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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

I VELAMI DELLA MISTIFICAZIONE CONTRO L'IRAQ SONO LAMPANTI. Parte prima

Pubblicato su 26 Giugno 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Destinato a:

“I diritti dell’uomo”

“La guerra non è finita. Non avete ancora vinto la guerra.”

SADDAM HUSSEIN, al momento della cattura, “La Repubblica”, 6 agosto 2004

“Sono Saddam Hussein, Presidente della Repubblica dell’Iraq.”

SADDAM HUSSEIN, dal verbale dell’“udienza preliminare” del 1° luglio 2004 – “La Repubblica” del 2 luglio 2004

 

EGO TE BAPTIZO CARPAM: REALTA’ E MISTIFICAZIONE

GIURIDICA

NELLA PERDURANTE GUERRA DI AGGRESSIONE ALL’IRAQ

1. Le parole semplici e nette in epigrafe riflettono con piena evidenza la sostanza dura e non alterabile del diritto. Quella che attinge direttamente la vita e la realtà storica dei popoli. Esse strappano i velami della mistificazione.

Che nel caso dell’Iraq è straripante.

Conoscete la storiella del buon parroco di campagna che venne sorpreso, di venerdì, mentre si gustava un pollo carnoso e succulento? Non si smarrì d’animo e, ai fedeli che esprimevano sconcerto, dette una pronta risposta: si alzò solenne, segnò il pollo con una croce e pronunciò “ego te baptizo carpam”, ti battezzo con il nome di carpa, a questo punto riprendendo con tranquilla coscienza a riaffondare coltello e forchetta nelle succose carni.

Ad una delle vicende più indecenti, sotto il profilo etico e giuridico, della storia recente, l’aggressione totalmente immotivata, coperta da spudorate menzogne, contro uno Stato sovrano membro delle N.U. quale l’Iraq, e il “cambio di regime” imposto dall’esterno, l’aneddoto può venire applicato a gettito continuo, per la questione intera, come per episodi singoli (a cominciare dalla “missione di pace” italiana), così ancora per le prese di posizione assolutamente prive di ogni base e distorsive della realtà di fatto e giuridica propinateci dagli aggressori, addirittura dal C.d.s. delle N.U., da governi e spesso da opposizioni addomesticate, nonché dai mezzi di comunicazione di massa.

Non posso che confermare, inasprendole, le valutazioni etico-giuridiche complessive che avevo formulato in precedenti lavori [1]. Al cospetto della gravità senza pari – salvo il caso della Jugoslavia – di quanto perpetrato contro l’Iraq sovrano e il suo governo legittimo, e a tutti i crimini internazionali (e di diritto internazionale) commessi, il codardo silenzio di tanti giuristi appare forse un residuo di pudore a fronte di coloro che, persino dopo aver riconosciuto illecita l’aggressione e condannato poi certi comportamenti degli invasori (le torture…: costoro si arrovellano a voler insegnare il galateo a M. Verdoux, ma senza chiamarlo con il suo nome), disvelano il grave condizionamento ideologico cui soggiacciono nell’espressa e immediata preoccupazione di come processare (addirittura: unicamente) i legittimi dirigenti irakeni aggrediti nel loro paese, senza proferir motto a ripulsa dei criminali aggressori, occupanti, assassini di migliaia di innocenti, distruttori dell’economia sociale e della cultura e rapinatori delle risorse di un paese tra i più avanzati e laici del mondo arabo (che si fanno tra l’altro in tal modo fomentatori, costoro sì, del terrorismo): senza nulla dire neppur nei riguardi delle N.U., e comunque degli Stati operanti nel quadro N.U., che hanno da ultimo agito (certo invano sul piano strettamente di diritto!, ma aggiungendo confusione a confusione, mistificazione a mistificazione) per “legittimare” questo scandalo.

