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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

REDDITO DI CITTADINANZA: AIUTO AI POVERI O ALIBI NEOLIBERISTA ?

Pubblicato su 1 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Pubblichiamo questo articolo perchè da un'ottica liberista ci sembra veritiero. Comunque vorremmo precisare che anche noi siamo favorevoli al reddito di cittadinanza, ma da solo non basta. Se uno Stato emette direttamente la propria moneta, questa è di proprietà del popolo, e non dei banchieri, e per farla entrare in circolazione uno dei sistemi è il reddito di cittadinanza, un altro è commissionare opere pubbliche e fare acquisti di generi che necessitano alla pubblica amministrazione. In questa ottica non è, e non deve essere, un ammortizzatore sociale, ma un far tornare un proprio bene, la moneta, in mano al su legittimo proprietario: il popolo. Una ultima annotazione: in uno stato a moneta sovrana le tasse non si debbono pagare per consegnarle ai banchieri sotto forma di interessi, ma esclusivamente per far accettare dal portatore la moneta; infatti, sempre in questo tipo di Stato, la moneta con cui sono state pagate le tasse ritornerebbe allo Stato stesso che, in caso di bisogno, la rimette in circolo.

Altro che " elemosine " dei liberisti, altro che moneta dei banchieri.....

Claudio Marconi

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La settimana scorsa sono state consegnate alla Presidente della Camera, oltre 50.000 firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un “reddito minimo garantito” a sostegno dei ceti più disagiati. La proposta prevede, un beneficio individuale in denaro pari a 7.200 euro l’anno. L’importo cresce con  familiari a carico. Fino a 1.900 euro per un nucleo di cinque  persone.
Il Presidente del Consiglio ha citato l’argomento nel discorso di fiducia, alla Camera dei Deputati, proponendo di integrare gli ammortizzatori sociali esistenti «estendendoli a chi ne è privo a partire dai precari e forme di reddito minimo per famiglie bisognose con figli».

Il reddito di cittadinanza è anche un punto del programma del Movimento cinque stelle che prevede di dare 1.000 euro al mese a ogni cittadino.
Non è un’idea nuova ed è stata propugnata da intellettuali non distinguibili per matrice ideologica. Bertrand Russell, Ernesto Rossi, Toni Negri, Martin Luther King, Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith  e Jeremy Rifkin, ma anche Pino Rauti e prima,  nel 1700 Thomas Paine e Charles Fourier. Nel ‘900 esponenti del  liberismo come Milton Friedman o Antonio Martino.
Una cosa né di destra né di sinistra, anche se Nixon nel 1968 avanzò un progetto di legge per adottarla negli USA e il Congresso a maggioranza democratica di misura lo respinse.

Forme di reddito di cittadinanza esistono in vari paesi europei: Belgio, Lussemburgo, Austria, Norvegia, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Francia. Si tratta però di importi inferiori ai 1000 €  proposti da Grillo, ma integrati da sostegni per l’abitazione o la scuola. Negli Stati Uniti, in Alaska, ogni cittadino riceve annualmente una quota (modesta, ma assegnata incondizionatamente) dei redditi petroliferi di questo Stato. Nel 2008, in Bolivia, è stato istituito un reddito di base per  persone anziane. Nel 2004, in Brasile, il governo ha fatto partire  gradualmente (dai più poveri) la realizzazione di un reddito d’esistenza “Basic Incombe” indicizzato sul prezzo del petrolio. In Gran Bretagna, i laburisti hanno introdotto un sussidio per ogni neonato, intoccabile fino alla maggiore età, ma che fino a questa età accumula interessi (composti).

