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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

RICORSI PER ANTICOSTITUZIONALITA' 6 LEGGI REGALA-SOLDI ALLE BANCHE - 1° LEGGE

Pubblicato su 27 Novembre 2011 da frontediliberazionedaibanchieri

Studio legale

Avv. Alfonso Luigi Marra

 

 

RICORSI PER ANTICOSTITUZIONALITA’

DELLE 6 LEGGI REGALA-SOLDI ALLE BANCHE

 

Ringrazio gli avvocati:

Ginaldo Cucinella,

Maria Benedetti

e Tamara Manzo

per la preziosa collaborazione.

 

Alfonso Luigi Marra

 

Indice (cercare con tasto «trova».)

 

 

RICORSI PER ANTICOSTITUZIONALITA’:

 

-1) dei decreti ingiuntivi in favore delle banche in base all’estratto conto;

 

-2) della decorrenza tardiva della valuta;

 

-3) dell’anatocismo, ovvero illegittimità della capitalizzazione degli interessi passivi quand’anche praticata pure per gli interessi attivi ove non sia parificata anche l’entità quantitativa del tasso attivo e di quello passivo;

 

-4) dell’innalzamento del tasso usuraio;

 

-5) della decorrenza della prescrizione dall’annotazione in conto corrente;

 

-6) della ri-introduzione della commissione di massimo scoperto.

 

xxxxxxx

 

-1) INCOSTITUZIONALITA’ DEI DECRETI INGIUNTIVI IN FAVORE DELLE BANCHE IN BASE ALL'ESTRATTO CONTO.

 

Non sussiste manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale – per violazione degli artt. 1, 2, 3, 4, 24, 35, 41, 47, 101, 102, 104 e 117 della Costituzione – dell'articolo 50 del D.Lgsl 1.9.1993, n. 385 (in Suppl. ordinario n. 92 alla Gazz. Uff., 30.9.73, n. 230), intitolato: «Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia», che recita: «La Banca d'Italia e le banche possono chiedere il decreto d'ingiunzione previsto dall'articolo 633 del codice di procedura civile anche in base all'estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve altresì dichiarare che il credito è vero e liquido».

 

La possibilità per le banche di ricorrere per ottenere il decreto ingiuntivo in base al mero estratto conto (una 'certificazione' di parte) non può che basarsi su una normativa palesemente illegittima.

 

Illegittimità costituzionale le cui motivazioni descriviamo di seguito, ma da tempo divenuta grottesca, vista la giurisprudenza da anni consolidata sull’illegittimità totale o parziale delle voci che compongono il saldo, quindi pacificamente errato a priori. Di talché, considerata la vastità dei fenomeni bancari, siamo di fronte a una piaga sociale su cui urgente l’intervento della Corte Costituzionale.

 

Un’illegittimità che comunque sussiste dall’origine perché l'articolo 633 cpc – nel prevedere che chi è creditore di una somma liquida di denaro o di una determinata quantità di cose fungibili, o chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata, può adire il giudice competente per l’ingiunzione di pagamento o per la consegna – richiede però per la concessione del provvedimento monitorio che il credito azionato sia certo, liquido ed esigibile.

 

Ora, quanto alla liquidità, occorre che l’importo sia determinato nel suo ammontare o sia determinabile senza necessità di calcoli complessi, o comunque facilmente liquidabile in base a dati desumibili dalla documentazione prodotta dal creditore.

 

Quanto all’esigibilità occorre che il credito sia scaduto e non sottoposto a condizione o controprestazione, dovendo altrimenti il creditore fornire elementi anche solo indiziari per far presumere l’adempimento della controprestazione o l'avveramento della condizione.

 

Quanto infine alla certezza consiste nella necessità di prova scritta del credito azionato.

 

Prova scritta proveniente, non solo dal debitore, ma anche da un terzo, e che, sebbene priva di efficacia probatoria assoluta, venga ritenuta dal giudice atta a dimostrare l’esistenza del credito.

 

Vi sono poi alcuni crediti che godono di forme di privilegio circa l’attendibilità di alcune certificazioni che li attestano, e tra essi, eccoci al punto, quelli bancari relativi ai conti correnti, che di questo regime privilegiato godono incostituzionalmente.

