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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

DERIVATI, LIBERO MERCATO, GRECIA, DEFAULT...

Pubblicato su 3 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Così la Grecia, ufficialmente non è in default. Hanno trovato questo termine simpatico: “ristrutturazione volontaria” per i private lenders, cioè per i creditori privati. La logica ferrea è che se la perdita sui titoli viene accettata volontariamente e non imposta, allora non è un default.

 
 grecia7-copia-1
 
3 gennaio 2012

 

Una delle cose più curiose, bizzarre (o agghiaccianti, secondo come la si vede) ultimamente è quella di ascoltare o leggere commenti e analisi di commentatori, guru, esperti dei mercati, che ne parlano ancora come fossero una cosa che funziona. Immagino che le ragioni siano molteplici.

 

Magari sono preoccupati di perdere il posto se dicono cose che si discostano troppo da una boiata tranquillizzante. Oppure, chissà, semplicemente non hanno capito una mazza, e l’unica che capiscono è quella da golf che usano per il torneo fra i vincitori del bonus annuale.

 

Così, mentre abbiamo almeno il 50% delle contrattazioni di Borsa fatte da computer piranha (ieri a New York dovevano esserci solo loro, visto che i volumi erano ai minimi da 9 anni), mentre abbiamo le banche centrali che comprano qualunque cosa dalle altre banche purché esse a loro volta comprino titoli di stato (invece di prestare quei soldi all’economia reale, dove le imprese annaspano e il credito è congelato) e/o tappino le loro voragini fuori bilancio … ecco che i guru, come ghiri sonnecchiano e ci fanno sbadigliare con le loro lagne sui fondamentali dell’economia, il price/earning, il consensus degli analisti e l’indice di fiducia dei consumatori.

 

Intanto il mercato sale. Si vede che sale, come direbbero i F.lli Boscoli; ma non si vede bene perché. Ad esempio, negli ultimi mesi la mitica Kodak se la passava piuttosto male e si vociferava di un suo possibile fallimento. Detto fra noi mi dispiaceva non poco. Non foss’altro perché la cara vecchia Kodak mi ricordava i tempi in cui le fotografie, magari ti ci voleva un po’ per svilupparle, però poi ti rimanevano. Chessò, le foto di mia nonna che mi tiene in braccio; i ricordi dei primi brufoli, e via così. Ora invece abbiamo tutti 12.000 foto digitali sparse ovunque nell’etere, nella chiavetta che si fulmina, il computer che prende il virus, il cd che si graffia… Oppure le abbiamo in rete, sui server sui cloud… Che secondo me è come con i soldi in banca: uno pensa di averli, ma in realtà non si sa dove sono. Ma sto divagando.

 

Il fatto è che a un certo punto, in questo bell’inizio anno così positivo per i mercati dei guru di sopra, a un certo punto le azioni Kodak hanno preso a salire a razzo: +128% dal 6 all’11 gennaio. Da 0,37 a 0,82 centesimi, quotazioni da sogno per certe banche italiane. Così uno dice “Ehi guarda come salgono, ci dev’essere qualcosa nell’aria”. Infatti, il 19 gennaio la Kodak ha dichiarato bancarotta. Chi l’avrebbe mai detto.

 

Naturalmente anche i bond della Kodak sono andati in default. Il titolo con scadenza novembre 2013 valeva sul mercato 28,5 (cioè -71,5% rispetto a un ipotetico valore di 100 a scadenza) e i tutori dell’integrità del mercato dei derivati (l’Isda, la International Swaps and Derivatives Association) hanno subito fatto sapere che sarebbero scattati i pagamenti dei Cds. La Kodak è ufficialmente in default e chi ha venduto “polizze assicurative” su di lei (i cds, Credit default swap) deve ora rimborsare chi le ha comprate:

 

NEW YORK, January 19, 2012 – The International Swaps and Derivatives Association, Inc. (ISDA) today announced that its Americas Credit Derivatives Determinations Committee resolved that a Bankruptcy Credit Event occurred in respect of Eastman Kodak Company. The Committee determined that an auction will be held in respect of outstanding CDS transactions…

 

A questo punto uno potrebbe chiedersi, ma… e la Grecia? Come mai i bond scadenza agosto 2013 trattano a 24, cioè molto meno della Kodak, ma la clausola di default con il pagamento dei cds qui non scatta? Allora vediamo: chi decide quando scatta il default è un apposito comitato dell’Isda, il Credit Derivatives Determinations Commitee.