Non meno sorprendente, se non vivessimo gli attuali mala tempora, il comportamento della stampa “indipendente” [2], a parte qualche caso eccezionale (Giorgio Bocca), la quale, pur quando proceda anch’essa dalla condanna della guerra e dalla deprecazione di dati comportamenti delle truppe di invasione, si scorda di tutto ciò riguardo alla gestione del presente e alle prospettive future: come normale viene presentato che queste stiano nelle mani dei pur deprecati aggressori e invasori, che costoro scorazzino e spadroneggino sul territorio invaso, continuino a bombardare, uccidere, arrestare, a depredare e disporre dell’economia. Che tocchi ad essi, come compito di civiltà e di democrazia, gestire il (presunto) “dopoguerra” e addirittura operare e incanalare la “ricostituzione” dello Stato irakeno: così venendo assicurato agli aggressori il premio dell’aggressione, il raggiungimento degli scopi che si erano riproposti con il loro crimine. Al più, si ipotizza qualche surrogato (N.U., conferenza internazionale “di pace”), sempre nel solco tracciato dagli occupanti, incluso, e fondamentale, il “mutamento di regime”. Tutto ciò viene dato per scontato e normale, mentre come anormale e deplorevole, a dir poco, viene presentata la reazione degli irakeni che non si assoggettano: con una Resistenza che non va giudicata per singoli fatti (spesso di equivoca attribuzione), bensì nel suo insieme, che si ricollega ad una lotta per l’indipendenza lanciata già nel 1920 e sino alla rivoluzione anticoloniale del 1958 [3]. Per non parlare dei peana elevati (ego te baptizo carpam) al “ritorno” nella “legalità internazionale” attraverso la inane ris. 1546 del C.d.s. e alla da essa salutata “riconsegna della sovranità” al popolo irakeno, concetto di per sé assurdo e comunque nell’attuale realtà privo di qualunque valenza, ad uso di un inventato “sovrano irakeno”, contrapposto a quello autentico, surrogato dai resistenti; e della corrispettiva criminalizzazione di chi combatte per la reale indipendenza, accusato di barbarie, crudeltà, inumanità, terrorismo. Laddove va detto a chiare lettere che sacrosanta è la reazione alla violazione di indicibile gravità dei diritti di un popolo e di uno Stato sovrano, e che tale gravità supera di per sé ogni atto, pur astrattamente censurabile, di chi resiste: essa getta sugli aggressori la responsabilità totale di quanto accade in Iraq, delle crudeltà e della barbarie, che provengono comunque da tutti i lati – sia chiaro –, con non solo numerica preponderanza dal lato degli aggressori.

A fronte di ciò che è stato compiuto contro lo Stato e il popolo irakeni, qualunque azione di resistenza e di contrapposizione, per quanto dura, “barbarica”, disumana possa apparire in sé, va a carico primario, quando non esclusivo, di chi ha scatenato l’inenarrabile crimine. Ogni diversione da questa valutazione fondamentale è appunto solo sviamento, deviazione, mistificazione. L’asimmetria delle forze in campo, lo scatenamento di una tecnologia mostruosa e di straripanti mezzi di corruzione contro uno Stato e un popolo sovrani dà fondamento a un diritto di difesa “con ogni mezzo disponibile”, illumina di inevitabile necessità l’ergersi anche della nuda vita dei resistenti contro gli aggressori e ogni loro complice e collaboratore [4]. Atti che in sé appaiono “mostruosi”, quando non siano provocazioni per screditare e dividere l’autentica Resistenza irakena, vanno pur sempre sul conto, almeno finale, dei criminali invasori.

 

2. Il diritto internazionale non può considerarsi modificato rispetto a quello che si era costituito, elevandosi spesso anche a diritto generale, nel contesto caratterizzato dall’azione delle N.U. (meglio, per me, nel quadro N.U.). Lo attestano senza ombra di dubbio proprio le vicende irakene e le resistenze opposte da diversi Stati al c.d. unilateralismo USA (e dei collegati), per quanto segnate, queste ultime, da reticenze, ambiguità, incertezze e, da ultimo, da opportunistico adeguamento nel quadro N.U..

In sintesi estrema, i pertinenti principi e norme fondamentali, pilastri normativi essenziali, sono, nella Carta N.U., il divieto della minaccia e uso della forza nelle relazioni internazionali, il rispetto dell’indipendenza politica e della sovrana uguaglianza degli Stati, la non ingerenza negli affari interni, l’autodeterminazione attraverso e nel quadro degli Stati (a parte il caso di “oppressione nazionale” del tipo coloniale o assimilabile) e in definitiva la condanna del colonialismo in ogni forma (anche indiretta). Si vedano anzitutto principi e norme della Carta: dall’art. 1, che fra l’altro come scopo delle N.U. enuncia quello “di sviluppare fra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto del principio dell’eguaglianza di diritti e dell’autodecisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale”, all’art. 2, per cui: “L’Organizzazione è fondata sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suoi Membri” (par. 1); “I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non siano messe in pericolo” (par. 3); “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite” (par. 4); “Nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengano essenzialmente alla competenza interna di uno Stato…” (par. 7). Assolutamente univoca è la posizione di neutralità del diritto internazionale, e della Carta N.U., nei confronti dei “regimi interni degli Stati”, presupposti, non regolati, dal diritto internazionale stesso.

