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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL TRATTATO DI WESTFALIA! BRAVO! GRAZIE. IL TRATTATO DI WEST...! BRAVO! GRAZIE. IL TRATTATO...BRAVO! GRAZIE!

Pubblicato su 8 Giugno 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

Ora, in questa ottica, oggi mi sono imbattuto in un articoluccio sul Financial Timesdi tal "Philip Stephens", intitolato "Nations are chasing the illusion of sovereignty" (pag,. 9 sotto l'articolo di Martin Wolff).
Questo Stephens parrebbe un giornalista di punta del FT: laureato in storia moderna a Oxford, naturalmente, come tutti gli storici, ritiene di avere la superiore visione che gli consente di discettare, "dall'alto"(di non si sa che cosa), sia di teoria generale del diritto che di macroeconomia. Finendo inevitabilmente per focalizzare un solido "luogocomunismo" apparentemente colto.
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Tutto il discorso si aggira in una ridda di "iperconvinzioni" in realtà storico-pressappochistiche, mediaticamente conformiste e prive di adeguate basi giuridico-economiche. che tirano l'acqua al tristo mulino dell' "Internazionalismo" delle elites economiche, quale analizzato in questo post. A titolo esemplificativo, Stephens dice:
"Per un momento, dopo il collasso del comunismo, il futuro apparteneva a uno Stato "postmoderno". Questo rimaneva il blocco edificato essenziale della organizzazione politica, ma avrebbe riconosciuto interessi condivisi. Cioè gli Stati avrebbero scartato concetti ristretti dell'interesse nazionale in favore di sicurezza e prosperità cooperative. Strano a dirsi, dopo il tumulto degli anni recenti, ma l'UE era vista come modello per il nuovo ordine internazionale. 
C'era di più in questo "daydreaming" utopista. La globalizzazione ha stretto i vincoli della interdipendenza economica. Le minacce alle nazioni sono manifestamente di carattere internazionale (vallo a dire e greci e ciprioti, infatti, ndr.), dal clima alle pandemie (...?), dal terrorismo alla proliferazione di armi non convenzionale, alla migrazione di massa. La mobilità dei capitali, le catene di "offerta" integrate tra diversi paesi, e le connessioni dell'era digitale, determinano un'emorragia di potere dai singoli Stati. Il modo di ricatturare l'autorità perduta è agire di concerto...
Ma ora il "mood" sta cambiando"...Gli USA stanno arretrando dal ruolo di poliziotto globale. Persino l'UE post-moderna, laddove salvare l'euro richieda un altro balzo verso l'integrazione, sta lottando con tensioni tra il "nazionale" e il "sovranazionale".
I nuovi "potenti", Cina, India, Brasile e Sud Africa, preferiscono la sovranità assoluta di Thomas Hobbes al mondo cooperativo di John Rawls..."
"La interdipendenza è una realtà ineludibile per Stati grandi e piccoli. I sentimenti sulla Nazione possono essere cambiati, ma non il fatto della globalizzazione. Se non altro, la dispersione di poteri statali a "attori" non statali, si è accelerata".
Le inesattezze delle premesse di questo ragionamento esigerebbero un lungo percorso analitico, evidenziando però da subito come la descrizione riassunta nei suoi tratti salienti, cioè i consueti "cavalli di battaglia" dell'internazionalismo, fallisca proprio nel non saper vedere il sub-strato comune di tutti i problemi che sarebbero indicati come a risoluzione internazional-cooperativa necessaria. 
La globalizzazione, infatti, è un sistema che desidera e implica, in tutti i modi, lo smantellamento degli Stati democratici, perchè si incentra su due tendenze insopprimibili:
a) l'imperialismo economico post o para-colonizzatore, portato sul piano commerciale, come modo di determinazione delle relazioni internazionali; 
b) la sottostante dominanza del capitalismo finanziario che deve poter scegliere dinamicamente, cioè svincolandosi da qualsiasi regola vincolante precostituita, il proprio baricentro territoriale, camuffandosi, in modo mimetico, dietro la realtà statale che più le convenga al momento, ma senza mai aderire a una "realtà comunitaria di popolo", se non a livello di strumentale condizionamento della sua opinione pubblica (gli USA, in generale, ma la Germania, ad esempio, nello scenario europeo).
In questa omissione di individuazione delle radici ideologiche e strutturantidell'Internazionalismo, esso è invariabilmente proposto come causa del problema (creata subdolamente ad arte), che vedrebbe, "stranamente" la paradossale soluzione  nella sua stessa accentuazione (come l'austerity di Merkel-Draghi).
