Overblog
Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

LA PAZZA IDEA DI SILVIO BERLUSCONI E IL TRILEMMA DELLE BELLE STATUINE

Pubblicato su 5 Giugno 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Era nell’aria. Il cavaliere non stava più nella pelle. Silvio Berlusconi, unico vero leader e fondatore del PDL, non poteva rimanere impassibile a guardare scendere i consensi del suo partito e ha lanciato la sua ultima provocazione, la “pazza idea”. Costringere la BCE a “stampare” soldi per finanziare i debiti pubblici dei paesi periferici oppure iniziare a stampare euro autonomamente attraverso la nostra banca centrale, la Banca d’Italia (indicata nella prima versione del messaggio poi corretta con il nome anacronistico di Zecca di Stato). Ovviamente questa seconda ipotesi è più inverosimile e meno percorribile quantomeno nel breve periodo, perché significherebbe un’uscita definitiva dell’Italia dall’euro e un ritorno ad una piena sovranità monetaria, cosa che per adesso spaventa quasi tutti i politici italiani sia di maggioranza che di opposizione perché comporterebbe un aggravio di responsabilità di cui nessun per il momento si vuole far carico. Mentre sulla prima ipotesi di modifica dello statuto della BCE ci sono in effetti ampi margini di manovra, perché come vedremo dopo è l’unico modo per tenere ancora in piedi l’euro per qualche tempo e consentire un’uscita più ordinata di tutti i paesi dall’euro. Perché sia chiaro che prima o dopo dall’euro si dovrà uscire. E le ragioni ormai le conosciamo bene da tempo.


Ora non si capisce quanto l’uscita di Silvio Berlusconi sia una trovata pubblicitaria e quanto invece il cavaliere sia davvero convinto che in assenza di una soluzione drastica, l’eurozona sia destinata a disintegrarsi (cosa fra l’altro denunciata dallo stesso commissario per gli affari economici dell’Unione Europea Olli Rehn la scorsa settimana), ma è evidente il tentativo di smarcarsi dal certo fallimento di tutte le politiche di austerità perseguite da Monti sotto la vigile sorveglianza della Germania della cancelliera Merkel. Il giorno in cui l’Italia uscirà dall’euro (è una questione di giorni, di settimane o di mesi al massimo) mandando per qualche tempo in tilt la gestione finanziaria dei conti pubblici e privati italiani, Berlusconi vuole essere il primo a poter dire: “ve l’avevo detto io che dovevamo stamparci i nostri soldi!”. Non so se questo basterà ad impedirgli la fustigazione in pubblica piazza o la cacciata dall’Italia come accadde al suo amico Craxi, ma sicuramente il cavaliere vuole anticipare le mosse ed evitare la brutta fine che sarà riservata a Prodi, Monti, Bersani, D’Alema, Casini, perché questi ultimi le valigie dovranno pur farsele visto i danni che hanno causato da circa trenta anni (1979, ingresso della lira nello SME) a questo paese con la loro disastrosa linea europeista. Sarà difficile convincere gli italiani che si erano sbagliati, visto che ancora oggi, di fronte all’evidenza, queste mezze tacche di politicanti o economisti della domenica continuano a non volere ammettere tutti i loro errori di calcolo o convenienza.
Fra l’altro c’è una bella differenza fra un imprenditore italiano come Berlusconi che in questa crisi inutile ed evitabile ha visto dissolversi in fumo buona parte del valore finanziario delle sue aziende e del suo patrimonio netto (le azioni di Mediaset, Mediolanum e Mondadori hanno tutte perso dai 30%-50% del loro valore negli ultimi anni, senza considerare le perdite ingenti degli asset finanziari posseduti da queste aziende), e un politico alla Bersani che invece non ha mai lavorato in vita sua e vivacchia di stipendi da parlamentare. Berlusconi sta davvero perdendo in questa crisi e con tutte le goffaggini del caso ha il reale interesse a trovare una soluzione per venirne fuori, mentre Bersani a parte qualche taglio minimo dei suoi emolumenti non ha rischiato e non rischia praticamente nulla (certo c’è la dignità, ma per soffrire di questa perdita bisogna essere dei veri uomini: Bersani lo è???).
 
