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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

MEZZI: BENI, SERVIZI, FATTORI PRODUTTIVI - 1° PARTE

Pubblicato su 13 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

geyeser

I mezzi sono i beni. Con il termine bene si intendono sia i beni sia i servizi.

I beni in senso stretto sono cose materiali che arrecano un’utilità. I servizi sono prestazioni, attività, dunque entità immateriali che arrecano un’utilità. Nei servizi la produzione e il consumo sono simultanei.

Beni e servizi, se hanno un prezzo (quindi se non sono disponibili in quantità illimitate), sono chiamati beni economici. Definizione economica di scarsità: un bene è scarso se, a prezzo zero, la domanda eccede l’offerta. Un bene libero (gratuito) non è scarso solo se l’offerta di esso eccede sempre la domanda: un bene siffatto è un bene sovrabbondante. I beni disponibili in quantità illimitate o sovrabbondanti, come l’ossigeno o la gravità, non sono beni in senso economico, perché l’utilizzazione di essi da parte di un individuo in un dato momento non ne riduce la disponibilità per altri nello stesso momento e in quelli successivi; non è necessario economizzarli. Crusoe non ha bisogno di correre più piano per risparmiare ossigeno; e, per far cadere una noce di cocco dall’albero con un bastone, può sempre contare sulla legge di gravità, non è costretto a realizzare alcuntrade-off relativamente ad essa. Detto in altro modo, non si trova nella condizione di poter conseguire un maggior numero di obiettivi disponendo di “più ossigeno” o “più gravità”.

Qualunque risorsa è caratterizzata da scarsità, cioè è limitata, non infinita. È il fatto universale della scarsità che dà origine al “problema economico”: quali beni e servizi produrre con le risorse esistenti?

Un oggetto fisico diventa un bene (economico) solo nel momento in cui viene incorporato nei piani di un individuo. Le caratteristiche fisiche di un oggetto non sono sufficienti per qualificarlo come bene. Perché lo sia 1) deve soddisfare un bisogno umano e 2) uno o più individui devono essere consapevoli di ciò. Ad esempio, finché l’evoluzione tecnologica non ha reso consapevole l’umanità che il carbone o il petrolio erano utili, essi non erano beni economici.

I beni economici che soddisfano direttamente i desideri si chiamano beni di consumo o beni di primo ordine. Dei beni di consumo come detto fanno parte anche servizi come il concerto di un violinista, la visita di un dottore, l’assistenza di un avvocato, il trasporto di un autobus ecc.

I mezzi che possono soddisfare i desideri solo indirettamente e in cooperazione con altri beni sono chiamati beni produttivi o fattori della produzione o beni di ordine superiore (i beni produttivi che realizzano direttamente un bene di consumo sono beni di secondo ordine, i beni produttivi che realizzano beni produttivi che a loro volta produrranno beni di consumo sono beni di terzo ordine e così via).

La somma dei beni e servizi prodotti da un soggetto in un determinato periodo di tempo rappresenta il suo reddito (in genere misurato dagli incassi monetari; guadagni, retribuzioni, interessi, dividendi, profitti, rendite). I redditi sono i prezzi dei servizi offerti dai fattori della produzione. Essi non dipendono dalle proprietà fisiche e naturali di questi, ma dalla previdente amministrazione del proprietario. Il reddito è una categoria dell’azione, non un’entità esistente “in natura”. Il reddito è un concetto di flusso, ha bisogno del trascorrere del tempo per poter essere quantificato e calcolato: io non posso dire “il reddito dell’Italia in questo istante è pari a…” perché il reddito è la ricchezza nel suo farsi, dunque è necessaria una unità di tempo durante la quale i beni e i servizi vengono prodotti (un giorno, una settimana, un mese, un anno ecc.).

Il patrimonio è lo stock netto (detratte le passività) di attività reali (case, terreni, beni durevoli) e finanziarie (moneta, depositi, titoli) possedute dal soggetto (e, per somma, da una comunità) in un dato momento. A differenza del reddito, il patrimonio è un concetto di stock, non c’è bisogno del trascorrere del tempo per quantificarlo: io posso dire “in questo istante di tempo il patrimonio dell’Italia è pari a 30.000 miliardi di euro”, perché il patrimonio è costituito da beni prodotti nel passato, che io sommo (nell’esempio, ai prezzi in euro).

