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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Harvey: città ribelli e sindacati, una rivoluzione ci salverà

Pubblicato su 6 Maggio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

Quando parlo del diritto di ripensare la città più vicina a come la vorremmo, e a cosa invece abbiamo visto qui a New York City negli ultimi 20-30 anni, si tratta di come la vorrebbero i ricchi. Negli anni ’70 pesava molto la famiglia Rockefeller, per esempio. Oggi c’è gente come Bloomberg, che sostanzialmente trasforma la città nel modo che più si adatta a sé e ai propri affari. Ma la gran massa della popolazione praticamente non conta nulla. In città c’è quasi un milione di persone che tenta di farcela con diecimila dollari l’anno. E che influenza hanno sul modo in cui si trasforma la città? Nessuna. Penso a quel milione di persone con meno di diecimila dollari l’anno, che dovrebbero pesare almeno tanto quanto l’1% che sta al vertice.

Perché non abbiamo fatto nulla? Perché non c’è stato un nostro ‘68? Perché non ci sono state più proteste, visto l’immenso accrescersi delle diseguaglianze in tante città degli Usa, oltre che de resto del mondo? Oggi stimo cominciando a vederne alcune, di risposte, in “Occupy Wall Street”, e anche altrove nel mondo segnali più vistosi. In Cile gli studenti occupano le università, come avevamo visto negli anni ’60 contro le diseguaglianze di allora. E non capisco in realtà perché non ce ne siano state di più, di proteste. Credo dipenda dall’incredibile potere del denaro di condizionare gli apparati di repressione. E credo che ci troviamo in una situazione piuttosto pericolosa, perché è possibile che qualunque forma di ribellione possa essere considerate alla stregua del terrorismo, nella scia degli apparati post-11 Settembre.

 Abbiamo visto in casi come la piazza Tahrir e altri, con eco anche in Wisconsin l’anno scorso, segnali di resistenza che iniziano ad emergere. C’è qualche parallelo con ciò che avvenne negli anni ‘30. Col crollo del mercato azionario del 1929, le vere proteste poi sono iniziate verso il 1933, ed è emerso un movimento di massa. Potremmo essere ora in quella fase, dato che la depressione, o recessione, chiamiamola come vogliamo, non è certo finita, continuano ad esserci tantissimi disoccupati, gente che perde la casa, i diritti, e si comincia a capire che non si tratta di cosa di un momento. È una situazione permanente. Perché è tanto importante la Comune di Parigi del 1871 per i movimenti di oggi? Si tratta di una delle più grandi ribellioni della storia. Molto interessante che sia Marx e Engels che Lenin o Trotsky tutti considerassero la Comune di Parigi come esempio da cui imparare e in qualche misura seguire, come a Pietroburgo nel 1905 o anche nel corso della Rivoluzione Russa successiva. Si tratta di porsi delle domande e imparare.

 Senza farci un’immagine romantica di ciò che la città era negli anni ’20 e ’30, si trattava senz’altro di una concentrazione compatta di popolazione, governata da un apparato politico: potere concentrato ed efficace. Col tempo ci siamo dispersi nella suburbanizzazione, abbiamo spalmato la città. Si è disperso anche sempre più quello che si chiama “ghetto”, le zone a bassi reddito non sono più concentrate a sufficienza da potersi organizzare in quanto tali. Salvo in alcune occasioni, per esempio a Los Angeles col caso di Rodney King. Credo che la dispersione della città, la crescita per sobborghi, frammenti la possibilità di un’esistenza politica con qualche coerenza, l’idea di un progetto politico comune. Non si vuole abitare vicino a chi appare diverso, non si vogliono gli immigrati. Nessuno coglie il totale come nella città, il tema complessivo dei processi a cui rivolgersi. Si pensa solo al proprio segmento del tutto. Credo che obiettivo della politica sia di ricostruire un corpo di città sulle rovine del processo di capitalizzazione.

