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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

SIAMO SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI O BANCARIA ? L'AFFARE MONTEPASCHI DI SIENA

Pubblicato su 9 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

La legge di oppressione e depredazione del sistemabancocentrico europeo purtroppo non ammette ignoranza. E gli ignoranti, così come i deboli, i disoccupati, i poveri, devono pagare per mantenere intatto l’elevato tenore di vita dei ricchi, dei furbi, degli speculatori.
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Parlo da ingegnere che per un certo periodo della sua vita ha lavorato all’interno dei reparti di produzione. Quando un sistema industriale produce troppi pezzi difettosi significa che è arrivato il momento di fare un massiccio intervento di manutenzione straordinaria per ritrovare i possibili guasti dei macchinari e dei processi produttivi adottati. Le cause di simili anomalie possono essere molteplici e tutte interconnesse fra di loro, ma è indubbio che se le carte registrano per un periodo prolungato di tempo un’alterazione dei normali livelli di difettosità il sistema è fuori controllo e ha bisogno di una seria messa a punta. Ora, capisco che il paragone fra un sistema industriale e una società civile nel suo complesso possa essere un po’ azzardato, ma se provate ad astrarvi un po’ con l’immaginazione noterete che le analogie e le similitudini sono davvero tante: chi ci governa considera le persone come tanti pezzi meccanici o macchine o numeri, ed è talmente incompetente ed incapace da non capire che il sistema di governo che ci ha imposto dall’alto è ormai abbondantemente fuori controllo. Si tratta di una società allo sbando senza più punti di riferimenti, ideali, speranze, aspettative, capacità di vedersi come una collettività di creature in evoluzione e in continuo miglioramento. La violenza, la disperazione, il delirio, l’odio che si percepiscono nell’aria sono i difetti principali della nostra società. E la circostanza più bizzarra è che coloro che si ritengono gli architetti e gli ingegneri di questo sistema europeo di oppressione non sono minimamente in grado di comprendere che il vaso ormai è colmo e straborda da ogni lato, perché per loro i guasti sono una parte integrante del progetto iniziale: i pezzi difettosi vanno soltanto eliminati, zittiti, esclusi dalla catena di montaggio e non capiti, ascoltati, "riparati".    


Quando accadono fatti tragici come quello della sparatoria davanti Palazzo Chigi, bisognerebbe drizzare subito le orecchie ed iniziare a riflettere più attentamente su ogni cosa. Quello che ho visto io, attraverso le immagini televisive, sono state le sagome di tre sventurati, vittime allo stesso modo di una situazione che sfugge ormai al nostro controllo: due di loro, i carabinieri, erano stramazzati al suolo e grondavano di sangue, sangue vero, l’altro aveva invece il sangue agli occhi e fumava di rabbia per i motivi che conosciamo bene. Non appena ad un uomo cominci a togliere prima il lavoro, poi la tranquillità familiare, la dignità, infine la speranza per il futuro, quell’uomo è in verità una mina vagante pronta ad esplodere in ogni momento. L’attimo esatto della deflagrazione dipende soltanto da una delicata questione di equilibrio personale, autocontrollo, saldezza di nervi. C’è chi sa contenere la sua rabbia per tutta la vita e chi invece riesce con il tempo a trasformarla in altro, ma c’è anche chi non conosce altro mezzo per esternare la sua rabbia, la sua solitudine, il suo isolamento che la violenza. Tranne in rari casi di evasione spirituale, un uomo non sceglie mai volontariamente di rimanere da solo, ma viene lentamente abbandonato da tutto e da tutti finché non si rende conto di essere solo e disperato. E qual è esattamente il confine fra un uomo solo e un uomo abbandonato?

