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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL NUOVO PIANO PER LA CRESCITA: LA STELLA POLARE

Pubblicato su 25 Agosto 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Che il cuore di Monti batta forte quando si aggira per le Alpi non è certo una scoperta. Durante il recente meeting di CL, a Rimini, volendo proporre una similitudine convincente, per persuadere il pubblico in sala della bontà della costruzione europea, il premier ha detto: “L’euro e’ il pinnacolo della costruzione europea, e’ come la Madonnina sul Duomo di Milano”. Le implicazioni nazionali della frase montiana sono rilevanti, ma qui ci preme sottolineare gli aspetti internazionali della passione nordista del professore. Per la prima volta nella storia unitaria del Paese, viene meno il “mediterraneismo” di matrice Crispina, che ha visto l’ Italia cercare la sua fortuna economica prevalentemente sulle coste africane e prevale invece la linea di Giuseppe Colombo (antagonista di Crispi), il quale invitava gli imprenditori italiani a “risalire le Alpi”, puntando al nord Europa. Giuseppe Colombo, fondatore della società elettrica Edison ed autorevole esponente poltico della borghesia liberale, rifletteva una concezione nordista e milanese dell’ interventismo statale e del ruolo strategico delle fonti energetiche. La ricetta di Monti-Passera, esposta nel nuovo piano per la crescita,in discussione in queste ore, non a caso sottolinea il ruolo strategico attribuito a nuove scelte energetiche (attuate con l’intenzione di abbassare, in maniera non meglio quantificata, le tariffe), che scommettono sul metano ed il petrolio italiani, la produzione dei quali dovrebbe essere incentivata fino a coprire il 20% del fabbisogno nazionale. E’ un piano vecchio di 150 anni: fornire energia a basso costo alle industrie italiane, per favorirne i ricavi e la crescita. Siamo ancora lì: La qual cosa la dice lunghissima sulla qualità del capitalismo italiano e sulla sua storia, fatta di aiuti perenni e di parassitismo incentivato e tollerato. Dubitiamo che qualcuno lo farà notare. Certo si tratta di una scelta imposta. Uno tsunami si sta abbattendo sul fronte dei contratti petroliferi libici, che in Libia rappresentano circa il 90% delle entrate complessive. L’anglo-tedesca Shell ha deciso di rinunciare a nuove trivellazioni e di ritirarsi dal paese denunciando l’alta instabilità sociale che metterebbe a repentaglio la vita dei suoi dipendenti. Le cause principali della sua decisione sono tuttavia riconducibili alla volontà di esercitare pressioni verso le sfavorevoli condizioni del protocollo Epsa IV, cui dal 2003 tutte le Compagnie internazionali devono conformarsi e che prevede una forte contrazione dei profitti in cambio dell’estensione di validità della licenza. Eni e Total (francese), oltre ai problemi degli utili e della sicurezza, sono invece, da aprile di quest’anno, sotto l’ attacco della SEC americana. Le azioni delle compagnie petrolifere italiana e francese sono quotate, attraverso un programma di American Depositary Receipt (ADR), sul mercato azionario di New York (NYSE). Entrambe sono quindi sottoposta all’autorità della SEC (Security Exchange Commission) e devono attenersi alla regolamentazione statunitense prevista per gli emittenti stranieri quotati sul NYSE. Francesi, Inglesi ed Italiani hanno condotto la guerra in Libia. Ma gli Stati Uniti rivendicano ora la preda. Tutto è nato da un’inchiesta aperta dal governo libico, sostenuto dagli Usa, dopo la caduta del raìs. Nelle indagini si è cercato di fare luce sui legami tra Gheddafi e compagnie petrolifere straniere, nel periodo 2008-2011. Il governo, ha spiegato il 9 aprile 2012, uno degli investigatori, Salem Qanan, ha chiesto la opportuna documentazione alla Noc, la compagnia petrolifera nazionale: per gli inquirenti esistono non meglio precisate “ragioni” per sospettare sui contratti siglati