Overblog
Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

C’è un piano di S&P’s e Usa per far crollare l’Europa (e l’Italia)

Pubblicato su 16 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

Quale sia la mia valutazione delle agenzie di rating, del loro operato e della loro credibilità è cosa nota ai miei lettori da molto, molto tempo. Questa volta, però, Standard&Poor’s ha operato come braccio armato finanziario del Dipartimento di Stato statunitense e del Treasury, quindi occorre denunciare con forza il piano che sottende il farsesco downgrade di massa dell’eurozona comunicato venerdì scorso. A fronte di nuovo innalzamento del tetto di debito Usa ormai impellente, seguito da sempre maggiori alleggerimenti di detenzioni dello stesso da parte di grossi investitori – Cina e Russia in testa -, a Washington avevano bisogno di una sola cosa: distruggere il programma Ltro della Bce, devastando del tutto il mercato obbligazionario sovrano europeo.

Già, perché per quanto io abbia riserve sulle sue modalità di applicazione (che persistono), la ricetta di Mario Draghi stava cominciando a portare con sé il risultato sperato: calmare gli spread, soprattutto sulle scadenze a lungo termine e puntellare l’euro. Detto fatto, la mossa di S&P’s potrebbe vanificare gli sforzi su entrambe i fronti, rendendo potenzialmente inutile o disperata la seconda asta Ltro prevista per fine febbraio. Provo a spiegarvi il perché.

Casualmente, a metà pomeriggio di venerdì, Lch Clearnet, la camera di compensazione dove si tratta il debito sovrano, ha deciso di alzare di nuovo i margini per detenere debito italiano a lungo
termine: 18% di margine iniziale per la classe compresa tra i 15 e 30 anni e 8,3% per la classe del benchmark, quella tra i 7 e i 10 anni. Insomma, un’ulteriore spinta a vendere le scadenze lunghe (gonfiando lo spread) per soddisfare i margini e ad acquistare debito a breve, ovvero entro i 3 anni di garanzia offerti dalla Bce. E le nostre prossime aste, il 26 e 30 gennaio, sono a lungo termine. Per le banche, poi, il problema è decisamente serio, visto che quello 0,15% di aumento sui margini iniziali richiesti va a intaccare l’utilizzabilità dei Btp a durata 7-10 anni come garanzia per fare funding. Ovvero, chi usa bonds per ottenere liquidità attraverso i pronti contro termine dovrà restituire un po’ di soldi oppure aumentare le garanzie. Da oggi, quindi, è probabile che si innescherà una margin call su larga scala verso le banche che hanno messo a garanzia titoli di Stato italiani per ottenere cash a breve, di fatto rendendo sempre meno interessante e costoso per il sistema bancario detenere nostro debito.

Come mai, però, Lch Clearnet ha atteso proprio venerdì per alzare i margini, visto che normalmente lo fa quando un bond decennale supera per qualche giorno quota 7% di rendimento, come accadde a noi lo scorso novembre, colpiti dopo solo due giorni di permanenza nell’area di pericolo rosso? Siamo stati parecchi giorni sopra il 7%, perché proprio venerdì? Di più, nonostante in base alla determinazione dell’investment grade di Goldman Sachs l’Italia sia ancora in prima fascia per due livelli, nonostante il BBB+, c’è il concreto rischio che molti fondi scarichino nostro debito a causa dei vincoli mandatari, ovvero a causa del fatto che per statuto possono detenere solo obbligazioni di fascia sicura, cioè con investment grade non in fascia speculativa di rating. Parliamo sia di chi potrebbe spaventarsi per la minaccia di ulteriore downgrade italiano, quest’anno o il prossimo, contenuta nella nota esplicativa di S&P’s, ma anche di chi già con la perdita del rating A, vede scattare l’obbligo di vendita del titolo. Ogni fondo di investimento e fondo pensione, infatti, ha regole diverse sull’eleggibilità delle classi di investimento che possono essere utilizzate e chi ha come vincolo di detenzione il rating A del titolo, da oggi potrebbe essere costretto a liquidare la posizione.

a non solo. Leggendo attentamente la nota di accompagnamento ai downgrade presentata da S&P’s, si colgono molti messaggi in codice, uno dei quali riguarda l’eurozona e spiega in maniera chiara quale sia il futuro che ci attende e che S&P’s ha già prezzato, ritenendolo inevitabile. Ecco il passaggio in questione: «Come abbiamo sottolineato prima, ci aspettiamo che politici e regolatori dell’eurozona accorderanno uno status de facto di creditore privilegiato all’Esm, in caso di un default sovrano nell’eurozona. Noi crediamo che la prospettiva di subordinazione di un grande creditore, il quale potrebbe avere un ruolo chiave in ogni futura riorganizzazione del debito, contribuirà ampiamente alla crescita dei rendimenti dei bond governativi a lungo termine per i paesi dell’eurozona con basso rating e potrebbe ridurre il loro accesso al mercato». Insomma, S&P’s ha già prezzato il default greco, per il semplice fatto che questo è stato già “deciso” da Stati Uniti e Germania.