Ma vediamo insieme cosa ha scritto Berlusconi sulla sua pagina di facebook, per apprezzarne tutte le doti di comunicatore e di stratega del marketing. E’ chiaro infatti che si tratti di un sondaggio di opinione, da cui peraltro il cavaliere si è già prontamente dissociato con un post successivo dicendo che si trattava soltanto di una battuta: non sia mai pestare i piedi ai famelici mercati, come già era accaduto al tempo delle sue dimissioni quando le azioni Mediaset avevano perso il -12% in un solo giorno (motivo principale questo delle sue dimissioni, mentre l’aumento dello spread dei titoli di stato italiani non lo aveva mai preoccupato più di tanto: Berlusconi è stato sempre prima un imprenditore e poi uno statista). Il cavaliere sta insomma tastando il terreno per vedere se è conveniente giocarsi il jolly dell’uscita dall’euro come slogan per la prossima campagna elettorale:
 
“Non ricordo nella mia vita un momento più difficile di questo. La gente è davvero sfiduciata. Quale mossa può cambiare la spirale recessiva?

La crisi economica non è risolvibile dal nostro interno. Il governo Monti deve riprendere da dove avevamo lasciato e cambiare la sua linea politica.

Dobbiamo andare in Europa a dire con forza che la Bce deve iniziare a stampare moneta. Così cambia l'economia. La Bce deve cambiare la propria missione, deve diventare il garante di ultima istanza del debito pubblico e cominciare a stampare moneta.

Altrimenti, in caso contrario, dovremmo avere la forza di dire “ciao ciao euro” e cioè uscire dall’euro restando nella UE o dire alla Germania di uscire lei dall’euro se non è d’accordo. La mia “idea pazza” è che la Banca d’Italia stampi euro oppure stampi la nostra moneta. Vi invito ad approfondire questo punto.”
E’ furbo il cavaliere, altro che se è furbo. Vecchio, rimbambito, ma sempre furbo come una faina (certo bisogna pure dare atto ai suoi collaboratori di saper imbeccarlo al momento giusto, perché non c’è momento più adatto di questo per parlare di uscita dall’euro). Oppure c’è un’altra ipotesi. Il cavaliere ha ricevuto una soffiata da qualche funzionario di Banca d’Italia, che gli ha rivelato qualcosa circa l’inizio delle grandi manovre a Palazzo Koch per pararsi il colpo dalla imminente disintegrazione dell’euro, la moneta più sbagliata della storia dell’uomo di cui nessuno sentirà mai la mancanza. Perché dico questo? Perché Berlusconi nel suo dispaccio criptico tutto da decifrare ha pure indicato fra le righe le modalità con cui si uscirà dall’euro: sarà la Germania la prima nazione ad uscire dalla moneta unica tornando al marco, mentre le altre nazioni della periferia compresa la Francia proveranno a tenere ancora in vita l’euro per qualche tempo per vedere di trovare un possibile accordo provvisorio. In caso contrario, ogni paese andrà per i fatti suoi ritornando alla propria moneta nazionale.
 
 
Per capire il motivo per cui gli eventi stanno precipitando dritti verso la fine dell’euro, dobbiamo però ricordare il gioco delle belle statuine che facevamo da bambini. Oppure ricostruire mentalmente la scena finale del film “Le Iene” di Quentin Tarantino o “Il Buono, il Brutto, il Cattivo” di Sergio Leone. Ci sono tre persone che si puntano una pistola a vicenda, il primo che spara sarà sicuro di uccidere il secondo ed essere ucciso dal terzo, che essendo l’ultimo a sparare sarà l’unico a salvarsi. Una situazione di stallo chiamata in gergo “mexican standoff”, perché in pratica può durare all’infinito, a meno che non intervenga un elemento esterno che risolva il trilemma in cui sono incastrati i contendenti. L’eurozona nel suo complesso e ogni singola nazione europea nello specifico si trova da tempo incagliata come una nave alla deriva in questo trilemma, sia dal punto di vista macroeconomico che finanziario. Vediamo perché.
 