durante l’era Gheddafi, in particolare con le compagnie influenzate dal figlio del rais, Saif al-Islam. Un giro di tangenti avrebbe garantito rendite di posizione a scapito di concorrenti. L’inchiesta riguarda l’era Gheddafi, ma anche il dopo. La guerra di Libia ha sancito per noi la fine del mito della “quarta sponda”. L’importanza che il mercato libico rivestiva per il nostro Paese era dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di un numero esorbitante di aziende italiane. Fin dai tempi di Enrico Mattei l’ENI fu una delle principali compagnie estrattive di petrolio e gas operanti in Libia e aveva ottenuto da Gheddafi i diritti di sfruttamento dei giacimenti fino al 2045. La Libyan Investment Authority possedeva il 2% circa di Finmeccanica, con la quale era stata sviluppata una cooperazione paritetica altamente strategica inerente il settore dei trasporti, dell’aerospazio e dell’energia. Ansaldo Sts, AgustaWestland e Selex, società controllate da Finmeccanica, si erano aggiudicate contratti per un giro di affari che superava il miliardo di euro nel potenziamento del sistema ferroviario e nell’elicotteristica. Impregilo aveva vinto i bandi relativi alla costruzione di tre poli universitari e alla realizzazione di numerose opere infrastrutturali a Tripoli e Misurata. La Libyan Investment Authority e la Central Bank of Libya avevano acquisito quote del colosso finanziario Unicredit sufficienti per collocarsi al primo posto tra gli azionisti. Aziende come Alitalia, Telecom, Anas ed Edison avevano anch’esse ottenuto ricchi contratti in Libia (fonte: http://www.eurasia-rivista.org/). Tutto finito. E così Monti, dopo aver fatto un rapido giro in Egitto (destinazione privilegiata per il denaro proveniente dall’Italia) e Medio Oriente (dove tra un pranzo con Lieberman e una cena con Peres, si è preso la libertà di vendere una trentina di aerei da addestramento di tipo M346 Alenia Aermacchi al primo miinistro israeliano Netanyahu e allo Stato del Qatar, che in questo periodo di saldi ha deciso di comprarsi anche una parte della quota libica di Unicredit e, udite udite, un pezzo di Sardegna), ha concluso il suo viaggio chiedendo alla Cina investimenti per l’ Italia e firmando in Russia importanti contratti commerciali, per digerire lo smacco libico (Aleksandr Kiselev, amministratore delegato delle Poste russe ha firmato un memorandum d’intesa con Poste italiane e Selex Elsag, gruppo Finmeccanica, per approfondire una partnership avviata ormai da qualche anno. Gli altri accordi riguardano i progetti artici di Eni e Rosneft, un memorandum tra Techint e Norilsk Nickel, un’intesa tra Sace e la banca russa Vtb, un contratto tra Banca Intesa Sanpaolo e Gazprombank, infine progetti nel Caucaso del nord per il gruppo De Eccher). Come dopo la Conferenza di Pace di Versailles (1919), l’ Italia è spinta, solito vaso di coccio tra vasi di ferro, verso Oriente. Il futuro che gli imperialismi mondiali ci riservano, e verso il quale Monti ci guida, è quello di servi (“per tradizione”, va detto..) della nuova Europa a trazione tedesca. Berlusconi, come Crispi, Mussolini e Craxi, ha cercato di dare maggiore respiro alla politica estera italiana. Come loro ha guardato con poco realismo e con molta megalomania a quelli che sono la realtà produttiva del Paese (oggi il 35% del PIL è frutto dell’ economia sommersa..) ed il suo valore internazionale. La sua politica antiamericana (i contratti faraonici con la Libia e il gasdotto “South Stream” con Putin, in concorrenza al “Nabucco” statunitense) gli è costata il licenziamento. Monti ambisce a fare carriera, invece. Alza gli occhi verso le Alpi, passeggia per la linda Svizzera e tiene, senza strappi, la mano della Merkel e di Obama, guardando fisso la Stella Polare. Quella che indica il nord.

Fonte: laquintastagione - Scritto da: Massimo Formica  La-costellazione-del-Euro.png

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