 

Quindi, diamo un’occhiata ai suoi componenti:

 

ISDA Determinations Committees[1]

 

Bank of America / Merrill Lynch
Barclays
BNP Paribas
Credit Suisse
Deutsche Bank
Goldman Sachs
JPMorgan Chase Bank, N.A.
Morgan Stanley
Société Générale
UBS

 

Citibank
The Royal Bank of Scotland

 

Potrebbe quasi nascere il dubbio di essere di fronte a un leggerissimo conflitto di interessi: le banche che scoppiano di derivati sono le stesse che decidono le regole per i derivati. Il che non tranquillizza più di tanto sulla gestione oculata e imparziale del quadrilione di derivati (un milione di miliardi) in giro per il pianeta. Comunque, quel che è praticamente certo è che qualcuno di questa lista ha venduto tonnellate di polizze sulla Grecia (cds) facendosi d’oro con i premi incassati (o magari semplicemente usandoli per tapparci delle voragini che si aprono con le implosioni di altri derivati). Ma se scatta la clausola di default si trova a dover pagare cifre esorbitanti. Cifre che, probabilmente, non ha.

 

Così la Grecia, ufficialmente non è in default. Hanno trovato questo termine simpatico: “ristrutturazione volontaria” per i private lenders, cioè per i creditori privati. La logica ferrea è che se la perdita sui titoli viene accettata volontariamente e non imposta, allora non è un default.

 

Così ci sono queste estenuanti trattative in corso. Attualmente pare che la proposta più in auge sia quella di sostituire i bond in scadenza con dei graziosi Nuovi Bond Garantiti dal Governo Greco per 30 Lunghi Anni Con Cedola Misera (4% o giù di lì). Che sarebbe più o meno come dire: su quello che hai perdi il 70-80%. E se non sono tutti d’accordo, potrebbe non apparire come volontario e scattare quindi il default. Ecco perché pare che un buon numero di hedge funds si siano riempiti di bond greci al prezzo di 25 e ora li sventolano davanti ai vari negoziatori dicendo: se non mi dai molto di più io mi dichiaro non d’accordo.

 

Beh, forse non c’è bisogno che siano proprio tutti d’accordo. Infatti il governo greco vorrebbe imporre una percentuale di adesioni minima, una sorta di quorum. Ma se lo facesse sarebbe una clausola con valore retroattivo. Non proprio adatta a un taglio che deve apparire “volontariamente accettato”. Già, ma accettato e subìto da chi? Ricordiamo: dai creditori privati. Il piano diabolico dei Van Qualcosa, zitti zitti, è quello di incasinare le cose a tal punto che non ci si accorge che il taglio e la ristrutturazione del debito greco avviene per i privati e NON per gli organismi “pubblici”, come - un esempio a caso – la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario, etc.

 

Quindi, i miei bond perdono il 70% ma i loro invece no, anche se sono gli stessi. I bond del singolo risparmiatore, o del Fondo pensione Pireo Futuro Sicuro si disintegrano, ma quelli che ha la Bce no. Quelli vanno benissimo. Sarebbe come dire che i titoli di stato sono tutti uguali finché qualche burocrate di Bruxelles e dintorni decide che alcuni sono più uguali di altri.

