Overblog
Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

L'USO POLITICO DELL'ECONOMIA

Pubblicato su 25 Febbraio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

La pratica mercatista sta inesorabilmente portando i popoli alla fame e, sembra, che la stragrande maggioranza non se ne accorga. Oggi è l'ultimo giorno di questo " rito" che sono le elezioni, sbandierate ai quattro venti ed in tutte le salse come libertà, e non come strumento di autogratificazione dei " politici " di turno, giovani e vecchi. Si diceva libertà, ma noi rifiutiamo questa loro " libertà", falsa e mendace, che lascia solo quella di dover scegliere se sfamarsi tra la catena di montaggio ed il postribolo. Claudio Marconi

 

pernacchio--400x300

Il 2012 è finito con lo spread in calo, non solo in Italia ma in tutti i cosiddetti Pigs, dalla Spagna al Portogallo fino alla derelitta Grecia. Se dovessimo valutare la situazione dal punto di vista dei mercati finanziari, dunque, potremmo azzardare che la crisi è quasi finita e le prospettive per il 2013 volgono al positivo. Peccato che i dati dell’economia reale dicano qualcosa di diverso: anche per il prossimo anno l’Italia sarà in recessione, in Grecia i disoccupati aumentano di mille unità al giorno, in Spagna vengono immatricolate meno auto che nel piccolo Belgio. Insomma, c’è poco da ridere e ancor meno da essere ottimisti. 
Come si spiega allora il comportamento dei mercati finanziari? O sanno qualcosa che non sappiamo – e non sembra probabile – oppure basano le loro analisi su qualcosa di diverso dall’andamento dell’economia reale. In particolare, per gli investitori che comprano bond e titoli di Stato, il dato più importante è che i pagamenti vengano rispettati, in parole povere che il debito venga ripagato. Poco conta l’ammontare del debito stesso, soprattutto se sovrano: per definizione uno Stato in controllo della sua politica monetaria non può fallire – può sempre stampare moneta per coprire i suoi debiti. 
Tutto il panico dello scorso anno era dovuto, dunque, non tanto o non solo all’andamento macroeconomico, quanto piuttosto al fatto che i Pigs non hanno più una banca centrale e dunque non possono stampare moneta. A quel punto sì che l’accumularsi del debito diventa un problema serio. E si è allora cominciato a predicare politiche di austerity che riducessero il debito riportando fiducia e serenità sui mercati. La soluzione sbagliata al problema sbagliato.
Innanzitutto per ridare fiducia ai mercati bisognava ristabilire la sovranità monetaria, cioè la certezza che il debito fosse solvibile. E questo lo hanno fatto Mario Draghi e la Bce con il famoso annuncio dello scorso anno che l’Euro sarà difeso a tutti i costi. Non a caso, da quel momento le cose sono andate migliorando in quanto gli speculatori hanno capito che a Francoforte erano pronti a stampare tanti euro quanto fossero necessari per evitare il fallimento dei Paesi in difficoltà – e i dati appena forniti sull’acquisto dei Bot da parte della Bce non fanno che confermare questo dato. 
Non era dunque l’austerity quello di cui avevamo bisogno. Anzi, di più. L’austerity ha peggiorato la crisi. Non solo l’economia reale è drammaticamente peggiorata ma addirittura il debito si è alzato, esattamente quello che volevano cercare di evitare i promotori delle politiche restrittive. Un fallimento su tutta la linea. Dettato, almeno in parte, da calcoli clamorosamente sbagliati. Per anni ci siamo sentiti dire che la ripresa stava arrivando, che le cose sarebbero andate meglio, salvo poi rivedere costantemente al ribasso le stime della crescita. La Grecia è il caso di scuola in questo senso, ma anche l’Italia e il resto d’Europa sono state afflitte da un problema simile: ogni volta i risultati reali dell’economia erano notevolmente peggiori di quelli pronosticati e, di conseguenza, la crescita diminuiva, le entrate pure, e i tagli non bastavano mai, con la dinamica del debito in crescita invece che in diminuzione. 
