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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

DEMOCRAZIA EXPORT

Pubblicato su 5 Settembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in PAESI ARABI e IRAN

DEMOCRAZIA.jpg

Potrebbe succedere ancora. Una aggressione annunciata, da parecchio tempo. Dopo l’Afghanistan; dopo l’Iraq; dopo la  Libia. L’altro Paese “canaglia” da democratizzare a suon di bombe è appunto la Siria (il prossimo sarà l’Iran degli Ayatollah ma...con calma: mettiamoli in riga uno alla volta).
Sono già due anni che le potenze occidentali girano intorno all’osso per colpire la Siria, l’ultimo stato mediorientale retto da un regime laico e socialista ispirato agli ideali del partito Baath. Si aspettava solo il casus belli o, se preferite, la smoking gun (pistola fumante) come dicono gli Yankee i quali, come è noto, hanno poca dimestichezza col latino e molta con le armi. Ma per quello non c’è problema; basta costruire ad arte delle false prove da dare in pasto alla popolazione mondiale, ormai per tre quarti rimbecillita dal pensiero unico globalizzato, e gonfiarne l’effetto a dismisura con la grancassa di televisioni e stampa prezzolata e asservita di cui i poteri forti dispongono in maniera illimitata.
Ma qual è la colpa della Siria, o meglio del regime di Assad? Di colpe, agli occhi dell’Occidente, ce ne sono diverse. La famiglia Assad è di religione alawita, una branca dello sciismo, uno dei due grandi rami in cui si divide l’islam (l’altro è rappresentato dai sunniti). Ebbene, Assad ha sempre finanziato gli Hizbollah, il partito di Dio, braccio armato degli Sciiti e, attraverso di loro, dagli anni ’80 la Siria mantiene uno stretto controllo sul vicino Libano. Hizbollah, inoltre, è legato a filo doppio con l’Iran, la casa-madre degli Sciiti; insieme sono da sempre nemici giurati di Israele, non meno dell’ala più estrema e fanatica dei Sunniti incarnata dai Salafiti e dei vari gruppi fondamentalisti che fanno capo ad Al Quaeda. Le bande sunnite però, ancorché più agguerrite e feroci, sono divise e frastagliate, quindi facilmente manipolabili sia dai servizi segreti occidentali ( il caso Libia docet) sia dalle monarchie arabe del Golfo Persico ( in primis L’Arabia Saudita), legate all’Occidente e che mirano a destabilizzare la regione per propri fini geopolitici ed economici. Infine, l’altra grave colpa che rende da sempre la Siria invisa all’alleanza atlantica è il suo legame storico con la Russia, già Unione Sovietica, che proprio in Siria, nel porto di Tartus, possiede l’unica base navale nel Mediterraneo.
Ma tutto ciò sarebbe sufficiente a giustificare un’altra avventura militare in quell’area? Sinceramente, crediamo di no. Basti considerare i risultati catastrofici di due precedenti conflitti. Il primo in Iraq, dove la famiglia Bush aveva forti interessi in campo petrolifero. Dopo aver finanziato e rifornito di armi per anni Saddam Hussein, prezioso cane da guardia da aizzare contro l’allora demonio Komeini, tutt’a un tratto il dittatore iracheno diventò per gli Americani un pazzo pericoloso da eliminare per portare  libertà e democrazia (parole care alla retorica dell’Occidente) a un “popolo oppresso”. Si cominciò allora a cercare un pretesto a tutti i costi per attaccarlo e fu trovato nella spudorata menzogna delle armi chimiche che gli ispettori dell’ONU, con tutta la buona volontà, non riuscirono mai a trovare ( in seguito, Wikileaks rivelerà che si tratto di una clamorosa montatura della CIA atta a confezionare un nobile motivo agli occhi del mondo per attaccare quel Paese, sputtanamento per il quale gli Americani, schiumanti di rabbia, ancora reclamano la testa di Assange). E così, i nostri bravi eroi attaccarono credendo di fare una passeggiata ed essere acclamati da liberatori distribuendo chewing gum e Coca Cola “ a quegli straccioni” per poi fare man bassa delle immense risorse petrolifere del Paese e affari d’oro con gli appalti per la ricostruzione. Sappiamo come andò a finire: portarono morte e distruzione in un Paese caratterizzato da una costellazione tribale molto variegata, una complessità che i sempliciotti del Pentagono, col loro impeto da cow boys, e i loro danti causa (quell’associazione a delinquere pluto-giudaico-massonica stretta intorno alla trista figura di George W. Bush)  non potevano prevedere e di fatto diedero la stura a odii secolari che esplosero in tutta la loro violenza rivelando una realtà ingestibile. Così, gli Americani videro crollare i loro sogni affaristici nello stesso tempo in cui capirono di essersi impantanati in un nuovo Vietnam. Annaspando, chiesero ai fedeli vassalli europei di togliergli le castagne dal fuoco, tra i quali l’Italia dell’allora governo Berlusconi che si profuse in un grande dispendio di mezzi e risorse con la foga di far la figura del primo della classe.
