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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

LA TERRA: FULCRO AUREO DELLA COMUNITA' NAZIONALE

Pubblicato su 1 Giugno 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

La frantumazione del ceto contadino causata dall’avvento dell’industrialismo ha provocato ovunque una serie di tragiche disfunzioni sociali. Ciò che è alle origini dell’attuale fenomeno globalista.

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La lacerazione di atavici legami sociali, sui quali in gran parte riposava l’identità popolare, non è stato un evento ineluttabile, ma un degrado voluto. Era nella logica della concezione progressista la necessità di eliminare quel centro di tenuta sociale che è sempre stato il mondo contadino. Osserviamo che, anche in questo, liberalismo e comunismo hanno sempre viaggiato di pari passo. Come i ceti padronali del capitalismo industriale non hanno esitato a scompaginare le classi rurali, trasformando velocemente il libero contadino nello schiavo legato alla catena di montaggio, adescandolo col miraggio del consumismo, così il marxismo colse sempre nella classe rurale il nemico principale del suo disegno sovversivo. Dalle tesi marxiane circa la mentalità reazionaria dei contadini, allo sterminio puro e semplice dei mujk ucraini operato da Stalin, l’obiettivo è lo stesso. Eliminare ciò che si avverte a giusto titolo come un ostacolo sulla via dello sradicamento, del cosmopolitismo e della società livellata.

Non nascondiamo che, effettivamente, anche in Italia, il nocciolo duro della resistenza contadina alla modernità ha avuto non di rado veri connotati reazionari.

Tuttavia, sebbene a lungo cavalcato da oscurantisti di ogni specie – ecclesiastici come laici – l’innato conservatorismo agrario non ha di per sé le caratteristiche di un ottuso sottomondo di marginali fuori dalla storia, del tipo di certi insorgenti ottocenteschi. Essere analfabeti servi del padrone e avvolti da una sottocultura di paure e superstizioni non è il segno della storia contadina. Questa ci parla piuttosto di un sistema organico di protezione identitaria, qualcosa di immutabile che ha una sua logica di ferro e che da sempre ha affidato alla consanguineità e alla comunanza del suolo i cardini della propria concezione sociale. Una profonda cultura popolare, innervata dai saperi popolari, dalla conoscenza tramandata sulle coltivazioni e i cicli stagionali, l’innato rispetto per la natura e le sue leggi. Era un patrimonio ricchissimo e antico, che sin da Virgilio era stato celebrato come la più alta nobiltà.

Ora abbiamo alla ribalta l’accapparramento delle terre da parte di: multinazionali, fondi sovrani, nazioni ricche e sfruttatori vari di tutti i generi.

Il contadinato storico era altra cosa. Era soprattutto civiltà, tradizione, legame con la terra natìa, solidità sociale.

Da noi, il sistema rurale era storicamente suddiviso, a grandi linee, tra piccola proprietà a Nord, mezzadria al Centro e latifondo a Sud. Ma in tutti e tre i casi, e al di là delle condizioni materiali, a volte di disperata miseria, la nota costante era il comunitarismo: la cascina, il podere e la masseria come luoghi della cultura tradizionale e del legame primordiale. Con, al centro, la signoria indiscussa del familismo. La famiglia rurale come fulcro aureo della comunità nazionale. Lo si direbbe un vero e proprio dominio del sangue e del suolo. E la storia della civiltà contadina in Italia ci indica una tendenza invariata: ovunque, in ogni epoca, il fine sociale è la creazione della piccola proprietà, il libero contadino padrone della terra su cui vive.

Tutto questo ebbe fine non appena, col decollo economico del secondo dopoguerra, l’equilibrio fra tradizione e modernità vennero rovesciati dalla selvaggia industrializzazione, che in pochi anni ha annientato il mondo legato al rispetto ecosistemico, creando in suo luogo il paradiso del consumo insostenibile e della degradazione ambientale. Qua e là si odono oggi crescenti lamenti per gli effetti distruttivi di queste scelte moderniste, sempre con piglio pienamente liberal-progressista. Ripensamenti tardivi, ma eloquenti. Si restaurano sagre paesane in chiave turistica, si celebrano gli “antichi sapori” della campagna, si fa una bolsa retorica sulla realtà agreste, quando questa non c’è più e il disastro progressista è ormai irreversibile. Nascono come funghi musei locali sulle tradizioni popolari e sui lavori preindustriali, si scrivono saggi sulla vita dei campi, solerti amministratori locali – di destra come di sinistra –non mancano di lamentare il perduto esempio di quando si faceva un uso ponderato delle risorse: è quando il progressista, terminato il suo criminale lavoro di desertificazione sociale, si volta a contemplare il suo demolitorio modello di sviluppo “democratico”. E viene colto da dubbi, vaghi sensi di colpa.

Pasolini, è stato notoriamente critico di «un modello di sviluppo che cancellava la cultura popolare e contadina».

Pasolini? Si tratta infatti dello stesso Pasolini che fu messo da parte senza tanti complimenti proprio dal PCI operaista che aveva per alleati i regimi del Patto di Varsavia, protagonisti di una politica di industrializzazione pesante che ha massacrato il territorio di intere regioni, disboscando e alterando l’ambiente in tale misura che ancora oggi – e non solo a Cernobyl – se ne risentono le conseguenze. Pasolini è stato per l’appunto quell’intellettuale “comunista per caso” che, rimpiangendo la sparizione del mondo contadino, riconobbe la volontà pratica di poter fare del ruralismo il vertice di una sana politica sociale.

Il grano, le olive, i pomodori e via dicendo quelli erano proprio i “prodotti locali” oggi rimpianti con lacrime di coccodrillo: beni che scaturivano dalla terra italiana, e non da qualche imbroglio ordito a Bruxelles.

Alla politica agraria ( se mai c’è stata ) italiana è indubbio che sia mancata la volontà di proteggere ed incrementare il lavoro dei campi: meccanizzazione, razionalizzazione delle colture, acquedotti, edilizia rurale, dignità e sicurezza sociale per masse che venivano dalla fame e dal tugurio, non sono mai esistite, non hanno mai scalfito i pensieri di questa classe politica genuflessa ai voleri dei tecnocrati finanzieri e capitalisti di questa orrida Europa.

Nel mondo contadino tutto è popolo, lavoro, tenacia, sacrificio, tradizione, radicamento, stirpe e madre-terra. Qui tutto è mito naturalistico e rispetto sacrale per le leggi della vita. È l’antimodernità, è l’eternità dei legami antichi.

Attendiamo che questo scempio finisca, che questa “ democrazia” re-inizi a dare da mangiare al proprio popolo e che smetta di depredarlo di tutto quello che ha di più caro e puro.

A cura di Claudio Marconi

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jimmie moglia 06/03/2013 00:07


Gentili Signori,


Ieri tramite un amico italiano ho sentito/visto la presentazione di Marco Saba sulle banche etc. - ivi incluso un riferimento a un libro di Franco Angeli dal titolo "1977" (?). A detta del
presentatore il libro e' in rete. Potreste indicarmi dove trovarlo perfavore? Grazie,


Jimmie Moglia, Portland Oregon