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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL LAVORO SECONDO COOP

Pubblicato su 11 Marzo 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

La nuova frontiera della precarietà: ti assumo a tempo indeterminato (così esco meglio davanti all’opinione pubblica) ma con contratti a poche ore e con assurdi posizionamenti delle prestazioni lavorative. Alla lunga, i disagi, e soprattutto l’impossibilità di trovare un altro impiego complementare per migliorare il proprio reddito comportano ugualmente un’instabilità tale da costringere ad abbandonare il lavoro. O comunque ad accettare condizioni di flessibilità assoluta e basse retribuzioni.

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Sulle pagine di Senza Soste cartaceo e sul nostro sito abbiamo raccontato negli ultimi mesi la storia delle lavoratrici Coop livornesi licenziate dopo un lunghissimo precariato nonostante avessero raggiunto e ampiamente superato i limiti per l’assunzione obbligatoria di legge e nonostante accordi già firmati vincolassero l’azienda ad assumerle a tempo indeterminato. Una vicenda che portò ad uno sciopero lo scorso 31 dicembre in occasione del quale Unicoop Tirreno decise di ricorrere anche al “lavoro comandato” impedendo di fatto il costituzionale diritto di sciopero. Oggi quella storia è arrivata a conclusione. Come? Bene, potrà dire qualcuno, visto che le precarie sono state assunte a tempo indeterminato, ma non è affatto così.

Link: Inchiesta: Unicoop Tirreno fra politica, mattone, finanza e grande distribuzione

Contratti spazzatura

Le lavoratrici infatti sono state assunte con dei contratti a tempo indeterminato ma per solo 5 mesi all’anno, con una formula di “part-time verticale annuo” che prevede appunto che la riduzione oraria rispetto al normale contratto full-time non si applica orizzontalmente mese per mese ma si calcola invece su base annua: 5 mesi di lavoro full-time, 7 mesi a casa. Quali sono gli inconvenienti e le beffe di questo tipo di contratto? Il primo è evidentemente quello dei 7 mesi senza stipendio: sei fissa, ma la busta paga la prendi solo per cinque mesi in un anno. Si tratta in sostanza di una forma di assunzione che rende queste persone stagionali a vita, visto che lavoreranno in precisi momenti dell’anno e solo in quelli, per sempre (o almeno fino a che un’azione sindacale non riuscirà a migliorare questi contratti). Il secondo è che, rispetto a prima, perderanno la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali, visto che adesso hanno un contratto a tempo indeterminato. Prima, avendo contratti a termine, avevano diritto alle indennità di disoccupazione quando i contratti scadevano, ora non più, con il paradosso che il contratto fisso comporterà una riduzione del loro monte salariale complessivo in confronto a quando lavoravano a termine. La terza beffa è legata al peggioramento rispetto al diritto all’assunzione che queste persone avevano maturato nel corso degli anni, e agli accordi sindacali del marzo 2012: da una media di circa 1200 ore annue di lavoro spalmate su tutti i mesi, passano infatti adesso a poco più di 800 ore concentrate su 5 mesi. Il quarto inconveniente riguarda le scarsissime possibilità per le neo assunte di trovare un altro impiego complementare per migliorare la loro pessima condizione salariale dovuta al fatto che riscuotono uno stipendio solo per cinque mesi all’anno. Quale altra azienda infatti le assumerebbe sapendo che potrebbero lavorare solo in alcuni mesi e in altri no? Un ulteriore esempio del perché questi contratti sono da considerare dei veri e propri cappi intorno al collo delle persone.

Pistola alla tempia

Ma l’altro aspetto grave di tutta questa vicenda è che Unicoop Tirreno ha proceduto a queste assunzioni senza farle precedere da un accordo con i sindacati che potesse in qualche maniera individuare delle forme di tutela per queste persone almeno in chiave futura. L’azienda ha infatti chiamato le dipendenti direttamente nella propria sede di Vignale Riotorto per proporre loro i contratti suddetti con una formula spietata: prendere o lasciare. E facendoli addirittura precedere da scritture private con le quali le lavoratrici si impegnavano in sostanza a non adire vie legali per ottenere ciò che gli spettava di legge. Una pistola alla tempia, o mangi la minestra o ti butti dalla finestra. Una cattiveria bruttissima, che configura modalità punitive nei confronti di persone che hanno avuto come unica colpa quella di rivendicare un loro diritto anche attraverso uno sciopero che fece molto rumore. E’ come se l’azienda avesse detto, avete fatto fare una brutta figura all’immagine della Coop? Ora, proprio perché dobbiamo assumervi per forza, vi prendete questi contratti che vi renderanno la vita impossibile, così imparate. Tutto ciò condito ovviamente dall’immancabile auto-spot con cui Unicoop Tirreno (in un comunicato stampa) si vanta di aver trovato una soluzione per queste persone, omettendo tutto ciò che sta dietro alla pagina finale di questa storia.

Le nuove precarietà

La Coop, così come molte altre aziende, sembra aver individuato una nuova era nelle forme della precarietà: quella dei contratti a tempo indeterminato ma con numero di ore e modalità assuntive tali da renderli contratti comunque altamente instabili. E’ ad esempio il caso recente delle pubblicità di McDonald’s che annunciavano a gran voce le assunzioni a tempo indeterminato in Italia, omettendo che si tratta di contratti a pochissime ore settimanali, che ovviamente caratterizzano tale impiego come un lavoro destinato ad essere necessariamente lasciato dal dipendente visto che con 500 euro non si campa e visto che avere un impiego part-time compromette fortemente le possibilità di trovare un altro lavoro (le aziende richiedono disponibilità massima, se uno ha già un impiego part-time parte con un handicap che non lo rende “abile” all’assunzione), e quindi poco importa se il contratto è a tempo indeterminato. Rischiamo di andare incontro ad una nuova era (che a dire il vero molte aziende conoscono già da anni, quindi tanto nuova non è), quella in cui le imprese, soffrendo gli attacchi dell’opinione pubblica riguardo alla precarietà e all’abuso di contratti a termine, assumono sì a tempo indeterminato (magari anche per riscuotere gli incentivi previsti dalle legislazioni su vari livelli), ma lo fanno con forme contrattuali che mettono spalle al muro i lavoratori e li impiccano ad una esistenza fatta di sfruttamento e condizioni di vite lavorative impossibili. Tutto questo, consentito da un quadro normativo lavoristico ignobile, sostenuto nel corso degli anni (oltre che dal centrodestra e dai governi tecnici come è nella loro natura) anche da un centrosinistra che infatti paga dazio nelle consultazioni elettorali in quanto soggetto politico lontanissimo dalle esigenze di chi lavora e di chi, non lavorando, vorrebbe farlo in maniera quantomeno dignitosa.


Tratto da: informarexresistere.fr

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