Dopo dieci anni di guerra, centinaia di migliaia di civili iracheni morti ( e qualche migliaio di soldati americani), resti archeologici millenari - patrimonio dell’umanità - finiti in polvere e milioni di dollari spesi (che avrebbero potuto coprire dieci riforme sanitarie del tanto vituperato Obama, tacciato in patria di “comunista” per averne fatta mezza), si sono defilati alla chetichella raccontando al mondo – per salvare la faccia – la favola di un Paese normalizzato dove l’esercito nazionale  ha il controllo della situazione.
In Libia le cose sono andate un po’ diversamente. Memori della batosta presa in Iraq, le potenze occidentali non si sono volute impelagare con l’invio di truppe di terra (con il boot on the ground, come dicono gli Americani) ma, molto più comodamente ( e vigliaccamente) hanno preferito bombardare dall’alto le forze lealiste della Jamahiriya e consegnare di fatto la Libia a orde di fanatici integralisti e di delinquenti comuni che, dopo aver barbaramente trucidato Gheddafi, ora si combattono tra di loro in un Paese dove non si sa più chi comanda su chi.
Inoltre, lì la parte del leone più che gli Americani l’hanno fatta Inglesi e Francesi. I primi avevano da tempo infiltrato loro agenti dello MI6 ad istruire e aizzare i terroristi anti-Gheddafi (pardon… gli “insorgenti”, come venivano eufemisticamente definiti in quei mesi da tutta la stampa e i TG embedded, con un neologismo ipocrita). Ricordate poi le bandiere tricolore della nuova Libia (che poi è quella della “vecchia” Libia di re Idris)? Bandiere non raffazzonate e tinte alla meno peggio, com’è lecito aspettarsi in una situazione di emergenza, ma bandiere perfettamente cucite e stampate da industrie tessili, arrivate a casse da fuori e pronte ad essere distribuite per accendere gli animi dei ribelli. Altra prova che tutto era pianificato da tempo.
Ma se gli Inglesi hanno preparato la disfatta di Gheddafi, ai Francesi è toccato il colpo finale, la pennellata da maestro, mitragliando l’autocolonna di un uomo inerme ormai in fuga e consegnandolo ai suoi carnefici. Perché tanto accanimento da parte dei Francesi nel voler togliere di mezzo Gheddafi?
Lo scopo di Sarkozy, in un delirio da novello Napoleone, era quello di scalzare gli Italiani dalla posizione di partner commerciale privilegiato della Libia, e per fare ciò bisognava abbattere il vecchio regime. Alle compagnie petrolifere italiane sarebbero subentrate quelle francesi e inglesi a spartirsi il grosso della torta; agli Italiani, semmai, le briciole. Addio anche al contratto milionario per la costruzione dell’immensa litoranea trans-libica, prevista dall’accordo Berlusconi-Gheddafi. E gli Italiani, da sempre imbecilli e servili, concessero pure le basi da cui decollarono i bombardieri inglesi e francesi! Tutto questo accadeva pochi mesi dopo l’istrionesco baciamano di Berlusconi al colonnello -  un’altra buffonata del Cavaliere che fece ridere il mondo -  salvo poi pugnalarlo a tradimento in perfetto stile levantino.