 

L’art. 50 del testo unico bancario (TUB: D.Lgsl 385/93) ha infatti introdotto illegittimamente una fattispecie ‘speciale’ (troppo speciale) di prova scritta ex art. cpc 633, comma 1, n.1.

 

Secondo cioè l’art. 50 del D lgsl 385/93:

 

«La Bancad'Italia e le banche possono chiedere il decreto d'ingiunzione previsto dall'articolo 633 del codice di procedura civile anche in base all'estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve altresì dichiarare che il credito è vero e liquido».

 

Una norma variamente illegittima (scandalosa) perché introduce un tipo di prova scritta anomala e avulsa dal contesto di quelle elencate negli art. 634, 635, 636, 642 cpc.

 

Scandalosa, anomala perché deroga né più né meno che al generale principio in virtù del quale non sono interpretabili quali prove in favore di una parte atti che essa stessa ha redatto.

 

Negli altri casi in cui è ammessa la sommarietà della cognizione di determinati tipi di credito, essa è in sostanza caratterizzata da una facile accertabilità basata sulla natura del credito, l’oggetto e la particolare attendibilità della prova offerta dal ricorrente.

 

Nel caso invece dell’estratto conto di cui all’art. 50 del TUB la sommarietà è (incredibilmente) basata sul riconoscimento alla banca di una fiducia certo non riscontrabile nella vox populi e comunque inspiegabile.

 

Una fattispecie, si osservi, quella ex art. 50 D.lgs. 385/93, nella quale addirittura non si richiede, per la formazione della prova scritta, nemmeno la partecipazione o la supervisione di un soggetto terzo: in pratica un’esagerazione; oltre che una violazione.

 

Esigenza di terzietà alla quale quella sghemba norma vuole far fronte eleggendo a ‘controllore’ il dirigente della banca: un dipendente del creditore che certifica la certezza, liquidità ed esigibilità del saldo che servirà poi per il rilascio del decreto ingiuntivo..

 

Un privilegio catastrofico per la società: un esonero da ogni garanzia richiesta a chiunque e in qualunque caso.

 

Catastrofico a maggior ragione nell’ambito del giudizio monitorio, disciplinato dagli artt. 633 e ss. cpc e rientrante nella più ampia categoria dei procedimenti sommari non cautelari: provvisori e precostitutorii dell’esito definitivo della controversia a seguito della mancata opposizione, e del suo rigetto.

 

Una norma genocida, come del resto tutte le norme filo-bancarie, la cui spaventosa illegittimità è ulteriormente aggravata dalla ancor più spaventosa, discrezionale tendenza a rilasciare il provvedimento sovente in forma provvisoriamente esecutiva ex art. 642 e 648 cpc: una esecutività incredibile a fronte di crediti che, come dicevamo, per giurisprudenza consolidata, risulteranno quasi sempre parzialmente, se non totalmente, inesistenti.

 

Una normativa che rende possibile da decenni la rovina tanto violenta quanto illegittima di milioni di persone mediante il mezzo ‘legale’ di decreti ingiuntivi fondati a volte sul nulla e quasi sempre su un saldo errato, e in ogni caso illeciti se si considera la questione del signoraggio primario e secondario, che per fortuna oggi (26.10.11), forse un po’ anche sotto la spinta delle carte di questo difensore, inizia a emergere con le sue sembianze di più brutto dei mostri dal laido fango nel quale la pochezza e i biechi opportunismi dei poteri – da quello bancario a quelli politico, giudiziario, burocratico e mediatico – lo accudiscono da sempre in cambio dei privilegi e a scapito delle genti, difendendolo ancor oggi con una veemenza ottusa degna di miglior causa.

 

Art. 50 del TU che peraltro, in relazione all’estratto conto che la banca deve allegare al ricorso, non specifica l'arco di tempo che deve essere preso in considerazione, sicché, per di più, le ‘verifiche’ del direttore non si estendono ai numeri relativi ai periodi che la banca decide che si devono dare per buoni per atto di fede.

 

Un’assurdità perché è ovvio che il saldo è frutto di tutti movimenti, a partire dal primo, quand’anche il conto risalisse a cent’anni prima.