In Italia la “cassa integrazione” è la misura prevista per il sostegno al reddito che si avvicina al reddito di cittadinanza, ma si tratta di misura eccezionale destinata agli occupati che perdono il lavoro per motivi riconducibili a particolari fattori. È nata (nel 1947)  come misura per sollevare le aziende dal pagamento di stipendi,  onere insostenibile, in momenti difficili come ristrutturazione o crisi. E nella parte “ordinaria” è finanziata dalle aziende, solo nella parte “straordinaria” dallo Stato. In particolari circostanze è stata utilizzata con molta disinvoltura da parti politiche e sociali, i tempi di intervento sono stati allungati (7 anni  per Alitalia!) fino a configurare un vero e proprio reddito di sostegno per quelli che perdono il posto di lavoro.
Fino a quando l’economia di mercato si è confrontato col comunismo il modello capitalista, contemperato da welfare, ha consentito un complessivo aumento della ricchezza  con vantaggi non per  tutti ma per tanti. Negli ultimi tempi dopo il crollo dei regimi dell’Est e la finanziarizzazione dell’economia, si è visto anche in Italia crescere vergognosamente lo squilibrio tra ricchi e poveri e si sente un gran bisogno di intervenire per rinforzare il potere d’acquisto di  larghe fasce di popolazione che si sono impoverite (o ulteriormente impoverite).
In realtà il reddito garantito esiste già, ma come sostegno ai redditi bassi, ha forme  complesse  e non viene corrisposto in moneta come: esenzione dai ticket sanitari,  tassa sulla salute, edilizia popolare, differenziazioni tariffarie sui beni comuni (acqua, elettricità ecc.),  sconti per i trasporti pubblici e sulle tasse scolastiche.
Purtroppo molte situazioni sono complicate dall’evasione e dall’elusione fiscale e così purtroppo molti di questi sostegni vengono concessi a soggetti che non ne avrebbero diritto, proprio perché complesse, rappresentano insieme alle casse integrazioni straordinaria o in deroga, elementi di spesa pubblica, poco trasparenti e difficilissimi da controllare. E coinvolgono potenti burocrazie che prosperano per amministrare i benefici.
Per questo può sembrare un toccasana, dal punto di vista della spesa pubblica, sostituire gradatamente a queste prebende, erogazioni in danaro e riaffidare i servizi al “mercato” con risparmi e soddisfazione per i propugnatori del liberismo.
In realtà, non solo per questo il reddito minimo è stato spesso visto a sinistra con una certa diffidenza: la garanzia di un reddito può incidere sul rapporto tra cittadino, tipo e qualità del lavoro, e remunerazione.  I meno pessimisti considerano semmai il reddito garantito come un’indennità di disoccupazione, totale o parziale, collegata alla moderna organizzazione della produzione, in tempi di semplificazione e di telelavoro, per favorire il lavoro a singhiozzo e  a orari variabili e flessibili, secondo le richieste delle imprese.
L’idea di una imposta negativa sul reddito (Negative Income Tax) è comunemente attribuita all’economista Milton Friedman. Un’autentica rivoluzione nella politica sociale americana: rendere più sopportabile la disoccupazione e la precarietà ed  eliminazione della burocrazia del Welfare, invadente e costosa. Il meccanismo semplice: se la soglia imponibile  positiva per una famiglia di quattro persone è € 10.000, una famiglia con solo 8000 € di reddito annuo,( con un tasso fiscale negativo del 25 per cento), riceverebbe un assegno da parte del Tesoro del valore di € 500 ( il 25 per cento della differenza di 2.000 € tra reddito effettivo e soglia ). Una famiglia con un reddito pari a zero, € 2.500. Ma lo scopo dell’Imposta negativa come  sviluppato da Milton Friedman e Lady Rhys-Williams è essenzialmente ridurre il costo elevatissimo dell’assistenza sociale. il reddito inevitabilmente  costringerebbe i “più poveri” ad accettare qualsiasi  lavoro e un salario molto basso. Un sistema per rivalutare i lavori peggiori  e poco attrattivi. Un modo per creare  un secondo mercato del lavoro che, con la scusa progressista di garantire un reddito, metterebbe in crisi le norme essenziali del diritto sociale e del diritto del lavoro.
Philippe Van Parijs occupa la cattedra di Etica Economica a Sociale all’Università Cattolica di Louvain in Belgio, dopo molti anni di ricerca, è diventato il propugnatore e difensore della proposta  di “reddito minimo incondizionato”: Il principio è semplicissimo: si tratta di versare a ogni cittadino, dalla sua nascita alla sua morte, un importo, inalienabile, uguale per tutti, e cumulabile con qualunque altro reddito o attività senza altra possibilità di restituzione, che quella del sistema fiscale in vigore. Un diritto incondizionato alla sopravvivenza materiale di ogni cittadino che esalta  libertà reale di avere un lavoro! In un sistema produttivo che sembra avrà  bisogno per funzionare di non più del 30% della popolazione mondiale.
Necessario tassare maggiormente i redditi alti. È giusto finanziare un reddito sostanzioso e non condizionato attraverso la tassazione dei guadagni che i lavoratori e i capitalisti fanno nel mercato. «Questo perché redistribuire in tal modo non implica appropriarsi del frutto del lavoro e della parsimonia di alcuni per garantire una vita comoda ai pigri e agli scialacquatori». Laredistribuzione consiste «nel distribuire in maniera equa e non discriminatoria le enormi risorse di cui siamo dotati in maniera molto ineguale, nella forma, principalmente, di vantaggi connessi con lavori che non sono accessibili a tutti». Sotto questa luce, la tassazione è equo pagamento di una rendita sulle risorse di cui uno si è appropriato.
Altro vantaggio che si realizza con un reddito diretto a tutti: quelli che attualmente svolgono lavori importanti e poco attrattivi, senza un proprio reddito (casalinghe, per la maggior parte), evita gli effetti perversi di un salario (per le casalinghe potrebbe consolidare ulteriormente la divisione dei ruoli in famiglia  in funzione del sesso). In secondo luogo, si consolida il potere contrattuale della gente di bassa qualifica, un reddito di base per ridurre la relazione tra quanto un lavoro è attraente e il livello a cui viene pagato.

Le proposte sul tavolo al momento sembrano abbastanza lontane da queste teorie, tutto lascia pensare  che  il reddito di cittadinanza si colleghi sempre più  teoria della fine del lavoro e dunque del cittadino/consumatore come unico referente sociale e unico attore; solo un alibi che nasconde la pessima idea che lo Stato assistenziale non costituisce più la soluzione al problema, essendo esso stesso diventato parte integrante del problema per il quale era stato concepito.
Forse proprio per questo, c’è molta confusione sull’argomento: c’è chi parla di salario garantito, chi di salario minimo, chi  di reddito minimo e  di reddito garantito. Ma ognuna di queste formule esprime  criteri differenti per il sostegno al reddito. È evidente che se si parla di salario si esclude l’intervento diretto dello Stato e il riferimento è sulla retribuzione; e che il reddito minimo e il reddito garantito rappresentano due modi estremi di impostare il problema perché il primo deve aiutare la sopravvivenza e le condizioni di vita, mentre il reddito garantito attiene ai diritti dell’individuo.  In ogni caso suona sospetto che i nuovi attori della finanza internazionale sembrano molto favorevoli, a prescindere dalla formula.

Scritto da: Francesco de Majo - Tratto da: mentinfuga.com

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