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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

GERMANIA E INGHILTERRA STANNO VINCENDO LA BATTAGLIA SUL " MADE IN "

Pubblicato su 15 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Ma ora che i parlamentari sono eletti dal popolo, ed hanno così piena legittimazione democratica, che il voto favorevole di 525 parlamentari venga tranquillamente cassato lascia sconcertati e pone interrogativi sull’attuale architettura istituzionale dell’Unione Europea.

 

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Giovedì 17 il tema controverso del “made in” sarà al centro di un dibattito al Parlamento europeo. Ma i giochi sembrano già fatti: gli Stati dopo oltre due anni dalla prima votazione del Parlamento non sono riusciti a raggiungere un’intesa, e la Commissione, adducendo anche la scusante che la regolamentazione proposta non sarebbe compatibile con le nuove normative dell’OMC, ha espresso l’intenzione di ritirare il provvedimento. La notizia ha suscitato forti reazioni negative tra i parlamentari europei, ed una polemica interrogazione da parte dell’on. Cristiana Muscardini e di Vital Moreira.

Più di due anni or sono infatti, cioè nel 2010 prima la Commissione per il commercio internazionale, poi il Parlamento in seduta plenaria avevano approvato con una maggioranza schiacciante (525 voti a favore, 49 contrari e 46 astensioni) una regolamentazione che prevede che i prodotti importati nell’Unione Europea debbano avere un’etichetta ove sia riportato il nome del Paese d’origine. Una regola che è già in vigore nei principali Paesi: dagli Stati Uniti al Brasile, dal Canada al Giappone ed alla Cina. Lo scopo di tale regolamentazione è intuitivo: evidenziando l’origine del prodotto permette di ricostruirne la filiera e di accertare, a difesa del consumatore, il rispetto delle norme igieniche ed ambientali, e le eventuali pratiche di concorrenza sleale.

Ma perché mai una regolamentazione che è adottata generalmente dai maggiori Paesi protagonisti del commercio internazionale, e che ha ottenuto nel Parlamento europeo una maggioranza che rasenta l’unanimità (non computando le astensioni il rapporto è di più di dieci favorevoli contro uno contrario) non riesce a trovare anche il consenso in Consiglio, cioè tra gli Stati?

La ragione, secondo l’interpretazione prevalente, è semplice. I Paesi del Nord Europa, ed in particolare Inghilterra e Germania, da anni ormai hanno puntato su un modello di sviluppo basato sul terziario, cioè sui servizi. In particolare l’Inghilterra ha puntato sui servizi finanziari, e la Germania ha delocalizzato le produzion imanifatturiere “labour intensive”, cioè ad alto contenuto di manodopera, concentrando la produzione domestica sull’industria ad alto contenuto tecnologico. Non è perciò interessata, così come l’Inghilterra, a proteggere le produzioni manifatturiere con un’etichettatura che indichi la provenienza di quelle importate, ed anzi ha interesse opposto: a non fare emergere cioè la provenienza estera dei prodotti delle sue industrie manifatturiere delocalizzate. Naturalmente questa motivazione vera viene nascosta dietro la giustificazione che l’etichettatura ostacolerebbe il “libero mercato”.

L’intenzione espressa dalla Commissione di ritirare la regolamentazione sul “made in” rappresenta quindi una vittoria non tanto del liberismo, quanto degli interessi della Germania e dell’Inghilterra (ed in genere dei Paesi dell’Europa del Nord) sul resto dell’Unione Europea.

L’interrogazione a risposta orale presentata dall’on. Muscardini è stringente. La deputata italiana chiede infatti perché la Commissione opti per un ritiro della proposta piuttosto che proporre le modifiche che rendano comtabile il regolamento con le nuove norme dell’OMC; se la Commissione non crede che avrebbe dovuto consultare il Parlamento europeo, e concedere tempo sufficiente per la discussione, prima di preannunciare il ritiro; se la Commissione sia davvero convinta che il ritiro del regolamento sia nell’interesse generale dell’Unione Europea; quali elementi della sua proposta iniziale o del testo adottato dal Parlamento europeo non siano più compatibili con l’OMC, e perché, e come valuti allora i regimi di marchio d’origine obbligatorio sui prodotti importati richiesti da molti altri Paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Brasile, ecc. Ed infine quali misure concrete la Commissione intenda prendere per garantire l’indicazione d’origine e quindi la tracciabilità dei prodotti importati nelòl’Unione Europea da Paesi terzi, e se presenterà, e quando, una nuova proposta in linea con le nuove regole dell’OMC.

Interrogativi incalzanti, ma come recita la saggezza popolare, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

La vicenda propone peraltro con evidenza due problemi cruciali: il primo è quello di un rapporto sempre più sproporzionato nell’Unione Europea tra Paesi del Nord e Paesi del Sud, che non riescono a prevalere neppure in casi, come questo, in cui hanno ricevuto l’appoggio dei Paesi manifatturieri dell’Est Europa (Polonia e Romania), solitamente più vicini alla Germania. Il secondo è quello dei poteri effettivi del Parlamento europeo.

Quando i parlamentari europei erano nominati, e Bruxelles e Strasburgo era una sorta di “cimitero degli elefanti”, cioè di premio di consolazione per i politici nazionali in disarmo, l’inconsistenza di quell’assemblea era comprensibile. Ma ora che i parlamentari sono eletti dal popolo, ed hanno così piena legittimazione democratica, che il voto favorevole di 525 parlamentari venga tranquillamente cassato lascia sconcertati e pone interrogativi sull’attuale architettura istituzionale dell’Unione Europea.

 Fonte: lafinanzasulweb.it

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