Ricorrente è la non casuale idea dello Stato inteso in senso Hobbesiano, con lacompiaciuta citazione del trattato di Westfalia, quello che portò al "principio di non interferenza": questa idea, in effetti, è sia storicamente relativa, dato che il "superiorem non recognoscens" era una garanzia di libertà rapportabile alla concezione dei "poteri universali", cioè il Sacro Romano Impero e, prima, il Papato; siastoricamente superata, dato che detto principio vige ormai solo come regola del diritto internazionale generale, come jus gentium, ma nella nuova forma garantistica del riconoscimento del "nuovo" principio (originariamente anticolonialista) della "autodeterminazione dei popoli".
Questa forzatura, storicamente e giuridicamente insostenibile, ci rammenta la lectio magistralis di Barbara Spinellianch'essa ancorata al trattato di Westfalia e alla inattuale rievocazione del modello di Stato hobbesiano: il famoso Moloch portatore dei nazionalismi totalitaristi, di cui si nasconde la relatività storica della formulazione e l'ipostatizzazione demonizzante "moralistica". Ed infatti, questa ossessiva demonizzazione serve ad inibire qualsiasi resistenza all'internazionalismo, ragionevolmente fondata sulla realtà effettiva degli Stati moderni!
Dunque, la sequenza che si cerca di imporre, con la sottile arma di un'etica e di una "necessità" incontrastabili, è la seguente:
Globalizzazione-Internazionalista
= evoluzione "naturale" del sistema economico e delle sue tecnologie
---> erosione "naturale" della funzionalità degli Stati
---> necessità della cooperazione/organizzazione internazionale come risposta inevitabile
---> unificazione e indistinzione del concetto di organizzazione internazionale, complessivamente offerto (insistitamente) come proteso alla cooperazione ed al superamento della conflittualità tra Stati
---> cessione di poteri decisionali "sovrani" riguardo alle comunità dei paesi aderenti in nome di un nuovo "diritto naturale" (cioè razionale "in assoluto")
---> qualificazione del nazionalismo statale, in quanto conservativo della sovranità, intesa come spinta (post-westfaliana) alla supremazia sugli altri Stati, come risposta involutiva
---> portatrice di conflittualità e di difficoltà a soluzioni ottimali nell'interesse dei singoli individui componenti le comunità.
La vera sequenza è in realtà questa (noterete che è più lunga della prima, proprio perchè esige lo svelamento della "semplificazione" mistificante su cui questa si basa):
Globalizzazione- finanziaria imperialista e sovranazionale
= scelta imposta, dagli interessi delle oligarchie economiche (prima di tutto liberalizzazione dei capitali), agli Stati nazionali "dominanti" nel diritto internazionale (che è pacificamente formato su tali assetti di prevalenza-recessività dei suoi soggetti statali)
--> tramite il "controllo" istituzionale di tali Stati "dominanti" la scelta è portata alla erosione della sovranità degli Stati "influenzabili"
---> creazione mediatica "globalizzata" di un'etichetta di Stato nazionale= Stato hobbesiano, cioè imputato di essere tendente al conflitto internazionale e alla sopraffazione sugli individui (etichetta riservata agli Stati nazionali che resistano all'assetto guidato dalle oligarchie di governance transnazionale);
---> oscuramento-deformazione dell'idea di Stato democratico moderno, inteso come ordinamento costituzionale mirato alla tutela dei diritti fondamentali, in particolare di quelli di "arbitraggio delle relazioni sociali", cioè i diritti pretensivi di seconda generazione (c.d. "welfare")
---> affermazione della esigenza di ratificare il rapporto di forza internazionale in trattati creativi di organizzazioni internazionali che acquisiscano, estinguendola, la sovranità in senso moderno
---> occultamento (salto logico-culturale di tipo propagandistico) della distinzione tra organizzazione internazionale, per prima l'ONU, o la versione originaria dello stesso MEC, creata per la cooperazione tra Stati democratici come reazione alle due guerre mondiali del '900, ed organizzazioni internazionali volte a promuovere la competizione economica ed il commercio internazionali
---> e ciò scontando che i media e la "cultura" non rammentino più all'opinione pubblica che le guerre mondiali furono piuttosto originate da tendenze imperialiste (e non nazionaliste in senso proprio, come durante le lotte di indipendenza dell'800) di Stati che avevano o volevano proprio ottenere una dimensione di dominio sovranazionale - cioè esattamente opposta a quella sancita dal Trattato di Westfalia!- e che quindi, volevano esattamente disconoscere il "superiorem non recognoscens" di Stati nazionali più "deboli" (il che equivale al fenomeno dell'odierno internazionalismo, che persegue tale obiettivo essenzialmente sul piano finanziario-economico) ;
---> prospettazione del "welfare" (diritti fondamentali sociali, non mere "libertà"), per la proprietà transitiva, come manifestazione dello Stato Hobbesiano, visto quanto meno come "invasivo" e inefficiente e, quindi, in quanto tale, eticamente connesso al nazionalismo e contrastante il progresso e il benessere tecnologico.