 

Così, forse ora si capisce meglio come mai non ci si capisce un accidente in questa storia del defaul/non default greco. Ci sono in gioco diverse cose, una più spiacevole dell’altra: la certezza delle regole nel mercato dei derivati; la certezza di non prenderselo in tasca con clausole retroattive che mi impongono una perdita sul mio titolo di stato; l’incertezza sul trattamento futuro dei miei titoli di stato: saranno uguali a quelli che detiene la Bce, o i miei li sacrificano per il bene comune? Non ultima, la certezza che qualora la Grecia ottenesse il taglio del suo debito senza andare in default, poco dopo si presenterebbe il Portogallo dicendo: “Forte! Lo voglio anch’io il taglio del debito”. Poi magari anche qualcun altro.

 

Quindi, anche se in effetti faccio molta fatica a venire a capo della faccenda, alcune cose mi paiono chiare:

 

1- I mercati fanno ridere, per chi ne avesse ancora voglia.

 

2- I Van Qualcosa continuano nelle loro iper manovre intricate e incomprensibili ai comuni mortali.

 

3- Siamo fritti.

 

Tornando ora ai fallimenti in Borsa, l’altro giorno c’erano notizie inquietanti su Sears, la catena di grandi magazzini in Usa, che sembrava a un passo dal tracollo. Rispettando la tradizione dei mercati efficienti avevamo i cds che salivano a razzo (+100% in tre giorni, fino a 2400 punti, che è un’enormità e indica default prossimo, Isda permettendo, ovvio) e le azioni che ovviamente salivano anche loro. L’unica cosa che scendeva era il rating di Sears, fino a livello di pre-default.

 

Lo so che ora non bisogna parlare troppo delle agenzie di rating che sono cattive, al servizio dei biechi speculatori, etc.; e ai Van Qualcosa gli sale la bile se le nomini, specialmente da quando gli hanno levato la tripla A al mitico Fondo di Salvataggio Libera Tutti:

 

Bruxelles (Belgio), 16 gen. (LaPresse/AP) - Standard & Poor's ha declassato il fondo di salvataggio dell'eurozona (Efsf) di un notch, dalla tripla A ad AA+…

 

Io però parlavo di quella che non viene mai menzionata, Egan-Jones, l’unica agenzia i cui clienti NON sono quelli che ricevono i rating, ma quelli che i rating (e i report) li vogliono conoscere. Si riduce un bel po’ il conflitto di interessi, insomma. Ad esempio Egan Jones, ha già fatto saltare da tempo la tripla A alla Germania e l’altro giorno gli ha anche dato un meno: AA- perché, dicono, a forza di salvare tutti e capre e cavoli il deficit teutonico è già all’86% del Pil e sarebbe ora si dessero una calmata.

 

Chissà forse è per questo che ad Anghela l’altro giorno è sfuggita un’affermazione che ho la spiacevole sensazione sia opportunamente passata del tutto inosservata. Dal Financial Times del 14 gennaio:

 

“Ms Merkel said she would consider calls from her party colleagues for legislation to bar institutional investors such as insurance companies from selling bonds when ratings were downgraded, or fell below investment grade…”[2]

 

La signora ha detto che sta considerando di proporre una legge che VIETI agli investitori istituzionali, come le compagnie assicurative, di vendere i bond quando il rating viene abbassato o scende sotto il livello di investment grade. Traduco: la signora sta pensando a una legge con cui il Governo dice agli investitori cosa devono fare. Ora però non mi voglio soffermare su questa roba, anche perché uno rischia il voltastomaco.

 

Torniamo alla Borsa, che almeno si ride. Intanto i vari cali dei rating, come dicono gli analisti quando come sempre non sanno cosa dire “erano già scontati nei prezzi”:

 

Milano, 16 gen. (LaPresse) - I mercati europei rispondono al downgrade di nove Paesi dell'eurozona, deciso venerdì da Standard & Poor's, con una giornata di acquisti. 

 

La Borsa sale e se ne frega, In effetti anche quella dello Zimbabwe passò da 1400 punti del 2005 a 6.000.000.000.000, seimila miliardi, nel 2009. Poi venne chiusa, ma vabbé questa è un’altra faccenda.