Già, proprio così. Come spiegare, infatti, le uscite a freddo di due eminenti membri della Cdu tedesca, il capogruppo Michael Fuchs e il portavoce del partito in materie finanziare presso il Bundestag, Michael Meister, rispettivamente di giovedì e venerdì scorsi? Il primo ha lanciato questa bomba nello stagno ellenico: «La Grecia dovrà uscire dall’area euro, visto che sta combattendo contro una montagna di debito che la rende incapace di recuperare competitività senza una propria moneta da poter svalutare». Il secondo quest’altra: «La vera ragione per cui siamo entrati in azione (per la Grecia) non è necessariamente per simpatia verso Atene, ma perché ci sarebbe stata un’ondata di shock nel sistema finanziario. Penso che ora la scala di quella minaccia sia diminuita». Insomma, al netto delle belle parole di Angela Merkel in favore di telecamere, Berlino ha deciso di staccare la spina. E guarda caso, in perfetta contemporanea con l’annuncio di downgrade di S&P’s, le banche creditrici di Atene hanno annunciato di aver sospeso i negoziati sui termini della ristrutturazione del debito pubblico, fondamentale per ottenere i soldi del secondo piano di salvataggio: «Le discussioni non hanno portato a una risposta costruttiva da tutte le parti – scriveva in una nota l’Institute of international finance -. I colloqui sono quindi sospesi per consentire una riflessione sull’opportunità di perseguirli».

Insomma, siamo alle soglie della rottura definitiva, un qualcosa che stando a una fonte vicina ai negoziati citata da Bloomberg, «sarebbe catastrofico, sia per la Grecia che per l’Europa». Eppure in Germania non la pensano così: e la Germania, guarda caso, ha mantenuto la tripla A mentre la Francia, anch’essa molto esposta alla Grecia, ha dovuto dirle adieu. Come mai? A dircelo chiaramente ci pensa il mercato Ggb Basis (un bel pacchetto che contempla bond greci più protezione cds sugli stessi) degli ultimi due mesi: è in netto rialzo, segno che gli istituti di credito – strapieni di quei Ggb – stanno vendendone vagonate agli hedge funds come pacchetti base a buon
mercato. Una mossa rischiosa, visto che non fa che aumentare a dismisura le possibilità che l’accordo tra creditori e governo greco deragli completamente, poiché si trasferisce il rischio su soggetti – i fondi speculativi – che non hanno alcun incentivo a partecipare all’accordo stesso. Anzi, come vedremo dopo, da un certo punto di vista hanno tutto da guadagnare dal suo fallimento. Il prezzo del Ggb Basis è salito negli ultimi due mesi, sintomo che c’è domanda sul mercato, ma, se da un lato questa pratica appare utile ai bilanci delle banche per ridurre la loro esposizione, dall’altro diversifica in maniera molto opaca e disordinata la proprietà reale di quei bonds greci, rendendo molto difficile il raggiungimento di un ampio accordo sugli haircuts, stante la non volontà degli hedge funds di accordarsi sui tagli.

Di più, i fondi speculativi, come anticipato, avendo in pancia molti bonds ma molti più cds, potrebbero puntare proprio al fallimento dei colloqui per innescare un default coercitivo della Grecia, con conseguente ristrutturazione coercitiva e attivazione delle clausole di rimborso dei credit default swaps. E in quel caso, non ci sarebbe un haircut concordato e condiviso, con il rischio, ad esempio, che le banche centrali dell’eurozona paghino un conto molto alto. Se infatti i bonds ellenici acquistati sotto il programma Smp della Bce saranno trattati come quelli dei creditori privati, le conseguenze politiche dirette sarebbero trasferimenti fiscali delle perdite da decine di miliardi di euro decisamente complicati, con o senza ricapitalizzazione delle stesse banche centrali. Se invece le banche centrali fossero conteggiate in sede di perdite come un unicum – ad esempio attraverso uno swap anticipato dei bonds per denaro o nuove obbligazioni – questo innescherebbe un precedente rispetto al carattere senior dell’eurosistema che potrebbe causare significativi problemi di contagio per il mercato obbligazionario sia italiano che spagnolo.

Capito perché S&P’s certifica come certo un default sovrano nell’eurozona e la Germania è pronta a staccare la spina? Perché le banche tedesche hanno scaricato Ggb Basis come se non ci fosse un domani e, contestualmente, la Merkel ha riattivato dal prossimo marzo (guarda che coincidenza, la data del probabile default di Atene è il 20 marzo, giorno di scadenze obbligazionarie da onorare per 14,4 miliardi di euro) il fondo salva-banche tedesco Soffin chiuso nel 2010. Quante coincidenze, cari lettori! Insomma, ci sono le condizioni per un nuovo scossone sul mercato obbligazionario, proprio nel periodo più caldo delle aste sovrane e delle scadenze per il debito corporate, soprattutto italiano. Per quanto, infatti, io continui a pensare che siano troppi i furbi nel sistema bancario italiano, ovvero gente che pensa più ai trading desks che a gestire risparmio ed erogare credito, quanto accaduto venerdì cambia un po’ le priorità. Non per convenienza, ma per mera sopravvivenza del nostro sistema bancario e del nostro sistema economico. Ovvero, del nostro Paese.

