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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

LE VETTE SENZA FINE DI GOMEZ DAVILA

Pubblicato su 18 Maggio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

Ecco l'articolo di Freda apparso ieri sulla pagina culturale del quotidiano 'Libero':

 

Non è un caso che certe indicazioni di lettura – le migliori – vengano da persone che hanno fatto il gran rifiuto al mondo. Ho scoperto Nicolás Gómez Dávila su suggerimento di un appassionato di liturgia. Le sue mail avevano come indicazione del mittente “dirigatur, Domine, oratio mea…”. Non sono cristiano e quindi per me la formula non sapeva di un paradiso possibile, di ottimismo. Sapeva di nobiltà. Di quella gratuità dell’intenzione che è sempre segno di nobiltà. Rivolgersi all’alto non paga mondanamente (a meno che non sia una finta): l’unico motivo dell’impulso è la generosità d’animo, che è pure l’unica garante di un retto pensare politico (solo chi trabocca oltre sé, oltre i propri particolari interessi può catapultarsi da onesto in quell’orizzonte rischioso in cui fa i suoi giochi il destino comune).

 

Nicolás Gómez Dávila. Un amico che aveva infilato l’antimondanità pure nello strumento sommo della mondanità, la posta elettronica, mi ha suggerito di non perdermi la lettura degli aforismi di quest’uomo eccezionalissimo. Forte di una fortuna che si era così intimamente meritato da costringerla a incarnarsi, sereno nella propria ricchezza e quindi indipendenza dal mondo, Gómez Dávila si concentrò per anni nella ruminazione dei pensieri più alti e puri. Li asciugò, li limò, li girò e voltò fino a eliminare tutto ciò che poteva esserci di troppo. La sua scrittura è di una bellezza talmente sintetica e perfetta che diventa politica. Difficile – o forse, invece, superfluo – spiegare perché.

 

Riempì di aforismi cinque volumi, per la cui pubblicazione e promozione non si diede la minima pena. Preferì, infatti, con coerenza, attendere i tempi imperscrutabili della magia: l’intervento di quella consonanza fatale – consanguineità, addirittura – che gli regalasse i lettori giusti.

 

Quello che Gómez Dávila è per il pensiero scriteriato di oggi (che – horribile dictu – non si vergogna di avvilupparsi nel dissidio incredibile tra neorealisti e postmodernisti), è Nikolaj Roerich per l’arte figurativa. Mentre le muse si preparavano a colare nell’orinatoio di Duchamp, il grande artista russo saliva sull’Himalaya, fissava lì il proprio cavalletto e scopriva i colori stessi della vita. Gialli formidabili e azzurri da Novalis, violetti mistici, bianchi di una limpidezza perentoria e violenta, e vette vette vette senza fine. Cieli incendiati dalla freccia dell’arciere a cavallo. Figure di uomini sapienti che guardano sfilare il mondo sotto di sé, il mondo che non è più vasto e possente dell’anello che chiude il loro indice sul pollice per la meditazione. Che anni erano? ’30 – ’40 del secolo scorso: una stagione, in effetti, dal cromatismo deciso.

 

Di Roerich avevo letto in un articolo di Evola, ma chi me lo ha fatto scoprire è Curzio Vivarelli, uomo incredibile, che sembra inchiodato in una giovinezza immobile, capace di apparirti, smilzo e alto com’è, in maniche corte a dicembre, con solo la lunga barba barbarica che gli copre il collo fino allo sterno. Il massimo esperto in Europa di… aeroplanini di carta. Inutili, alati, leggeri: come i ‘pensier speculativi’. Lui, la crisi, la incanta così. Ma non quella economica: l’altra, ben più raggelante e rischiosa, sempre in agguato.

 

Franco G. Freda

 

 

 

 

 

 

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