Questo, in estrema sintesi, lo scompiglio portato dalle “forze democratiche” in due Paesi che da decenni avevano trovato un equilibrio politico stabile, sia pur con molte ombre e sotto regimi autoritari. Ma la cura si è rivelata peggiore del male, e oggi la violenza impera in Iraq  e in Libia: tra lotte tribali e religiose, auto-bombe, regolamenti di conti, rapine e criminalità dilagante, dopo la “liberazione” delle forze NATO quei Paesi hanno avuto più morti che in decenni di dittatura. Ma, si sa, da settant’anni a questa parte sono questi i regali che gli USA e i suoi manutengoli vanno dispensando ai quattro angoli del mondo, fedeli al vecchio adagio divide et impera!
Non dimentichiamo poi la tragedia dei Cristiani. Nei suddetti Paesi ( e specialmente in Iraq), finché i rispettivi regimi hanno avuto vita, i fedeli di tutte le confessioni hanno vissuto protetti dalla furia sanguinaria delle fronde islamiche più fanatiche. Oggi i pochi Cristiani di quelle terre sono trucidati, sgozzati, arsi vivi, dilaniati dalle bombe assieme alle chiese durante la Messa. (Ricordiamo Tarek Aziz, cristiano caldeo, che sotto Saddam fu primo ministro e ministro degli esteri e che ora, vecchio e malato, marcisce in una prigione islamica con buona pace dei “liberatori”). Tutto questo è stato reso possibile dall’intervento di un popolo  di Quaccheri e Mormoni che si proclama difensore dei valori dell’Occidente e della Cristianità, e che dorme abitualmente con la Bibbia sul comodino.
Ma, a questo punto, ci chiediamo: a chi gioverebbe una eventuale caduta di Assad?
E’ molto difficile rispondere. La situazione in tutta la regione è complicatissima e gli schieramenti di fronti che si contendono la Siria li possiamo immaginare, schematicamente, in tre cerchi concentrici. Il cerchio piè esterno è rappresentato dalla contrapposizione Est-Ovest, retaggio della guerra fredda. La Siria, come dicevamo, è l’ultimo baluardo laico e socialista in un’area geografica (il Medio Oriente) e religiosa (che va dal Magreb alla stessa Siria, a cui si aggiungono lo Yemen, all’estrema punta della penisola arabica e, seppur diversi per lingua ed etnia, la Turchia e l’Iran) che è stata precipitata nel caos prima dalla caduta di Saddam (assassinato, di fatto, da Bush junior e i suoi accoliti) e poi dalle cosiddette “primavere arabe” i cui tumulti sono stati innescati e pilotati dai servizi segreti occidentali. C’è un chiaro interesse da parte di alcuni paesi dell’Occidente che hanno l’imperialismo nel loro DNA – USA e Gran Bretagna – o affetti da nostalgia dell’antica grandeur – leggi Francia -  a destabilizzare quella regione per i loro fini geopolitici, pur sapendo di precipitarla in una spirale di sangue che può durare decenni, alla faccia della loro sbandierata tutela dei diritti umani. Con la caduta di Assad, quindi, si toglierebbe di mezzo l’ultimo regime erede di quel panarabismo nazionalista che negli anni’60 ebbe in Nasser il suo esponente di punta e che, sponsorizzato dall’allora URSS,  tanto filo da torcere diede alle mire espansionistiche degli USA e alla Francia costò la perdita dell’Algeria. La vendetta degli Americani, si sa, è come quella di Cosa Nostra: può arrivare anche dopo decenni. Al secondo livello c’è la rivalità fra i vari Paesi musulmani della regione, ognuno dei quali vorrebbe stabilire la propria egemonia. Da una parte, come accennato sopra, c’è l’Iran sciita che protegge l’alawita Assad, unito agli Hizbollah libanesi; dall’altra le monarchie feudali sunnite, soprattutto Quatar e Arabia Saudita, di tradizione wahhabita, un’ala del sunnismo. Ad essi si affianca la Turchia, vera grande potenza della regione, di religione sunnita ancorché diversa per lingua ed etnia, che