Consideriamo il caso dell’Italia e prendiamo in considerazione le tre maggiori scomposizioni settoriali della sua economia interna: lo stato, le imprese (includiamo in questa categoria anche le banche) e i cittadini. Lo stato sappiamo che non può spendere per nuovi investimenti o detassare perché deve inseguire ciecamente l’obiettivo del pareggio di bilancio. Le imprese non investono perché le aspettative sui mercati sono pessime, la domanda in calo e le possibilità di avere un ritorno o un profitto dall’investimento sono minime. I cittadini non spendono perché preferiscono accantonare risparmi per fronteggiare eventuali avvitamenti recessivi della crisi. Purtroppo la maggior parte di questi ultimi non sa o non ha ancora capito che l’intenzione del governo Monti è proprio quella di aggredire i loro risparmi per rimborsare i titoli di debito pubblico dei grandi creditori internazionali. Unico vero scopo della missione del professore bocconiano infatti è ripagare i maggiori creditori prima che tutto crolli e vada a ramengo. Dopo aver svolto il suo compito, il professore sparirà nell’ombra degli uffici e delle scartoffie universitarie, cercando di limitare al massimo i danni personali.
 
Intanto, a causa di questo immobilismo, la disoccupazione sale al 10,2% (dato ufficiale, quello reale invece sappiamo tutti che è molto più alto perché solo una parte dei disoccupati o inoccupati o sconsolati si iscrive ai centri per l’impiego). Chi dovrebbe sparare per primo per risolvere questa situazione di stallo? E’ ovvio che l’unico duellante ad avere una pistola fumante in mano è lo stato che facendo pressioni alla BCE o rimettendo in moto le tipografie (i computer in realtà) della propria banca centrale potrebbe ricominciare ad investire massicciamente nell’economia in tutte le direzioni: formazione, ricerca e sviluppo, beni e servizi, infrastrutture, sussidi alle imprese, detassazione, etc. In questo modo ogni singolo stato nazionale farebbe tornare nei mercati interni e internazionali quella che l’economista americano Paul Krugman chiama la “fata fiducia”. La gente ricomincia a spendere, gli investitori esteri dopo la fuga riportano i capitali nell’eurozona, le imprese riprogrammano gli investimenti e le assunzioni e siamo tutti felici e contenti (almeno in teoria, nella pratica vedremo dopo che la realtà è molto più complessa).
 
Nel periodo transitorio potrebbe anche bastare per l’Italia una deroga alle direttive del Fiscal Compact per un rientro meno accelerato del debito pubblico entro la soglia del 60% del rapporto debito/PIL oppure un rinvio dell’obiettivo del pareggio di bilancio per il 2013 (cosa che già il FMI ha previsto di difficile raggiungimento, posticipando l’obiettivo al 2014). La BCE però dovrebbe acquistare direttamente titoli di stato italiani per fornire nuova liquidità e consentire una discesa dei rendimenti oppure fare una semplice comunicazione ai mercati in cui annuncia di mettere la propria garanzia su tutti i depositi per arginare la crisi di liquidità e la fuga dei capitali e sui titoli di stato circolanti o su quelli di prossima emissione per anticipare l’inizio di una possibile crisi di solvibilità. In caso contrario, siccome sappiamo già che la BCE è sotto tiro dalla Germania, l’Italia come suggerito dallo scaltro Berlusconi dovrebbe tirarsi fuori dal trilemma, abbandonando l’eurozona e assegnando il compito alla Banca d’Italia di rimettersi a stampare lire. L’elemento esterno per uscire dallo stallo macroeconomico quindi è la BCE o la Banca d’Italia.
 
