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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

L'ASSE OCCIDENTALE ANTI-SIRIANO FRANA

Pubblicato su 28 Agosto 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

Finian Cunningham PressTV  26 agosto 2013

1005696_Come in tutte le cospirazioni criminali, quando i risultati non seguono i piani, i cospiratori iniziano ad incolparsi a vicenda, ed a causa della natura infida del complotto, i complici sono finalmente inclini a sfiducia, risentimento e paranoia. Questa frammentazione e questi battibecchi compaiono nell’asse occidentale contro la Siria. Nelle ultime settimane sono apparsi i segni di rivalità, fratture e diffidenze che indicano che l’asse sta per dissolversi. Da ciò l’importanza del presunto attacco chimico di questa settimana presso Damasco, in cui più di 100 persone sono state uccise. Si sospetta che l’atrocità, in ultima analisi, sia opera di Arabia Saudita, Israele o di entrambi, nel tentativo di innescare un intervento militare occidentale diretto. Questo atto spregevole è più un segno di disperazione derivante dalla frammentazione dell’asse occidentale contro la Siria. E’ un tentativo di ricreare coesione nell’asse, che ha visto in queste settimane i suoi vari aderenti sbandarsi a causa della guerra perduta. Così, la scorsa settimana si è assistito allo straordinario spettacolo del re saudita Abdullah rimproverare gli Stati Uniti per le loro “ingerenze ignoranti” in Egitto, abbiamo visto anche un membro della NATO, la Turchia, accusare Israele di aver fomentato il colpo di Stato militare in Egitto contro il presidente dei Fratelli musulmani Muhammad Mursi, alleato di Ankara; e poi gli Stati Uniti hanno rimproverato il premier turco Recep Tayyip Erdogan per aver rivolto tali accuse contro il loro cliente di Tel Aviv. Prima che esplodessero tali lamentele, gli sceiccati arabi del Golfo Persico furono colpiti dalla chiusura inaudita delle ambasciate di Washington in tutta la regione, per una presunta minaccia terroristica. Vi sono anche le accuse paranoiche dei monarchi secondo cui gli Stati Uniti cercano di destabilizzare il loro governo autocratico. Nelle petro-monarchie del Golfo Persico, vi dev’essere naturalmente una rivalità ribollente tra la dominante Arabia Saudita e i parvenu del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Ciò è venuto alla ribalta il mese scorso, quando la Casa dei Saud ha scacciato il Qatar dal ruolo di fornitore di armi dell’asse occidentale contro la Siria.
Queste tensioni nell’asse occidentale emergono adesso a causa dell’imminente fallimento dell’opzione militare per il cambio di regime in Siria. Le principali potenze occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, sembrano aver abbandonato il fantasma del rovesciamento del governo di Damasco attraverso il terrorismo da loro segretamente sponsorizzato. Anche la Turchia di Recep Erdogan avrebbe deciso di fare marcia indietro sul sostegno ai militanti taqfiristi in Siria, probabilmente riflettendo sulla preoccupazione del governo che le ripercussioni del terrorismo destabilizzano l’autorità interna di Ankara. Arabia Saudita e Israele sembrano essere ancora impegnati nell’opzione militare, non solo in Siria ma anche in Libano, Iraq e altrove. La recente ondata di sconfitte militari, che annuncia la sconfitta totale dell’asse occidentale, ha creato una nuova dinamica tra i suoi protagonisti. Questo è tipico quando ci si vuole sganciare da cospirazioni criminali. Le diverse priorità dei protagonisti cominciano a divergere, in una dinamica che induce sentimenti di sfiducia, tradimento e risentimento.
