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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

MODERN MONETARY THEORY, UN APPROCCIO ANTINCONVENZIONALE ALLE STRATEGIE ECONOMICHE

Pubblicato su 23 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in MMT - BARNARD

Circa undici anni fa, ricorda James K. “Jamie” Galbraith, centinaia di suoi colleghi economisti risero di lui. Davanti a tutti. Alla Casa Bianca. Era l’aprile del 2000, e Galbraith era stato invitato dal Presidente Bill Clinton a parlare in una commissione sul surplus di bilancio. La scelta era caduta su Galbraith per mera logica. Professore di politica presso l’Università del Texas ed ex economista capo della Joint Economic Committee, scriveva di frequente articoli e presiedeva al Congresso.
Ma c’è di più. Suo padre, John Kenneth Galbraith, era stato il più famoso economista della sua generazione: professore ad Harvard, scrittore di best-seller e amico fidato della famiglia Kennedy. Jamie si è fatto carico di proteggere e promuovere l’eredità paterna. Ma se Galbraith spiccava in quella commissione era a causa del suo messaggio non convenzionale. La maggior parte degli economisti considerava il surplus di bilancio come un dato favorevole: un’opportunità per ripagare il debito, tagliare le tasse, rinforzare i diritti acquisiti o per dedicarsi a nuovi programmi di spesa. Lui lo vedeva invece come un pericolo: se il governo ha un surplus, il denaro si accumula nelle casse del governo invece che nelle mani della gente comune e delle aziende, dove dovrebbe essere speso aiutando così l’economia.“Io dicevo che secondo gli economisti la presenza di un surplus significava un aumento della pressione fiscale”, continuava, “e loro con 250 economisti se la ridacchiavano”. Galbraith afferma che la recessione del 2001 – seguita a qualche anno di surplus – ha dimostrato che aveva ragione.

A distanza di dieci anni, quando il deficit in forte crescita del bilancio federale ha ormai assottigliato le differenze politiche ed economiche a Washington, Galbraith è preoccupato soprattutto dei pericoli di contenerlo. È una figura chiave in una discussione centrale tra gli economisti in merito al fatto se i deficit siano importanti e in che modo. La questione ha diviso gli economisti americani più illustri e ispirato appassionati dibattiti nei circoli accademici. Qualunque di questi due punti di vista venga sposato dai legislatori potrebbe avere effetti su tutto, dall’occupazione, ai prezzi, alle tasse. In contrasto sia con i “falchi del deficit”, secondo cui è necessario tagliare le spese e aumentare le entrate per attenuare il deficit, sia con le “colombe del deficit”, secondo cui le misure di austerità vanno prese solo quando l’economia si è risollevata, Galbraith si può definire un “gufo del deficit”. I gufi certamente non pensano che il bilancio vada riequilibrato subito. In realtà pensano che non ci sia proprio bisogno di riequilibrarlo. I gufi vedono la spesa del governo che porta al deficit come connaturata alla crescita economica, anche in tempi non di crisi.
Il termine non è di Galbraith, ma è stato inventato da Stephanie Kelton, professoressa presso l’Università del Missouri a Kansas City, che insieme a Galbraith fa parte di un piccolo gruppo di economisti che hanno concluso che ognuno – membri del Congresso, componenti di think-tank, l’intero circuito della professione economica – ha equivocato il modo con il quale il governo interagisce con l’economia. Se la loro teoria – soprannominata “Modern Money Theory” o MMT – è giusta, allora tutto quello che sappiamo sul bilancio, le tasse e la Banca Federale è sbagliato.