Riporteremo quindi i passaggi di precedenti esposizioni in cui abbiamo illustrato come e perchè i concetti rispondenti alla realtà effettuale siano i secondi e non i primi.
1. La sovranità in senso moderno, cioè nel concetto che si è affermato a seguito della lotta al nazismo, e che aveva il suo precursore nella Rivoluzione francese, è quella che risiede e promana dal "popolo", cioè dall'insieme degli individui, uomini e donne, che vivono su un certo territorio e che vuole connotarsi come comunità politica a fini generali (cioè provvedere congiuntamente ai bisogni che, storicamente, sono considerati meglio soddisfacibili mediante un'organizzazione collettiva);
2. La forza legittimante la sovranità di una consimile comunità non risiede nella sua azione materiale affermatrice di supremazia ma nel dar vita al fatto giuridico genetico della sovranità: il potere costituente popolare. Nelle democrazie moderne, cioè, il popolo trova, nei fatti, delle forme organizzative e rappresentative per fondare ed affermare una Costituzione;
3. Questo processo di legittimazione della democrazia costituzionale vale in sè, come metodo generale, diciamo socio-antropologico, corrispondente a un certo stadio di evoluzione culturale dell'umanità.
4. Quindi non è necessariamente legato a una comunità-nazione. Esso lo è "prevalentemente" per via di vicende storiche che hanno connesso la creazione della democrazia costituzionale alla Nazione, intesa come comunità etnica caratterizzata dalla comunanza linguistica evoluta da un tempo (storico) necessariamente considerevole e, inscidibilmente da ciò, di una certa omogeneità di tradizione culturale. Ma può essere legato a qualsiasi comunità che raggiunga quella certa omogeneità linguistica e di tradizione culturale, indipendentemente dall'estensione e dalla caratterizzazione etnica del territorio interessato (si avranno di fatto, in questo caso, Stati detti "federali", come ad es; gli USA).
5. Quindi il processo Costituente democratico, "in rerum natura", presuppone una comunità che, per le caratteristiche etno-culturali ora dette, possa definirsi "popolo". Altrimenti, non sarà possibile quell'accordo iniziale INDISPENSABILE a stabilizzare un processo costituente, e meno che mai una democrazia, che nasce dalla AUTOIDENTIFICAZIONE DEGLI INDIVIDUI NELLA COLLETTIVITA' che dà luogo al fatto genetico della Costituzione e, quindi, della sovranità popolare.
6. In questo ragionamento, come si vede, non è necessario immettere il concetto di Stato: perchè, in effetti, oggi questo concetto trascolora, nellacommunis opinio delle nazioni civili (cioè nell'ambito del diritto internazionale generale, storicamente prevalente), in quello di democrazia costituzionale, cioè che si concretizza, in un forma sacralizzata da una Carta scritta e considerata fonte di diritto superiore ad ogni altra. Cioè fonte di jusnel senso sostanziale di regola che persegue la giustizia, identificata nella effettiva realizzazione dei diritti fondamentali, che includono sia quelli di libertà (negativi) che quelli sociali, di benessere-welfare (che hanno contenuto di pretesa positiva). 
7. Quindi attaccare il concetto di Stato, nella sua accezione di Stato-nazione, e sulla base della sua definizione hegeliana e Hobbesiana, è un problema mal posto. Di più, è un falso problema. Perchè proprio per superare (riuscendovi) questo concetto di Stato, capace di prevaricare gli individui in nome del concetto astratto di Nazione, strumentalizzato da una classe governante non democratica, sono nate le moderne democrazie costituzionali.
8. Ma, come abbiamo visto, queste presuppongono il sub-strato sociale di un popolo, in cui gli individui viventi su QUALSIASI ESTENSIONE DI TERRITORIO, si autoidentifichino.