 


Ripeto, non mi sognerei nemmeno lontanamente di giustificare la violenza, perché una tale condotta è lontana anni luce dai miei principi morali e dalle mie abitudini, ma cerco soltanto di immedesimarmi con ciò che può provare un uomo in preda al delirio e alla disperazione. Non vi nascondo che sento molta compassione sia per i due carabinieri feriti che per quell’uomo calabrese che non sapeva più dove sbattere la testa e aveva deciso di compiere qualcosa di eclatante per farsi ascoltare. Liquidarlo come un caso isolato, uno psicopatico, un emarginato è molto riduttivo, perché basterebbe scorrere la lista degli omicidi, delle rapine, delle aggressioni, dei suicidi che ogni giorno, ininterrottamente, si succedono in Italia per capire che si tratta di uncontagio generalizzato e inarrestabile. Continuare invece a ripetere che questi rigurgiti di violenza sono la naturale conseguenza di chi aizza le folle e invoca la mobilitazione a furor di popolo, significa ancora una volta trascurare e tacere sulle vere cause degli errori e delle distorsioni di un intero sistema sociale: non è che se tutti stiamo zitti e allineati, i problemi dell’Italia e dell’Europa si risolvono da soli, come per magia. Imovimenti di protesta sono solo l’effetto di una causa che sta più in alto, più in profondità, nel modo stesso in cui è stata concepita e progettata questa scellerata unione monetaria europea. Un modo folle e disumano che pretende di riparare agli errori, agli squilibri, alle iniquità senza apportare azioni correttive, procedere a manutenzioni straordinarie, rivedere alcune parti deboli del progetto. Al massimo, quello a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni è un’amplificazione degli sbagli commessi in passato: l’errore non si risolve ma diventa prassi, norma, forma di governo.


Come tutti noi abbiamo imparato a conoscere, il sistema economico europeo è bancocentrico: le aziende che hanno bisogno di capitali per finanziare i loro investimenti devono principalmente rivolgersi alle banche, mentre solo le grandi società multinazionali possono raccogliere direttamente fondi dai mercati borsistici. Se le banche vanno in crisi, tutto il sistema economico collassa. Questo è il motivo principale per cui a differenza dell’eurozona, paesi come gli Stati Uniti, basati su una maggiore dinamicità e flessibilità dei mercati dei capitali, dopo la crisi bancaria del 2007 si stanno riprendendo piuttosto rapidamente, puntando soprattutto sul sostegno sostenuto e continuativo dei valori borsistici. Stessa cosa sta avvenendo in questo momento inGiappone, dove gli indici di borsa stanno raggiungendo valori record e il governo con il supporto della banca centrale sta attuando un vasto programma di spesa pubblica e di immissione di nuova liquidità. In Europa invece tutto è bloccato, fermo, congelato in attesa che le banche rimettano a posto i loro bilanci disastrati. Quasi tutte le banche europee, chi più chi meno, chi in modo evidente e chi invece in modo occulto, soffrono di una doppia crisi di insolvenza e di liquidità e hanno immediata urgenza di essere ricapitalizzate per rientrare nei parametri patrimoniali richiesti dagli Accordi di Basilea o dall’EBA (European Banking Authority). In queste condizioni, le prospettive di una ripresa economica stabile e generalizzata in Europa diventano sempre più lontane e improbabili.


Sappiamo anche che mentre negli Stati Uniti e in Giappone sono state soprattutto le autorità monetarie a scontare i costi della crisi, in Europa il peso degli aggiustamenti è caduto principalmente sui risparmiatori, sui lavoratori, sulle piccole e medie aziende, ovvero sui fattori produttivi da cui dipende la crescita economica che tanto si auspica a parole e che invece viene continuamente penalizzata e ostacolata dalla strategia suicida adottata dalla tecnocrazia di Bruxelles. Malgrado i proclami profusi da ogni parte di alleggerire le politiche di rigore e di austerità, non esistono in concreto le benché minime premesse perché ciò possa avvenire. Per quanto osteggiato e criticato da quasi tutti i governanti europei (non ultimo il neo-presidente del consiglio Enrico Letta), il trattato del Fiscal Compact, che prevede per l’Italia un rientro progressivo del debito pubblico entro la soglia del 60% nei prossimi venti anni, non è mai stato messo seriamente in discussione in nessuna sede politica che conti. E a cosa serve principalmente il Fiscal Compact? Ad estorcere liquidità dal basso, dalla popolazione, dalla parte produttiva della società da consegnare alle banche, che proprio sulla rendita speculativa di posizione derivante dal possesso dei titoli di stato hanno costruito in passato e costruiscono ancora oggi una buona porzione della loro stabilità finanziaria. Uno spread elevato è tanto letale per noi contribuenti, che dobbiamo ripagare gli oneri degli interessi sui titoli di stato, quanto per le banche, che vedrebbero decadere rapidamente i valori dei loro attivi di bilancio. Ecco per quale motivo le uniche operazioni monetarie di rilievo messe a punto dalla BCE sono indirizzate ad un contenimento degli spreads a livello continentale. Niente in confronto alle gigantesche manovre monetarie a tutto campo intraprese dalla Federal Reserve, dalla Bank of Japan e dalla Bank of England.