Tali principi vengono svolti e chiariti nella loro portata soprattutto da una serie di Dichiarazioni di principi dell’Assemblea generale, di cui ora si dovrà parlare.

Passiamo in rapida rassegna i punti fondamentali, di interesse per la vicenda irakena, contenuti in talune di queste Dichiarazioni. Ricordata la “Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e popoli coloniali”, ris. 1514-XV del 14 dicembre 1960, che contiene la definitiva condanna di ogni forma di colonialismo, si tratta più specificamente, per quanto ci concerne, di taluni fondamentali punti anzitutto della “Dichiarazione sui principi di diritto internazionale riguardanti le relazioni pacifiche e la cooperazione fra Stati in conformità alla Carta delle N.U.”, ris. 2625-XXV del 24 ottobre 1970, che ribadisce solennemente l’obbligo degli Stati di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza nelle relazioni internazionali contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualunque Stato; che una guerra di aggressione costituisce un crimine contro la pace; (sempre per sintetizzare i punti di particolare interesse per la vicenda irakena) che gli Stati hanno l’obbligo di non “organizzare, assistere, fomentare, finanziare, incitare o tollerare attività sovversive, terroristiche o armate miranti al rovesciamento violento del regime di un altro Stato o ad interferire nella lotta civile in un altro Stato”. La ris. 3314-XXIX, sulla “Definizione dell’aggressione”, del 14 dicembre 1974 esprime una prima definizione dell’aggressione come “uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato…” e, fra le specificazioni delle attività proibite, enuncia “l’invasione o l’attacco al territorio di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato o qualunque occupazione militare, anche temporanea, risultante da una tale invasione o attacco [corsivo nostro], o qualunque annessione, sulla base dell’uso della forza, del territorio o parte del territorio di un altro Stato; il bombardamento, da parte delle forze armate di uno Stato, del territorio di un altro Stato, o l’impiego di qualsivoglia arma da parte di uno Stato contro il territorio di un altro Stato”: aggiungendo che “nessuna considerazione di qualsivoglia natura, politica, economica, militare o altro, potrebbe giustificare un’aggressione; una guerra di aggressione è un crimine contro la pace internazionale e dà luogo a responsabilità internazionale”. Ancora, la ris. 36/103, “Dichiarazione sull’inammissibilità dell’intervento e dell’ingerenza negli affari interni degli Stati”, del 9 dicembre 1981, precisa tra l’altro “il diritto sovrano e inalienabile di uno Stato di determinare liberamente il suo sistema politico, economico, culturale e sociale, di sviluppare le proprie relazioni internazionali ed esercitare la sovranità permanente sulle sue risorse naturali… senza intervento, ingerenza, sovversione, costrizione o minaccia in qualsiasi forma dall’esterno”; il dovere di tutti gli Stati di astenersi nelle relazioni internazionali dalla minaccia o uso della forza per “… sconvolgere l’ordine politico, sociale od economico di altri Stati, abbattere o cambiare il sistema politico di un altro Stato o il suo governo” [corsivo nostro]. La Dichiarazione contiene poi molto significative indicazioni sul “dovere degli Stati di astenersi da ogni campagna diffamatoria, denigrazione o propaganda ostile allo scopo di intervenire o ingerirsi negli affari interni di altri Stati”; e su quello di “astenersi dall’utilizzazione e distorsione di questioni attinenti ai diritti umani come mezzo di interferenza negli affari interni degli Stati, di esercitare pressione su altri Stati o di creare sfiducia e disordine entro o fra Stati o gruppi di Stati”. Ai nostri fini è ancora importante ricordare la ris. 39/17, “Importanza della realizzazione universale del diritto dei popoli all’autodeterminazione…”, del 23 novembre 1984, la quale esplicitamente condanna di nuovo il dominio “coloniale e straniero”, riafferma “la legittimità della lotta dei popoli per la loro indipendenza, integrità territoriale, unità nazionale e liberazione dal dominio coloniale, apartheid e occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, inclusa la lotta armata” [corsivo nostro]. La legittimità della lotta armata contro l’occupazione coloniale o straniera risulta ancora dal I Protocollo aggiuntivo (8 giugno 1977) alle Convenzioni di Ginevra del 1949, art. 1, par. 4, che espressamente ricomprende “i conflitti armati in cui i popoli lottano contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera e contro i regimi razzisti”; e prima ancora dalla stessa III Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 che, all’art. 4, par. 2, sempre espressamente contempla “i membri della altre milizie e degli altri corpi di volontari, compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una parte in conflitto e che operano fuori o all’interno del loro territorio, anche se questo territorio è occupato” (è vero che questa previsione viene fatta al fine di riconoscere a tali membri lo status di prigionieri di guerra a determinate condizioni, ma è chiaro che la norma presuppone comunque la legittimità della loro lotta di liberazione e di resistenza).

