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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

I " SABBIATORI " MORTI DEI NOSTRI JEANS-STONE-WASHED

Pubblicato su 15 Luglio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in AMBIENTE

Avrei voluto scrivere delle tante reazioni al post su Benedetta…

I Jeans che uccidono come in miniera
La Dida la facciamo scrivere a Donatella Versace, la stilista bionda
La malattia è progredita fino al 46% dei polmoni. Non
posso fare sforzi fisici, non posso correre o arrampicarmi. Se prendo un
raffreddore è molto pericoloso per me. Mi manca sempre il fiato e non posso
parlare. Può anche peggiorare. Quando capita devo andare in ospedale per un
mese e prendere l’ossigeno direttamente”. Adulhalim Demir è un operaio
turco, ha 46 anni, tre figli piccoli e una malattia antica, la silicosi. Un
tempo consumava poco alla volta i minatori dopo una vita passata sotto terra a
mangiare polvere. Adulhalim però non ha mai visto una miniera, il male che gli
ruba l’aria l’ha respirato in una fabbrica di jeans. Per un anno ha lavorato
come “sabbiatore esperto” in un laboratorio che produceva pantaloni
sbiancati per Tom Hilfiger, stilista americano, nonchè Menswear Designer,
Porgettista e Designer International. “Sti cazzi”, direbbe Martellone
della serie televisiva e film “Boris”.
Lascio sempre alla stilista bionda, il compito di redigere la Dida

La sua mansione era semplice: sparare sabbia ad alto tenore di silice con un compressore, per ammorbidire il denim e dargli quella patina invecchiata che piace alle grandi firme della moda e agli altri di conseguenza. La paga non era un gran che, ma gli operai immigrati come Adulhalim potevano dormire nei locali dove lavoravano: 24ore al dì a respirare aria impregnata di polveri caliginose e silice. Avendo durezza 7 nella scala di Mohs, è considerato materiale “duro”, pertanto viene utilizzato come abrasivo, in questo caso. Ma al cosiddetto Quadrilatero della Moda di Milano, un quartiere della zona 1, così chiamato perché idealmente delimitato da quattro strade famose per i numerosi negozi e atelier delle griffe più importanti, da via Montenapoleone a via Manzoni, come da via della Spiga a corso Venezia, credete che gliene importi qualcosa? Illusi.

I Polmoni di Adulhalim Demir macchiati di Silicosi

 


Proprio questa capacità abrasiva può portare a malattie mortali come la silicosi, un’irritazione polmonare legata all’inalazione di ingenti quantità di polvere. La scarsa reattività con altre sostanze chimiche, ne fanno un materiale inerte nella dinamite, penso cosa combini quando si trova tra i legami intravascolari dei polmoni in carne umana, non dinamite. “Credo che sia stato allora che mi sono ammalato”. Adhulhalim oggi è testimonial della Campagna per l’abolizione dei jeans sabbiati. L’iniziativa, di cui Fair è il coordinatore italiano, è stata presentata ad Istanbul sotto uno slogan esplicito: “I jeans che uccidono”. ”Perché è esattamente quello che accade, lontano da noi, dai nostri armadi pieni di pantaloni sbiaditi ad arte, logorati non dall’uso ma da qualche operaio che per questo rischia la vita: l’unica che ha. L’appello è rivolto alle imprese in Italia Diesel, Armani, Gucci, Prada, Versace, Cavalli, D&G, Benetton, Replay, perché rinuncino integralmente alla sabbiatura e ai governi perché vietino questa procedura, l’importazione di jeans sabbiati e garantiscano assistenza ai lavoratori malati”, sostiene Deborah Lucchetti, presidente di Fair e portavoce della “Campagna Abiti puliti”.

 

Qualche numero per capire
In Turchia, dov’è partito il movimento che ha prodotto una campagna nazionale oggi esportata su scala globale e dove la sabbiatura è vietata dallo scorso anno, comincia ad emergere la dimensione del problema. Finora si contano 46 morti per silicosi acuta, 1200 malati accertati e almeno 5000 stimati su una popolazione di 10.000 operai addetti al sandblasting. “Sono numeri per difetto”, spiega la dottoressa Yesim Yasin, membro del comitato che in Turchia ha spinto per il divieto di questo tipo di lavorazione. “La silicosi provocata dalla sabbiatura a silice è diversa da quella dei minatori, che si presenta dopo 10 o 20 anni. Per gli operai del tessile, come ipocritamente vengono chiamate le vittime di questa moda che genera morte, abbiamo visto che è sufficiente un periodo di esposizione di soli 6 mesi per manifestare i sintomi”. Si comincia con un po’ d’affanno, poi si perde peso, subentrano infezioni polmonari. Anche la morte arriva molto più rapidamente. Il primo studio internazionale che lega la silicosi acuta alla sabbiatura, è del 2005. Fino ad allora gli operai si ammalavano e morivano senza nemmeno sapere di che cosa. A volte i sintomi venivano confusi con quelli della tubercolosi, i medici non riuscivano a capire. Poco alla volta si è scoperto che il mistero era nei jeans sbiancati. “Eravamo in un gruppo di vecchi sabbiatori con gli stessi sintomi - racconta Adulhalim -. Eravamo 157. A 145 è stata diagnosticata la silicosi. Nel mio villaggio su 2000 abitanti, oggi gli ammalati sono 300″. Il divieto introdotto in Turchia non è una soluzione definitiva, perché è imperante un mercato sommerso di piccoli laboratori che sfuggono ad ogni controllo, pieno anche di bambini al di sotto dei 10 anni. Lo definirei più un accomodamento momentaneo e parzialissimo, con sapore di compromesso e aggiustatura per buttare altra polvere negli occhi.
Traduzione del manifesto: “Ce la possiamo fare!”