Le radici keynesiane
Il termine “Modern Money Theory” (“Teoria della Moneta Moderna”) è stato inventato da Bill Mitchell, un economista australiano forte sostenitore della teoria, ma le radici sono molto più antiche. Il nome fa riferimento a John Maynard Keynes, il fondatore della moderna macroeconomia. Nel ”Trattato sulla Moneta”, Keynes affermava che “tutti gli Stati moderni” hanno avuto il potere di decidere che cosa è denaro e che cosa non lo è per almeno 4.000 anni. Questa affermazione, cioè che il denaro è “una creatura dello Stato” è centrale nella teoria. In un sistema a “moneta fiduciaria” come quello in uso negli Stati Uniti, tutto il denaro è creato esclusivamente dal governo, che lo stampa e lo mette in circolazione. Ne consegue che il governo non può rimanerne privo. Ne può sempre stampare di più. Ciò non significa però che le tasse non siano più necessarie. Le tasse infatti sono la chiave per far funzionare l’intero sistema. Il bisogno di pagare le tasse spinge la gente a utilizzare la valuta stampata dal governo. Le tasse sono anche necessarie per evitare che l’economia si surriscaldi. Se la domanda del consumatore supera la scorta dei beni disponibili, i prezzi saliranno e l’inflazione si farà strada (i prezzi salgono mentre il potere d’acquisto scende). In questo caso, le tasse possono comprimere la spesa e mantenere i prezzi bassi.

Ma se la teoria è corretta, non c’è ragione per cui la quantità di denaro che il governo riceve debba andare a bilanciare quella che spende. Infatti i sostenitori della MMT propongono grossi tagli alle tasse e alla spesa in deficit proprio durante i momenti di recessione economica. Warren Mosler, manager di fondi speculativi che vive a Saint Croix nelle Virgin Island americane — e non a caso, trattandosi di una sorta di Paradiso Fiscale — è un sostenitore della MMT. Il suo nome è soprattutto legato a quello di una casa automobilistica specializzata nella costruzione di auto sportive e alle sue frequenti e irruente campagne elettorali (in occasione delle elezioni per il rinnovo del Senato del Connecticut nel 2010 ha raccolto poco meno dell’1% dei voti come candidato indipendente). Mosler sostiene la necessità di sospendere la payroll tax (“Imposta sui Salari”, n.d.T.) destinata al Social Security Trust Fund e propone invece il compenso orario di 8 dollari per chiunque intenda svolgere mansioni amministrative per arginare l’attuale fase di contrazione.

I seguaci della teoria provengono principalmente dalle fila di alcune istituzioni di rilievo: il dipartimento di Economia dell’Università del Missouri di Kansas City e il Levy Economics Institute del Bard College, che hanno ricevuto finanziamenti proprio da Mosler. Ma il movimento sta riscuotendo rapidamente successo grazie soprattutto ad una vera e propria esplosione di blog che trattano di economia. Fra questi, Naked Capitalism, un blog irriverente e passionale che affronta argomenti legati alla finanza e all’economia e che vanta circa 1 milione di lettori al mese, e che vede sostenitori del calibro di Kelton, L. Randall Wraye – Professore alla University of Missouri – e Scott Fullwiler, Professore al Wartberg College. Lo stesso si può dire di New Deal 2.0, un bizzarro blog di economia concepito dal think tank liberale del Roosevelt Institute. I lettori di questi blog hanno abbracciato la teoria con grande entusiasmo e i loro commenti affollano le sezioni dei principali blog di economia quando entra in ballo la teoria. Firedoglake, uno dei principali blog dal taglio liberale, e l’op-ed del New York Times si sono riallacciati a quanto detto da Wray. “Anche se la crisi ha giocato un ruolo importante, è stata la blogosfera a fare la differenza,” sostiene Wray. “Perché, soprattutto, siamo riusciti a far pubblicare la teoria. E far pubblicare voci fuori dal coro è una vera impresa”, ha aggiunto.