 Storicamente, la sinistra ha guardato al lavoratore della fabbrica coma base della sua politica nei momenti di cambiamento. La stessa sinistra non ha mai pensato che fossero significativi anche coloro che producono e riproducono la vita urbana. Qui entra in campo la Comune di Parigi, perché se osserviamo i suoi protagonisti, non si tratta degli operai di fabbrica. Sono invece artigiani, e i tanti lavoratori precari della Parigi dell’epoca. Alcuni hanno sostenuto che si trattava di un movimento sociale urbano, e quindi non di un movimento di classe. Un’interpretazione che risale alla sinistra marxista, secondo la quale un movimento rivoluzionario può derivare solo dagli operai delle fabbriche. Beh, non è che se non ci sono più fabbriche non c’è più la rivoluzione. Sarebbe ridicolo. Io ritengo che si debba guardare al fenomeno della classe urbana. Dopo tutto, è il capitalismo finanziario a costruire oggi la città, coi suoi condomini e uffici. Se vogliamo resistere dobbiamo farlo con una lotta di classe, contro questo potere.

 Come si mobilita una intera città? La democrazia ateniese aveva l’agorà. Ma a New York City dove potremmo andare a cercare un agorà? Dove si discute davvero? Ecco di cosa stavano parlando davvero le persone che si riunivano a Zuccotti Park. Costruivano uno spazio per sviluppare dialogo politico. Dobbiamo prendere gli spazi pubblici, che come si scopre pubblici non sono affatto, e trasformarli in un luogo politico, dove prendere decisioni, dove stabilire se è davvero una buona idea costruire ancora qualche nuovo gruppo di condomini. Attraversavo l’altro giorno il parco, a Union Square, ad esempio, dove c’era dello spazio, ma ci hanno messo delle aiuole: i tulipani hanno un loro luogo, e noi no. Oggi lo spazio pubblico è totalmente controllato dal potere politico, al punto che non è più un bene comune. Bloomberg è in parte in buona fede, amico dell’ambiente. Contentissimo se si realizzano trasformazioni verdi. Trasforma tutte le strade per farle diventare spazi “amichevoli” per ciclisti: salvo che quei ciclisti poi non ci si radunino in massa. Questo non gli piacerebbe affatto.

 La cosa che colpisce di più è che se guardiamo a una ipotetica carta mondiale di chi è contro alcuni aspetti di ciò che fa il capitalismo, vediamo una massa di proteste enorme. Ma si tratta di una cosa molto frammentata. Ad esempio, oggi parliamo del debito contratto dagli studenti. Domani potrebbe essere il turno dei pignoramenti, o una protesta perché si chiudono ospedali, o su cosa succede nell’istruzione pubblica. La difficoltà è trovare un modo per collegare il tutto. Ci sono dei tentativi, come “The Right to the City Alliance”, o “Excluded Workers Congress”; ciò vuol dire che si riflette su come unirsi, ma siamo ancora alle fasi iniziali. Se funziona, avremo una enorme massa di persone interessate a cambiare il sistema, sin dalle radici, perché oggi non risponde ai bisogni e ai desideri di nessuno.

 “Occupy Wall Street” funziona come un’avanguardia: dicono di no, ma lo sono. Parlano del 99% ma non sono il 99%: si rivolgono al 99%. Credo che sia meglio allontanarsi al più presto da certe forme di discussione. Quelle in voga oggi andranno benissimo per piccoli gruppi, che si riuniscono in assemblea. Ma non si può certo riunire in assemblea tutta la popolazione di New York.  Credo che, per riuscire, i movimenti debbano mescolare struttura orizzontale e verticale e gerarchia. Se il movimento sindacale si sposta verso forme di organizzazione più territoriali, non solo basate sui luoghi di lavoro, allora l’alleanza coi movimenti sociali urbani sarà molto più forte. La cosa interessante è che questo genere di collaborazioni ha una storia di successi. Credo sia possibile piantare un seme, e innescare una grande trasformazione. Se “Occupy Wall Street” vede questa possibilità si aprono molte prospettive.

 (David Harvey, estratto delle dichiarazioni rilasciate a Max Rivlin-Nadler per l’intervista apparsa su “Eddyburg” e ripresa da “Megachip” in occasione dell’uscita negli Usa del libro “Città ribelli”; geografo e sociologo britannico, professore di antropologia al Graduate Center della City University di New York, Harvey è uno dei venti studiosi in campo umanistico più citati di tutti i tempi).

Fonte: libreidee   Occupy-Wall-Street-4.jpg

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