9. E non solo: ma che gli interessi materiali di questo popolo siano espressamente perseguiti da una Carta scritta che riconosca non solo gli stessi diritti formali ad ogni individuo, ma che impegni l'organizzazione (lo Stato di diritto democratico)che nasce da tale Costituzione, a renderne l'esercizio concretamente uguale per ciascun individuo. Cioè un'organizzazione che persegua l'eguaglianza sostanziale, senza eccezione, di tutti gli individui, a prescindere dalla specifica parte del territorio, proprio della comunità, in cui essi vivano;
La questione della edificazione della nazione e del suo rapporto con la democrazia è controversa. Potrebbe pensarsi infatti che l’idea di nazione ha condotto alle degenerazioni del nazionalismo ed alle guerre mondiali per sposare una irenica prospettiva universalistica e federalistica (che è più o meno alla base dell’ideologia dell’Unione europea).
Tuttavia la stessa Unione ed il mercato globale sono il frutto – a ben vedere – di politiche statali.
Benché il nesso tra la costituzione di stati-nazione centralizzati e burocratizzati, da un lato, e, dall’altro, lo sviluppo del capitalismo globale non sia un nesso causale diretto, questi due fenomeni sono strettamente correlati.
La creazione di territori statali delimitati e controllati centralmente ha fornito condizioni chiave per lo sviluppo di forti economie capitalistiche circoscritte. Certamente tali economie "nazionali" potevano svilupparsi soltanto nel contesto dell’emergente mercato mondiale: il commercio estero e il colonialismo hanno fornito una base importante all’accumulazione capitalistica e all’industrializzazione e poi alle diverse fasi di globalizzazione dei mercati.
Ma esiste anche una complessa relazione tra sviluppo dello stato-nazione capitalistico e "borghesia", vale a dire democrazia politica parlamentare e pluralista: una relazione derivante dal fatto che lotte democratiche e conflitti di classe hanno potuto svilupparsi con successo solo entro terreni economici e istituzionali relativamente delimitati.
I fondamentali orientamenti normativi - eguaglianza, relazioni sociali governate da regole legali, libertà generali, rispetto per i diritti umani - anche se spesso non pienamente praticati, restano legati allo stato-nazione.
Paradossalmente, lo stato-nazione funziona anche come barriera sostanziale, nella misura in cui tali orientamenti restano mere finzioni al di fuori dei confini dello stato-nazione.
I diritti umani trovano infatti sostanza solo in quanto codificati come diritti civili entro uno stato-nazione, mentre le relazioni internazionali restano affidate alla dipendenza (coloniale), alla violenza e alla guerra.
Solo occasionalmente l’oppressione e il diritto del più forte sono stati controbilanciati da sistemi legali e istituzionali.
La relativa importanza dei valori fondati sulla democrazia e sulla società civile è rimasta confinata all’interno di un piccolo numero di stati economicamente e politicamente potenti.
"Senza un ordinamento statale sancito in una fonte costituzionale, non avremmo neanche un sistema giuridico (fonti di diritto, enforcement e giudici) che consenta l'operatività dell'acquisto, della intestazione proprietaria e, prima ancora della formazione del risparmio necessario all'investimento (che presuppone operatività giuridica di una serie di contratti a monte), se non ci fosse un "Patto fondante" che stabilizza questo stesso sistema giuridico
E perchè chi non ha accesso al lavoro, al risparmio e alla proprietà di beni "funzionalmente" vitali (in un concetto di esistenza libera e dignitosa), dovrebbe "legittimare", questo sistema giuridico se esso stesso lo escludesse programmaticamente dai suoi oggetti-rapporti regolati (problema che portò alla rivoluzione d'ottobre e prima ancora al marxismo e che il capitalismo risolse con la redistribuzione e, appunto, le Costituzioni democratiche)?
Pensare che qualcuno o molti si possano unilateralmente "svincolare" da quella carta di valori, porta dritti alle legge del più forte e quindi al conflitto permanente come in un branco di lupi (tralasciamo le conseguenze evoluzionistiche e etologiche di tale modello, ma di ciò si accorsero, alla nascita degli Stati moderni, Hobbes e Locke).
Le Costituzioni moderne, col loro tanto deprecato welfare, a questo stadio dell'evoluzione umana (secondo 
Konrad Lorenz lasciata solo al drive "culturale" e pure, ormai, in modo ristretto), evitano questa piega social-darwinista (e il bagno di sangue permanente che ne conseguirebbe).