I nuclei essenziali dei principi qui sintetizzati rispondono, con qualche minore eccezione, a norme vincolanti della Carta e spesso del diritto internazionale generale e quindi ne esplicitano il senso. Il quale, con riferimento alla vicenda irakena, comporta – come già suggerito – che la qualificazione, da parte di Stati terzi, del governo di uno Stato sovrano come “dispotico”, “tirannico”, “dittatoriale” e via aggettivando non è ammissibile e ancor meno l’azione volta a rovesciarlo. Spetta solo al popolo dello Stato in questione, nei concreti processi politici interni (che possono includere anche rivoluzioni, insurrezioni e, perché no?, anche pur generalmente deplorevoli colpi di stato, ecc.), esprimere valutazioni sul punto ed eventualmente dar corso ad azioni conseguenti. E si capisce anche la ratio profonda di ciò: la funzione primaria del diritto internazionale odierno non è quella di aiutare a imporre “valori” (reali o asseriti) di una parte (e sempre solo di una parte) dei componenti della convivenza o consesso internazionale, bensì di far convivere per quanto possibile pacificamente Stati di diversa cultura, livello e strutture economico-sociali, e di garantire ad ogni Stato e al suo popolo le condizioni di uno sviluppo indipendente sulla base dei rapporti politici interni [5]. Va notata la lungimiranza di proposizioni miranti all’esclusione della “criminalizzazione” di dirigenti di Stati indipendenti e dell’abuso della tematica dei diritti umani (la mostruosità del caso Milosevic con l’abnorme processo all’Aja e quella prevedibile di un caso Saddam Hussein sono evidenti a chi si documenti seriamente e non indulga alle campagne mefitiche che vengono dettate da centri dediti a quegli atteggiamenti “criminalizzatori”, che sono negativamente valutati da norme o da autorevoli “esortazioni” internazionali).

Con il diritto non si scherza, a meno di piegarlo alla volontà e agli interessi dei più forti: giochetto per vero oggi corrente, sotto il manto di scombiccherate teorie e naturalmente di ottime e nobili intenzioni, da “portatori di civiltà”, quelle che lastricano la strada dell’inferno.

Procediamo per semplici schemi. Si precisa che questo lavoro intende soltanto fornire una linea di ragionamento conforme a diritto.

Le motivazioni addotte espressamente, in precedenza, a supporto dell’aggressione si sono rivelate assolutamente false in via di fatto e gli stessi aggressori hanno dovuto riconoscerlo. Ma va detta una parola precisa in diritto: salvo ritenere il C.d.s. dotato di potere normativo vero e proprio (non semplicemente relativo alle misure degli Stati o proprie, se legittimamente stabilite, artt. 41 e 42 Carta) [6], talune esigenze poste già in passato a carico dell’Iraq, e del solo Iraq, a cominciare da quella dell’eliminazione delle (inesistenti) armi di distruzione di massa, non si sarebbero potute considerare, a parer mio, legittime. Non parliamo poi dell’embargo genocida. Esse si iscrivono in quel grave processo di abuso delle N.U., e nelle N.U., che abbiamo puntualizzato come “ONU deviata” [7] e che è straripato dopo il crollo dell’equilibrio mondiale nel 1989-1991.