Attraverso la prima asta Ltro presso la Bce, infatti, il sistema bancario italiano ha acquisito liquidità netta per 50 miliardi (i 116 miliardi di euro vanno infatti valutati al netto delle linee di liquidità acquisite in precedenza presso l’Istituto di emissione e giunte a scadenza), risolvendo solo in parte il nodo dei rifinanziamenti obbligazionari del 2012 e proiettando le richieste alla prossima asta di febbraio in almeno altri 150 miliardi. Il perché è presto detto. A fronte di 41 miliardi di obbligazioni bancarie italiane garantite dallo Stato, il sistema bancario italiano è riuscito a coprire circa il 44% delle necessità di raccolta del 2012. Quest’anno, infatti, le prime cinque banche nazionali hanno scadenze obbligazionarie wholesale per 88,2 miliardi di euro, il sistema italiano per circa 113 miliardi, mentre nel 2013 le scadenze dei primi cinque istituti nazionali ammontano a ulteriori 88 miliardi.

Stando a calcoli di Bankitalia, il patrimonio totale delle banche italiane è di 228 miliardi di euro: pertanto, al netto dei primi 40 miliardi già emessi, il sistema bancario italiano ha potenzialità di emissione di obbligazioni garantite auto-prodotte per altri 180 miliardi circa. Che corrispondono a nuova liquidità artificiale potenzialmente acquisibile il 28 febbraio alla prossima asta per circa 150-160 miliardi. Insomma, la questione centrale è che oggi nessuna banca italiana può emettere obbligazioni in sostituzione di quelle in scadenza sull’euromercato. Prendiamone atto, i soldi dell’asta del 21 dicembre e quelli che si raccoglieranno a fine febbraio servono meramente a coprire le scadenze obbligazionarie delle nostre banche, non c’è trippa per gatti, ovvero soldi in più per il credito. Inoltre, a fronte della situazione in deterioramento e delle richieste di Basilea 3 ed Eba, le banche tengono buffer di liquidità più alti, perché come mi ha fatto notare un banchiere popolare, «di liquidità si muore in poche ore, di cattivo credito in qualche anno…».

Siamo messi così amici miei, c’è poco da fare se non prendere atto della situazione. Ora però il downgrade di S&P’s, l’innalzamento dei margini sulla detenzione del nostro debito e lo “strano” andamento dell’aumento di capitale di Unicredit, potrebbero stressare ulteriormente la situazione per le banche italiane, rendendo, come dicevo prima, forse non inutile ma certamente disperata l’asta di febbraio presso la Bce: ecco come S&P’s sta tentando di distruggere il programma Ltro e con esso il sistema bancario europeo e italiano, innescando un collasso nel mercato obbligazionario sovrano e corporate dell’eurozona, distruggendo il residuo concetto di risk-free per l’Europa e intercettando così investitori spaventati da accompagnare dall’altra sponda dell’Atlantico, dove il 2012 sarà altrettanto duro a livello di bonds in scadenza ed emissione.

Che fare, quindi? Due cose, a mio modo di vedere. Primo, il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, sfrutti il rinnovato scetticismo di Mario Draghi verso le richieste dell’Eba e ingaggi una battaglia campale in sede europea per ottenere una dilazione dei tempi o, quantomeno, regole che non calzino alla perfezione solo per gli anfibi tedeschi. Secondo, i sindaci virtuosi di tutta Italia seguano l’esempio di quello di Torino, Piero Fassino e infrangano il patto di Stabilità, al fine di liberare risorse sul territorio e garantire liquidità, anche grazie al pagamento dei lavori compiuti presso la pubblica amministrazione da piccole e medie imprese che, a causa dei ritardi dello Stato, rischiano la chiusura per la crisi e per la non disponibilità o volontà delle banche di aiutarli (in tal senso, va rivisto e rinforzato l’istituto della certificazione del credito). Terzo, come giustamente auspicato dall’onorevole del Pd, Francesco Boccia, spingere la European securities and markets authorithy, l’Esma, a ritirare le autorizzazioni concesse alle agenzie di rating sotto inchiesta (vedi l’inchiesta di Trani) e accelerare il processo di creazione di un’agenzia di rating europea indipendente.

La situazione è davvero gravissima, occorre agire. All’inferno la Merkel e i suoi falsi e stupidi diktat che ci stanno portando alla rovina. Subito. Mario Monti faccia la sua parte, a partire dal suo viaggio di questa settimana a Londra e nella City: metta da parte per un giorno il suo sincero europeismo e pensi unicamente agli interessi del suo Paese. Se qualcuno non vede l’ora di ridimensionare la fallimentare (e traditrice) politica tedesca, questo è David Cameron. Nicolas Sarkozy, fresco di perdita della tripla A, si accoderà in fretta e volentieri, anche in vista delle presidenziali. Forza!



Read more: http://www.rischiocalcolato.it/2012/01/ce-un-piano-di-sps-e-usa-per-far-crollare-leuropa-e-litalia.html#ixzz1jcIzkbkD

Standard_Poors_TargaR400.jpg

Commenta il post