Allarghiamo adesso la visuale di osservazione a tutta l’eurozona. In questo caso i tre fattori principali che creano la situazione di stallo sono: la Germania, i paesi periferici dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) e la BCE. Nei PIIGS, soprattutto in Grecia, Spagna e Irlanda, e in misura minore in Italia e Portogallo, è in atto da tempo una doppia tipologia di crisi, difficile da districare: una crisi di liquidità e una crisi di solvibilità. A partire dello scoppio della crisi in Grecia nel 2009 è iniziata una lenta ma inarrestabile fuga di capitali dal paese ellenico verso lidi più sicuri all’interno della stessa eurozona, Francia e Germania in testa, o in Svizzera. I clienti greci delle banche, allertati dalle continue difficoltà degli istituti bancari nazionali di finanziarsi sui mercati, hanno ritirato i loro soldi per depositarli presso banche francesi e tedesche. Nel grafico sotto, possiamo vedere che facendo 100 i depositi presso le banche greche all’inizio di gennaio 2011, abbiamo avuto una riduzione dei depositi ad oggi del 20%. Una vera e propria emorragia insomma. Un fenomeno diverso dalla tipica corsa agli sportelli (bank run) che si compie nel giro di pochi giorni o settimane, facendo collassare istantaneamente l’intero sistema bancario, ma che alla fine porta alle stesse conseguenze.


Se la Grecia fosse stato un paese isolato e privo di credito dall’estero, con un regime di cambio fisso o variabile, le banche greche sarebbero già fallite, o perché non sarebbero più riuscite a rispettare la parità di cambio con la moneta estera di aggancio (vedi caso dell’Argentina, con la convertibilità dei pesos in dollari ad un tasso 1:1) o perché la moneta nazionale avrebbe cominciato miseramente a svalutarsi per eccesso di offerta. Ma per sua fortuna o sfortuna la Grecia si trova all’interno dell’eurozona e la Banca Centrale Greca continua a sostenere le banche private stampando una moneta ancora forte come l’euro e rifinanziando il mercato interbancario in cambio di collaterali sempre più scadenti. La Banca Centrale Greca sta in pratica tamponando questa fuga dei clienti e dei capitali diventando il “depositante di ultima istanza” per tutte le banche greche. Come vedremo dopo questo fenomeno è pericoloso non tanto per la sostenibilità finanziaria del paese, ma per la tenuta della moneta euro nel suo complesso.
 
Per capire questo ultimo passaggio, esaminiamo il funzionamento della bilancia dei pagamenti con l’estero. Quando un cittadino greco preleva i suoi risparmi dalla banca greca per depositarli in quella tedesca, provoca un deflusso di capitali dal paese di residenza verso il paese straniero che si traduce però in un maggiore accreditamento con l’estero. La Grecia, nella persona del suo cittadino, rivendica un credito nei confronti del sistema bancario tedesco pari all’ammontare del suo deposito. Stessa situazione si sarebbe verificata se il cittadino greco avesse acquistato un titolo di debito pubblico o privato della Germania, che comporta un diverso grado di rischio, liquidità e profitto rispetto al semplice deposito. Da questo punto di vista quindi la Grecia non soffre di un problema di solvibilità vero e proprio (i greci hanno accumulato un credito nei confronti della Germania, non un debito), ma soltanto di una momentanea o permanente crisi di liquidità perché sono diminuite le attività liquide denominate in valuta nazionale all’interno del paese.
 
Siccome la Grecia si trova all’interno dell’eurozona, che è una via di mezzo fra una semplice area valutaria con aggancio rigido delle rispettive monete e un’unione monetaria completa, può avvantaggiarsi del sistema di compensazione dei pagamenti transfrontalieri chiamato TARGET2. Ogni volta che un cittadino greco deposita i suoi risparmi presso una banca tedesca o francese (ma non svizzera o inglese, perchè queste nazioni sono esterne all’eurozona), la Banca Centrale Greca addebita le riserve della banca greca di partenza della stessa somma e chiede alla banca centrale tedesca Bundesbank di accreditare le riserve della banca tedesca di destinazione, aumentando il saldo dei crediti TARGET che la Bundesbank rivendica nei confronti dell’intero Eurosistema (vedi grafico sotto con l’aggiornamento dei crediti e debiti TARGET all’interno dell’eurozona). Tralasciando per un attimo il fatto se il credito o debito TARGET sia una reale posizione creditizia o debitoria di uno stato, la forbice che si sta minacciosamente allargando fra la Germania e i paesi PIIGS fornisce bene l’idea degli squilibri finanziari e di circolazione monetaria che si sono creati all’interno dell’eurozona: la moneta defluisce costantemente dai paesi PIIGS e affluisce in Germania.