 

Un’assurdità a maggior ragione se si considera che molte delle condizioni e delle competenze inserite nel conti correnti sono state legislativamente e giurisprudenzialmente riconosciute illegittime, oltre a essere illegittime costituzionalmente.

 

Disciplina ex art. 50 D. Lgs. 385/93 che risulta quindi in contrasto con i principi di cui agli artt. della Costituzione 1, 2, 3, 4, 24, 41, 47, 101 102, 104 e 117. In particolare con gli:

 

 

ART. 1, dove recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», in quanto di fatto tale normativa è espressione di una sovranità, non del popolo, ma delle banche.

ART. 2, dove recita: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

 

La possibilità di eseguire illegittimamente i crediti tramite decreto ingiuntivo, a maggior ragione se esecutivo, pone infatti le banche in una posizione di grave privilegio nei confronti dei cittadini incidendo sulla vita sociale al punto da realizzare una molto anomala forma di sovranità di fatto, visto che il denaro è tecnicamente il corrispettivo di ogni bene.

 

È ovvio cioè che nel momento in cui si sottopone l’intera collettività – perché non c’è cittadino che non sia in un modo o nell’altro in rapporto con le banche – ad un tale giogo, si realizza un trasferimento di sovranità in favore delle banche e una lesione del libero godimento dei diritti inviolabili delle persone.

 

Uno strumento processuale, quello di cui all’art. 50 D. LGS. 385/93, che privilegia – a scapito della garanzia e inviolabilità di ogni diritto – delle entità che, per di più, è conclamato lo esercitino in maniera aberrante.

 

 

ART. 4, dove recita: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

ART. 35, dove recita: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni».

 

Il diritto al lavoro può concretamente svilupparsi solo in base a un sistema economico giusto ed esente da privilegi che soffochino l’economia, altrimenti diviene un’astrazione, come appunto accade per effetto dell’art. 50 D. LGS. 385/93.

 

 

ART. 3, dove recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

 

L’art. 50 del TUB introduce un'inammissibile disparità di trattamento tra le banche e gli utenti del sistema bancario.

 

Viola anche il principio di ragionevolezza e uguaglianza (art. 3 Cost.) perché si configura come una previsione ad hoc che, attraverso il previsto procedimento ‘semplificato’, si traduce in un mezzo dissuasivo della contestazione della fondatezza dei crediti vantati dalle banche.

 

Ciò a maggior ragione in riferimento all’art. 24 Cost. in combinato disposto con l’art. 2697 c.c., perché crea un notevole squilibrio processuale mediate il consentire la concessione del decreto ingiuntivo, magari esecutivo, senza bisogno di assolvere al preliminare onere di certezza e di prova del credito vantato, obbligatorio per tutti gli altri cittadini.

 

Inoltre, anche in sede di giudizio a cognizione piena introdotto con l’atto di citazione in opposizione al decreto ingiuntivo, si configura, ai fini dell’ottenimento della sospensione ex art. 649 cpc della già concessa efficacia esecutiva, e a scapito del contraente debole, come una sostanziale inversione dell’onere dell’azione e della prova a cui è gravoso e difficile ottemperare.

 

Sempre in relazione all'art. 3 Cost., peraltro, ove si dovesse poi ritenere legittima l’assurda disciplina in questione, ne deriverebbe il paradosso di doverla estendere anche agli operatori economici estranei al settore bancario, che non possono fin qui (fortunatamente) avvalersi della ‘corsia preferenziale’ introdotta dall’art. 50 D. LGS. 385/93.

 

 

ART 41, dove recita: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

L’Art. 47 Cost. dove recita: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese».

 

 

L’art. 50 TUB viola sia entrambe le norme che il loro combinato.

 

Quanto al fondamentale art. 41 C., l’attuazione, in Italia come nel mondo, del principio in esso enunciato (principio in un modo o nell’altro necessariamente tipico di ogni Costituzione concepibile), avrebbe garantito uno sviluppo corretto di ogni forma di attività economica, e avrebbe impedito la trasformazione dell’economia nel fattore di crisi della vivibilità del pianeta, perché l’involuzione climatica e il guasto ambientale in generale sono appunto frutto della violazione sistematica di quel principio, ovvero della sistematica subordinazione dell’uomo all’economia, anziché dell’economia all’uomo (che è poi la definizione che questo avvocato dà del consumismo).