vorrebbe riesumare le glorie del passato impero ottomano. Nel cerchio più interno, infine, ci sono i gruppi religiosi armati che si affrontano sul campo. Ma se, da un lato, il fronte sciita risulta compatto, con Hizbollah libanesi e pasdaran iraniani che affiancano l’esercito lealista di Assad, sull’altro versante le milizie ribelli sunnite sono alquanto eterogenee arrivando, nei casi più estremi, finanche a fronteggiarsi tra loro. Ci sono i Salafiti, l’ala più estremista dei Wahhabiti, accorsi dall’estero a combattere gli odiati Sciiti: Giordani, Palestinesi, Afghani,  Sauditi, Magrebini ed anche europei convertiti all’islam. A costoro si affiancano gruppi jihadisti della galassia di Al Quaeda. Entrambe queste componenti, le più fanatiche e feroci, sono finanziate e armate dall’Arabia Saudita attraverso il confine turco.  Infine ci sono i gruppi sunniti relativamente più moderati della grande Fratellanza Musulmana affini al partito di Erdogan, quindi appoggiati direttamente dalla Turchia e ai quali il premier turco guarda come potenziali alleati in una Siria del dopo-Assad. Come si vede, la situazione è intricatissima e l’ennesimo colpo di testa degli USA (e della Francia, dopo che lo yuppie arrogante Cameron è stato “stoppato” dal buon senso del parlamento britannico) potrebbe innescare una guerra di portata internazionale ancora più catastrofica di quelle che l’amministrazione Bush ci ha regalato nel decennio appena trascorso. Alla Francia, nonostante il suo mai sanato revanscismo, non conviene buttarsi da sola in un’impresa che non potrebbe sostenere con le sue sole forze e lo scalpitante Hollande, che si è messo in testa di superare Sarkozy quanto a delirio di grandezza e di strappare all’ America il ruolo di gendarme del Mediterraneo, sta cercando di trascinare nella mischia il maggior numero possibile di compari.  L’America, dal canto suo, farebbe bene a rispolverare ogni tanto la storia recente: si ricordi della sonora batosta presa in Vietnam e delle guerre fallimentari in Afghanistan e in Iraq, dove non è riuscita a cavare un ragno dal buco. Ma la fine di Assad non gioverebbe nemmeno a Israele, storico nemico della Siria dai tempi della Guerra dei sei giorni: meglio fronteggiare un nemico ben definito, un’entità statale costituita e salda con cui un giorno si potrebbe perfino siglare una pace definitiva, piuttosto che avere vicino uno Stato fantoccio “liberato” dalla NATO ma in realtà alla mercé di bande salafite inferocite pronte a sconfinare in territorio sionista.
D’altra parte, una internazionalizzazione del conflitto non conviene neanche alla Russia di Putin, che si vedrebbe tirata pei capelli in uno scontro che non ha mai voluto e che saggiamente sta cercando in tutti modi di evitare, ma che non può neanche chinare il capo dinanzi all’aggressione dell’Occidente.
C’è da dire, inoltre, che Francia e Stati Uniti devono fare i conti anche con un’opinione pubblica stanca di guerre che costano milioni di dollari, da dover finanziare con ulteriori tagli ad un welfare ormai ridotto all’osso.
Anche questo ha indotto  Obama a temporeggiare e rimettere la decisione al Congresso. Ma il nostro Ponzio Pilato si è lavata una mano sola; con l’altra, non vede l’ora di promulgare l’intervento armato, anch’egli smanioso di recitare  l’usata parte del commander in chief di un America messianica soccorritrice degli oppressi. Chissà cosa avevano fumato i membri della giuria di Stoccolma in quel lontano 2009! E in sede congressuale c’è il rischio che prevalga l’America più retriva e aggressiva incarnata dal pistolero McCain, un pericolo pubblico che i Nordvietnamiti avrebbero fatto meglio a sopprimere quarant’anni fa quando l’ebbero nelle mani.
