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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL CAPITALISMO ITALIANO CHE AFFONDA NELLA GLOBALIZZAZIONE

Pubblicato su 18 Luglio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Siamo ormai soliti ascoltare storie di imprese in crisi. Imprese che non riescono a reggere la concorrenza e chiudono o imprese che per non chiudere decidono di andare a produrre in Paesi dove il lavoro costa meno. Assistiamo tendenzialmente attoniti e impotenti a questo processo. Mentre per altre questioni – dalla riforma del lavoro alle tasse, alla spending review – sentiamo che le scelte, i meriti e le eventuali colpe sono nelle nostre mani, per la globalizzazione percepiamo le variabili come al di fuori delle nostre disponibilità. Ci immaginiamo la concorrenza di qualche industria cinese e allarghiamo le braccia, sicuri che non ci sia dialogo possibile con un mondo tanto diverso. Volevo presentare tre storie di crisi, diverse per area geografica – nord, centro e sud – e settore di produzione – elettrodomestici, tessile e automobilistico– ma tutte accomunate dal fatto di aver rappresentato marchi d’eccellenza dell’industria italiana. Quello che qui però preme sottolineare più che le storie di crisi – come accennato all’inizio ne sentiamo già parecchie – sono le reazioni dei principali attori coinvolti.

La prima storia è quella della Bialetti, azienda italiana che produce le famose caffettiere dell’omino con i baffi. L’azienda viene fondata nel 1919 ma è solo dagli anni 30 che inizia la produzione della moka. Nell’immediato dopoguerra la moka si diffonde in tutte le case italiane, iniziano le esportazioni con l’estero e vengono stanziati importanti finanziamenti per la pubblicità, che portano ad esempio agli spot su Carosello. Negli anni ’70 emergono i primi segnali di crisi, causati dalla crescente competizione internazionale e dalla saturazione del mercato nazionale. La situazione rimane comunque stabile fino al 2000, quando dopo un riassetto societario si decide di delocalizzare parte della produzione. Fino al 2009 la produzione viene divisa tra 2 stabilimenti in Italia e 3 all’estero (India, Romania e Turchia). Nel 2010 l’ultimo sviluppo, con la chiusura dello stabilimento di Crusinallo (Verbania) e lo spostamento della produzione in Europa orientale. Abbastanza chiare e disarmanti le motivazioni espresse dall’azienda in una nota:

Il perdurare della crisi congiunturale del mercato di riferimento e la crescita dei produttori dei Paesi low-cost hanno reso il modello produttivo utilizzato da Bialetti in passato per le caffettiere non più competitivo, né sostenibile”.

Il secondo esempio è quello del distretto industriale di Prato. Tutto nasce nel secondo dopoguerra grazie allo spirito imprenditoriale di alcuni lavoratori dipendenti che – licenziati o per scelta spontanea – decidono di abbandonare l’impresa in cui lavorano e di formare una propria attività. Si crea così una rete fittissima di piccole imprese che gravitano intorno alle poche grandi imprese che esternalizzano loro parti della produzione. La cooperazione tra i vari attori porta a specializzazioni di alta qualità e alla conquista del mercato mondiale. Tra il 1950 e il 1980 l’occupazione nel settore tessile a Prato triplica da 20.000 a 60.000 unità, mentre il resto dell’Europa assiste ad una contrazione dell’industria. I primi problemi emergono negli anni ’80, a causa di una diminuzione della domanda di lana a vantaggio di altri prodotti come lino e cotone. È poi la crescente competizione dall’estremo oriente a mettere in difficoltà la produzione tessile a Prato. Molte imprese chiudono ed altre sono rilevate da lavoratori cinesi, che nel 2008 controllano già 4.000 attività. Dal 2000 al 2009 il numero di imprese diminuisce del 40%, le esportazioni del 35% e i lavoratori di 9.000 unità. Per incentivare l’intervento del governo, nel Febbraio 2009 viene organizzata una manifestazione convocata da sindacati e imprenditori dove su un tricolore lungo più di un chilometro viene ripetuto uno slogan apparentemente duro ma che rivela tutta l’impotenza e la paura dei manifestanti:

Prato non deve chiudere”.

L’ultima storia è quella nota a tutti delle vicende Fiat. L’azienda subisce ormai da alcuni anni una crisi legata alla diminuzione della domanda mondiale di automobili, che in Italia si è andata ad aggiungere ai problemi legati ad un maggiore costo del lavoro e ad un ambiente produttivo – legislazione del mercato del lavoro, relazioni industriali – considerato dall’impresa svantaggioso. Il tutto ha reso la produzione negli impianti italiani sconveniente, alcuni impianti sono stati chiusi (Termini Imerese) o la loro attività ridotta (Mirafiori) e in altri il mantenimento della produzione è stato legato ad un cambiamento delle relazioni industriali e delle regole di lavoro (Pomigliano). In particolare, l’accordo stipulato a Pomigliano nel 2010 prevedeva la riformulazione dei turni di lavoro in modo da coprire 24 ore al giorno per 6 giorni a settimana, la diminuzione delle pause da 40 a 30 minuti per turno di lavoro, la possibilità da parte dell’impresa di fare ricorso più facilmente al lavoro straordinario, l’utilizzo della cassa integrazione straordinaria nei due anni previsti per la ristrutturazione dell’impianto e l’impegno da parte dei sindacati a non scioperare sui termini dell’accordo. Il dibattito che ne è seguito è stato durissimo. La complessità della globalizzazione sembrava rispecchiarsi nei termini dell’accordo e suggerire come ineluttabilmente l’adattamento alla modernità avrebbe dovuto provocare l’arretramento dei diritti dei lavoratori. Vendola definiva Pomigliano la “tomba della costituzione” e Sacconi si augurava che fosse un accordo che “farà scuola”. Unica dichiarazione sfumata quella di Bersani, che però risultava completamente inadatta nella speranza che finisse tutto lì, come se il mondo potesse smettere di girare:

L’accordo di Pomigliano va accettato, purché sia un’eccezione limitata a quel solo stabilimento, non suscettibile di imitazione”.

Qui non si tratta di spaesamento, che sarebbe fino ad un certo punto giustificabile, ma dell’impreparazione sistematica della classe dirigente italiana – partiti, sindacati e imprenditori – di fronte alle sfide della globalizzazione. Assistiamo infatti ad una mera rassegnazione (Bialetti), passiva resistenza (Prato) o illusione di non dover affrontare il problema (Pomigliano). Queste sfide richiederebbero invece una classe dirigente capace di indicare una direzione e assumersene le responsabilità. Se la globalizzazione è un fenomeno mondiale, questo non deve costituire un alibi per dichiarasi inermi. C’è sempre stato e sempre ci sarà spazio per le politiche nazionali, che dovranno ridare fiducia e sconfiggere il falso mito dell’inevitabile perdita di ricchezza associata all’apertura dei mercati mondiali. Questa rappresenta invece una delle più grandi conquiste degli ultimi decenni e dovremmo finalmente riuscire a trasformarla in opportunità.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti   bialetti.jpg

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