È stato soprattutto Galbraith a farsi portavoce del messaggio diffondendolo ovunque, dal Daily Beast al Congresso. Ed è stato lui a consigliare i legislatori, compresa l’ex Presidente della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi (Distretto della California), all’arrivo della crisi finanziaria del 2008. La scorsa estate ha partecipato alle consultazioni con un gruppo di membri della Camera in merito ai negoziati sulla soglia del debito. Galbraith è stato anche uno dei pochi economisti interpellati dall’amministrazione Obama quando era in corso la pianificazione del pacchetto di incentivi. “Sostenendo questa posizione, Jamie mette tutto in gioco”, dice Kelton. “Penso che la sua sia stata una mossa molto coraggiosa, in gioco ci sono il suo nome e la sua reputazione.”
Anche Wray e gli altri membri del gruppo sostengono di essersi confrontati con i legislatori, e l’impressione generale è che è giunto il momento che la teoria si faccia largo. “La nostra presenza sul web, poco a poco, mese dopo mese, sta prendendo piede,” sostiene Fullwiler.

Una teoria discordante
L’idea che la spesa pubblica in deficit possa aiutare a portare un’economia fuori dalla recessione è vecchia. Era un punto chiave de “La Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta” di Keynes. Era la giustificazione principale per il pacchetto-incentivi del 2009 e molti autodefinitesi keynesiani, come il consigliere economico alla Casa Bianca Christina Romer e l’economista Paul Krugman, hanno sostenuto che c’è di più in cantiere.

Ci sono, naturalmente, dei detrattori. Una spaccatura chiave tra le fila dei keynesiani risale agli anni ‘30. Un gruppo di economisti, tra cui i premi Nobel John Hicks e Paul Samuelson, cercarono di incorporare le visioni di Keynes nell’economia classica. Hicks costruì un modello matematico che riassumeva la teoria di Keynes, e Samuelson provò a far sposare la macroeconomia di Keynes (che studia il comportamento dell’economia come un insieme) alla microeconomia convenzionale (che guarda a come le persone e le aziende allocano le risorse). Questo pose le basi per la maggior parte della teoria macroeconomica a partire da allora. Persino oggi, i “Nuovi keynesiani”, come Greg Mankiw, un economista di Harvard che ha lavorato come principale consulente economico di George W. Bush, e il marito della Romer, David, stanno esplorando vari modi per fondare la teoria macroeconomica keynesiana nel comportamento, a livello ‘micro’, di aziende e consumatori.

I teorici della MMT rimangono fermi sulla tradizione fondata dai “post-keynesiani” come Joan Robinson, Nicholas Kaldor e Hyman Minsky, i quali insistevano che la teoria di Samuelson fosse fallimentare perché i suoi modelli agiscono come se, con le parole di Galbraith, “il settore bancario non esistesse”. Anche le connessioni sono personali. La tesi di dottorato di Wray è stata supervisionata da Minsky, e Galbraith ha studiato con Robinson e Kaldor all’Università di Cambridge. Egli sostiene che la teoria è parte di una “tradizione alternativa, che passa per Keynes, mio padre e Minsky”. E mentre i sostenitori della Teoria Monetaria Moderna prendono Keynes come punto di partenza e sostengono un’aggressiva spesa pubblica in deficit durante le recessioni, non sono quel tipo di keynesiani. Anche gli economisti tradizionali che sostengono una maggiore spesa pubblica in deficit sono riluttanti all’accettare i dogmi centrali della MMT. Prendete Krugman, che regolarmente riesce a coinvolgere economisti di ogni tendenza in un dibattito vivace. Egli ha sostenuto che perseguire larghi deficit nel bilancio durante periodi di boom economico potrebbe portare a iperinflazione. Mankiw riconosce il punto della teoria secondo cui il governo non potrebbe mai finire senza soldi, ma non pensa che questo significhi la stessa cosa che intendono i suoi sostenitori. Tecnicamente è vero, dice, che il governo può stampare tanti soldi in modo illimitato. Il rischio è che così facendo potrebbe innescare un alto tasso di inflazione. Questo “manderebbe in bancarotta gran parte del sistema bancario”, dice. “L’inadempienza, nonostante sia dolorosa, potrebbe in effetti rappresentare un’opzione migliore”.

