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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL SALDO MADE IN ITALY: MAXI-SVENDITE, GRAZIE ALLO SPREAD

Pubblicato su 14 Agosto 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Questi capitali generano valore solo a patto e condizione che acquistino qualcosa di non trasferibile all'estero, come un'azienda agricola, ad esempio; il terreno è lì e non si può esportare. Diverso è il discorso quando acquistano un marchio: si possono benissimo chiudere gli stabilimenti da noi ed andare a produrre altrove con lo stesso marchio. C.M. ( ndr )

 

Le multinazionali straniere fanno shopping a prezzi di saldo nella struttura industriale italiana. Prima le privatizzazioni, adesso la recessione: stanno vendendo il nostro paese a pezzi. I governi che si sono succeduti dal 1992 in poi hanno smantellato l’economia rendendo l’Italia un paese in vendita, sostiene il newsmagazine “Contropiano”. “Selling England by the pound”, cantavano i Genesis, guidati dalla calda voce di Peter Gabriel. Ma tutto questo sta accadendo qui, sotto i nostri occhi e sulle nostre spalle. Se n’è accorto anche il “Corriere della Sera”: «Qualche mese fa i sostenitori della destrutturazione lamentavano la scarsità di investimenti esteri nel nostro paese». Invece, ora sta accadendo il contrario, e «con un dettaglio micidiale: non si tratta di nuovi investimenti o impianti, ma solo di acquisizioni». E a volte, «di chiusure, ai fini della conquista esclusiva di marchi e quote di mercato in Italia». 

“Outlet Italia, corsa alle aziende in saldo”, titola il quotidiano milanese l’8 agosto, segnalando che gli acquisti dall’estero

 

Ducati

 

sono triplicati, superando quota 33 miliardi. L’Italia si sta facendo scippare i suoi pezzi migliori, che evidentemente sono tutt’altro che da buttare, trattandosi di «eccellenze che, pur tra i mille difetti del Paese, nessun altro offre», scrive Raffaella Polato sul “Corriere”. Ma come: ci lamentiamo da anni di essere un sistema incapace di attrarre investimenti dall’estero, e poi scopriamo di essere in alto nella classifica della corsa all’oro? È vero che dall’Italia le multinazionali continuano a fuggire, comprese quelle in via di rottamazione come la Fiat di Marchionne, ma «l’altra faccia della crisi da spread è che i flussi dei famosi capitali stranieri hanno cominciato a gonfiarsi anche in entrata». Fermi per anni, nel 2011 sono più che

 

La pugliese Ar Industrie Alimentari

 

triplicati: «Hanno addirittura superato i numeri dei tedeschi», rivela il “Corriere”: 33,1 miliardi contro i 32,3 della potentissima Germania. Un incremento pari all’1,47% del nostro Pil.

«Ma questi capitali generano davvero valore aggiunto in Italia?», si domanda Giorgio Barba Navaretti, economista dell’università di Milano nonché consulente strategico di Confindustria. La francese Lactalis è sospettata di voler “smontare” Parmalat, la tedesca Audi mette le manu sulla Ducati mentre la nipponica Mitsubishi prenota la semi-sconosciuta Ar industrie, azienda pugliese in realtà leader nelle conserve di pomodoro. Germania, Svizzera e Austria che si accaparrano il settore delle macchine da caffè e gli impianti di riciclaggio dei rifiuti nell’area di Treviso hanno gioco facile: la strada gli è stata spianata dalle difficoltà finanziarie provocate dal credit crunch, che hanno messo in crisi i migliori

 

 

Parmalat

 

 

imprenditori italiani dell’area, costretti a svendere il prodotto della loro creatività per mancanza di fondi per svilupparlo o addirittura sopravvivere.

Secondo Barba Navaretti, aggiunge il “Corriere”, non è ancora una catastrofe: si tratta di operazioni industriali, che puntano comunque a valorizzare l’eccellenza italiana creando lavoro e fatturati. «A conti fatti – scrive Raffaella Polato – sui 33 miliardi totali solo 12 riguardano nomi da prima pagina, il resto è fatto da tante piccole e medie aziende sconosciute ma, come il grosso della nostra rete di imprese, appetibili per tecnologie e mercati». Dopodiché: quanto hanno fatto davvero la differenza, per chi acquistava, i prezzi da saldo? La grande “campagna acquisti”, infatti, ha registrato una clamorosa accelerazione nell’agosto 2011, in pieno tsunami da spread, quando il campione nazionale Eni aveva dimezzato il proprio valore (da 100 a 53 miliardi) mentre le Generali erano precipitate da 42 a 18, Unicredit e Intesa da 70 a una ventina. Col recupero del 2012, i colossi si dimostrano indeboliti ma ancora consistenti, mentre il maxi-shopping ha già colpito la piccola e media impresa, cuore del sistema produttivo italiano.

Fonte: libreidee

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