 

Un principio che – non è purtroppo un argomento di colore – è stato praticamente letto come se l’art. 41 recitasse che l’iniziativa economica privata «può svolgersi» (anziché «non può svolgersi») in contrasto con l’utilità sociale.

 

Un quadro nel quale l’influsso negativo dell’attività economica bancaria è stato enorme, anche nel senso che le banche hanno ‘messo alle strette’ le altre attività causando l’assottigliamento, o la scomparsa, dei margini, e quindi tendenze sistematicamente emergenziali che hanno favorito ogni degenerazione.

 

Un quadro nel quale il precetto di cui all’art. 47 ha un suono stridente, se si pensa a quanti soprusi, espoliazioni, abusi, violazioni ha subito dalle banche l’intera società in ogni forma di rapporti economici, perché la concessione di agevolazioni come quella di cui all’art. 50 del TUB innesca delle situazioni illegittime alle quali solo un'esigua parte dei cittadini riesce a reagire, e generalmente con scarso successo.

 

Un quadro nel quale il combinato degli artt. 41 e 47 della C. è la sintesi dell’opposto di come vanno le cose bancarie.

 

Un quadro nel quale è palese il contrasto tra la norma impugnata e il principio di tutela della proprietà e del risparmio privato.

 

Una norma che consente dei provvedimenti monitori spesso provvisoriamente esecutivi basati su scritture dense di addebiti ingiusti e illegittimi ma ciononostante adatti ad aggredire i beni del cittadino.

 

Una violazione del diritto di proprietà privata attraverso uno strumento processuale, il decreto ingiuntivo, che, inaudita altera parte, consente, nella fattispecie, di sottrarre al cliente i suoi beni sulla base di una documentazione di parte.

 

Una pratica frutto solo di un gravissimo asservimento del potere legislativo alle banche, che, in oligopolio, in cartello, divorano il risparmio, distruggono le aziende, impoveriscono la società.

 

 

ART 24, dove recita: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari», e art. 2697 cc.

 

In virtù dell’art. 50 TUB, la «prova scritta» richiesta dall’art. 633 cpc può essere costituita, nella fase monitoria, dall'esibizione dell'estratto conto certificato conforme alle scritture contabili da un dirigente della banca, considerato giustificativo dei credito, salvo dimostrazione dell'esistenza-consistenza dello stesso nella fase di cognizione piena che s'instaura con l'atto di opposizione: giudizio che soggiace alla regola dell'onere della prova ex art. 2697 cc, la quale incumbit ei qui dicit, sicché è la Banca creditrice opposta a dover dimostrare il perché della formazione del proprio credito e delle poste del debito in capo al correntista.

 

Il procedimento di ingiunzione o di decreto ingiuntivo è un procedimento speciale di cognizione nel quale l’accertamento è sommario in quanto parziale e limitato alla prospettazione e\o alla sola prova scritta prodotta dal ricorrente, ma è comunque destinato a produrre un provvedimento suscettibile di passare in giudicato, essendo impugnabile solo per revocazione o per opposizione di terzo nei limiti stabiliti dall'art. 656 cpc.

 

L’art. 50 TUB comporta, tra l’altro, una sproporzione notevole quanto ingiustificata tra le facoltà e gli oneri processuali probatori a carico dei correntisti e delle banche.

 

L’estratto conto, inoltre, si limita a indicare un dato numerico che non consente di per sé alcun controllo in ordine alle singole poste considerate né alle modalità dei conteggi compiuti, per cui si deve necessariamente ammettere che il debitore possa a sua volta limitarsi a negare il valore probatorio dell'atto attraverso una generica contestazione e pretendere l'esibizione di un'idonea documentazione aggiuntiva.

 

Proprio in questo senso si è recentemente pronunciata la Cassazione n. 9695, del 3.5.2011, accogliendo il ricorso di una società che aveva formulato un quesito sul diritto della banca a procedere a esecuzione forzata dei crediti scaturenti da contratti di conto corrente documentati con la produzione in giudizio «del solo estratto conto finale».

 

Secondo i giudici di legittimità, infatti, «deve escludersi l’idoneità probatoria dell’estratto di conto corrente» pur se certificato secondo le procedure previste dalla legge.

