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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL MISTERIOSO ANDAMENTO DELLO SPREAD SUI BTP

Pubblicato su 22 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Nessuno ne parla più ora che l’emergenza è rientrata, eppure sino a qualche mese fa sembrava essere il principale (se non unico) “termometro” per misurare lo stato di salute della nostra economia. Parliamo dello spread, ossia il differenziale di rendimento tra i nostri Buoni del Tesoro decennali e i Bund tedeschi.

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Ormai da tempo il valore dello spread si è stabilizzato sotto i 300 punti base e mentre scriviamo l’ultimo dato disponibile si ferma a 256 punti, ma in passato era arrivato a toccare quota 550.

Dunque il valore  dello spread, che ha turbato i nostri sonni per mesi, ha smesso di rappresentare un’emergenza economica ma la domanda che tutti, a cominciare da economisti e politici, dovremmo porci, per non incorrere in futuro in brutte sorprese, è:  perché si sia verificata, nell’autunno 2011, l’impennata del differenziale e come si è riusciti a farla rientrare? Alti livelli di spread infatti, come la febbre, sono il sintomo di un problema piuttosto che il problema in sé, e a tutt’oggi le spiegazioni di questa crisi di fiducia dei mercati così come del suo sostanziale rientro non trovano spiegazioni razionali.

Partiamo dalla definizione di cosa sia lo spread: per spread tra BTP/BUND si intende il differenziale tra il rendimento dei nostri titoli decennali e quelli tedeschi. In pratica lo spread misura il valore degli interessi che lo Stato italiano deve offrire sul mercato internazionale per collocare i propri titoli pubblici e lo mette in relazione con quello applicato dalla Germania. E’ facile capire che più un titolo appare rischioso, e dunque più l’economia di un Paese è in situazione critica, più alti dovranno essere gli interessi che lo Stato in questione deve garantire a chi acquista i suoi buoni del tesoro, in quanto più un investimento è rischioso più il suo rendimento deve essere alto. L’ovvio corollario è che più uno Stato si trova in difficoltà più interessi dovrà versare a chi ne finanzia il debito pubblico attraverso la sottoscrizione di titoli. Nel caso italiano dunque l’impennata dello spread non solo indicava, in linea teorica, che la nostra economia appariva in pessime condizioni, ma ci costava tassi di interessi molto alti, che sarebbero andati ad aggravare ulteriormente il nostro già altissimo debito pubblico, nel più classico dei circoli viziosi.

Abbiamo detto “in linea teorica” perché mentre gli effetti negativi di un alto valore del nostro spread sono un dato oggettivo e incontestabile l’equazione (aumento dello spread = cattiva condizione economica; diminuzione dellospread = miglioramento della situazione economica), appare tutt’altro che provata dai fatti.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla crisi dell’autunno 2011 che ha portato alla caduta del governo Berlusconi e che, secondo la “teoria ufficiale” è dipesa dalla mancanza di fiducia da parte dei mercati nella capacità del governo Berlusconi di affrontare i problemi dell’economia italiana, e in particolare di ridurre il rapporto debito/Pil che pesa sul nostro futuro come una spada di Damocle. Debito pubblico molto alto, scarsi livelli di crescita e un governo ritenuto non in grado di migliorare i conti pubblici, dunque, avessero convinto gli investitori internazionali che alla lunga il sistema Italia rischiava di non reggere.

Vedendo però quali erano, a livello macroeconomico, i dati di quel periodo, come sono cambiati e come si è modificato di conseguenza il valore dello spread, la prima parte del teorema sopra citato crolla come un castello di carte.

Infatti a ottobre 2011 il rapporto debito/Pil in Italia era del 120%, ossia il debito fino ad allora accumulato superava di un 20% la ricchezza complessiva prodotta in un anno nel Paese. Naturalmente in presenza di una forte crescita il dato si sarebbe ridimensionato e i conti si sarebbero riequilibrati, ma la crescita economica nel 2011 era asfittica; sotto l’un per cento su base annua, troppo poco per consentire un riequilibrio dei conti pubblici. Dunque questi dati hanno portato l’allarme sui mercati internazionale e lo spread ha cominciato a crescere in maniera incontrollata fino a toccare quota 550.