Il recente taglio di un quarto di punto percentuale del tasso di sconto principale (portato così allo 0,5%, la soglia più bassa mai raggiunta dalla BCE) avrà poche ripercussioni benefiche sulla cosiddetta economia reale, perché è saltato da tempo il meccanismo di trasmissione monetaria: le banche non fanno prestiti sulla base del costo del denaro, ma sulla scorta del rischio sistemico relativo ad ogni paese, che per adesso è molto alto soprattutto nella periferia per i motivi che abbiamo prima detto di riduzione di domanda dei consumatori, crisi e fallimenti a catena delle aziende. Si è creato in pratica un vero e proprio cortocircuito fra le banche che cercano di ridurre i debiti, migliorare gli attivi, garantire i requisiti patrimoniali e l’economia reale che andando incontro a continui fallimenti impedisce proprio alle banche di ripulire i propri bilanci, perché  la contrazione economica fa aumentare inesorabilmente la quota dei prestiti in sofferenza. Si tratta in buona sostanza di ungigantesco cane che si morde la coda, che nessuno ha il coraggio di fermare o la capacità di guardare dritto negli occhi. Se osserviamo il grafico sotto, possiamo notare come le banche italiane stanno seguendo con due anni di distanza lo stesso cammino di innalzamento dei prestiti in sofferenza (NPLNon Performing Loans) delle banche spagnole, che ha portato queste ultime la scorsa estate a chiedere un piano di aiuti alla stessa Unione Europea.





Nonostante le banche italiane non abbiano affrontato fino ad oggi una crisi immobiliare devastante come quella spagnola o irlandese, la recessione economica e l’elevata disoccupazione stanno gradualmente portando allo stesso risultato. E non è tanto lontana l’ipotesi che prima della fine dell’anno, l’Italia sarà allo stesso modo costretta a richiedere un programma di salvataggio straordinario all’Unione Europea per mettere in sicurezza l’istituto più caracollante e fragile del nostro sistema bancario nazionale: Banca Montepaschi di Siena. Secondo gli ultimi dati ufficiali, la banca senese ha chiuso il 2012 con un risultato netto negativo di €3,17 miliardi, di molto superiore rispetto ai €2 miliardi inizialmente stimati. E ovviamente su questo risultato hanno pesato in modo preponderante le rettifiche nette sui crediti di oltre €2,67 miliardi, come conseguenza di ciò che abbiamo detto prima. In altre parole, Montepaschi è una banca virtualmente fallita e insolvente, che viene per adesso tenuta in piedi dai salvataggi di stato e dai programmi speciali di fornitura di liquidità della BCE (ELAEmergency Liquidity Assistance). Se dovesse interrompersi drasticamente uno di questi due canali di supporto, Montepaschi dovrebbe dichiarare bancarotta nel giro di pochi giorni, perché come ammesso dallo stesso presidente Alessandro Profumo, continua inarrestabile la fuga dei depositi. Anche se lo stesso dirigente si è guardato bene da specificare la cifra esatta dell’emorragia relativa al primo trimestre del 2013 per non allarmare troppo investitori e clienti.