La critica di Mankiw va al cuore del dibattito sulla MMT e su come, quando e anche se eliminare i nostri deficit correnti.
Quando il governo spende in deficit, emette titoli che devono essere acquistati sul mercato aperto. Se il carico del debito diventa troppo grande, dicono gli economisti tradizionali, gli acquirenti dei titoli chiederanno tassi di interesse maggiori, e il governo si ritroverà a dover pagare una somma maggiore in pagamenti di interessi, che a sua volta si va ad aggiungere al carico del debito. Per uscire da questa impasse, la Banca Federale, che gestisce la fornitura di denaro della nazione e il credito e siede al centro del suo sistema finanziario, potrebbe acquistare i titoli a tassi più bassi, oltrepassando il mercato privato.
La Banca Federale non può comprare titoli direttamente dal Tesoro, una restrizione legale piuttosto che economica. Ma la Banca Federale comprerebbe i titoli con il denaro che essa stessa emette, il che significa che la scorta di denaro aumenterebbe. Con ciò, l’infazione aumenterebbe, e così anche le prospettive di un’iperinflazione.
“Non si può semplicemente finanziare qualsiasi livello di governo spendendo denaro, perché si otterrebbe un’inflazione galoppante e a lungo andare il tasso di inflazione aumenterebbe più velocemente del tasso a cui si stanno estraendo risorse dall’economia” dice Karl Smith, economista dell’Università della Nord Carolina. “Si tratta del classico problema di iperinflazione che si è verificato in Zimbabwe e nella Repubblica di Weimar”.

Il rischio di inflazione trattiene la maggior parte degli economisti e dei legislatori sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda i deficit: nel medio termine, se tutto il resto resta uguale, è fondamentale tenerli bassi. Gli economisti nel campo della MMT riconoscono che i deficit possono a volte portare a inflazione. Ma sostengono che questo può accadere solo quando l’economia è al massimo dell’impiego, quando tutti coloro che sono capaci e volenterosi di lavorare sono impiegati e nessuna risorsa (manodopera, capitale, etc) rimane inutilizzata. Nessun esempio moderno di tale problema viene alla mente, dice Galbraith.
“L’ultima volta che abbiamo avuto ciò che potrebbe plausibilmente essere chiamato un problema serio di inflazione causato dalla domanda è stato probabilmente durante la prima guerra mondiale”, afferma Galbraith. “È passato molto tempo da quando questa possibilità ipotetica è stata in effetti osservata, ed è stata osservata solo sotto condizioni che non si ripeteranno mai”.

Le obiezioni dei critici
Secondo Galbraith e altri, la politica monetaria condotta al momento dalla Banca Federale non funziona. La Banca Federale generalmente usa una o due leve per aumentare la crescita e l’impiego. Può abbassare i tassi di interesse a breve termine acquistando titoli governativi a breve termine sul mercato aperto. Se i tassi a breve termine sono vicini allo zero, come sono ora, la Banca Federale può provare la “facilitazione quantitativa” o acquisti su larga scala di capitali (come i titoli) dal settore privato, compresi Tesorerie a lungo termine, usando denaro che la Banca Federale stessa crea. Questo è quello che la Banca Federale ha fatto nel 2008 e nel 2010, in un tentativo di emergenza per dare una spinta all’economia.

Secondo la MMT, la Banca Federale che acquista dalle Tesorerie sta portando avanti, secondo le parole di Galbraith, una “operazione di contabilità” che non aggiunge nessuna entrata nelle famiglie americane e che pertanto non può essere inflazionaria. “Mi è sembrato chiaro che… inondare l’economia con denaro acquistando titoli governativi… non porterà a nessun cambiamento nei comportamenti di alcuno”, dice Gabraith. “Si arriverebbe solo ad avere riserve di denaro che resterebbero ferme nel sistema bancario, e ciò è esattamente quello che è accaduto finora”.