A seguito delle dimissioni del governo Berlusconi Mario Monti è stato chiamato al governo e ha applicato le famose misure di austerità volute dall’Europa per risanare i conti pubblici e ridare fiducia nell’Italia ai mercati e questa fiducia, guardando al differenziale di rendimento, è stata effettivamente recuperata, essendo lo spread sceso a meno della metà del valore di quelle drammatiche settimane. Peccato però che il risanamento dei nostri conti non solo non sia avvenuto, ma al contrario ci troviamo in una situazione ben peggiore di quella di un anno e mezzo fa. Il nostro debito pubblico, infatti, nel frattempo è aumentato mentre non solo non si è avuto l’auspicato aumento della crescita, ma al contrario siamo entrati in una lunga fase di recessione, con il risultato che il rapporto debito/Pil che era al 120% è cresciuto di 10 punti, e si prevede che continui a crescere nel prossimo anno. Dunque tutti gli indici economici e finanziari che “preoccupavano i mercati” sono peggiorati nell’ultimo anno e mezzo, eppure miracolosamente lo spread è crollato, il che a rigor di logica dovrebbe far pensare a un comportamento irrazionale e dei tanto sbandierati “mercati”. Qualcuno ha poi sostenuto che il problema non era prettamente economico,  quanto politico. Non era cioè il cattivo stato dell’economia italiana che faceva fuggire gli investimenti, ma la debolezza e inaffidabilità del governo di centrodestra, e la guida di Berlusconi in particolare, che ci penalizzava. In questo senso la sua sostituzione con un tecnico che godeva di stima a livello internazionale sarebbe stato un elemento utile a rassicurare i mercati, a prescindere da quali politiche il nuovo governo avesse implementato e dai loro risultati concreti (il che peraltro sarebbe comunque una dimostrazione di irrazionalità da parte degli investitori internazionali). Anche questa ipotesi, tuttavia, appare smentita dai fatti successivi alle elezioni politiche del febbraio 2013, le quali ci hanno consegnato (come peraltro avevamo previsto con molti mesi di anticipo nell’articolo intitolato “l’incubo dell’ingovernabilità”) un paese spaccato e difficilmente governabile; ci hanno obbligato a mesi di estenuanti e inconcludenti trattative e, infine, ci hanno portato a un governo di larghe intese in cui lo stesso Berlusconi è determinante e, stando ai sondaggi, è il principale candidato a governare se si andrà, come probabile, a nuove elezioni.

Dunque appare chiaro che tutte le spiegazioni date alla crisi dello spread che ci ha colpito si sono rivelate, alla prova dei fatti, semplicemente false.

Ma allora cosa è successo? Cosa ha determinato l’impennata dello spread e, successivamente, il suo abbassamento?

Possiamo oggi affermare che si è trattato di una scelta “politica” della Germania, portata avanti attraverso Deutsche Bank che, un paio di mesi prima, ha deciso di mettere in vendita  circa 7 miliardi di Btp italiani a luglio 2011.

A fare uscire l’Italia dall’emergenza e a consentire che il differenziale di rendimento tornasse a livelli accettabili poi non è stato Monti, e tantomeno sono stati gli effetti negativi delle sue politiche di austerità, ma piuttosto un altro “SuperMario”, ossia Draghi che ha fatto acquistare alla BCE un enorme quantità di titoli italiani, l’esatto opposto di quanto fatto dalla Deutsche Bank.

La stessa Germania poi, secondo alcuni osservatori che mirava attraverso uno scaltro uso della “crisi” da lei stessa agevolata, a ottenere da un lato una maggiore aderenza dei Paesi considerati “cicale” alla dottrina tedesca dell’austerità, dall’altro ad acquistare a prezzo di saldo i gioielli industriali del nostro Paese, sembra ora essersi resa conto di aver tirato troppo la corda, e ha deciso di scendere, per il momento, a più miti consigli, tornando a parlare di insufficienza dell’austerity e della necessità di misure antirecessive. Ed è questa la vera ragione per la quale ora, nonostante i nostri conti pubblici e la nostra economia versino in condizioni peggiori di prima, la minaccia dello spread non sembra più fare paura.

Scritto da: Arnaldo Vitangeli - Fonte: lafinanzasulweb.it

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elegantissimo 05/23/2013 12:47


Sig. Arnaldo, la sua esposizione, potrebbe essere una visione "politica". Io avrei un'altra visione di tipo pratico economico e finanziario. Tutto gira intorno ai maledetti soldi. Dopo la firma
del trattato di Lisbona (vero killer della democrazia e sovranità popolare) l'euro e l'UEM europea hanno condotto ingneristicamente la crisi verso la firma dei due trattati boia:ESM o MES e TSCG
o fiscal compact al progetto finale delle cessioni di sovranità nazionali alla Troia: BCE, FMI e Commissione Europea, il vero direttorio della costruenda Stati Uniti d'Europa. L'approvazione dei
due regolamenti attuativi  Six-Pack e Two-Pack sono la prova provata di quanto asserisco. Due elementi di riflessione. Il primo:il governo Monti è servito a tranquillizzare il sistema
bancario europeo ed internazionale con il d.l. 201/2011 convertito in legge n 214/2011 art 8 c.1,2,3,4 e 30. Il secondo L'applicazione delle CAC(Clausole di Azione Collettive) previste dal MES
par.11) con regolamento del Decreto del Tesoro n. 96717 del 7/12/2012, a tranquillizzare i mercati finanziari europei ed internazionali sul versante delle liquidità. Il progetto(velocizzato) di
Maastrich si è concretizzato. Qualsiasi governo si eleggerà, nel prossimo futuro, sarà svuotato di ogni prerogativa, atteso che la politica economica e finanziaria è già stata demandata al TSCG
cioè per controllo della governance con la modifica dell'art 81 della Cost.