Cadute comunque quelle motivazioni (e anche quella dei legami fra Saddam Hussein e organizzazioni terroristiche come viene definita al-Qaeda) [8], è emersa l’altra ideologica (che si sovrappone alle reali motivazioni geostrategiche e di riappropriazione e controllo delle fonti di energia): l’esportazione della “democrazia”, il mutamento di regime, il rovesciamento di un “dittatore”, la “liberazione” di un popolo (come anche di recente si è espresso il Ministro degli esteri italiano Frattini). Questa motivazione, che implica, a carico di uno Stato indipendente e sovrano, un “giudizio” non di mera portata etico-politica, bensì dotato della valenza di un accertamento giuridico, espresso da uno o più Stati, quale base di una pretesa di “mutamento di regime” (persone e strutture), da farsi valere anche con l’uso della forza, risulta – pure a prescindere da ogni considerazione di fatto, culturale, storica sulla vera sostanza del “regime” preso di mira – assolutamente improponibile, perché contrastante con il divieto di cui abbiamo già parlato: ed infatti tale motivo è stato sempre rifiutato dagli Stati che gli aggressori avevano cercato inutilmente di coinvolgere (salvo poi dimenticarsene successivamente, è vero…), gli stessi aggressori lo avevano all’inizio solo lasciato trapelare [9], finché, a cose fatte, esso è rimasto l’unico, ormai conclamato, ma sempre irricevibile, argomento. Questo argomento comunque sedimenta anche nelle coscienze e nelle posizioni di persone e gruppi che per sé condannano l’aggressione, quale deformazione ideologica indotta dal sistema del “pensiero unico”, che respingiamo decisamente.

Quell’intento reale, in tutta la sua strumentalità, si è in ogni caso svelato nelle prospettive dell’esilio dorato offerto al “criminale” Saddam Hussein e alla famiglia, al fine di consentire in Iraq l’ingresso pacifico degli aggressori, un invito che il presidente irakeno ha respinto bollandolo come immorale, ma che è stato poi intimato mediante l’ultimatum di 72 ore consentitegli per abbandonare il paese, con la sanzione dell’inizio dei bombardamenti (20 marzo 2003) e l’invasione da parte di forze della coalizione anglo-americana (poi “arricchita” di altre presenze). L’osceno nelle relazioni internazionali non si sarebbe potuto manifestare con più impudica esibizione.

La conseguenza primaria dell’illecito internazionale – pur messo da parte il profilo specifico del crimine internazionale e della conclamata (da taluni, ma in modo ben selettivo nell’applicazione) responsabilità individuale per i c.d. crimini di diritto internazionale – è univocamente definita: l’obbligo di cessare il comportamento concretante l’illecito e di ripristinare, per come possibile, la situazione precedente, salve ulteriori riparazioni. Quindi, per l’Iraq, la cessazione dell’occupazione con il ritiro di tutte le truppe di invasione e la liberazione degli esponenti del “regime” (governo legittimo) che si è preteso modificare con la forza, a cominciare da Saddam Hussein, il quale è e resta, pur nella condizione di prigioniero (prima di guerra, ora asseritamene “comune”: ego te baptizo carpam), il legittimo presidente dell’Iraq (ma su ciò in fine). Trattandosi qui di comportamenti vietati da norme anche imperative, nessuna attenuazione o deroga appare possibile, né è concepibile che a tal fine venga utilizzata un’organizzazione quale quella delle N.U. Ricordiamo che in essa vige l’obbligo di operare “secondo i principi della giustizia e del diritto internazionale” (art. 1, par. 1, Carta) [10].

L’illegittimità-illiceità assolute dei comportamenti criminali in questione va fatta valere anzitutto dallo Stato vittima e dalle forze nazionali e popolari che, all’occorrenza, ne surroghino gli organi paralizzati o comunque impediti.

