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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL CAPITALISMO E' MORTO. LUNGA VITA AL CAPITALISMO

Pubblicato su 12 Agosto 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Nel settembre 2008 la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti, il crollo delle borse, la bancarotta di Lehmann Brothers furono gli eventi scatenanti di un contagio che rapidamente, a macchia d'olio, si estese dagli Stati Uniti in ogni angolo del globo. Le cause di una catastrofica crisi economica dalla quale ancora oggi il pianeta non riesce ad uscire. Governanti, economisti, guru dell'alta finanza, agenti di borsa, ognuno in quei terribili giorni autunnali parve stupefatto da ciò che stava accadendo. Per molti era stato un brusco risveglio alla fine di un sogno. Con la caduta del muro di Berlino e la fine della divisione del mondo in blocchi tanti avevano ipotizzato una "fine della storia", la vittoria incondizionata del modello americano e l'avvento di un mondo nuovo dove la pace, la democrazia, la giustizia e la libertà (soprattutto quella dei mercati) avrebbero gradualmente trionfato ovunque. Il capitalismo occidentale era finalmente privo di avversari, aveva vinto la battaglia campale e si apprestava a condurre l'umanità verso nuovi orizzonti. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarlo. Giorni prosperi e luminosi stavano per arrivare. Come era potuto invece succedere tutto questo? Perchè, a meno di venti anni dalla caduta dell'Unione Sovietica, il pianeta si dibatteva agonizzante nelle spire della recessione?

Ovviamente, tutto questo era già accaduto. Il martedì nero del 29 ottobre 1929 le borse americane erano crollate, l'economia era andata in crisi e gli Stati Uniti erano precipitati nella miseria, trascinando con loro anche molte altre nazioni in quel baratro. Gli anni che seguirono divennero leggendari sotto il nome di anni della Grande Depressione. Il sistema capitalistico americano, quel sistema che aveva reso grandi e potenti alcuni a costo delle sofferenze e delle fatiche di molti, aveva mostrato tutte le sue falle. Ci vollero anni, e il New Deal di Roosevelt, per affrontare quella crisi. A distanza di ottant'anni, ora l'incubo si ripresentava immutato. Qualcuno, evidentemente, non aveva imparato dai propri errori.

Dopo il 1989 si è creduto realmente, almeno per un certo periodo di tempo, che fossimo arrivati a vivere non solo nel migliore dei mondi possibili, ma anche nel solo mondo che fosse possibile. Il muro era crollato, il capitalismo aveva trionfato, così doveva essere e così era. “There is no alternative”, non ci sono alternative, era il motto di Margaret Thatcher ogni volta che si apprestava a prendere una decisione. Avidi uomini di potere, folli ideologi del liberismo ora privi di ostacoli iniziarono a creare il mondo nuovo ripartendo esattamente da dove altri avidi uomini di potere, altri folli ideologi del liberismo lo avevano lasciato. Ovvero da prima della crisi del 1929, da prima che il New Deal prima, la Guerra Mondiale e la Guerra Fredda interferissero nei loro sogni. Non temevano un altro crollo. Non uno ancora. I tempi ora erano diversi. La storia era finita.

La storia era finita. Una bugia dalle gambe corte creata ad arte per giustificare il nuovo ordine mondiale che non avrebbe tardato a dimostrarsi falsa e infondata. E qualcuno lo aveva capito. Il 1° gennaio 1994, mentre Canada, Stati Uniti e Messico si apprestavano a firmare un trattato di libero scambio delle merci attraverso tutto il continente, in un remoto stato fra le decine che compongono la confederazione messicana, gruppi armati di indios e di contadini insorgevano e prendevano possesso delle principali cittadine della regione, rivendicando 500 anni di torti dall'arrivo di Cristoforo Colombo fino al XX secolo, e denunciando come e perché quel trattato li avrebbe, di fatto, condannati a morte certa. Per i capi di Stato americani fu un incubo. Nei giorni della “fine della storia” riemergevano i fantasmi del passato più insospettabili, sepolti nell'oblio dopo mezzo millennio di sfruttamento, gridando a gran voce che la storia non era finita, anzi, stava cambiando proprio in quel momento. La voce del Chiapas, dei ribelli zapatisti e del subcomandante Marcos giunse fino in Occidente, e lo fece grazie non solo al sapiente utilizzo di Internet e delle nuove tecnologie comunicative fatto dai guerriglieri indios, ma anche e soprattutto grazie al loro recupero e alla loro diffusione in tutto il mondo di miti e leggende, di storie fatte viaggiare instancabilmente per tutta la rete e che collegavano la loro resistenza a quella dei loro antenati maya contro i conquistadores spagnoli, ma anche a quella degli anabattisti della Germania del '500 contro i principi cattolici, a quella degli schiavi di Spartaco o a quella, tutta ideale, di Don Chisciotte contro i mulini a vento. “Poeti guerriglieri” li definì Gabriel Garcia Marquez. Non vinsero con le armi, ma raccontando e diffondendo favole e sogni di altri mondi possibili in un mondo dove le favole erano bandite e nulla era possibile al di fuori di un presente cristallizzato e astorico. Fu dalla rivolta degli zapatisti che trasse alimento tutto l'immaginario del movimento globale che sconvolse il pianeta a cavallo fra i due millenni, dalle manifestazioni di Seattle a quelle del G8 di Genova. Esistevano ancora mille mondi possibili, e la storia era tutt'altro che finita, gridavano le piazze.

La crisi del 2008 non fu altro che la dimostrazione che le piazze avevano ragione. Perchè un altro 29 ottobre 1929? Perchè erano state dimenticate le lezioni del passato? Il capitalismo è morto, lunga vita al capitalismo, avevano gridato coloro che avevano rimesso in piedi i cocci di un meccanismo rotto per tentare di riportarlo in vita, folli ideologi incapaci di farsi una ragione del fallimento delle loro teorie. E "il capitalismo è morto, lunga vita al capitalismo" gridano ancora oggi coloro che nuovamente vogliono tentare di resuscitare un cadavere, quel modello liberista che per la seconda volta ci ha condotti ad una crisi spaventosa, presentandoci questa come l'unica strada possibile da percorrere. Per uscire dalla crisi, serve ricostruire quel meccanismo che ne è stato il presupposto. There is no alternative. La storia è finita. Non c'è alternativa alla politica del rigore. Nessuna alternativa alla volontà dei mercati.

Il mito della fine della storia, come il capitalismo, è morto. Lo hanno dimostrato i fatti. Non siamo di certo nel migliore dei mondi possibili. E non ci stiamo certo avviando a grandi passi verso un futuro di pace, prosperità e libertà. Eppure, questi avidi uomini di potere, questi folli ideologi del liberismo continuano a proporci questo mito come una verità assoluta ed immutabile. Durante la sua breve ma intensa esistenza, è riuscito a radicarsi a fondo nella coscienza delle persone. Ancora oggi, in piena crisi economica, stenta ad affermarsi un fenomeno di massa di resistenza al nuovo ordine mondiale. Manca la capacità di immaginare un mondo diverso. La capacità di evadere dalla gabbia soffocante dell'”eterno presente” e costruire l'alternativa. Solo recuperando a pieno il senso della coscienza storica, solo attraverso l'analisi degli eventi che hanno portato fin qua, sarà possibile giungere alla consapevolezza che esistono ancora mille mondi possibili. E che la storia siamo noi, ed è ancora tutta da riscrivere.

Fonte: you-ng    capitalism.jpg 

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