 
In verità sappiamo già che con il sistema TARGET2 non c’è un vero e proprio flusso di riserve bancarie dalle banche greche alle banche tedesche, ma un gioco di creazione e distruzione di riserve bancarie fra le varie banche centrali che si manifesta appunto nella formazione dei crediti e dei debiti TARGET. In una fase successiva alla distruzione delle riserve, la Banca Centrale Greca rifinanzierà le banche greche per rimarginare questa crisi di liquidità in cambio di attività sempre più deprezzate, generando un’espansione monetaria fittizia che ricorda per certi versi il processo di collasso del sistema di Bretton Woods, avvenuto dal 1968 al 1971, a causa del ricorso alla stampa incontrollata di dollari da parte degli Stati Uniti e alla perdita della parità di conversione fra il dollaro e l’oro sottostante. Se sostituiamo la parola oro con la parola Eurosistema, avremo in patica la riproduzione dello stesso schema.
 
Ma fino a quando l’Eurosistema reggerà questa espansione monetaria? Fino a quando le attività finanziarie delle banche europee potranno deprezzarsi e consentire un regolare afflusso di nuova liquidità per tamponare la crisi? Ad ogni passaggio di scambio di titoli e liquidità fra le banche private e le banche centrali del sistema SEBC, BCE più le banche centrali nazionali dell’eurozona, gli istituti bancari privati riescono infatti a strappare sempre meno liquidità a causa del deprezzamento dei titoli utilizzati come collaterali, che malgrado sostenuti dalle stesse banche (vedi il caso dei titoli di stato italiani) non riescono più ad essere appetibili per gli investitori stranieri. Per avere un’idea grafica più chiara ed immediata di questo processo vizioso, immaginiamo un’elica che ad ogni giro verso il basso riduce il suo raggio come in un imbuto, fino ad arrivare alla situazione paradossale in cui l’elica sarà tutta implosa in un punto e le banche europee non potranno più richiedere nuova liquidità alle banche centrali (situazione estrema in cui il valore dei titoli pubblici e privati europei varrà zero). Come vuole impedire questo collasso la BCE?
 
Semplice. Il governatore Mario Draghi ha già annunciato che bisogna utilizzare il MES meccanismo europeo di stabilità, come credibile strumento di ricapitalizzazione delle banche. In pratica attraverso il MES, che diventerà operativo a partire dal 1 luglio prossimo, la BCE intende prelevare soldi pubblici dai paesi dell’eurozona (la quota di partecipazione dell’Italia si aggira intorno a 125 miliardi di euro, da consegnare al MES in varie rate, guarda tabella sotto) per destinarli alla ricapitalizzazione delle banche. A parte la discutibile prassi ormai diventata abitudine de facto di bruciare soldi pubblici per salvare un sistema bancario a pezzi (continuando poi a blaterare in giro che il problema dell’eurozona è l’aumento sconsiderato dei debiti pubblici: certo, è chiaro, se gli stati sono costretti ad indebitarsi per sostenere le banche, il debito pubblico aumenterà, ma il problema iniziale è delle banche e non degli stati o dei cittadini), questo meccanismo contorto non serve a dare direttamente nuova liquidità alle banche, ma ad ampliare il loro capitale proprio, il patrimonio netto, che servirà poi alle banche per reggere la caduta libera e la maggiore rischiosità dei suoi attivi di bilancio (secondo i requisiti patrimoniali richiesti dagli accordi bancari internazionali di Basilea 2, più un attivo è rischioso maggiore deve essere la quantità di capitale proprio accantonato o investito). In pratica il MES diventerà un azionista privilegiato delle maggiori banche europee in crisi, costringendo indirettamente i cittadini riluttanti ad investire in questo settore.
 