Quanto agli Stati terzi (a parte quelli votanti le Dichiarazioni summenzionate ed altre eventuali pertinenti), ed è qui che viene in luce il profilo del crimine internazionale (di Stati) come forma più grave dell’illecito internazionale, può discutersi su un loro obbligo almeno di non collaborazione e anzitutto non riconoscimento delle situazioni derivanti da quei comportamenti illeciti (ad es., l’occupazione di un territorio). Secondo Arangio-Ruiz e anche Conforti, ma con differenti sfumature, alla fine prevale l’effettività. Ma, replico, si deve prima di tutto trattare di vera effettività, cioè fattualità consolidata [11]. E pur se si prescinda dall’elemento decisivo di cui si discorrerà solo in fine, e cioè la Resistenza irakena, la condizione di illiceità (criminale), se fatta valere da qualche soggetto, ostacola o impedisce il consolidamento. D’altra parte, restano degli interrogativi. Se, almeno nel quadro degli organi N.U., possano ignorarsi le disposizioni, pur eventualmente solo esortative, almeno di Dichiarazioni di principi. Quindi, il fatto che non collaborazione e non riconoscimento da parte di Stati terzi (membri) sono senz’altro possibili in virtù della funzione “liceitante” delle raccomandazioni N.U. (una funzione da riconoscersi sino al limite della violazione di diritti di Stati, fra questi però non rientrando il rispetto delle occupazioni territoriali basate su uso illecito della forza, finché almeno non definitivamente consolidate e non più contestabili).

Infine, se obblighi di quel contenuto (non collaborazione e non riconoscimento) non discendano, per i votanti, dalle Dichiarazioni stesse e comunque, per tutti, da disposizioni esprimenti in realtà anche norme generali cogenti o della stessa Carta. Secondo Conforti una norma generale vincola ormai gli Stati a non riconoscere, ossia a negare, effetti extraterritoriali agli atti di governo e alle norme promananti dal potere occupante illegittimo: ciò che vale contestazione della legittimità dell’occupazione. Si è dunque consolidata una norma che Arangio-Ruiz riteneva all’epoca inesistente a proposito dell’analogo diniego di effetti extraterritoriali espresso dalla Dichiarazione sulle relazioni amichevoli fra Stati [12].

L’effettività prevarrebbe sulla legittimità solo se definitivamente consolidata (e quindi effettività in senso proprio). Ma elemento determinante a tal fine sarebbe esclusivamente il definitivo venir meno dell’avente diritto e di qualunque attiva lotta a fianco o in nome dell’avente diritto (nel nostro caso, lo Stato e il popolo irakeno resistente, che respingono l’aggressione: per ora lasciamo fuori quest’aspetto, che in realtà – vedremo in chiusura – è quello decisivo): senza poi escludere, sul piano della realtà storica, la possibilità di “reviviscenza” dell’avente diritto. Ma per una certa fase, anche a prescindere da tale “contestazione dell’avente diritto” (o di chi per esso), l’oggettiva illiceità criminale della situazione ne “invischia” il rapido consolidamento. E nessun ristoro può derivare da posizioni assunte nel quadro N.U. (ad es., come si vedrà, con risoluzioni del C.d.s.). La violazione di norme imperative potrebbe certo essere fatta valere sempre almeno in sede N.U. [13].

Decisamente penose e ipocrite sono le argomentazioni di quasi tutte le parti politiche in Italia che, di fronte a rivendicazioni conseguenti, ad es., a sequestri di ostaggi – un fenomeno in astratto condannabile, ma di fatto inevitabile nel quadro delineato alla fine del par. 1 –, si trincerano nell’impossibilità di cedere al “ricatto terroristico”. Ma ci facciano il piacere! Quelle rivendicazioni esprimono, con gli strumenti della “disperazione” a fronte di forza strapotente, semplicemente la (moralmente, politicamente e giuridicamente) giusta pretesa che venga data cessazione al crimine internazionale dell’invasione e alle relative conseguenze, cessazione comunque dovuta in base a norme internazionali cogenti. Il “ricatto”, caso mai, proviene da queste norme!

 

3. La “logica” in cui si muovono gli occupanti e i loro sodali è tutt’affatto opposta rispetto a questa esigenza primordiale, imperativa e inconfutabile del diritto internazionale attuale.

Essi, persuasi o comunque assertori di una rappresentanza esclusiva, sul pianeta, del Bene e della Civiltà, della Democrazia e dei Diritti umani (intesi a modo loro e come tali elevati a parametri superiori della legalità e legittimità internazionali, pur se le norme basilari dell’ordinamento internazionale dicano il contrario) – e tutto ciò nonostante le menzogne ormai addirittura confesse, le stragi perpetrate, le torture e gli altri indegni trattamenti inflitti alle loro vittime –, ritengono di essere abilitati ad esercitare una potestà addirittura di occupazione integrale (estesa cioè a un intero territorio statale) e “sovrana”, pure al di là di quella semplicemente bellica, dell’Iraq e la potestà conseguente, se non di annettere questo paese, di modellarne le strutture economico-sociali e politiche, a soppressione del governo costituito (e pertanto legittimo), che hanno inteso scalzare, e che ritengono di avere integralmente scalzato, con l’ingresso delle truppe di invasione in Baghdad il 9 aprile 2003.

