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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

QUESTE LE PAROLE DI ZARATHUSTRA

Pubblicato su 17 Maggio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

Oggi su 'Libero' in edicola un magnifico elzeviro di Freda:
 "Le vette senza fine di Gomez Davila". - 

Uno scritto di Mario Bernardi Guardi, su Nietzsche e "Queste le parole di Zarathustra" (Edizioni di Ar)  

L’Oca ha starnazzato con tale sdegnata veemenza che neppur da lontano il Barbaro ha potuto vedere il Campidoglio. E così è stato costretto a restarsene, crucciato, nel suo Covo Irpino. Troppo saldi i presidii della Res Publica Italica Democratica e Antifascista per tollerare la presenza di un Mostro Dinamitardo. Che, oltretutto, pretendeva di parlare di Friedrich Nietzsche, il pensatore che, guarda un po’, diceva di sé “io non sono un uomo, io sono dinamite”.

Bè, possiamo anche ironizzare sulla “presentazione” di un libro ( “Queste le parole di Zarathustra”, a cura di Giulio Sézac, Ar, pp. 585, euro 60), annunciata per il 4 maggio nella Sala del Carroccio del Campidoglio e poi annullata a causa della “impresentabilità” dell’editore Franco G.Freda.  E, di conseguenza, “per contagio”, degli altri relatori previsti: Francesco Ingravalle dell’Università del Piemonte Orientale, Marina Simeone, presidentessa dell’Associazione Culturale “Generoso Simeone” e Anna K. Valerio, curatrice della collana “Alter Ego” di cui fa parte l’opera.

Però possiamo- dobbiamo- dire che in realtà è stato allestito un piccolo rogo antifascista, sì, ma soprattutto antidemocratico, per bruciare un libro fregiato da un sigillo “scorretto” come quello delle Edizioni Ar. E siccome nel fuoco abita il Diavolo, che Freda se ne stia lì, nel suo Inferno, e non ardisca di tangere il Colle Fatale di Roma, ben presidiato dai Custodi del Pensiero Unico e della Verità Storica Unica. Che, però, guarda caso, non c’è, dispersa com’è in mille rivoli: atti processuali, ipotesi, scenari, indizi, sentenze, e chi più ne ha, più ne metta e ne emetta.

Al pari, non c’è, se non per chi è schiavo di ideologiche miserie, un Nietzsche ben stretto in una divisa, qualunque essa sia. E ricordiamo, a questo proposito, quanto ebbe a dirci un filosofo- nel senso originario di “amico della sapienza”- come Giorgio Colli, curatore, insieme a Mazzino Montanari,  di quella edizione critica dell’opera nietzscheana, che resta un’impresa di valore. Anche se ulteriori sollecitazioni e suggestioni sono venute proprio dalle audaci “avventure” di “Alter Ego”.

Così, dunque, anno 1978, ci parlò- di Zarathustra- Giorgio Colli. In un  pomeriggio invernale di algida luce solare, nella verde, ondulata quiete di San Domenico di Fiesole dove abitava.

 “ Lo stile di Nietzsche comunica il pensiero, ma anche il pathos non riconducibile a pura forma razionale, bensì effetto musicale che va oltre i contenuti e coinvolge positivamente o negativamente. Ci sono posizioni che nascono solamente da risentimento antinietzscheano. E’ naturale un giudizio severo contro tutti i tentativi di confrontare Nietzsche col presente per esaltarlo o denigrarlo, sulla base di questo o quell’elemento della sua visione filosofica. Bisogna leggere Nietzsche con pazienza e buonafede, bisogna gustare la sua grande capacità di ‘comunicare’. Nietzsche dice le cose che ‘vuol dire’: una interpretazione è indispensabile di fronte a dei pensieri dove ci sono della lacune, delle sfasature, ma Nietzsche ‘ ci dà tutto’. Possediamo tutto di lui: accettiamolo nelle sue contraddizioni; non si può eliminare uno dei corni della contraddizione, fare delle scelte, isolando un’affermazione o un momento della ricerca a sostegno della propria tesi”.

Non si può, non si deve: la grande sfida di Zarathustra è nell’entusiasmo sapienziale e nell’eccesso visionario. Tutto questo turba e disturba, fa paura: l’”oltre” che tante volte scomodiamo con una certa, frettolosa enfasi, è davvero l’insegna di Zarathustra ed è con questa ebbrezza e con questa dismisura, con questa “piena” di vaticinante nihilismo che bisogna fare i conti. La “scorrettezza” nietzscheana è assoluta e non tollera schemi rassicuranti perché non vuole rassicurare. Non è al servizio né del Reich millenario- davvero “umano, troppo umano” per sostenerne l’urto- né dei garruli, sinistri “libertini” che, dopo gli anni degli anatemi lukàcsiani, a un certo punto si accorsero che, piluccando qua e là nelle opere nietzscheane, era possibile tirar fuori, se non proprio un’icona progressista, quanto meno un immoralista ludico (e, perché no?, lubrico). Ma sulla storia del Nietzsche nazi, antinazi, neonazi, condannato, riabilitato, nuovamente guardato con sospetto e alla fine apparso così sovraccarico di contrastanti messaggi da spiazzare gli incasellatori dell’una o dell’altra sponda, si veda il saggio di Massimo Ferrari Zumbini “Nietzsche: storia di un processo politico. Dal nazismo alla globalizzazione”, Rubbettino, 2011). E per il “totus politicus” caro alla Destra radicale si confronti la ricognizione del “fascio” Adriano Romualdi (“Nietzsche e la mitologia ugualitaria”, Ar, 1971) con quella del “compagno” Domenico Losurdo (“Nietzsche, il ribelle aristocratico”, Bollati Boringhieri, 2002): l’una e l’altra, per ragioni diverse, ricca di interessanti spunti provocatori. Nel segno di uno Zarathustra che scandalizza le “anime belle” (notoriamente brutte) per le “enormità”- etimologico: fuori dalla norma-  che dice.

Insomma, c’è da leggere. A partire proprio da questo “Zarathustra” di Ar (testo tedesco a fronte), che subito ti affascina col lindore della sua grafica, di per sé un suggerimento di percorso come  l’emblema zoroastriano che sigilla la copertina. La nota introduttiva ti conferma che sei di fronte a “un Libro per Tutti e per Nessuno”. Leggi, infatti, che “la singolarità di Nietzsche sta nell’avere sprezzato l’esigenza postcartesiana della puntualità, della conclusione, e nell’essere ritornato a quello stile di pensiero per cui sapere è una caccia (la ‘venazione della verità’, in Giordano Bruno) e un rischio, un continuo ‘assaporare’ l’Essere”.

Stile, rischio, ‘venazione della verità’: parole che “significano” purché si abbiano “orecchi per intendere” e si “veda” nel “comunicare per enigmi” non la trappola per “Tutti”, ma una forma di disvelamento per un intrepido “Nessuno”.

 Un’”occasione”, un “varco”- ha ragione Anna K.Valerio-  che si apre a chi abbia il rango per farsi avanti e cimentarsi, fiammeggiando, nel grande gioco esistenziale e cosmico.

                                                                                                                                                                              MARIO BERNARDI GUARDI

Tratto da: edizioni di Ar  2.jpg

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