 
In questo modo si sposta il bersaglio dalla copertura fittizia dell’Eurosistema, che sempre ci sarà per supportare l’espansione monetaria in atto, verso un impegno più concreto dei cittadini europei a salvare e tenere in piedi lo stesso caracollante Eurosistema, tramite il sostegno indiretto alle banche. E’ bene notare che la crisi di liquidità, a cui si accompagna anche quella di solvibilità (il deprezzamento dei titoli e delle attività), non divampa soltanto in Grecia, ma è già diventato un incendio anche in Spagna e in Irlanda. Sappiamo infatti che la banca europea più in difficoltà in questo momento è la spagnola Bankia, che ha già richiesto un primo piano di salvataggio pubblico, e le banche spagnole nel loro complesso hanno bisogno di una ricapitalizzazione di circa 50 miliardi di euro. Le tre maggiori banche portoghesi hanno invece necessità di una ricapitalizzazione molto minore pari a 6,65 miliardi di euro. Ecco dunque dove andranno a finire i primi soldi raccolti dal MES, perché era chiaro che la sua potenza di fuoco non poteva essere sufficiente per sostenere i debiti pubblici spaventosi dei paesi PIIGS (700 miliardi di euro contro i 2000 miliardi di debito pubblico della sola Italia). Ma a questo punto dobbiamo aggiungere un altro tassello al nostro trilemma: la Germania.
 
Conosciamo abbastanza bene il problema degli squilibri macroeconomici all’interno dell’eurozona, dove c’è un paese costantemente con un saldo positivo delle partite correnti, la Germania, e dei paesi disperatamente in deficit delle partite correnti, i PIIGS. Sappiamo che gli investitori stranieri danno ormai poco credito finanziario ai paesi PIIGS, i quali per coprire i loro deficit esteri possono ancora agevolarsi delle possibilità concesse dal sistema TARGET2 per gli scambi interni all’eurozona e sono costretti a richiedere il supporto delle proprie banche nazionali per finanziare la restante parte dei loro deficit esteri (le banche spagnole comprano titoli spagnoli, le banche italiane comprano titoli italiani etc). Ancora una volta quindi, saranno sempre le banche centrali europee in ultima istanza a dover continuare a stampare euro per supportare le banche private nazionali e compensare la mancanza di credito estero concesso agli stati PIIGS.
 
In buona sostanza il ricorso alla stampa selvaggia della moneta unica serve dunque non solo a tamponare la crisi congiunturale di liquidità ma anche quella strutturale di debito estero dei paesi PIIGS. Una doppia fregatura per la Germania che proprio sulla forza di cambio della moneta unica aveva basato tutta la sua strategia mercantilista di aumento delle esportazioni tramite deflazione interna (salari e prezzi) e adesso vede miseramente crollare il valore dell’euro a livelli insostenibili per la sua economia (ricordiamo che nel giro di poche settimane l’euro si è svalutato rispetto al dollaro di circa 7,5%, passando da 1,34 a 1,24). Un crollo a cui la Germania dovrà porre al più presto rimedio. E come farà?
 
Uscendo lei per prima dall’euro. Come già anticipato su un articolo di febbraio scorso che descriveva il sistema TARGET2, la Germania è la nazione più esposta per quanto riguarda le garanzie da offrire alla sopravvivenza dell’intero Eurosistema. Ogni nazione dell’eurozona risponde delle perdite complessive in base alla rispettiva quota di partecipazione al capitale della BCE (prima colonna del grafico sopra del MES), che per la Germania si traduce in un bel 27%. Siccome gli squilibri macroeconomici sono appunto strutturali e non possono essere rimarginati nel breve periodo, come accade con una semplice crisi di liquidità, la Germania non può continuare ad esporsi ad oltranza perché più avanti si va nel tempo e più elevate saranno le eventuali perdite a cui andrà incontro, con i tedeschi che si dovranno far carico del maggiore onere contributivo nonostante la loro ottima situazione dei conti con l’estero. Non si può insomma far fronte agli squilibri strutturali interni all’eurozona stampando solamente euro e questo i tedeschi lo sanno, perché un giorno o l’altro il mondo si accorgerà che gli europei stanno taroccando i conti e la moneta subirà una vorticosa svalutazione (così come accadde agli Stati Uniti di Bretton Woods, che malgrado protetti dall’aggancio rigido fra le monete internazionali, vennero accusati di abusare della creazione fuori controllo di dollari).
 