Si tratta, e lo comprenderemo alla fine, di infondata “autorappresentazione” (ego te baptizo carpam), nell’ambito della quale, peraltro, intendiamo mantenerci per la prima, e più ampia, parte di questo scritto, assumendo per ora – secondo l’ottica degli occupanti – come non decisiva la fortissima contestazione anche armata del popolo irakeno o declassandola a problema di ordine pubblico, sempre secondo lo schema di “autorappresentazione”. Cercheremo però di dimostrare che, pur dentro tale contesto, non si riescono a superare diversi profili di illiceità a carico degli occupanti.

Costoro, dunque, prendono le mosse da una asserita situazione scaturiente da una pur pretesa debellatio (fatto definitivamente estintivo dello Stato quale soggetto internazionale), al pari di quella della Germania nazista nel 1945, ove si ebbe, con l’occupazione integrale del territorio tedesco e l’assunzione dei poteri da parte delle Potenze occupanti, l’effettivo (definitivo) dissolvimento totale dell’apparato statale per il venir meno degli organi supremi e la cessazione di ogni resistenza (ma, in Germania, anche dopo espressa capitolazione). Come detto, ai fini dell’equiparazione, è determinante il conseguente declassamento dell’imponente fenomeno del popolo irakeno in armi – la Resistenza irakena – a terrorismo, ribellismo e così via. Occupazione dell’Iraq pertanto, si ripete, non semplicemente “bellica”, bensì con assunzione totale ed “assorbente” di poteri sovrani da parte dello Stato (o della pluralità di Stati) occupante, sul presupposto, preso per effettivo, di un’occupazione integrale [14]: gli organi supremi di occupazione, ovviamente per sé fondati sull’ordinamento dell’occupante, e le normative di occupazione da essi dettate, si sovrappongono all’ordinamento (e all’apparato, a livelli subordinati) materialmente residuo dell’occupato (e venuto meno in quanto ordinamento originario), divenendone parte integrata e sovrastante con efficacia diretta nei termini e limiti stabiliti dall’occupante stesso. Esclusa l’annessione e la conseguente eventuale posizione come “normale” ordinamento derivato da quello dell’occupante (se non addirittura come parte integrante di questo), l’ordinamento di occupazione, compresi gli organi sovrapposti (che dunque rilevano da ambedue gli ordinamenti), viene gestito separatamente da quello dell’occupante [15], pur essendo in ultima analisi da questo derivato. L’ordinamento dell’occupato (materialmente residuo), entro tale configurazione, si integra formalmente, con le eventuali modifiche subite da parte dell’autorità occupante, in quello di occupazione, perdendo la propria rilevanza giuridica a sé. Ecco perché parleremmo, per una siffatta configurazione, di “occupazione sovrana” [16].

Una visione del genere implicherebbe, dunque, in astratto, una piena disponibilità sul paese occupato sino addirittura (teoricamente) all’annessione da parte degli occupanti sia alla stessa metropoli (nella realtà, un esito oggi assolutamente impensabile) sia quale rinnovellata forma di dominio coloniale.

Vietata oggidì questa forma da norme e principi inderogabili della Carta e del diritto internazionale generale ed ovviamente, in modo assoluto, inconcepibile sotto il profilo politico quantomeno nella forma di dominio coloniale aperto, la (supposta o effettiva) assunzione di potere sovrano integrale sul paese comporterebbe, come detto, la possibilità per gli occupanti “sovrani” di modellare a loro grado la “ricostituzione” dello Stato occupato,il quale risorgerebbe, con “propri” organi su basi da essi (gli occupanti) predeterminate, quale ente dipendente (del tipo Stato vassallo, ma con varianti), la cui autonomia gradualmente si dilaterebbe – in quanto consentito dagli occupanti, che pure gradualmente si ritirerebbero – sino alla cessazione dell’occupazione e al conseguimento, talora però solo nominale, della sovranità e indipendenza formali: nominale, in quanto l’apparente pieno ripristino di un ordinamento giuridico proprio, che si vorrebbe originario, si verificherebbe a volte sotto il vincolo dell’assunzione predisposta e automatica di contenuti ereditati o sostitutivi di taluni tratti dal regime di occupazione (come è “normale” poi, nella sostanza, per la fase dell’asserita piena indipendenza, con un’ulteriore rete predisposta di condizionamenti nominalmente consentiti). Va qui dunque immediatamente precisato che l’ente dipendente, o anche quello nominalmente indipendente ma così condizionato, nella realtà potrebbe degradare ad ente caratterizzato da governo quisling.

