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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

L'INUTILE " GERMANOFOBIA " E LA TEORIA DI DARWIN

Pubblicato su 12 Aprile 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

“La selezione naturale è quel processo per il quale gli individui e le specie che meglio si adattano alle mutate condizioni dell'ambiente sopravvivono e trasmettono i loto tratti acquisiti alle generazioni successive”.

Va sempre più di moda l’astio e la dura reprimenda contro la politica tedesca, vista come la causa di tutti i mali che sta vivendo odiernamente l’Europa. Questa credenza, alquanto infondata e poco razionale, si basa sulla convinzione che la Germania, favorita dall’euro e dalle politiche restrittive da essa imposta, stia guadagnando largamente dal suo export a discapito degli altri Paesi europei. Questo è parzialmente vero, poiché chi alimenta la “teutonica fobia” sembra dimenticare il processo storico che portò alla riunificazione tedesca e all’istituzione della moneta unica. Nel 1990, come ricorda l’ex capo del partito social-democratico tedesco Peer Steinbrück, i francesi, e in particolare il loro presidente Mitterand, imposero “l’abbandono del marco tedesco in cambio di un euro stabile. Questa era stata una delle concessioni che avevano contribuito ad aprire la via della riunificazione tedesca”. A rafforzare questa tesi è Hubert Védrine, ex consigliere di Mitterand: “il presidente Mitterand non avrebbe mai dato il suo accordo alla riunificazione delle due Germanie se i tedeschi non avessero accettato di abbandonare la loro moneta e di adottare l’euro. Mitterand non voleva una grande Germania senza che questa non facesse parte del progetto di una moneta unica europea”.[1] Quindi, lo stesso euro fu costruito con il pensiero di imbrigliare i tedeschi in una falsa solidarietà europea, pensiero smentito successivamente dai fatti, poiché l’euro si è rivelato essere una delle armi di punta della potenza germanica. La grande forza della Germania è stata quella di essere riuscita ad adattarsi rapidamente alle mutate condizioni globali degli ultimi 20 anni, a differenza degli altri partner europei, che volendo avanzare a tutti i costi verso la “modernizzazione” sembrano essere incautamente regrediti. Il cosiddetto “modello tedesco” è basato principalmente sul ruolo primario della grande industria e sull’export, fonte di incommensurabili guadagni. Come nota il professor Ronny Mazzocchi, per capire realmente il modello tedesco “è necessario distinguere quello che è il modello teorico da quella che è stata, negli ultimi decenni, la pratica politica”. E spiega: “il modello tedesco sembra essere basato sull’idea centrale che lo Stato debba limitarsi unicamente a fissare le regole che sono necessarie per sostenere l’economia sociale di mercato (il cosiddetto Ordoliberalismo). È da qui che derivano tutti quegli elementi che – nel comune pensare – costituiscono l’architrave del modello economico tedesco: libero mercato, nessuna politica attiva di gestione della domanda aggregata, un bilancio pubblico quanto più possibile vicino al pareggio, la sussidiarietà nel sistema di welfare e, infine, la co-decisione e il consenso sociale nei rapporti di lavoro”. Ma la pratica politica, come denota Mazzocchi, sembra essere differente: “il ruolo dello Stato sembra essere decisamente più attivo, in particolar modo a sostegno dello sviluppo e della penetrazione delle produzioni tedesche anche oltre i confini nazionali. Si comprendono così meglio i massicci interventi di politica industriale, il ruolo attivo del sistema bancario pubblico, il sistema di fissazione dei salari fortemente corporativo e disegnato a sostegno dei settori export-oriented, nonché uno stato sociale niente affatto passivo, ma anzi pronto ad ammortizzare gli effetti delle ristrutturazioni dei settori produttivi e i cambiamenti strutturali richiesti dal mutare delle condizioni europee ed internazionali”.[2] Inoltre, nel campo del lavoro, è bene ricordare come tutto il sistema produttivo tedesco si basi sulla partecipazione attiva dei lavoratori alla vita dell’azienda e che nei grandi gruppi è basato sulla cosiddetta Mitbestimmung (cogestione). I lavoratori eleggono la metà del consiglio di gestione. L’altra metà e il presidente sono eletti dagli azionisti. Inoltre, in azienda si riunisce periodicamente il Comitato economico, formato dai manager e dai rappresentanti dei sindacati, che discutono con massima trasparenza dei problemi e dell’andamento della fabbrica. Tutti, sindacalisti compresi, hanno diritto di aver accesso a ogni documento interno.[3] Quindi, un’industria competitiva, la capacità di adattarsi e far valere le proprie ragioni in campo europeo ed internazionale, e l’efficace ruolo dello Stato, concorrono al grande successo della Germania, suggellato dagli ultimi dati sull’export che vedono un surplus commerciale di 158 miliardi di euro nel 2011, mentre nel complesso le esportazioni hanno superato i 1.000 miliardi. Solo la Cina è riuscita a far meglio di Berlino.[4] Inoltre, la potenza tedesca è raffigurata benissimo dai successi della sua industria automobilistica di punta: la Volkswagen. Più di 8,3 milioni di auto vendute, utili netti raddoppiati da 7,2 a 15,7 miliardi e profitti operativi aumentati del 57 per cento a 11,271 miliardi. Cresce anche l'occupazione, arrivata a 502 mila dipendenti. A causa dei grandi successi i dipendenti avranno un premio individuale di circa 7.500 euro, oltre agli aumenti salariali che il sindacato sembra deciso a conquistare per quelli che sono già i lavoratori metalmeccanici più pagati al mondo. Hans-Dieter Poetsch, amministratore delegato del Gruppo Volkswagen, ha dichiarato: "non siamo banchieri e non abbiamo stock options, facciamo economia reale, vendiamo prodotti e creiamo lavoro".[5]

Il sistema tedesco non va osannato e nemmeno emulato, ma va senz’altro rispettato per quello che fa e che ha fatto. Inutile piangersi addosso per i successi della Germania e per le nostre disfatte. L’unico pericolo è che la moderna germanofobia possa far rinascere, soprattutto negli italiani, l’assopita “sindrome del 25 aprile”, cioè la perenne volontà di “farsi liberare” dall’oppressore. Meglio, poi, se il liberatore è a stelle e strisce…

A.D.G. LA VOCE DEL CORSARO

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