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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

SE AD EST SI SPEGNE IL SOGNO EUROPEO

Pubblicato su 2 Giugno 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Sul finire degli anni novanta, quando le ferite della divisione in blocchi contrapposti dell’Europa non si erano ancora del tutto rimarginate, Slavenka Drakulić, giornalista croata di Fiume, nota per i suoi reportage dalla Jugoslavia in guerra, diede alle stampe un libro dal titolo molto evocativo: “Caffè Europa, siamo ancora un continente diviso?”.

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Guardando a quello che sta accadendo in Europa oggi, e segnatamente nei paesi che un tempo appartenevano al campo “socialista”, mi sono tornate alla mente alcune istantanee scattate dall’autrice tra le pieghe del suo lavoro. In particolare quelle che ritraevano le insegne con i nomi dei bar più alla moda nelle strade di Sofia o di Varsavia, di Vilnius o di Praga, di Zagabria o di Lubiana, perfino di Tirana. Nomi inglesi o francesi, prevalentemente, e la parola “Europa” dappertutto.

Era l’aspirazione a lasciarsi alle spalle il proprio passato, che aveva fatto di quelle città le capitali dell’”altra Europa”, quella più povera e disgraziata. Perché l’Europa, quella vera, era un’altra cosa, a prescindere dal dato geografico: era l’abbondanza, la terra promessa, la libertà.

Passò qualche anno ancora e il sogno sembrò avverarsi, per davvero. Uno dietro l’altro i principali paesi che un tempo costituivano l’Europa dell’est iniziarono ad entrare nell’Unione e alcuni, quelli più diligenti, anche nel club dell’Euro. Era finalmente caduta ogni barriera tra il “di qua” e il “di là”, non più “noi” e “loro” ma “europei”, tutti insieme.

È durato poco però questo sogno, perché oggi questi paesi si trovano a fare i conti con una crisi di proporzioni gigantesche, che ha dimostrato tutti i limiti del modello di integrazione economica e di unificazione monetaria scelto dalla dirigenza della Ue.

Dopo i primi anni in cui il dividendo dell’integrazione è stato piuttosto elevato, sia in termini di stabilità economico-finanziaria, sia per la possibilità di accedere a risorse finanziarie aggiuntive a quelle nazionali, da utilizzare per investimenti sul patrimonio infrastrutturale pubblico e per sostenere la crescita delle imprese in un quadro di politiche di convergenza, ai primi venti di crisi sviluppatisi oltreoceano le economie ed i sistemi finanziari di questi paesi hanno immediatamente mostrato la corda. Con difficoltà specifiche nei paesi che hanno adottato l’Euro.

Alla caduta di competitività dei sistemi produttivi ed ai contraccolpi, in taluni casi, di spericolate gestioni bancarie, si sono aggiunti gli effetti delle politiche di austerità che hanno prostrato l’economia, compresso i consumi, rallentato o azzerata la crescita. Per milioni di cittadini il sogno europeo si è repentinamente trasformato in un incubo. Alla lunga non hanno retto quei sistemi che avevano drogato la crescita per anni con politiche di credito permissive, con giochi di finanza speculativa a limite dell’illecito, aumentando esponenzialmente i livelli di indebitamento, sia dello stato che dei cittadini. E la medicina, quella imposta dall’Europa, è stata peggiore del male.

Così se in Romania si è arrivati al punto che centinaia di famiglie ogni anno sono costrette per vivere a vendere perfino i propri figli per poche centinaia di euro, in Bulgaria quasi la metà della popolazione è già sotto la soglia di povertà. In entrambi i paesi il salario lordo di un lavoratore non va oltre i 300 euro mensili, mentre il rischio di finire in povertà per i minori è rispettivamente del 49% e del 52%, contro la media Ue del 27%.

Non vanno meglio le cose se ci spostiamo in Repubblica ceca, in Slovacchia o in Ungheria. In tutti e tre i paesi la disoccupazione viaggia ormai su percentuali a due cifre (Solo in Repubblica ceca è all’8%, sotto la media europea, ma la percentuale è la più alta di sempre dal crollo del comunismo e continua a salire), cresce il disagio sociale, tra austerità, recessione e sofferenza dei settori trainanti dell’economia. Nel paese magiaro a quella economica si aggiunge anche l’emergenza democratica, per la torsione autoritaria imposta alle istituzioni dal premier Victor Orbàn.