 

E’ perché esiste un mondo intero di braccia che costano poco, come in Bangladesh, Cambogia, Egitto, Messico, India, Cina. Paesi dove si usano le stesse tecniche, ma non esiste la percezione del problema. ”I lavoratori non sono quasi mai consapevoli del rischio”, dice Deborah. Anche per le imprese committenti è difficile controllare l’intera filiera: il lavoro viene dato in subappalto tante di quelle volte che è impossibile essere certi che siano garantite condizioni di sicurezza.
Prada veste “Stone Washed Jeans”

Tecnichedi sabbiatura sicura esistono ma hanno costi molto
alti, fingere di non saperlo non porta lontano. “È per queste ragioni che
chiediamo alle grandi marche di rinunciare alla sabbiatura e al mondo della
moda di smettere di proporre tendenze che richiedano procedure così
rischiose”,
dice Deborah Lucchetti, portavoce italiana della

“Campagna Abiti Puliti”. In Italia finora hanno risposto in quattro. Pochino, poi hanno risposto a metà. Versace e Gucci assicurano che la – loro – produzione è tutta italiana. Prada dice
di essere in grado di controllare la filiera dall’inizio alla fine, mentre
Benetton promette di interrompere la vendita dei jeans sbiaditi dal 2011. Avrà
mantenuto la promessa? Vedremo. Certo, molti Brand&Maison, sostengono
di non violare la legge, ed effettivamente è così, almeno fino ad un certo
punto, perché se sposti la produzione da un paese dove la legge è restrittiva,
ad esempio in Turchia, a un paese dove puoi fare quello che ti pare, ad esempio
il Bangladesh, la legge non la violi, ma stai facendo una vigliacca quanto esecrabile furbata.
Levi-Strauss scrisse: ”È solo moda in fondo, è la moda piace così, anche per il suo cinismo sottinteso“. Come dire, robetta. Basterebbe invece pochissimo per cambiare un gusto e salvare migliaia di persone identiche a noi, solo più sporche di melma fangosa a causa dei numerosi privilegi di cui sfacciatamente facciamo pure sfoggio. Non è un segreto d’oggi il fatto che i grandi evasori fiscali, tra di loro, si sentano furbi nel fregare lo Stato. Mi sento un don Chisciotte di provincia sullo stile di Miguel de Cervantes Saavedra contro dei Mulini a vento potentissimi, invisibili, anche se sempre in passerella. Loro fanno sfilate di beneficenza, ma scherziamo?! Gente sensibile alla vita dei più poveri del mondo! Ecchè caspita, diciamolo, scriviamolo quante sfilate di beneficenza fanno in un anno Valentino o Armani. Ci sono molte coscienze malate, da mettere a tacere perché mordono nei momenti di solitudine e quando la vita diventa sempre più minacciosa e triste del solito, anche per i potentati della moda. E meno cocaina, perché superate le 70 primavere, diventa letale anche una “striscia” per le sollecitazioni che essa trasmette ad un fisico-sensore ormai sul viale del tramonto, com’è giustamente che sia. L’immortalità su questa terra, per fortuna, non esiste. Neanche per chi viene definito, senza rendersi conto del ridicolo smisuratamente comico e miserabile, Cavaliere del Lavoro oltre che membro Légion d’Honneur capace della rivoluzione rossa. A Voghera! Dove nacque la casalinga diventata metro di misura per tutti i giornalisti: “Se lo capisce la casalinga di Voghera, allora lo capiscono tutti”, ci dicevano all’inizio della professione, quando tutto ci sembrava ancora un gran bel gioco, per poi scoprire tutto l’orrore. Inchiesta dopo Inchiesta. E fanculo la retorica!



Tratto da: I “sabbiatori” morti dei nostri Jeans-Stone-Washed | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/07/15/i-sabbiatori-morti-dei-nostri-jeans-stone-washed/#ixzz20herhpkA
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

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Marino 07/15/2012 18:48


Io vorrei sapere se chi li indossa corre il pericolo di ammalarsi.

frontediliberazionedaibanchieri 07/15/2012 21:54


Se chi li indossa corresse il rischio di ammalarsi probabilmente morirebbero meno persone. C.M.