WTO e FMI, invece, consentono di aggirare questo limite, in modo "inavvertito", sfruttando pesudovalori para-logici e "quasi-giuridici" che non devono fare i conti con le Costituzioni, proprio perchè si inseriscono in un sistema sovranazionale. Questo, per sua natura autoqualificatoria, che si aggancia alla ben diversa serie di esigenze che portarono alla nascita prima della Società delle Nazioni e poi dell'ONU, "appare", per un innuendo forzatamente amplificato dai media, come sempre e comunque portatore di quelle esigenze e "valori": ma, oggi allo stato attuale dei rapporti economici "globali", cosa ha a che fare con la "reazione al terribile shock umano e sociale" delle due guerre mondiali del secolo scorso? Domanda retorica: nulla.
Quindi, "organizzazione sovranazionale" non significa proprio, automaticamente, finalità di pace tra i popoli.
E questo vale anche per i trattati di Maastricht e Lisbona, infarciti di deflazionismo, circolazione di capitali e...Von Hayek, che sono, infatti, "intessuti" esattamente del simmetrico contrario del cooperativismo pragmatico che diede origine a SdN e ONU (riuscite o meno che siano tali esperienze).

E come la mafia non potrebbe esistere e prosperare senza lo Stato (nazionale, che controlla il consenso sul territorio "reale" mediante il "bene comune" delle Costituzioni democratiche), così le "forze sovranazionali economiche organizzate", non potrebbero agire senza impadronirsi delle istituzioni nazionali (indispensabili strumenti per far digerire logiche capitalistico-finanziarie in una cornice di "apparenza" democratica). Cioè istituzioni senza le quali il gioco social-darwinista sarebbe "scoperto" e porterebbe alle reazione delle masse "parassitate" (esattamente come accade per la mafia, che mira costantemente all'infiltrazione istituzionale in difetto della quale perderebbe l'effettività e il "controllo" sociale)
."
Ma c'è un ultimo punto che vale la pena di chiarire.
La realizzazione di un internazionalismo cooperativo è possibile sulla base di unaconvergenza che non sia forzata su parametri economicialtrimenti naturalmente divergenti tra i soggetti di diritto internazionale, cioè gli Stati; e quindi, invece, sulla base di una forza identificativa dei soggetti detentori della sovranità, cioè i popoli. Questa spinta si è rivelata "costituente" e quindi, tutoria dei diritti fondamentali, solo su basi nazionali (per una serie di logici presupposti che sussistono solo su tale livello e per di più solo tendenzialmente, come dimostrano i "localismi" secessionisti presenti in Stati recenti e frutto di equilibri geo-politici transeunti).
Il vero "internazionalismo" è quello della convergenza delle Costituzioni nel formulare come prioritario il compito dello Stato di realizzare attivamente questi diritti e non solo di preservare le delimitate libertà che, in origine, sono servite a ratificare la prevalenza della borghesia imprenditoriale, i "capitalisti", sull'aristocrazia feudale e sui sovrani assoluti.
La "convergenza" verso la cooperazione internazionale si ha proprio attraverso questo costituzionalismo, portatore dell’universalizzazione e la specificazione dei diritti, evolutisi nei "diritti sociali", garantiti dagli Stati. Che gli Stati nazionali "convergano" in ciò, anzi, è la prima e vera garanzia di pace e prosperità delle Nazioni, e il miglior presupposto affinchè pace e prosperità consentano la cooperazione, cioè forme di collaborazioni tra Stato tese al reciproco aiuto nel migliorare, e non nello smontare il sistema di arbitraggio del conflitto sociale. Evitandone la "esportazione" in forma di conflitto bellico o di colonizzazione economica.
Ecco che allora, se una demarcazione sovranazionale veritiera, su cui vale la pena di fare informazione "globalizzata", può essere rinvenuta è quella tra neo-liberismo Von Hayek, munito ormai di armi "internazionaliste" e sempre più deciso a estenderle, e costituzionalismo universale democratico, finalmente capace di caratterizzarsi come forza solidaristica spontanea dei popoli: spontanea ma munita di una solida base, le Costituzioni democratiche, che occorre difendere.
E in fondo la questione dell'euro va vista solo su questo piano: uscirne per rimanere nel dominio incontrastatto dei "nipotini di Von Hayek" è un'operazione di facciata. Una beffa. Uscirne per ripristinare la sovranità dei diritti, costituzionale e universalistica, è la vera frontiera della democrazia.
Fonte: orizzonte48.blogspot.it
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