Frattanto, con la solita, arrogante sicumera, l’America dice di avere le  “prove” che a usare il gas sarin è stato l’esercito di Assad; un copione già visto: sono ancora nella nostra memoria le immagini del 2003 di un Colin Powell che, con serafica faccia di bronzo, annunciava al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di avere le prove sull’uso di armi chimiche da parte di Saddam Hussein. Il guaio è che il giochetto riesce sempre, tanto sono riusciti a radicare in mezzo mondo l’idea che l’America agisce sempre per il bene dell’umanità. Poco importa se non sono le prove che eventualmente devono confermare un fatto oggettivo, ma sono i fatti che devono adattarsi artatamente a un loro a priori preconfezionato. Una illogicità disarmante che è pari solo alla loro iattanza. Sul lavoro degli ispettori ONU, il consigliere per la sicurezza Susan Rice ha dichiarato sprezzante: «La loro è una missione senza senso. Ci dirà quello che già sappiamo, ovvero che le armi chimiche sono state usate. Da chi lo sappiamo». Come a dire: “ Ce ne freghiamo del rapporto degli ispettori ONU: abbiamo la nostra verità e tanto basta. E poi: di quante portaerei dispone l’ONU!? Agli ispettori riconosciamo al massimo la libertà di pensarla come noi”. Questo è lo stile made in USA.
Quando si è verificato l’attacco con il sarin, il 21 agosto, alcuni ispettori ONU si trovavano già in Siria. Allora – come giustamente ha osservato Putin – Assad sarebbe stato così sprovveduto da ordinare una simile azione con gli ispettori in casa? Ma evidentemente questa argomentazione interessa poco agli Americani, così come non vogliono considerare il fatto che potrebbero essere stati proprio i ribelli – che nei mesi scorsi hanno saccheggiato depositi di sarin – ad usare il gas per far ricadere la colpa sul regime e provocare l’intervento dell’Occidente, vista la situazione di stallo che si era creata dopo che l’esercito lealista aveva riconquistato molte città che prima erano nelle loro mani (e a caro prezzo, con molti giovani soldati di Assad orrendamente torturati e uccisi dai terroristi jihadisti; ma anche su questo la stampa asservita occidentale tace).
John Kerry ha dichiarato: «Assad come Hitler e Saddam». (Chissà se la pensava così anche quando ci ha cenato assieme! Ma – si sa – questa è la “miserabilitudine” dei politici). Ora è Assad il cattivo di turno. E già. Gli USA, autoproclamatisi braccio armato del diritto internazionale, dispensano a orologeria la patente di buono o di cattivo a questo o a quel Paese, ai cui leader, come per incanto, viene mutata da un giorno all’altro l’apposizione: da “presidente” a “dittatore”. Loro, che hanno sganciato tonnellate di Napalm su donne e bambini vietnamiti; loro che prima bruciarono vivi donne e bambini coreani; loro che prima ancora dissolsero nel nulla due intere città di una nazione ormai in ginocchio. Loro. Arbitri e giudici del pianeta che, in quanto tali…”sfuggono al giudizio umano”, direbbe Kafka.
Vien da chiedersi allora: perché L’America e i suoi alleati vogliono creare un altro Iraq, un’altra Libia, un altro inferno in mano ai diavoli salafiti? Non sono più, costoro, i nemici della “civiltà” e della “democrazia”, come pontificavano dopo l’11 settembre? Siamo di fronte al delirio masochistico di un Occidente profondamente malato destinato ad essere invaso e sottomesso da sangue fresco? Una cupio dissolvi di una civiltà ormai in decadenza? O c’è dietro un disegno imperscrutabile elaborato da poteri occulti innominabili? Un Ordo ab chao, un caos strategico e strumentale a creare un nuovo ordine mondiale, con pochi eletti al comando, dei quali i capi di Stato occidentali sarebbero solo fedeli esecutori? Altro che Kafka.

Scritto da Giampiero Caragnano - Tratto da: rinascita

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