 

Prima stavo invece parlando della catena di supermercati Sears, che secondo Egan Jones sarebbe sull’orlo del fallimento. Così, le azioni hanno preso a salire. Motivo? L’amministratore delegato sta comprando a piene mani e il mercato degli algoritmi piranha evidentemente si eccita pensando che ci sia qualcosa sotto.

 

D’altronde è cosa nota: quando i Ceo comprano titoli della propria azienda è un chiaro segno positivo:

 

Profumo compra azioni Unicredit

 

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, ha comprato 500 mila azioni della banca a 6,815 euro per un controvalore di 3,4 milioni… 

 

(15 giugno 2007) - Corriere della Sera 

 

I calcoli su quanto valgano oggi quelle 500 mila azioni per favore fateli voi che io ho perso il filo fra aumenti di capitale e reverse split 10 a 1 (che sono comodi, perché se uno si dimentica che ci vogliono 10 azioni di allora per farne una di oggi, magari pensa che il titolo abbia perso solo il 50-60%. Tengo una banda larga perché dipende dal +/- 10% giornaliero). Comunque è indubbio che quando un Ceo compra, gli analisti si eccitano. Infatti:

 

UNICREDIT e B.POPOLARE Le scelte migliori fra le banche italiane
07/01/2008 17:05:18


Il 2008 sarà l'anno di Unicredit e Banco Popolare, parola di Ubs e Keefe, Bruyette & Woods. Stamattina le banca svizzera e la società americana di ricerca hanno tagliato entrambe il giudizio sul settore bancario europeo prevedendo per il 2008 un rallentamento della crescita economica e un calo del comparto immobiliare. Ma tra tante nuvole, le due banche italiane brilleranno perché potranno raccogliere i frutti dei piani di fusione.
Ubs conferma il giudizio buy su entrambi i titoli con un target price di 8,1 euro su Unicredit…

 

Dev’essere andata così anche per Sears, il cui chairman Edward Lampert ha comprato recentemente ben 130 milioni di dollari in azioni Sears. Tutto bene, un buon segno di grande fiducia nella propria azienda. Se non fosse che Mr. Lampert controlla il 60% di Sears in parte attraverso il suo portafoglio personale e in parte attraverso il suo… hedge fund. Sì, Mr. Lampert gestisce i supermercati ma anche un hedge fund, che casualmente ha comprato moltissime azioni Sears, tanto da costituire il 30% del portafoglio. E doveva essere un fondo molto prestigioso, visto che ci ha investito anche Goldman Sachs. Solo che, con le azioni Sears che hanno fatto - 57% nel 2011, i clienti del fondo non dovevano essere un granché contenti e hanno chiesto un bel po’ di rimborsi.

 

Ed ecco come è andata: Mr. Lampert ha comprato 130 milioni di azioni ma non sul mercato. No, le ha comprate direttamente dal suo fondo. I clienti vogliono il rimborso e allora il fondo di Mr. Lampert vende le azioni a Mr. Lampert[3]. Forse è per questo che gli analisti si eccitano e i titoli Sears in meno di un mese son passati da 45 dollari a 30 e ora di nuovo a 45.

 

E’ il bello di un mercato sano. Quando il chairman di un supermercato è anche il gestore di un hedge fund. Quando le regole sui derivati le fa chi fa i derivati. E i titoli di stato sono tutti uguali finché qualche burocrate decide che i suoi valgono di più e gli altri possono perdere il 70%. Quando un politico importante si lascia… sfuggire che sta pensando di vietare le vendite dei titoli. A questo punto, se ci fanno anche un bel Piano Quinquennale indicando a che livello devono essere gli indici di Borsa, chi deve fallire e chi no, almeno uno si risparmia la fatica.

 

E poi, vogliamo mettere i vantaggi per i guru, gli analisti e i gestori? Con un bel Piano Centralizzato e gli obiettivi prestabiliti, può anche darsi che riescano ad azzeccare qualche previsione.
Scritto da: Giuseppe Cloza . Fonte: cafedehumanite.blogspot.it
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