 

Infatti, «... esso, in caso di contestazione, non può integrare di per sé prova a favore dell’azienda di credito dell’entità del credito, in quanto atto unilaterale proveniente dal creditore e dovendo ritenersi eccezionale la valenza probatoria ad esso riconosciuta ai fini del conseguimento del decreto ingiuntivo. E come tale non estensibile al di fuori delle ipotesi espressamente previste dalla legge».

 

Un’affermazione, quella della Cassazione, che non richiama direttamente l’incostituzionalità, ma costituisce una palese allusione ad essa, oltre che l’espressione di un’altrettanto palese malessere di fronte a una norma talmente iniqua.

 

 

ARTT. 101, 102 e 104, 117,1, in relazione all'art. 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e della Liberta Fondamentali, ratificata e resa esecutiva con legge 4.8.1955, n. 848.

 

Il legislatore delegato, nel disporre intenzionalmente al solo fine di facilitare le azioni delle banche contro i clienti su pretesi scoperti in conto corrente, ha violato la riserva ai magistrati della funzione giurisdizionale e leso la loro indipendenza e autonomia.

 

L’art. 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che sancisce il diritto ad un giusto processo dinanzi ad un tribunale indipendente ed imparziale, impone al legislatore di uno Stato contraente, nell'interpretazione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, di non interferire nell'amministrazione della giustizia allo scopo d'influire, su una singola causa o su una determinata categoria di controversie, attraverso norme interpretative che assegnino alla disposizione interpretata un significato vantaggioso per una parte del procedimento, salvo il caso di «ragioni imperative d'interesse generale».

 

Il legislatore nazionale – pur in presenza del grande malessere sociale generato dalle condotte bancarie – ha invece emanato una norma interpretativa immotivatamente favorevole alle banche, così violando il principio di ‘parità delle armi’, non essendo prefigurabili quelle «ragioni imperative d'interesse generale» che permettano di escludere la violazione del divieto d'ingerenza.

 

L’art. 50 d.lgs 385/93 consente infatti di «chiedere il decreto d’ingiunzione previsto dall’articolo 633 del cpc anche in base all’estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve altresì dichiarare che il credito è vero e liquido», ovvero in base ad atti che non hanno alcuna valenza probatoria e in base a varie voci controverse (pacificamente truffaldine), come le commissioni di massimo scoperto trimestrali, l’addebito tardivo della valuta anche ben oltre i tre giorni fissati dalla nuova e comunque gravissima e illegittima normativa, e quindi la trasformazione trimestrale di tutto ciò in capitale produttivo a sua volta degli stessi anomali ‘frutti’ in un meccanismo diabolico di moltiplicazione del debito.

 

Una situazione a maggior ragione paradossale (specie poi in considerazione della natura di norma speciale del d.lgsl 385/93) di fronte a degli estratti conto che quando vengono opposti si rivelano sistematicamente errati.

 

Per tali motivi va sollevata la questione di legittimità costituzionale – per violazione degli artt. 1, 2, 3, 4, 24, 35, 41, 47, 101, 102, 104 e 117 della Costituzione – dell'articolo 50 del D.Lgsl 1.9.1993, n. 385 (in Suppl. ordinario n. 92 alla Gazz. Uff., 30.9.73, n. 230): «Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia», che recita: «La Banca d'Italia e le banche possono chiedere il decreto d'ingiunzione previsto dall'articolo 633 del codice di procedura civile anche in base all'estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve altresì dichiarare che il credito è vero e liquido».

 

Si chiede in conseguenza che il GI, previa sospensione del processo e l’emissione di ogni ulteriore provvedimento inerente opportuno e conseguenziale, voglia sollevare la questione di illegittimità costituzionale dell’art. 50 del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e rinviare la questione alla Corte Costituzionale, con emissione di ordinanza con la quale, riferiti i termini e i motivi dell’istanza con cui è stata sollevata la questione, disponga l'immediata trasmissione degli atti e sospenda il giudizio in corso ordinando che, a cura della Cancelleria, l'ordinanza di trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale sia notificata, salvo non ne sia data lettura nel pubblico dibattimento, alle parti in causa e al Pubblico Ministero quando il suo intervento sia obbligatorio, nonché al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.

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