In questo scenario già di per se preoccupante, c’è un altro fattore critico da considerare: entro il 2014 banca Montepaschi dovrà rimborsare circa €30 miliardi presi in prestito dalla BCE con l’operazione LTRO (Long Term Refinancing Operation), utilizzati soprattutto per riacquistare proprie obbligazioni e comprare titoli di stato. Dei €250 miliardi di liquidità concessi complessivamente alle banche italiane, soltanto poco più di un miliardo sono stati fin ad oggi rimborsati, posticipando quindi pericolosamente nel tempo il maggiore onere di rimborso, che potrebbe appunto avvenire in un’unica soluzione a partire da dicembre 2014. Come farà Montepaschi a trovare questa liquidità se continua il deflusso di depositi? Mistero. Consideriamo anche che attualmente il market cap di Montepaschi, cioè il patrimonio netto ricalcolato al valore di mercato, ammonta ad un misero €2,16 miliardi e gli azionisti non sono molto propensi in questo momento a procedere a ricapitalizzazioni fornendo nuovi fondi di tasca propria. Con un margine di capitale proprio così basso, difficilmente Montepaschi potrà far fronte alla doppia crisi di insolvenza e liquidità in corso. A meno che non venga attuato un piano di salvataggio sul modello delle banche di Cipro, con un bail-out esterno accoppiato ad un bail-in interno. E qui vengono i dolori per i vecchi e nuovi depositanti e investitori di Montepaschi.


Se analizziamo la distribuzione del passivo di bilancio di Montepaschi, vediamo che la maggior parte dei debiti della banca è costituita da depositi (€86 miliardi, Total Deposits) e da obbligazioni senior non garantite (€56 miliardi, Senior Unsecured Bonds), che con ogni probabilità saranno le prime voci ad essere aggredite in caso di bail-in interno. E in modo implicito e un po’ scorretto è già stato deciso quali depositanti devono pagare il conto: il Sud Italia poco produttivo e assistenzialista. Banca d’Italia infatti sta ostacolando da tempo l’apertura di nuove filiali di Deutsche Bank e di altre banche estere a sud di Napoli, per tenere imprigionati i depositi all’interno delle banche italiane ed evitare la fuga di capitali. Secondo alcune stime, se Deutsche Bank potesse avere l’autorizzazione ad aprire filiali nel Sud Italia, le banche italiane tutte, non solo Montepaschi, sarebbero messe in ginocchio da una corsa agli sportelli in massa e da una chiusura anticipata di depositi senza precedenti. Per chi non avesse ancora capito bene, la strategia per tenere in piedi le banche italiane e non penalizzare troppo la parte settentrionale produttiva del paese è stata quindi già decisa nei palazzi del potere. E, come si suol dire: “uomo avvisato, mezzo salvato”. Tutti sanno che Montepaschi prima o dopo avrà bisogno di un piano di salvataggio, quindi servirà a poco gridare e manifestare la propria rabbia quando arriverà il momento di pagare. La legge di oppressione e depredazione del sistemabancocentrico europeo purtroppo non ammette ignoranza. E gli ignoranti, così come i deboli, i disoccupati, i poveri, devono pagare per mantenere intatto l’elevato tenore di vita dei ricchi, dei furbi, degli speculatori.




Se aggiungiamo a tutto questo che lo Stato italiano, malgrado tutti i tentativi di costruire maggioranze allargate e governi ballerini, non avrà mai da qui ai prossimi venti anni alcuno spazio di manovra fiscale per uscire fuori dalla morsa dell’austerità, possiamo comprendere come la prossima espropriazione dei depositanti e degli investitori di Montepaschi sarà solo un piccolo passo all’interno del più colossale programma di spoliazione di ricchezza da interi paesi e popolazioni mai avvenuto nella storia dell’uomo. Come dice bene in un suo brillante articolo pubblicato sul Financial Times (tradotto in italiano su Keynesblog), l’analista tedescoWolfgang Munchau: “Sotto il Fiscal Compact, l’Italia sarà tenuta a ridurre il debito di oltre il 2% del PIL ogni anno. Per raggiungere tale obiettivo, l’Italia avrà bisogno di enormi avanzi strutturali per quasi una generazione. Quindi, se si vuole far cessare l’austerità, è necessario iniziare abrogando il Fiscal Compact e modificando alcuni atti di diritto derivato in materia di politica fiscale di coordinamento. Non credo che questo accadrà. La mia conclusione è che l’austerità è qui per restare, ma verrà semplicemente presentata con parole più dolci. E durerà per tutto il tempo in cui esisterà l’euro”.
Fonte: tempesta-perfetta.blogspot.it
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