C’è poi il caso della Slovenia, la piccola diligente Slovenia. Qui il crac delle principali banche commerciali del paese ha innescato una spirale pericolosissima, che potrebbe portare il paese a chiedere ben presto aiuti alla Ue. Un rischio che il governo della signora Bratušek cerca di scongiurare con un nuovo pacchetto di austerità che prevede, tra l’altro, la svendita delle maggiori aziende pubbliche del paese. Nel frattempo crescono disoccupazione e debito pubblico, mentre l’economia rimane imperterrita nel guado della recessione.

Le cose vanno un pochino meglio in Polonia, che, bisogna ricordarlo, è fuori dall’Eurozona, ma solo un pochino. Perché la crescita stimata per i prossimi anni sarà poco sopra l’1%, a fronte del 3-4% degli anni passati. Intanto cresce la paura da queste parti e l’ingresso nell’Euro non è più visto come un obiettivo da raggiungere a tutti costi.

Dei paesi baltici si dice che abbiano reagito meglio alla crisi e che l’austerità ha avuto i suoi effetti positivi. L’affermazione è in parte vera, in particolare se si guarda ai bilanci pubblici e al dato aggregato della crescita, ma nasconde una verità di fondo: qui la crisi è stata molto dura e le politiche di rigore hanno prodotto danni sociali ingenti. Un esempio su tutti: la Lituania, per far fronte alla crisi,  ha tagliato la spesa sociale del 30%, ha ridotto i salari del 20 o del 30%, le pensioni dell’11%. Ha aumentato le imposte sia dirette che indirette, caricando molto sui cittadini il peso del risanamento. Cosicché, mentre dell’economia e del bilancio si può dire che stanno un po’ meglio di qualche anno fa, la stessa cosa non si può dire dei lituani!

In tutti questi paesi la fiducia nell’Europa è così crollata ai minimi storici, cresce il disincanto, si avvertono chiusure nazionalistiche ed identitarie, dilagano proteste, scioperi, perfino rivolte. Un po’ ovunque crescono i partiti critici o nemici giurati dell’Europa unita e anche le formazioni un tempo europeiste oggi si guardano bene dall’enfatizzare il tema dell’integrazione.

Singolare a tal riguardo il caso della Bulgaria, dove alle ultime elezioni ha preso la maggioranza relativa la formazione del premier uscente Boyko Borisov, il “Partito dei cittadini per una Bulgaria Europea”, che in passato ebbe successo proprio per la sua linea filo-europea ed oggi, dopo la caduta del governo per le prolungate proteste di piazza contro la povertà ed il caro-bollette, è riuscito a rimanere a galla con un programma decisamente più critico verso l’Europa.

Da Bucarest a Varsavia, passando per Sofia, Budapest, Lubiana, l’Europa è ormai per molti il simbolo delle “illusioni perdute” dal 1989 ad oggi. Ecco perché se all’inizio degli anni novanta faceva un pò tenerezza imbattersi in un  negozio-catapecchia nel cuore di Bucarest ribattezzato “Point West” in omaggio al nuovo corso occidentalista del paese, oggi non stupisce più di tanto che il 60% dei romeni, secondo l’Istituto per la ricerca dei crimini del comunismo (Iiccmer), dichiari senza esitazione che “si stava meglio sotto Ceaucescu”.

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/luigi-pandolfi/se-ad-est-si-spegne-il-sogno-europeo_b_3352702.html?utm_hp_ref=italy

Tratto da: informarexresistere.fr

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gianni fraschetti 06/04/2013 13:13


Che peccato...Leggo abbastanza spesso il tuo blog e l'ho sempre trovato interessante ma con questo articolo abbiamo proprio pisciato fuori dal vaso. Ma in maniera netta ed inequivocabile....La
svolta autoritaria di Orban ? ma dove vivi ? Ed i numeri sulla Polonia sono tutti completamente sballati...Amico mio, non si puo' raccattare tutta le merda che gira in rete e pubblicarla e
soprattutto, anche se abbiamo dei blog, una linea editoriale bisogna pur darsela altrimenti i lettori ci mandano, a ragione, affanculo

frontediliberazionedaibanchieri 06/04/2013 17:07



Hai ragione e chiedo scusa a te e tutti i lettori. Per quanto riguarda Orban abbiamo detto, scritto e pubblicato tutto quanto c'è di buono nella sua politica, in maniera particolare quella
finanziaria. I dati della Polonia anche noi risultano come riportati nell'articolo. Per quanto riguarda gli articoli cerchiamo di selezionarli come per i siti dai quali attingere ma ogni tanto
qualcosa scappa, nessuno è perfetto. Grazie per l'avvertimento ed i consigli. Claudio Marconi