi accordi l’Europa utilizzerà, almeno in un primo momento, un escamotage. La revisione delle regole verrà ratificata con accordi intergovernativi tra i singoli Paesi, senza quindi ricorrere a un accordo complessivo per riformulare il Trattato di Lisbona.
Il Regno Unito si è infatti opposto alle nuove misure di politica economica e fiscale: Londra rifiuta la centralità di Bruxelles, il potere di controllo della Commissione e le restrizioni finanziarie imposte dalla Bce anche sul mercato britannico.
In questo modo, di fatto, si creano due standard: quello imposto dai nuovi accordi e quello pre-esistente, tracciato dai vincoli imposti dal trattato di Lisbona.

Fonte: Lettera 43

 

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