Se un giorno dovesse venir meno la capacità dei tedeschi di produrre surplus commerciali e di attirare capitali esteri, perdendo credibilità internazionale e contribuendo ad accumulare deficit esteri cumulati dell’intero Eurosistema (per adesso abbiamo un misero surplus cumulato delle partite correnti di soli 9,1 miliardi di euro, che corrisponde all’incirca allo 0,00075% del PIL dell’intera eurozona), la situazione potrebbe precipitare nel giro di pochi giorni. Non è un’ipotesi assolutamente azzardata immaginare che la Germania possa prendere spunto dall’instabilità politica greca che si manifesterà alle prossime elezioni del 17 giugno per iniziare a forzare i tempi sulla sua uscita dall’euro, prima ancora quindi di versare la sua importante quota di partecipazione al MES. Perchè far sborsare questi soldi ai tedeschi se tanto prima o dopo si dovrà uscire dall'euro?

Ricordiamo infatti che nel trilemma dell’eurozona, è sempre la BCE l'elemento interno che potrebbe rompere gli indugi e sparare il primo colpo, mentre l'elemento esterno (il MES) ha solo la funzione di palliativo per allungare l'agonia della moneta unica. Tuttavia la BCE non è una componente completamente autonoma ed indipendente nella contesa, ma subisce l’influenza e la pressione della Germania, che impedirà qualsiasi accelerazione verso la modifica dello statuto della banca centrale in senso keynesiano (finanziamento diretto dei deficit pubblici degli stati e non solo di quelli privati delle banche), l’introduzione degli eurobonds, la formazione di un governo federale di trasferimento di capitali pubblici. Tutte cose che i nostalgici nostrani degli Stati Uniti d’Europa invocano come soluzioni definitive ad ogni problema dell’eurozona, ignorando però tutti gli squilibri macroeconomici che continuerebbero a permanere nell’area (ne citiamo uno per tutti: i differenziali di inflazione fra i vari stati dell’eurozona).
 
La pazza idea di Berlusconi quindi è meno pazza di quello che può sembrare in apparenza, perchè anticipa ed estremizza ciò che sarà una normale evoluzione degli eventi, mettendo praticamente all’angolo tutti gli eurocrati compulsivi, piddini sempre in testa, che continuano a blaterare sulla bontà di un progetto nato male e finito anche peggio (errare humanum est perseverare autem diabolicum). Una volta che la Germania si sarà chiamata fuori da questa partita a scacchi in cui tutto quello che c’era da vincere l’ha vinto già in passato mentre per il futuro si prospettano solo perdite, all’Italia e agli altri paesi dell’eurozona non rimarranno che due sole scelte: proseguire con un euro più debole e una nuova banca centrale comune, ritornare alla propria moneta nazionale e alla propria banca centrale di emissione.
 
E in stretta analogia con ciò che accadde durante la fine degli accordi di Bretton Woods (15 agosto del 1971), non è difficile credere che la cancelliera Merkel possa ripetere la stessa scena vista in passato: in un assolato giorno fra luglio ed agosto prossimo si presenterà a reti unificate alle televisioni nazionali e annuncerà l’imminente ritorno al marco della Germania. Ma a quel punto, gli italiani saranno tutti al mare e tranne qualche fila al bancomat presso gli sportelli bancari delle località balneari, nessuno avrà tanta voglia di mettersi a correre in preda al panico. Il caldo e l’afa in certi casi sono un ottimo calmante naturale capace di scoraggiare sul nascere qualsiasi crisi di isteria o follia collettiva, anche perché chi aveva capito tutto in anticipo si era già organizzato per tempo mentre chi non aveva capito nulla continuerà a non capire.
Fonte:tempesta-perfetta
Commenta il post

Mara 06/06/2012 12:03


Ok contaci :-)

Mara 06/06/2012 01:31


Complimenti un bellissimo articolo il quadro della situazione è esauriente

frontediliberazionedaibanchieri 06/06/2012 11:00


Grazie, continua a seguirci e facci conoscere tuoi commenti/critiche/suggerimenti. Claudio Marconi