A questa linea, che – salvo l’ultima precisazione – sarebbe grosso modo quella della Germania-1945 (si vedano poi le modalità particolari applicate all’Afghanistan), fa però da contrappunto, per l’Iraq, un’altra posizione, pur presente nell’atteggiamento degli occupanti, nel senso della non avvenuta estinzione dello Stato irakeno (sono rimaste ad es. le missioni diplomatiche…), che quindi sarebbe stato da considerarsi sin dall’inizio solo sotto classica occupazione bellica, come sembrerebbe anche evincersi dalle risoluzioni del C.d.s.. Ma una tale posizione pare contraddittoria rispetto al venir meno definitivo (dato appunto come supposto) dei precedenti organi supremi di governo irakeni (o di elementi surrogatori): quindi, come accennato, rispetto al fatto – preso per tale – dell’assunzione di una posizione sovrana da parte di organi dell’occupante al vertice del (materialmente residuo) ordinamento dell’occupato che, si ripete, acquisirebbe valore formale diverso, integrato, con eventuali modifiche, nell’ordinamento di occupazione, rispetto all’ordinamento (supposto estinto) dello Stato (asserito come) debellato. Nel quadro infatti di una classica occupazione bellica non sarebbero consentite le modifiche di regime e struttura condotte dall’alto, e ciò per il principio di conservazione dell’ordinamento precedente, sul quale torneremo nel prosieguo [17].

E pertanto, dal punto di vista dell’“autorappresentazione” degli occupanti in Iraq, sembra in realtà prevalere la prima posizione (alla quale, ma solo in parte, sarebbero applicabili le norme sull’occupazione bellica, con esclusione o forte attenuazione di quelle relative al principio di conservazione, soprattutto con evidenza in riferimento a norme supreme, costituzionali, ecc.), gli elementi di visibile permanenza dello Stato irakeno parendo piuttosto indicare la volontà di non annessione e di “ricostituzione” dello Stato stesso (per verità, esprimendo piuttosto “oggettivamente” la persistenza di elementi della precedente statualità, secondo la prospettiva che indicheremo alla fine).

In sintesi: si dà in definitiva per presupposta, alla base dell’atteggiamento degli occupanti, almeno per la prima fase della loro presenza in Iraq, un’effettività (consolidata e definitiva, quindi non la semplice fattualità – precaria – della classica occupazione bellica) di potere sovrano integrale, che addirittura cancellerebbe (meglio, forse, “laverebbe”) – per chi accettasse tale posizione – l’illiceità (criminale) dell’aggressione e della conseguente occupazione: almeno in rapporto alla situazione a questa conseguente.

L’occupazione “sovrana” presuppone la debellatio come fatto estintivo effettivo (cioè consolidato) ed è dunque essa stessa connotata dall’effettività (consolidata), pur se non sbocca necessariamente – oggi anzi ciò è in principio escluso – in un’annessione, mentre la classica occupazione bellica è sempre precaria, quindi fattuale e non effettiva. A ben vedere, però, e lo diciamo per ora incidentalmente, persino sotto il profilo di una classica occupazione bellica, per lo meno riferita all’integralità del territorio irakeno, restano dubbi sull’estensione territoriale di tale fattualità, dato che città e zone del paese sfuggono al controllo dell’occupante [18]. Ma oggi, a differenza dal 1945, un’occupazione “sovrana” potrebbe risultare illecita, nella pretesa di “ricostituzione” dello Stato (supposto) estinto e nel contesto di detta occupazione “sovrana”, per contrasto con norme imperative (divieto di mutamento di regime con la forza dall’esterno, autodeterminazione dei popoli, ecc.).

Bisogna comunque distinguere la situazione giuridica oggettiva, che cercheremo di delineare in fine, da quella di “autorappresentazione” degli occupanti, in definitiva però condivisa in sede N.U. con grave rottura di principi fondamentali e della stessa Carta.

Fonte: saba.fateback.com   _Saddam-Hussein-condanna.jpg

 

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