Come dicevamo, una parte di questo problema è dovuto ad un errore madornale nei modelli economici usati. Il punto in questione è la valutazione del cosiddetto moltiplicatore keynesiano. In sintesi, un qualsiasi ammontare di risorse immesse nell’economia non ha solo un effetto diretto (1000 euro in più investiti dallo Stato assumendo nuovi lavoratori saranno conteggiati come 1000 euro in più nel Pil) ma anche un effetto indiretto (questi 1000 euro con cui si pagano dei salari, verranno poi, in parte, spesi in consumo, passeranno di mano, e poi consumati o investiti da chi li ha ricevuti come pagamento, e così via, fino ad esaurimento). Ora, per capire esattamente quale sarà l’effetto finale del mio investimento (o spesa) iniziale, dovrò calcolare quale è la propensione marginale al consumo della popolazione (quanti di quei 1000 euro iniziali pagati in salari vengono poi usati per aumentare il consumo). Più grande sarà la propensione al consumo, maggiore sarà l’effetto espansivo dell’investimento iniziale. Per l’austerity, ovviamente, si fa il caso contrario: quanto si ridurrà la nostra economia aumentando le tasse e/o diminuendo la spesa pubblica? Il Fondo Monetario, l’Unione europea e tutte le maggiori istituzioni finanziarie internazionali per cercare di determinare gli effetti dell’austerity hanno calcolato una propensione al consumo (e dunque un moltiplicatore keynesiano) molto, troppo basso – sottostimando dunque l’impatto dell’austerity sull’economia reale, ed ecco spiegato come mai le stime di crescita erano sempre eccessive.
Modelli sbagliati, risultati inattesi, disastri per l’economia reale e nessuna possibilità di rimettere i conti a posto. Questo il risultato dell’austerity. Un tal disastro che anche il Fondo Monetario Internazionale ha dovuto rivedere qualche cosa. I suoi economisti avevano già smentito i soliti Alesina e Giavazzi che in un loro studio avevano addirittura previsto che una stretta fiscale avrebbe portato alla crescita. Il passo successivo è stato smentire proprio le politiche del Fmi e il loro supporto dell’austerity. Un esercizio di onestà intellettuale, probabilmente. Cui ci si sarebbe aspettato dovesse seguire una immediata revisione delle politiche di austerity e del fiscal compact, ora patentemente non solo inutili, ma proprio sbagliati e dannosi. Ed invece no! Nonostante l’evidenza empirica e la teoria economica presentino un quadro chiarissimo e non smentibile, in Europa si continua ad andare dritti per la propria strada. Ed infatti, pochi giorni fa, l’impagabile Olli Rehn ha accusato il Fondo di alimentare il panico sui mercati e di interferire con il processo di risanamento. Una dichiarazione grottesca a dir poco. Ma che svela l’ideologismo di alcuni personaggi, ormai nemmeno nascosto dietro i modelli economici. Chi se ne importa se l’austerity non funziona. Chi se ne importa se i calcoli fatti si sono dimostrati sbagliati. Chi se ne importa se le politiche proposte non servono a nulla a risolvere la crisi del debito. I fatti non contano nulla. L’ideologia mercatista è l’unica cosa che conta, anche se patentemente sbagliata. 
Dal che non possono che discendere alcune considerazioni. L’economia viene usata per fini politici, inconfessabili, che vengono coperti dalle supposte necessità dei mercati. Questi fini sono la “normalizzazione” delle economie europee a forza di svalutazioni interne, disoccupazione, riduzione dei salari. Un rilancio del neoliberismo in grande stile. All’Europa, e non solo a lei, non interessa l’efficacia delle politiche economiche e non interessa nemmeno la riduzione del debito, Interessa invece tagliare lo stato e le spesa pubblica, privatizzare, favorire un capitalismo tutto basato sui profitti e non sulla coesione sociale. L’economia di mercato non è più un fine per aumentare la ricchezza, il benessere, l’occupazione. No, il fine è l’austerity stessa, il fine è la distruzione del modello sociale che combinava capitalismo e democrazia. Il fine è la dittatura del mercato.

Da: liberazione - Scritto da: Nicola Melloni -

Tratto da: resistenzainternazionale.blogspot.it

Commenta il post