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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

I DUE MARO': SEPOLTI VIVI IN INDIA

Pubblicato su 20 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Era esattamente il 15 febbraio del 2012 quando accadde il fatto di cui sono protagonisti i nostri due marò: ossia Massimiliano la Torre e Salvatore Girone. Addetti al controllo antipirateria sulla Enrica Lexie, petroliera battente bandiera italiana, al largo delle coste del distretto di Kerala , nel sud ovest dell'India. In queste acque, e le versioni sono ovviamente divergenti, la petroliera italiana avrebbe incrociato un peschereccio che non si sarebbe fermato allo stop imposto dalla security della Lexie, da qui sarebbero partite alcune raffiche di spari che avrebbero portato all'uccisione di due pescatori indiani. Le ricostruzioni dei fatti sono appunto divergenti, perché, mentre per la difesa italiana si sarebbe trattato di un incidente dovuto alla imprudenza del peschereccio, che non avrebbe quindi ottemperato all'obbligo di retrocessione, per la corte del Kerala, si sarebbe trattato invece di omicidio volontario ed a sangue freddo di due pescatori inermi. Il Ministero della Difesa e la Confitarma, Confederazione Italiana Armatori, per aggirare il pericolo degli assalti dei pirati in queste acque, avrebbero firmato infatti e da tempo un protocollo di intesa, pagando quindi una scorta di uomini addestrati su queste navi ,ed a proprie spese. Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, non erano dei "pivelli" né tantomeno degli incapaci. Il loro addestramento professionale era tale che non mancava loro il cosiddetto sangue freddo nel fronteggiare con equilibrio una situazione come quella che si propose loro: un peschereccio come "empasse". Ragioniamo un attimo. Un peschereccio è troppo poco per sparare raffiche all'impazzata, a meno che il peschereccio non fosse stato effettivamente minaccioso o non fosse successo qualcosa di grave prima , tale da entrare così in pre-allarme. Fatto sta che dopo tutta una serie di "balletti del minuetto", trattative sdolcinate, pagamento di cauzioni e bonus alle famiglie dei pescatori, i due marò si trovino ancora , a distanza di mesi, nelle stesse o quasi condizioni del loro arresto: ristretti e senza una spiraglio di uscita. Anzi, tanto per rincarare la dose sul caso dei due marò italiani, la politica e la stampa indiana, sono andate a nozze: un caso troppo succoso di riscoperto patriottismo indiano e di giustizialismo spiccio, per ottemperare ad un qualsivoglia tentativo di conciliazione. Nessuna minima apertura verso accordi internazionali o piccole concessioni che avrebbero avuto il merito di fornirci la speranza di una sana collaborazione con il nostro paese. Nulla. L'India, fa da mesi la voce grossa e la continua a fare, visto che è notizia alquanto recente che, in barba ad un qualsiasi appunto tentativo di cooperazione , la Corte penale indiana, si sia rifiutata di tradurre in italiano i capi di accusa redatti dal giudice. Piccole cose, ma emblematiche. Come tutta una serie di sparizioni, di omissioni, di latitanze, di prove scomparse e poi riapparse. Viene da pensare che la voce grossa l'India l'abbia fatta con l'Italia, perché la si possa indisturbatamente fare , visto che pochi giorni dopo il fatto in oggetto, a Dubai un gruppo di marines ha aperto il fuoco contro un altro peschereccio indiano, colpevole di non essersi fermato allo stop ,uccidendo anche qui un pescatore e ferendone due. In questo scenario però le cose hanno preso una "piega" ben diversa: l'amministrazione statunitense infatti si è rifiutata fermamente di consegnare i suoi militari all'autorità di Dubai o a quella indiana. Gli Usa non ci hanno pensato neppure un attimo, semplicemente hanno rigettato l'idea di cedere i loro militari per farli giudicare da "altri". Noi invece che abbiamo fatto? Abbiamo non solo consegnato i nostri militari in tutta fretta , seppure trovantisi in acque internazionali (ricordiamo che vige la regola che la competenza girisdizionale spetta al Paese a cui appartiene la bandiera della nave),ma, in pratica ce li siamo allegramente dimenticati. Li abbiamo rimossi, resettati dalle nostre coscienze e quelle dei nostri governanti. L'attività del governo italiano e la sua "impotenza", scusate il termine, si valutano anche dalla soluzione di queste cose. La vicenda è lapalissiana: i due marò odorano tanto di vittime sacrificali, ormai votate al sacrificio, in piena idolatria indiana e con buona pace del nostro governo che non mostra alcuna verve risolutiva. Martiri di un generale sistema marcio, italiano o indiano che sia. Di sicuro non siamo né gli Usa né Israele, e si vede chiaramente. Stati come questi avrebbero da mesi intonato il ruggito del leone e non sciorinato lo sbadiglio della pecora, come abbiamo fatto e stiamo facendo noi. Concludo ricordandovi che i capi d'imputazione per Latorre e Girone sono gravissimi: i nostri marò rischiano l'ergastolo (che in India non è proprio l'ergastolo all'italica) o addirittura la pena di morte, pena formalmente sospesa in India dal 2004, ma giuridicamente ancora prevista nel loro ordinamento. Ecco, proprio perché siamo italiani, non vorrei che a questo punto venisse ristabilita in "pompa magna". E faccio bene a diffidare e sospettare un ripristino.

Paola Orrico

Fonte:massacarraranews.tv 20120920163627.jpg

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