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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

DISOCCUPAZIONE IN ASCESA NONOSTANTE L'OTTIMISMO DEL GOVERNO LETTA

Pubblicato su 1 Luglio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

L’ottimismo esasperato del Decreto del Fare del governo Letta è solo un abbaglio, i dati sulla disoccupazione italiana parlano di altro: anzi il tasso di disoccupati tocca il picco storico del 12,2%.

disoccupazione.jpg

A maggio 2013 i senza lavoro sono cresciuti di oltre 55 mila unitàrispetto al mese di aprile e, rapportando le statistiche all’anno precedente, l’Istat evidenzia un dato ancora più drammatico: 480.000 lavoratori in meno. Insomma, totalmente più di 3 milioni di disoccupati, dato che accomuna sia uomini che donne.

I tristi dati citati già sono emblematici di una situazione al limite della sopportazione, con intere generazioni prive di prospettive e obbligate ad emigrare per cercare fortuna e lavoro altrove. Basti pensare alla disoccupazione giovanile al 40%, registrando un livello mai così alto dal 1977. È di qualche giorno fa l’appello del Presidente della Repubblica Napolitano all’annosa questione delladisoccupazione giovanile che deve diventare il fulcro dell’azione di Governo, richiamato ad occuparsi di problemi reali, evitando schermaglie inutili tra PD-PDL (vedi legge elettorale, commenti sulle sentenze della magistratura su Berlusconi e via dicendo).

In questo periodo di crisi che si ripercuote su sé stessa, ampliandosi ed ampliandone le conseguenze negative sulla forza lavoro, le ricadute sul morale (oltre che sul portafogli) di colui che ha perso il lavoro sono enormi. Prendiamo spunto dalle cifre per capire come influenzano la vita quotidiana degli individui che si trovano in questo status.  Le cause che hanno portato il malcapitato di turno alla disoccupazione possono essere svariate e già studiate dal Legislatore, che poi però non si è soffermato sui rimedi per limitare il fenomeno o alleviare il malessere della massa multiforme dei disoccupati.

Lo stesso governo Letta che ha cantato vittoria per aver ottenuto 1 miliardo e mezzo in più da Bruxelles (dai Fondi Interstrutturali) cozza contro l’enormità di tali cifre e l’esiguità dei mezzi per affrontarle.

Quello che però gli attuali governanti ignorano, o meglio non considerano (se non quando la cronaca evidenzia casi di suicidi di disperati sul lastrico, siano ex dipendenti che imprenditori), è come passa la giornata (per altri lavorativa) il disoccupato. Subito dopo qualche giorno dall’amaro destino che gli è capitato inizia a fare i conti con il senso di incertezza, precarietà, indifferenza da parte delle istituzioni che lo considerano solo un numero da inserire nella percentuale rilevata dall’Istat; vedi la sua vita stravolta nelle abitudini quotidiane consolidate nel tempo.

La giornata della maggior parte dei disoccupati è scandita da giorni sempre uguali a sé stessi, dettati dalla ricerca pedissequa di offerte lavorative (su Internet o sui Social) che non rispecchiano mai il loro profilo professionale, soprattutto se hai passato i 40 anni; categoria questa poco considerata dall’attuale Governo (come se tra i 30 e i 50 anni si perdesse ogni diritto a rientrare nel mercato del lavoro): perché se hai sino a 30 anni c’è l’apprendistato (o i tirocini formativi) con gli sgravi contributivi per l’azienda che ti assume, cosi come se hai più di 50 anni.

All’occhio del disoccupato non sembrano più tornare quelle mattinate lavorative fatte di pensieri e doveri (rimpiange ad esempio i giorni che ha maledetto il collega o mandato a quel paese il capo per averlo obbligato a fare una cosa che riteneva superflua); si accorge che la sua mattina va via lenta e monotona e assolutamente identica a quella del giorno prima, “piena di vuoti” e sempre in attesa che qualcosa o qualcuno risponda alle centinaia di curriculum che ha mandato in giro nell’etere o di persona e che non hanno mai avuto riscontro.

Insomma, la situazione è drammaticamente rilevante e la lentezza elefantiaca dei governanti italiani ed europei della zona Euro accentua situazioni al limite della rivolta sociale: basti pensare che nemmeno nel 1977 (l’anno più sanguinoso degli anni di piombo) c’erano così tanti disoccupati, soprattutto tra i giovani. Una verità storica e numericamente terribile, se si pensa a cos’era quella stagione.

Scritto da: Stefano Sarapo - Tratto da: correttainformazione.it

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lino 07/04/2013 20:54


dovremmo essere piu' nazionalisti prima di tutti gli italiani e poi gli stranieri  non lo vedete che le aziende mettono in mobilita'  e nello stesso momento chiamano interinali maggior
parte stranieri cosi' noi paghiamo 2 volte prima quelli in mobilita' e poi la disoccupazione ai stranieri che non spendono in italia  perche' tornano nei loro paesi per il periodo
disoccupazione o restano in italia e lavorano in nero

elegantissimo 07/03/2013 22:30


Non c'è peggior sordo che non voglia ascoltare. Con la sottoscrizione del Trattato di Lisbona e il suo tarttato di funzionamento e successivamente averlio ratificato nel ns ordinamento,
modificando finanche la Costituzione, possiamo considerarci i nuovi schiavi di questa costrunda Unione Europea. Signori Vi prego di riflettere sul problema ancor più a monte:l'ONU con la sua
creatura amorfa e criminale cioè il WTO o OMC organizzazione mondiale del commercio, lor eminenze hanno deciso di che morte morire e l'UE ne è la prova e la costrizione.

barbara 07/02/2013 14:59


per i cosiddetti compagni che lottano tanto in difesa degli ultimi, scorrendo i loro elenchi e definizione di ultimi i disoccupati non esistono. Ci sono i
lavoratori, i precari, i migranti. Niente, i disoccupati perdono perfino il diritto di esistere anche per chi sostiene di essere il paladino dei poveri.