Per quasi due anni e mezzo, la Siria è stata presa di mira da un’implacabile guerra segreta di aggressione volta a destabilizzarla e ad istigarne il cambiamento di regime. L’asse occidentale che ha sponsorizzato la guerra segreta, comprende principalmente gli Stati Uniti e l’ex potenze coloniali Francia e Gran Bretagna, insieme con il loro ascari regionali Arabia Saudita, Israele e Turchia. L’opzione militare per un cambio di regime in Siria si dimostra un fallimento. Il punto di svolta è stata la battaglia per Qusayr, quando l’esercito siriano ha liberato la città chiave regionale. Da allora, i mercenari filo-occidentali sono decisamente in ritirata, impegnandosi in ulteriori nauseanti atrocità. L’obiettivo sfuggente di rovesciare il Presidente Bashar al-Assad ha suscitato disfattismo tra i cospiratori occidentali. Questo spiega perché statunitensi, inglesi e francesi non hanno inviato gli armamenti promessi ai militanti stranieri in Siria, nonostante avessero dato il via libera ufficiale a questo tipo di rifornimenti più di due mesi fa. Tale ritardo ha generato risentimento tra i mercenari e i loro ufficiali pagatori sauditi nei confronti dei governi occidentali, accusati di tradimento. In particolare, anche quando il gruppo in esilio filo-saudita della Coalizione nazionale siriana, ha inviato i suoi migliori rappresentanti negli Stati Uniti, alla fine di luglio, per raccogliere armi e materiali, sono tornati delusi e a mani vuote. Alla delegazione del CNS, guidata dal pupillo saudita Ahmad al-Jarba, venne detto dal segretario di Stato statunitense John Kerry che non vi era “nessuna soluzione militare” al problema siriano, e che avrebbero dovuto sedersi per negoziare con il governo di Damasco. Tale cambiamento di tono degli Stati Uniti fu appena notato dai media, al momento, ma segnalava un supporto di Washington assai distante dall’opzione militare. Non che gli Stati Uniti scoprano in ritardo il senso etico, con più di 100.000 morti e milioni di profughi. Ma si trattava di una valutazione realista, secondo cui un’altra opzione per spodestare Assad era necessaria, magari attraverso i colloqui politici a Ginevra II, combinati con ulteriori sanzioni economiche contro il governo siriano.
Vale la pena notare che la Gran Bretagna e la Francia hanno anche evitato le loro precedenti rumorose richieste secondo cui “Assad deve andarsene”. Ancora una volta, come gli Stati Uniti, questi Stati occidentali non abbandonano i loro tanto agognati desideri di un cambio di regime in Siria. Ancora una volta, gli imperialisti occidentali si rendono conto che una più sofisticata e sfumata opzione politica deve essere esercitata, in quanto l’opzione militare bruta s’è dimostrata inutile. Non così per Arabia Saudita o Israele. Il loro desiderio di un cambiamento di regime in Siria nasce da una più netta e più virulenta necessità di quella dei loro protettori occidentali. I regimi di Riad e Tel Aviv vedono nel Blocco della Resistenza di Siria, Hezbollah libanese e Iran una minaccia esistenziale al loro dispotismo. L’Iran è la nemesi che ossessiona Arabia Saudita e Israele. Naturalmente Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia vogliono liberare la regione da ciò che vedono come ostacolo alla loro egemonia, ovvero Siria, Hezbollah e Iran. Ma l’antagonismo delle potenze occidentali non ha l’esistenziale e rabbiosa urgenza di cui Arabia Saudita e Israele sono afflitti. Le potenze occidentali sono pronte a giocare la cinica alternativa carta politica, al fine di raggiungere il loro obiettivo di un cambio di regime.
Come risultato della guerra perdente in Siria e delle divergenti priorità tattiche nell’asse occidentale, si è giunti a tensioni interne e a risentimenti. Il presunto massacro con armi chimiche di questa settimana, potrebbe essere un modo conveniente per Arabia Saudita e Israele di forzare la linea rossa dell’intervento militare occidentale, e in questo modo spingere l’asse occidentale ad solidificarne la vacillante coesione interna. Senza dubbio ci sono elementi belligeranti nelle élite dominanti occidentali, che sono fin troppo disposte a comprarsi quel pretesto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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