I teorici semplicemente “non hanno idea di come funzioni la facilitazione quantitativa” afferma Joe Gagnon, un economista del Peterson Institute, che ha gestito il primo round di facilitazione quantitativa della Banca Federale nel 2008. Anche se il denaro che la Banca Federale usa per acquistare titoli resta nelle riserve bancarie – o il denaro che è tenuto in riserva – aumentare quelle riserve dovrebbe portare ancora a un indebitamento maggiore e ripercuotersi su tutto il sistema.
Gli economisti classici sono altrettanto perplessi da un’altra affermazione della teoria: che i surplus di bilancio sono di per sé un male per l’economia. Secondo la Modern Monetary Theory, quando il governo è in surplus ha un risparmio netto positivo, e questo implica che il settore privato si indebiti. Il governo in effetti, sta “prendendo soldi dalle tasche private e le costringe a compensare facendole indebitare sempre di più”, afferma Galbraith, ripetendo i suoi commenti alla Casa Bianca.
Gli economisti classici trovano quest’argomentazione divertente come quando Galbraith la presentò a Clinton. “Ci sono due parole per controbattere: Australia e Canada”, dice Gagnon. “Se Jamie Galbraith le osservasse capirebbe immediatamente che si sbaglia. L’Australia ha avuto per molto tempo e ha tuttora un surplus di bilancio, anzi non ha debito pubblico di alcun tipo, ed è l’economia più sana e con la più rapida crescita al mondo”. Il Canada, in modo simile, ha avuto forti surplus durante la sua forte crescita economica.

Il fatto stesso che si sia occupato di tali questioni ha fatto meritare a Galbraith il marchio di “grande eccentrico” quando da Cambridge approdò per un PhD a Yale, che aveva un dipartimento di economia keynesiana più tradizionale.
Galbraith considera il successo di Samuelson e dei suoi alleati come dovuto a una “dottrina economica di massa, della quale Samuelson era il grande maestro… qualcosa che la scuola di Cambridge non avrebbe mai potuto fare”.
Gli economisti tradizionali sono riluttanti a cedere terreno, anche in casi come la cosiddetta “Controversia sul capitale delle due Cambridge” degli anni Sessanta.
Samuelson discusse con i post-keynesiani e, per sua stessa ammissione, perse. Tali questioni sono state, secondo le parole di Galbraith, “ritoccate, come Trotsky” dalla storia dell’economia.
Ma la relazione della stessa MMT con i casi del mondo reale può essere un po’ imprevedibile. Mosler, che gestiva fondi speculativi, attribuisce il suo ruolo nel movimento a un’epifania dei primi anni ‘90, quando nei mercati stava crescendo la preoccupazione che l’Italia stesse rischiando il fallimento. Mosler immaginava che l’Italia, che a quei tempi ancora stampava la propria moneta, la lira, poteva evitare il fallimento finché era in grado di stampare altre lire. Investì di conseguenza, e quando l’Italia non andò in fallimento, intascò una somma considerevole. “C’era un’enorme quantità di denaro da guadagnare se riuscivi a convincerti che non potevano andare in fallimento”, afferma.

Più tardi in quello stesso decennio, imparò che c’era anche un’enorme quantità di denaro che si poteva perdere. Quando si affacciarono simili timori riguardo alla Russia, scommise di nuovo contro il fallimento. Nonostante battesse moneta propria, la Russia andò in fallimento, costringendo Mosler a liquidare uno dei suoi fondi speculativi e a cancellare molti dei suoi 850 milioni di dollari in investimenti nel Paese. Mosler attribuisce il fatto alla politica del tasso di cambio fisso della Russia di quel tempo e insiste che se avesse agito come uno stato con la sua propria moneta, il fallimento avrebbe potuto essere evitato. Ma questo caso potrebbe anche dimostrare ciò che sottolineano i detrattori: il fallimento, anche se sempre tecnicamente evitabile, è a volte la migliore opzione possibile.

Fonte: Italiadallestero  ows1-448x250.jpg

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