Il reddito deriva dal patrimonio, è prodotto con i beni che lo compongono.

Il Prodotto interno lordo è la somma dei beni e servizi finali prodotti da una collettività in un determinato periodo di tempo. Il Pil ha la stessa natura del reddito, è un concetto di flusso.

Pil pro capite: pil totale diviso la popolazione. È utile per effettuare confronti nello spazio e nel tempo, perché il Pil in termini assoluti, se vi sono disparità demografiche, inganna.

Il reddito nazionale è la somma dei redditi (entrate) conseguiti dai soggetti di un paese in un dato periodo di tempo. È un altro modo di vedere il prodotto, dovendo questo essere attribuito ai componenti la collettività come remunerazione per i servizi prestati direttamente o dai beni di loro proprietà; reddito nazionale e prodotto nazionale sono dunque equivalenti in valore[1].

Il reddito può essere consumato o risparmiato; dunque Risparmio = Reddito – Consumo.

Se il consumo eccede il reddito si ha consumo di capitale (patrimonio).

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana - Tratto da: vonmises.it


Note:

[1] Le statistiche economiche incontrano dei limiti logici e applicativi difficilmente superabili: 1) L’indagine viene effettuata su un campione. Per passare dal campione all’intera popolazione viene posta un’assunzione cruciale: che il campione si distribuisce secondo la curva “normale”. Tuttavia tale assunzione rappresenta un puro atto di fede mai dimostrato. Dunque l’inferenza statistica, cioè le conclusioni che si traggono da alcuni dati, può essere completamente fallace. 2) Le produzioni dei mercati neri e le attività a titolo gratuito (es. il lavoro delle casalinghe, il volontariato) non sono rintracciabili o quantificabili. 3) La nascita di nuovi beni e servizi e la scomparsa di beni e servizi esistenti rendono impossibili i confronti degli aggregati (es. Pil) nel tempo, eludendo anche l’accorgimento del confronto a prezzi costanti. 4) Non rilevano le variazioni qualitative dei beni e dei servizi; in particolare, il corretto allineamento dei piani dei consumatori e degli imprenditori. Ad esempio, si produce molto cemento, ma manca il ferro con cui costruire la struttura portante di edifici o altre infrastrutture; in tal caso il cemento non avrebbe alcun valore, non rappresenterebbe una ricchezza in più prodotta. A livello macro potrebbe accadere che le autorità statali inducano un aumento “drogato” del Pil attraverso stimoli artificiali: in tal caso l’aumento quantitativo, di breve periodo, nasconderebbe un’assenza di coordinamento tra gli attori economici che si manifesterà nel futuro con una riduzione del Pil. Un ulteriore esempio di tale situazione è rappresentato da molte produzioni nella vecchia URSS, che poi arrugginivano o marcivano per mancanza di impieghi, perché non coordinate con le domande e le produzioni di altri settori. 5) La quota statale del Pil è completamente inattendibile, perché, mancando prezzi di mercato per i servizi dei funzionari pubblici, tali servizi quantitativamente coincidono con gli stipendi dei funzionari; dunque, un semplice aumento degli stipendi implica un aumento della ricchezza prodotta, il che è palesemente falso. La situazione è diversa per gli acquisti di servizi sul mercato, perché in tal caso gli acquirenti dimostrano la propria valutazione spendendo volontariamente il proprio denaro. In generale, le statistiche sono strettamente connesse alla logica pianificatoria e interventista dello Stato, in quanto i dati (aggregati) da esse forniti sono l’unica fonte di conoscenza del responsabile della politica economica, e senza di essi non sarebbe possibile alcun intervento. In un libero mercato, invece, i soggetti, in particolare gli imprenditori, hanno bisogno di conoscere, e ricercano, solo i prezzi e i costi necessari per svolgere in maniera efficiente la propria attività, dunque non hanno bisogno di una massa enorme di dati nazionali aggregati. Il nesso fra sviluppo delle statistiche e crescita dell’intervento dello Stato nel corso del ‘900 è evidente. V. M.N. Rothbard, The Politics of Political Economists: Comment, in «Quarterly Journal of Economics», febbraio 1960, pp. 659-665; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 217-225; Statistics: Achilles’ Heel of Government, in «Freeman», giugno 1961, pp. 40–44. Circa i limiti degli indici dei prezzi v. “Moneta”.

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