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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL FUTURO E' NERO: ANZICHE' SALVARCI, PENSANO A NEUTRALIZZARCI

Pubblicato su 28 Aprile 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Disfarsi dell’euro e tornare alle monete nazionali per consentire agli Stati di tornare a investire sul lavoro e il benessere per tutti? Caro Krugman, sarebbe bello: ma forse non è più possibile, dato il carattere globale di una crisi che ormai fa i conti con la pericolosa scarsità di risorse, di fronte al boom demografico del pianeta. Al punto che un economista “eretico” come Serge Latouche, teorico francese della Decrescita, la vede nerissima: «Quello che ci attende, se non cambieremo rotta, è ancora peggiore: un razionamento drastico del denaro, che provocherà conflitti planetari sempre più violenti». Una catastrofe sociale imminente, che «farà da brodo di coltura per movimenti fascisti e xenofobi, di cui già vediamo le avvisaglie e che in un futuro prevedibile si incaricheranno della gestione della penuria con sistemi autoritari».

 Spunti inquietanti, da cui muove su “Megachip” l’analista “Piotr”, che parte proprio dall’ennesima presa di posizione euro-scettica di Krugman su “Repubblica”: tornare a Keynes, cioè restituire agli Stati sovranità monetaria e potere di spesa per salvare l’economia e quindi il futuro del Vecchio Continente ormai dominato dall’élite finanziaria e industriale mondiale, che dispone diktat a proprio piacimento attraverso gli oscuri tecnocrati di Bruxelles. «Anche questo autorevole economista, così come molti suoi colleghi italiani antiliberisti – scrive “Piotr” – pensa in qualche misura che sia possibile un ritorno al “ventennio d’oro” del dopoguerra». Per l’analista di “Megachip”, purtroppo, si tratta di un’illusione: un “miracolo” non ripetibile, perché il clamoroso boom del dopoguerra – la “resurrezione” planetaria dopo la sconfitta del nazifascismo – fece seguito a due conflitti mondiali e a un’imponente distruzione di capitali, seguita da un’altrettanto imponente capacità degli Usa di egemonizzare i processi di accumulazione economica di metà del mondo, mentre l’altra metà era saldamente gestita dalla crescita industriale dell’Urss.

 Tranne pochissime eccezioni – una per tutte, Giovanni Arrighi – gli attuali economisti non prendono mai in considerazione un’ipotesi illuminante: la finanziarizzazione, il neoliberismo e la cosiddetta “globalizzazione”, secondo “Piotr”, in fondo sono state le vere risposte alla fine di quella spettacolare “fase propulsiva” che spinse a mille i motori dell’Occidente, anche grazie alla dottrina democratica dell’economia sociale di Keynes, oggi riscoperta fuori tempo massimo: «Si riesumano le vecchie ricette, sperando che funzionino ancora». Lo stesso Krugman, premio Nobel per l’economia, «afferma con passione che i dirigenti europei sono dei folli a continuare sulla strada dell’austerità». È quello che pensa anche l’opposizione critica italiana, convinta che Mario Monti stia andando verso una sconfitta rispetto ai propri obiettivi: l’austerità non farà che aggravare il problema del debito, dato che sta portando dritta verso una lunga recessione, se non una depressione.

 «Che questo sia una sconfitta rispetto agli obiettivi dichiarati è palese», ammette “Piotr”, «ma non sono così tanto sicuro che sia una sconfitta rispetto ai piani reali dell’attuale governo e di alcuni potentissimi settori capitalistici», aggiunge l’analista di “Megachip”. «È chiaro che sono al lavoro varie tendenze e direttive contrastanti, che riflettono strategie e preoccupazioni economico-finanziarie, politiche e geopolitiche differenti. Ma in sé le crisi, e specialmente le lunghe crisi strutturali, sono sempre state momenti di grandiose riorganizzazioni del potere capitalistico». Lo spiegava già con chiarezza il vecchio Marx: «Aveva capito benissimo che, durante le crisi, la centralizzazione del capitale marcia a ritmi che non le sarebbero consentiti dal processo normale di accumulazione».

 Se l’attualità è ossessionata dalla «supposta fobia tedesca per l’inflazione» nonché dagli «amorosi sensi dei dirigenti europei per il monetarismo, per il neo-liberismo e per i banchieri», meglio aprire una parentesi e provare ad immaginare un altro scenario, addirittura peggiore: se l’accumulazione capitalistica è una forma di lotta per il potere, scrive “Megachip”, la mortale sequenza che ci aspetta (recessione e depressione, finanziarizzazione, centralizzazione) potrebbe non essere una strategia così “sbagliata” per il capitalismo europeo, ben conscio che con i Brics – i paesi dal tumultuoso sviluppo a basso costo – c’è poco da entrare in competizione sul piano industriale, se non per i prodotti ad alto valore aggiunto e magari anche l’agribusiness. In questa situazione, aggiunge “Piotr”, «un rilancio keynesiano è con tutta probabilità un’utopia».

 La nuova strategia del super-potere, affidata ai micidiali tecnocrati europei, comporta una sorta di “medioevo sociale”? «E’ l’ultima delle preoccupazioni dei decisori, che la ascriveranno alla rubrica “mantenimento dell’ordine”», affidando alla polizia antisommossa il compito di “dialogare” con popolazione e territori. «Il prossimo grande scontro intercapitalistico – aggiunge “Piotr” – potrebbe verosimilmente svolgersi per il controllo geopolitico dei mercati finanziari». Se è così, «siamo alla vigilia di un periodo molto buio: la spremitura selvaggia della natura e della società, così come la conquista guerriera di posizioni geostrategiche sono in quest’ottica dei “collaterali di garanzia” per le strategie di alleanza con i grandi centri finanziari».

 Sotto questa luce sinistra, si legge meglio anche la terribile “profezia” che Latouche ha affidato al saggio “Per un’abbondanza frugale” (Bollati Boringhieri), in cui esplora “malintesi e controversie sulla Decrescita”. Se si sostituisce “razionamento drastico del denaro” con “lotta per il controllo dei mercati finanziari” – dice “Piotr” – probabilmente acquisiamo maggiore precisione. «Sostituiamo poi “movimenti fascisti e xenofobi” con “reazione di amplissimi strati sociali, che saranno progressivamente depauperati”, e ci avviciniamo al futuro: è dimostrato storicamente che i movimenti più convulsi esplodono in modo incontrollato, se ma manca un progetto progressivo di emancipazione. Ci sarà disordine, e quindi repressione. L’avvenire è fosco: «L’autoritarismo richiesto per controllare la situazione non sarà appannaggio di quei movimenti, ma di una “autocrazia tecnico-politica” di cui stiamo vedendo i primi passi». Quindi: siamo così sicuri che Mario Monti stia “mancando” i suoi veri obiettivi?

Tratto da: libreidee   Monti-ridens.jpg

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